Kalashnikov. Dal Vietnam a Gaza, in un'arma la storia del secolo crudele
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Kalashnikov. Dal Vietnam a Gaza, in un'arma la storia del secolo crudele
Il giornalista Domenico Quirico riflette sul Kalashnikov come simbolo del mondo contemporaneo, un mondo diviso tra la ricchezza dell'Occidente e la violenza e la povertà di molte aree del pianeta. L'arma rappresenta la brutalità della sopravvivenza in contesti di guerra, dove la crudeltà diventa una necessità. Quirico sottolinea la responsabilità dell'Occidente per le disuguaglianze globali e la necessità di guardare in faccia la realtà di queste zone di conflitto.
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Il libro cerca di dare voce in qualche modo, ripeto, magari senza riuscirci, ad alcuni miliardi di uomini, per cui il concetto di economia è qualcosa che non ha alcun senso, alcun senso, in cui l'obiettivo è arrivare vivi fino a sera. E poi il mattino dopo, quando il sole si alza, essere ancora vivi, perché non è passata la banda dei predoni, dei soldati, dei guerrielievi, dei giadisti. Migliardi di uomini vivono nel mondo, senza che alcune delle parole che sono state pronunciate in questo convenio straordinario non si possa capire, non si possa capire che questa profondità nemmeno la possibilità di essere compresa. Per cui due atti che voi e io facciamo, noi facciamo tutti i giorni, che non sono quello di sapere come è andato a Milano, il mercato, ma schiacciare un interruttore e aprire un rubinetto sono miracoli, sarebbero miracoli se mai potessero in una loro vita verificarsi. Il mondo di questo libro, che è il mondo del calasnico, e poi spiego perché il calasnico è così importante, è un mondo in cui ci sono persone che muoiono senza sapere perché, e in cui Dio non c'è più, ma è in cui ci sono persone che si riuscono a capire, a capire, a capire, a capire, a capire, a capire, a capire, a capire, e se tu ti impiedi questi milioni di persone è odiare e odiare è una forza vitale, la memoria dell'odiare ti pulsa dentro. Allora, vediamo il calasnico, perché il calasnico? Perché avevo bisogno di un oggetto che io ho incontrato, io ho fatto tutte le guerre della seconda metà del novecento, la parte finale della seconda metà del novecento, altro che il panda, quindi un dinosaur. Allora, vogliamo dirle? Io ho cominciato con la guerra civile in Mozambico anni ottanta, fine anni ottanta, poi la Somalia, i Roanda, le guerre del jadismo, la Cecenia, il Darfur, la Sierra Leone, la Liberia, il Congo. L'unica che ho evitato, perché non mi siano mandato, perché tu sai che facciamo un mestiere in cui non scegliamo, ma che veniamo scelti con quelle dell'Exegoslavia. Nel Glorado non le ho fatte. Allora, io questo avevo sempre lì, e con me c'era sempre, sempre lì nel senso di mescolato a quelle storie e a quegli uomini, il calasnico c'era sempre. Il calasnico è diventato una leggenda nera, tremenda con il Vietnam, perché con il calasnico, il 47, con il calasnico i Vietconga hanno sconfitto gli americani. Poi è diventato l'arma delle guerre di liberazione, l'Angola, il Mozambico. Il Mozambico c'era sulla bandiera il calasnico, l'ha messo sulla bandiera, figura, come sbollato. Allora, il libro non è un libro sull'arma, ovviamente, però per capire un po' di questo calasnico, io volevo chiederti qualcosa sulla storia di questo signor, che esiste un signor calasnico. Il libro è costruito su un doppio percorso alternato. Da un lato c'è la vicenda di Mikhail Calasnico, l'inventore di questo diabolico strumento per uccidere, dall'altro alcuni dei luoghi in cui lo viste. Quello che è diventato. Mikhail Calasnico mi interessava per due cose. Primo perché nato nel 19, figlio di Kulaki, spedito da Stalin, i Kulaki erano i primi, e Stalin alla sua geografia sociologica considerava il nero. Spedito in fondo al Kazakstan, sopravvive alcuni suoi fratelli, il padre e il moglie, militare, doveva essere guerra regnale, scontra guerra mondiale contro i tedeschi, ferito. Era come tutti i contadini, credo anche quelli del Trentino, come della Terra, dove sto io, che è il Piemonte, avevano una straordinaria abilità manuale. Prendevano pezzi di oggetti, costruivano utensili prendendo roba rotta, ecc. Lui non era né un ingegnere, assolutamente nulla, lo dice anche nella... Io sono un operario. Lo mandano, visto che hanno notato nell'esercito nell'Armata Rossa questa sua abilità, lui è in convalescenza perché è stato ferito, lo mandano in una fabbrica di armi, e lui inventa questa affare qua. Premio Stalin, premio Lieni, è stato decorato da tutti coloro che hanno comandato l'Unione Sovietica, poi la Russia, da Stalin a... In che anno ha inventato quest'arma? Nel 1946. Allora, la fine della seconda guerra mondiale. Ed era un oggetto... E' un'arma che è la trasposizione meccanica di cosa era l'Unione Sovietica. C'è un oggetto estremamente semplice, poco costoso al costruirlo, è indistruttibile. È il ritratto di un Paese che sapeva fare straordinari carri armati, aerei, missili, ma non sapeva fare una lavatrice. Non sapeva costruire una lavatrice. Allora, il Kalashnikov è la trasposizione bellico-militare, missiliale, perché ha questo caricatore a 32 colpi, con queste trelle vette. Io ho usato il Kalashnikov, un pezzo un po' complicato della mia vita. L'hai usato per capirlo, spero? No, per difendermi. Sono stato sequestrato da Al-Qaeda, nel 2013, un tentativo di fuga. Mi sono impadronito, voi ho raccontato in un altro libro, ma non voglio fare pubblicità nei miei libri. Per chi non lo sa, di qualcuno ce lo faccia. Un tentativo di fuga, mi sono impadronito. Dopo questi cinque mesi, dove? In Siria? In Siria sono stato sequestrato da Al-Qusra, vicino all'Antilibano, e poi con i miei sequestratori, sono stati Al-Qaeda e Al-Fawq, un altro gruppo islamista siriano. Dopo cinque mesi, ho restato con loro. Negli anni, quelli 2013? No, al marzo del 2013 sono tornato libero nel settembre. E se non lo sbaglio, sono quegli anni in cui si vedevano ogni tanto qualcuno? L'unica mia fortuna è che sono stato prigioniero di Al-Qaeda, io sono stato a RACA, e io si era già in attività, ricordo i pick-up, con questi guerrieri magnifici, armati, non con la K47, ma degli ultimi modelli che giravano, con queste bandiere nere, non c'è altro Dio che Dio, e stavano combattendo per impadronirsi dalla città, e poi sono andato al Califato. Quindi ho evitato di diventare uno di quelle scene che lo utilizzavano per la comunicazione, l'occidentale sbozzato per dimostrare che la storia era cambiata, adesso era l'Islam che prendeva gli occidentali. E quindi a un certo punto si è creata una via di uscita? No, sono semplicemente evaso, come si dice nei libri, ricordo, e ho preso, questi non avevano molta attenzione, perché erano impegnati a fare la guerra, io li ho accompagnati durante la guerra, non è che sono stato in posto. In questi cinque mesi immagino nessun contatto con le famiglie, con la diplomazia, disperazione totale da questo lato? No, sono stato dato per molto tempo. Ma Libor c'è una parte sulla Siria, ma non racconto persone che ho incontrato, nel libro racconto di questo comandante, questo forse può essere interessante, più interessante che la storia mia, che è rilevante, è lo sfondo che è importante, non quello che è accaduto a me. Io sono tornato indietro, è lo sfondo, quello che c'era dietro quello che è accaduto a me. Io ho assistito, ho avuto la enorme fortuna, in un senso reale, di assistere alla nascita dall'interno, perché io ho vissuto con gli alcaidisti, per cinque mesi, 24 ore su 24, li ho accompagnati, li ho parlato con loro, ho mangiato con loro, sono sfuggito alle bombe, ai bombardamenti di Bashar al-Assad e dei russi con loro, alla nascita dell'evento storico che ha cambiato nel XXI secolo, il debutto del progetto di giardismo totalitario e globale, dall'interno. Quando sono tornato diciamo, guardate che questi vogliono ricostruire il caliprato pari pari come era nel VI secolo, questi diciamo, no, questo è andata via la caesta per la prigionia, e invece è esattamente quello che dal 2014 hanno cominciato a fare e continuano a fare. Nel libro c'è il racconto di un incontro ad Aleppo sotto i bombardamenti nella parte di Aleppo, ribelle con un comandante di una cattiva di un regimento ribelle laico, quella era la prima rivoluzione della prima rivoluzione siriana, che dice delle cose che sono la sintesi del libro e lui mi dice, io non ho più niente, non possiedo niente, neanche più i miei sentimenti, nel senso che la casa dove vivevo ha spazzato via i genitori, i parenti, gli amici, l'amorosa, non la vedo da due anni, forse sono tutti morti, l'unica cosa che ho è questa cosa qua, cioè il calasnico, e questa arma è quello che io sono, è il mio sangue, è il mio respiro, è il pulsare del mio cervello, è mia madre, mia sorella, mia moglie, la mia amante, la mia mamma, il calasnico, c'è un rapporto degli uomini che vivono in quel mondo che ho cercato di descrivere molto sommariamente prima, in cui tutto quello che è stato detto qua non ha alcun senso, ma non è una critica, è semplicemente il mio tentativo che va avanti dagli anni 80, di far capire che noi siamo una piccola parte e un'altra parte largamente maggioritaria dal punto di vista geografico, umano e soprattutto della profondità del dolore, della profondità del dolore degli assassini e delle vittime che vivono nel mondo del calasnico, nel mondo del non diritto, di cui noi siamo responsabili, perché senza quel mondo noi non saremmo quelli che fanno il festival, quelli che fanno il festival dell'economia atrento e diciamo queste cose meravigliose, senza di loro, senza di loro, noi non saremmo quello che siamo. Allora c'è una responsabilità diretta tra noi e quel mondo lì, il Congo, la vicenda congolese, la storia non di un gruppo a rilievo, anche se i jihadisti sono anche arrivati fino lì, è la storia di un tizio, di un occidentale, lo chiamano lo spagnolo, che compra un pezzo di foresta congolese, quella dove dicono ci sono ancora i dinosauri, perché non c'è mai passato nessuno, la compra pagando una mazzetta a qualche ministro a Kinshasa, mette insieme un piccolo esercito di tagliagole armati di calasnico, costa 20-30 dollari, è un investimento produttivo, e poi a ruolo un gruppo di bambini di strada, e li mette a scavare il coltan con le mani nella foresta, nella sua contina. Il coltan è questa cosa che c'è nei nostri telefonini, senza questa roba qua non fare con elenche. E che viene contrabandata anche dalle multinazionali europee. E' un uomo che vive nella foresta, con questi suoi schiavi, una foresta Pietro Goma, nel Chivu, con questi suoi piccoli schiavi, questi suoi negrieri che comanda, che con un telefono satellitare fa accordi per centinaia di miliardi dollari con i subcoreani, con Dubai, con Lolandia, e arrivano questi aerei in una pista starata nella foresta e che ha potere di vita e di morte su quelli che... ma sprem personaggio se volete, il po' edite nel valicoma, no? So che quello era nell'800, il congresso di Berlino, il colonialismo, questa è una storia di questo secolo, di questo millennio. Ecco, allora il libro è quella cosa lì. Beh, anche questa del Congo è un po' la maledizione di queste materie prime di questo posto ricchissimo che già all'epoca il re Belga diceva, è la par... meravigliosa torta da Spartire, parla così del Congo. Un po' le realtà coloniali che c'hanno i paesi africani, e quindi responsabilità nostre, occidentali, che fino agli anni 60 siamo andati lì, adesso lo fanno anche i cinesi, c'è un colonialismo di tipo più sottile, ma molto stringente per tanti di questi paesi. E' vero che c'è questa storia che tu hai messo e raccontato, e racconto in questo libro, del male, delle persone che hanno solo quello, però è vero che anche, non so, a me viene in mente quando penso dell'Africa, mi viene in mente questa cosa che in Brasile chiamano la sordage, la nostalgia. Io tutte le volte che sono andato lì ero in posti magari in mezzo alla foresta, in mezzo alla giungla, in posti anche lontani, ero sempre, sono rimasto sempre molto colpito dall'ospitalità, e lì tu sei l'uomo bianco e sono tutti neri, quindi i bambini quando ti incontrano, noi diciamo ah c'è l'uomo nero, loro dicono ah the white man, i bambini, per dire che cambia il modo di percepire, però tutte le poche volte che ho avuto esperienze e stare lì dei periodi, io tornavo sempre con una ricchezza anche di relazioni, vi racconto un episodio stupido che ci penso sempre quando vedo i ragazzi che sono fuori al supermercato che ti chiedono i soldi del carrello e a cui dico, cerchiati un lavoro, sei l'inglese, sei nigeriano, vai dal prete, digli che fai la scuola di inglese per la parrocchia, fai qualcosa che ti prendi dei soldi. Il posto dove andavo, in mezzo alla foresta, c'era una strada di fango, una stagione di pioggia di 40 km che si chiama Fontem e per arrivare lì con uno di questi furgoncini pieni di merci che arrivano dalla città ero l'unico bianco, nessuno sapeva che fosse un giornalista, ed eravamo tutti ammassati. Il furgone era un 8,50 Fiat, tu ne avresti 300 di queste storie da raccontare, con i polli sopra, eravamo 12 persone. Io ero vicino a quello che guidava, il driver, e ogni volta che lui cambiava mi metteva le mani in mezzo alle gambe, per dire che erano tutti così, e questo furgoncino Toyota, ma era tipo 8,50 Fiat, il tetto si abbassava perché era mezzo rotto con tutto il peso che c'era sopra. Arriva una salita, il furgoncino si ferma, nessuno sapeva chi fosse, però ero bianco e loro erano neri. Tutti scendono in silenzio, questo driver sta lì, scende anche una signora di colore anziana, una nonna diciamo, c'è molto rispetto per persone anziane, e si fanno tutti a piedi la salita perché il furgoncino potesse arrivare sopra perché non ce la faceva con tutto quel carico. Anche io scendo, e questo qua mi blocca, mi dice, no no, you are the guest, nessuno sapeva, io ero uno che stava sul furgoncino con gli altri, you are the guest, questa cosa, you are the guest, stanno alle lezioni che mi ha, e tuttora quando incontro questi ragazzi che ci sono in Africa di umanità, immagino in queste zone di guerra, quanto ne avrai, il fatto che tu... partialmente di sentire. Diciamo che il mondo, poi non c'è solo l'Africa, lì c'è la Ciesciania, ci sono anche altri luoghi, c'è l'Ucraina, c'è Gaza, tanto per... L'Ucraina è una guerra di combattuta entrambi con il calasnico, sono armati allo stesso modo, gli ucraniani sono posti tra i maggiori produttori al mondo di armi, hanno armato tutti gli eserciti africani, hanno erano dei pacifisti, temporesemente Putin ha costretto... C'è la città militare sovietica che era collocata lì, in quella zona lì, c'è un monumento al carro armato a Kiev, il T-34 era stato vestotto in mezzo alla guerra. Vabbè, parte quello. Come dire, in queste situazioni di guerra che comunque... C'è un'umanità... Quello che vorrei far capire è questo. Nel... in questo mondo, c'è una differenza che è costituito dal possedere quei 3,5 kg di metallo e di... perché non tutti ce l'hanno, dal possedere questi 3,5 kg di metallo e di legno, costo tra i 20 e i 50 dollari, a seconda dei modelli, costo del proiettile 0,25 centesimi, chi lo possiede è un essere umano, non perché è bello, è ricco, è grasso, intelligente, perché può uccidere. Chi non lo possiede, ci sono quelli che arrivano con il balcone da quel mondo lì, e sono quelli che non lo possiedono. Allora, quelli che non lo possiedono non sono... vabbè, insomma, poverini, non c'hanno altro... sono scarafaggi, come li chiamavano in Ruanda, come i luthu chiamavano i duthi, sono delle pietre che puoi calpestare con piacere, che puoi uccidere, semplicemente perché sono un po' più chiari e un po' più scuri di quanto sei tu, perché hanno la gialla via che non gli copre o che gli copre la caviglia, perché hanno la barba che è troppo lunga o troppo corta, e lasciarli morti in mezzo al mercato, dove non c'è peraltro niente. E puoi andarsene portando questo affare sulla spalla, come noi portiamo l'ombrello, tenendolo delicatamente per la canna. Allora, sei un uomo se ce l'hai, sei un uomo se non ce l'hai. La differenza di classe, che qua è legata a molti elementi, i buoni studi, la famiglia, i soldi, l'intelligenza, l'intraprendenza, la fortuna, lì dipende semplicemente da questo oggetto, dal possederlo o dal non possederlo. Allora, a quel punto, il concetto di violenza, di uccidere, ha una valenza totalmente diversa da quella che li attribuiamo noi, perché diventa una necessità. Cioè, essere crudeli, uccidere non lo fai perché sei cattivo, secondo un linguaggio diciamo di amicissiano, ma non è l'unico modo che hai di sopravvivere. La prima cosa che è l'unica cosa che viene insegnata a milioni di bambini, dall'Afghanistan alla Nigeria e anche in altri luoghi, è a montare e a smontare quella farallé. Ma non glielo insegna un caello che ha inventato l'esercito dei tati, i bambini possono, in un'opertezione incredibile, usare il calascio con gli stessi effetti devastanti di un adulto ben armato equipaggiato, perché è molto semplice, non ha praticamente rinculo, quindi non ti sfonda la spalla, non ti tiene in questo modo. Poi c'è quelle tre tacche, sicura, tiro singolo e tiro raffica, e poi c'è il ghiacciato, lo brandeggi da destra a sinistra, un bambino altro così, ammazza tutti voi in pochissimi secondi come un adulto tremendo. Allora perché glielo insegnano? Non perché sono popolazioni feroci, perché sono il jihad, perché c'è un dio crudele che gli sta dietro e non gli sta a vendere, no, perché quella è la garanzia che forse arriveranno a 10 anni, forse a 15, forse a 20, se hanno molta fortuna, è l'unica possibilità che hanno di esistere più a lungo. Allora io, da quando ho cominciato, cerco di far capire che c'è un mondo fatto così, ma non le guerre di religione nell'Europa del Seicentro, Barocca e Magnarista, oggi qui, ora, il calaschnico ha ammazzato infinitamente più gente di quando ne abbiamo ammazzato le due atomiche americane, ma un numero 100 volte più peggio. In questo momento, mentre noi in questa meravigliosa sala stiamo amabilmente chiacchierando in 10, 20, 30, 40 posti da Karaköv al Mozambico, dal Capo del Gado, dal Tigrai, dalla Siria, ci sono dei calaschnico che, barandeggiati da bambini o da adulti, stanno ammazzando gente, gente che non sa, come dicevo prima, neanche perché muore, che è la cosa più tremenda che ci sia. Non sapere perché muori. Allora, questo è il mondo del XXI secolo, non una sopravvivenza nel mondo del XXI secolo. E finché noi non lo abbiamo guardato negli occhi, dopo aver fatto tutti i nostri legittimi e straordinari affari, che sono quelli che vengono raccontati dall'economia, dagli economisti, dagli analisti, da tutte queste straordinarie persone molto più competenti per tratti di me, finché non lo abbiamo guardato negli occhi e non lo abbiamo guardato negli occhi, quindi non possiamo passare la testa o voltare lo sguardo. E non andiamo da nessuna parte, perché dobbiamo guardare so che noi siamo. Loro sono noi, e l'altra parte è dello specchio, è il reno degli imperi. Ma se non ci entriamo, ripeto, ce ne accorgiamo quando questo mondo ci afferra. La guerra. Ma cosa è questa roba qua? Ma noi siamo il continente della pace. Cosa vengono a fare queste massa classi per le strade? E' quell'altro XXIII millennio che ha scavalcato la frontiera ed è entrato da questa parte. È entrato prepotentamente da questa parte. Ci costringe, si schiaccia contro il muro. Ma non è così. Il mondo è questa cosa qua. Dio, qui non c'è più. Ce l'avete ancora voi, forse, non lo so. Qui è scappato, inorridito da quello che noi facciamo e da come noi viviamo. Questa è la storia di questo tempo. Mi spiace, non voglio fare il profeta di di Olmenadramo, ma se non lo guardiamo, non siamo noi che dobbiamo fare domande a questa gente. Sono questa gente che pone domande a noi. Io non so come la pensi, ma credo che ci sia una responsabilità precisa, predatoria storica dell'Occidente che continua a esserci. Adesso ci sono i colletti bianchi, non ci sono più i colonialisti, ma insomma è la stessa cosa. La gran parte del mondo vive in questa fascia qui. In questa piccola parte siamo privilegiati, a parte quando ci sparano a 300 km, come qui a Kiev, che ci diciamo cosa succede la guerra in Europa. Però la verità è che c'è una parte ricca del mondo dove noi viviamo e siamo fortunati, dove abbiamo l'acqua, abbiamo la luce e viviamo vite agiate. Un'altra parte è questa, ma dipende anche da noi, perché la loro ricchezza ci permette di costruire i telefonini e utilizzare le nostre reti, avere la benzina nelle nostre auto. C'è una responsabilità ben precisa economica di noi che poi dici Wall Street. Wall Street è questa cosa qua, perché chi si fa i soldi, la multinazione tedesca che compra il coltan di contrabbando per darlo alla società che fa i telefonini in Corea, ha un nome, un cognome, ci sono queste cose. Fra qualche giorno si voterà in Sudafrica, un paese che è stato l'emblema di superamento del 30 anni fa, ormai dell'apartheid, così si va a votare questo paese. La metà della popolazione è ancora sotto la soglia della povertà e per la prima volta il partito di Mandela perderà le elezioni, perché è un partito che ha una grande capacità di vettura e di riuscita a fare le cose che si vogliono. Il mondo è così, ma c'è anche una nostra precisa responsabilità di operare in questo mondo non più da predatori. Continua a essere in questo modo la storia, anche se non c'è più il colonialismo che va lì, spara il missionario, però i cinesi ogni cinque anni fanno un vertice in Africa dal 2000, e ci sono 54 paesi e un po' di cittadini che si vanno a fare il loro lavoro. La città è un paese che ha un'opera di città, e ci sono 54 paesi e un paese sovrano, tutti 52-54 paesi africani, e la Cina, e fanno un piano d'azione e i cinesi ormai hanno superato gli americani nel colonialismo economico-fricano. Però per dire, questo mondo che tu racconti dipende anche da noi, non c'è speranza, probabilmente non c'è speranza, quello che sta succedendo anche in questi giorni così, ma è vero, guardiamolo in faccia, ma è vero anche che c'è una responsabilità precisa dell'Occidente su queste diseguaglianze. Lo avevo detto dall'inizio, sono completamente d'accordo con te, ma è un problema di... chi è l'interlocutore? Escono libri che raccontano una Africa che io non ho mai visto, ed è totalmente falsa. L'Africa proiettata, diventerà la grande potenza economica, non voglio offenderne nessuno, ma diventerebbe meravigliosa perché si, ma gente che non è mai stata in Africa, se non negli alberghi Sheraton e di quelle cose, lì ha parlato col ministro di... con il professor universitario, buf, l'Africa, un giretto in qualsiasi bidonville di qualsiasi capitale africana, senza affannarsi, prendere sudore e polvere, andare nel mondo dove non c'è il rubinetto, dove non c'è la luce, vorrei capire come fanno a decollare, con l'intelligenza artificiale, senza avere la corrente elettro, io a qualche numero divanto. E noi dove andiamo, chi vediamo? Viaggio classico del leader occidentale in Africa, arrivo all'aeroporto, spazio riservato, picchetto di onore, bambine e bambini pittorescamente vestiti, che offrono corbei di fiori meravigliosi, Mercedes-Nera, albaixatore, ministro, si sale sul corteo delle Mercedes-Nera e che imboccano a tutta velocità l'unica strada asfaltata della capitale, che combinazione porta al palazzo presidenziale, circondato con una sorta di forte alamo, dalle banche, tu sei stato in Africa, io sono rimasto stupefatto della quantità enorme di banche, che ci sono imposti dove la gente vive un 5 dollari l'anno, perché è incredibile quanto denaro si può storcere ai miserabili, è incredibile, che poi il denaro che noi diamo per lo sviluppo, cosa servono quelle banche? E' un'opera di farle deviare dalle casche, dalle sacocce, della Toribù, del Presidente, del Claus, del Conducator, della Guida su Trema, del Reis, e tutte queste robe qua verso le altre banche che stanno imposti, che forse si è anche parlato in questi giorni pieni di cose, di storie, allora incontro con il Presidente, che è un po' economico, culturale, industriale di un paese dove le biciclette sono fatte scolpite di legno e hanno le ruote di legno, con cui la gente si porta sopra quello che ha, verso Desnera, che è detto d'onore, aerea e via, a raccontare il piano Mattei, il piano vappo naziale, e non è quello che mi interessa. Dal 1960, da quando l'Africa è diventata parte delle colonie portoghese che hanno imparato un po' di l'Uva e il Porto d'Aro e sono usato il calasso, se ne sono liberati i devasti dal calasso e probabilmente stavano ancora lì con i colonialisti portoghesi, dunque dal 1960 tutti i soldi che sono stati rovesciati sull'Africa, che sono cifre enormi, sono finiti in quelle persone che stavano nel palazzo, che noi avevamo, noi intendo, i francesi in questo senso sono stati da fetti, perché l'ampire è durato fino a quando non li hanno buttati fuori a pegate i golpisti dei tre paesi saliviani, poiché altrimenti ancora lì stavano, nel vergo dell'ex Africa equatoriale francese, c'erano sempre questi francesi, homme d'affaires, che erano lì firmavano contratti, poi attraversavate questi paesi, ma dico cose che magari molti di voi hanno visto, ad ogni cantone nel deserto c'era un cartello, progetto per lo sviluppo idrico del basso fiume Chebeli o dell'alto fiume ninja Cappi, gli dico, chiamo a vedere, scavalca la focollina, non c'era niente, poi seguivi sviluppo agro tecnico delle mucche, delle popolazioni, cartello magari più veloce, poi sopra c'era ovviamente scritto cooperazione italiana, Unione Europea, Unite Fraternité, Liberté, magari sforacchiato dai poletti delle mille guerre civili in quel posto, e chiedo, non c'era niente, allora il problema è quello lì, chi la Meloni, Macron, la signora von der Leyen, il ministro di non so che, chi va a incontrare, a chi stringe la mano, che cavolo ne sa, di quel paese lì, di cui non ha mai visto niente, perché ha visto solo la strada asfaltata, l'aria condizionata dell'albergo, dell'ambasciata, cosa ne sa? Ma magari in buona fede, delle volte io ho detto, vedi, venite con me, affidatevi a me, vi porto in uno di questi paesi e guardatevi un giro vero, se quando tornate indietro, rifiormate i vecchi accordi per la cooperazione e lo sviluppo, allora siete o in mala fede o siete deficienti, perché non ci sono possibilità, ma basta guardare, il mestiere mio è tuo, non è la costruzione di sistemi, di pensiero, quelli lo lascio agli economisti, ma per caricaritino, per il professor universitario, guardare, ascoltare, sentire l'odore, l'odore della morte, l'odore della putrefazione, l'odore dei mercati pieni di cose marce che la gente mangia, quella roba lì, allora bisogna trasferire a quelli che facciamo noi, a quelli che poi i desideri, come dicevano in Algeria, o dicono i trattori, quelli che ti stabiliscono come devono crepare di fame in Burkina Faso, o da chi devono essere saccheggiati nel Congo o ex-Belga, Congo, Kinshasa, eccetera, però il problema mio, così chiudo anche un po' la raccena del libro e delle cose, è che io questo filo disperato di racconto, io e Alfie, lo portiamo avanti da 30, 20, 10, e c'è una sorta di un passaggio che non funziona, è un po' che è fatto per i migranti, io ho seguito molto i migranti, e adesso ho affondato pure con loro sul balcone, attraversando il Mediterraneo, per capire chi erano questi qua, qual erano la paura, l'angoscio, l'esperanza, i loro prejudizi, è l'unico modo per farlo, non è che stai a aspettare a lampedusa col microfono, dove vieni, che fai, perché sei venuto qua a rompere le scatole, che cosa sogni, queste domande allucinanti che vengono fatte da gente che ha fatto 4 anni di viaggio, che sono state stuprate, che si è lasciato dietro i morti, come una sorta delle piste dei western di serie B, che si è lasciati dietro, e se li porta dentro, che cosa sogni, che cosa vuol che sogni, allora fai il viaggio e li capisci, perché il migrante diventa migrante, non quando sta in Mali o sta a lampedusa nel centro, e in quel passaggio, in modo omerico, nel viaggiare, nel morire, nell'aver paura, nel sopravvivere, nell'esistere, e allora questo è quello che abbiamo cercato di fare. Poi, raccontate tutto questo, io, Gatti, un sacco di altre gente, magnifiche, più bra di me, con una pausa migliore della mia, risultato in movimenti razzisti che stavano al 2%, sono andati al governo, allora c'è qualcosa che non funziona. Siccome io detesto una delle caratteristiche principali di questo paese, che dica sempre colpa di qualcun altro, se tu non riesci a fare quello che devi fare, io dico che è colpa mia, non mi prendo questa roba della categoria di giornalista, l'organizzatrice lo avrei sospeso, lo avrei abolito da anni, da anni. Allora, la responsabilità è individuale, come stabilisce il codice, il diritto umano, l'Usgenzium, no, è individuale, è colpa mia. Non sono riuscito a raccontare né ai migranti, né a questa gente qua, né al combattente della Siria, né al giadisca ceceno, né al combattente mozzambicano, perché mi è mancata la materia, la mia materia. Io non mi sono riuscito a raccontare, perché mi è mancato la materia, la mia materia. La mia materia, io torniamo a dicermo, la mia materia è la parola, le mie parole non sono esplosive, io sogno una struttura che esploda nelle mani di chi, negli occhi di chi legge, che lo accechi, che gli resti dentro, come un virus, perché è l'unico modo per cui questa gente vive, questa gente che sta a due metri da l'arrivo le qua, non è che sta, viva, viva, viva, sia sia pulsi attorno. Non ci sono riuscito, perché evidentemente la mia lingua non è, la mia scrittura non è questa, non è questa attezza, è il fallimento del mio mestiere. Con questo libro, io non scrivo i migranti dal 2016, 2018, ma non perché non mi chiede la scrittura dei migranti, perché non ho più il diritto di scriverne. Non ho più il diritto di scriverne. Fa venire in mente una frase dei Giolitti al direttore della stampa frassati, mi sembra. Non siamo riusciti a evitare che neanche qualcosa del genere, adesso non è perfetta, la frase ma il senso era con la nostra campagna contro la prima guerra mondiale non siamo riusciti a evitare che uno dei nostri figli italiani morisse in guerra, una cosa del genere, la delusione, questo senso di sconforto, di dire nonostante tutto non ho cambiato l'ordine delle cose, di quella tragedia che è stata lì ma di quelle anche che racconta Domenico. Io ti ringrazio Domenico, aspetta un attimo, non teni a andare, il tempo è finito, io spero che ci diano un po' di tempo per sentire qualcuno che vuole chiedere qualcosa a Domenico, che sia di qualsiasi cosa, delle domande o delle curiosità. Io ne avrei tante ma lascio la parola a voi. C'è qualcuno che... c'è un microfono? Grazie. Buonasera, grazie. Lei ha parlato di fondi che invia anche l'Unione Europea in paesi svantaggiati come l'Africa, con il rischio che questi fondi finiscano nelle mani sbagliate e magari rischino di continuare questa corruzione che spesso ci sono anche nei paesi non democratici che ci sono in Africa. Secondo lei sarebbe meglio che questi fondi non venissero in primis inviati oppure con una migliore gestione, cosa consiglia? Le rispondi in modo radicale. Lei avrà avuto l'impressione che è un po' questa tendenza. L'Africa non ha bisogno di elemosina e non ha neanche bisogno di consiglieri. Finiscono gli insegni, con la più africana intendo l'Africa, e l'Africa ce ne sono quattro o cinque, forse anche di più. Non ha bisogno né di elemosina, ma di assistenza sotto varie nature. Sono spesso molto pelose queste carità, i fondi che girano perché si tengono, un discorso complicato che è facilmente incredibile. E neanche di consiglierli. I gente che vada lì dovrebbe fare questo per sviluppare. È già successo in altri tempi, anche in altri luoghi, non solo in Africa. I gente che arrivava di qua con la prosopopea e la sicurezza di essere noi il migliore dei mondi possibili, e direte fare così, così, così, così, così, e diventerete, e entrarete rapidamente nella meraviglia della globalizzazione delle palanche, del telefonino, poi comprare la stessa roba a Kathmandu e a Katanzar. Quelle sono quelle cose delicate. L'Africa può diventare un'altra cosa, liberarsi dalle elite corrotte, sanguinarie, repressive che noi abbiamo messo lì in nostro nome soltanto abbattendole con le sue sole forze. Sicuramente Satyera Fanon. Fanon parla della 1900, la rivoluzione dei Kahnel, anni 60. E' una cosa che si è fatta in un'ora che è molto importante, perché l'Africa, anni 60, la violenza è l'unico modo, la violenza rivoluzionaria è l'unico modo che cambia la storia. Gli africani possono fare da solo e devono spazzare via le borghesie, perché noi usiamo questi termini che non sentono niente. Quelle sono borghesie di compradores, come si diceva all'epoca della cosa, gente che vive nell'intermediazione e nel furto reciproco in società con noi, a danno degli africani, spazzarli via, ma con i cilini, con il canassi in mano, bisogna prendere la direzione giusta. Senza violenza non c'è rivoluzione. Questa gente non deve esistere. L'unica cosa che possiamo fare, poi magari ne avevamo degli altri, ma in realtà ce ne sono sempre la conto rivoluzione, ma l'innesco è quello. L'unica cosa che possiamo fare è non immistiarci, lasciare che siano loro che reconquistano il proprio destino storico e puliscano coloro che li hanno derobati dal 1960 a oggi, dalle false indipendenze a oggi. Questa è la mia risimposta. C'è un economista si chiamava Dambisa Mayo che è l'africana nigeriana che sta in Gran Betania che dice la stessa cosa, non dateci le limosine, non lo vogliamo, non abbiamo bisogno di aiuti. Prego, se ci sono altre. Grazie mille per l'intervento. Volevo chiedere una sua personale opinione anche professionale, sul ritiro dell'influenza francese-americana nel Sahel. Volevo una sua considerazione sul ritiro dell'influenza francese-americana sul Sahel e come l'arrivo di sua domanda. Sì, è una domanda molto importante. La domanda è che se non si riuscino a fare una domanda sull'influenza francese-americana sul Sahel e come l'arrivo di soldati, la nuova influenza russa turca si parla di quella cinese, può o non può cambiare le sorti delle persone che chiaramente le hai descritto? Grazie. Diciamo che lì veramente cambiava tutto. I francesi che erano tutto sono stati in un'altra parte del mondo. La costa e la voglio, qualche barra c'erano quei chat non più perché anche i chat stanno andando verso una progressiva scelta di altre. È finito. Non c'è più. Gli americani a loro volta si sono ritirati perché sono più deboli. Poi, le 731 basi militari, le flotte che girano tutti i bacini degni di qualche interesse, il potere americano al mondo si è ridotto in modo esponenziale. È anche la ragione perché Putin ha tentato di far saltare in aria quell'equilibrio mondiale che era statunitense nel 2022 e poi sono successe anche altre cose. L'irrompere della Russia di nuovo in Africa è un fenomeno molto complesso perché noi attribuiamo tutto questo semplicemente alla presenza militare della Wagner che adesso non si chiama neanche più Wagner e l'Afrika Korps di Putin e è strettamente collegato all'esercito russo. Non è più, neanche più la funzione dei mercenari non esiste più. I russi sono arrivati lì non soltanto con i soldati che dovrebbero garantire la sicurezza, i regimi di questi paesi che fino a un certo punto erano garantiti dai francesi o degli americani, ma hanno tutto un sistema, per esempio, le concessioni minerarie che vengono cambiate dai vecchi concessionari a quelli nuovi. Un sistema di influenze basato su giornali, reti internet, di consenso, di diffusione dell'immagine della Russia come avveniva all'egola delle Unioni Sovieti, la presenza sovietica in Africa, il socialismo contro l'imperialismo e tutte queste cose qua. I cinesi sono in una fase di passaggio. Fino ad adesso i cinesi non interessava molto il controllo di questi paesi, il controllo politico, militare di questi paesi perché bastava fare affari. Più erano autoritari e monocratici meglio erano perché è meglio fare una firma con uno che comanda tutti, che con governi che magari cambiano e cambiano idea. Adesso la Cina è nel passaggio dalla fase coloniale a quella imperialista. Cioè si accorta che se non controlla esattamente questi posti dove preleva le sue materie prime, prima o poi o li paga di più o non li danno più perché li danno qualcun altro. Allora crea basi navali, ci sono basi navali cinesi, algebuti, credo che sia una in costruzione. Una era prevista anche in Sudà poi è scoppiata la guerra civile e adesso credo sia ferma. Un'altra è prevista già sulla costa atlantica dell'Africa dove in realtà la Russia non è mai arrivata. E quello è l'esercizio imperialistico numero uno. Le flotte, i controlli del mare. Il mar, il dominio inglese, il dominio americano del mondo è un dominio maritimo. Controllare i punti chiave dove passano le vene jugulari dell'economia e del controllo politico. La Cina è in questo passaggio anche perché a seguito della disintegrazione dell'ordine americano che sopravvissuto più o meno fino al 2022 si formano dei blocchi contrapposti come erano nell'epoca della guerra fredda. Il blocco atlantico-americano con le sue appendici giapponese, australiane, sudcoreane, ecc. E il blocco euroasiatico-russo-cinese. Si stanno ponendo le pedine, disponendo le pedine gli uni e gli altri nelle zone grigie dove come nella guerra fredda si combattevano la ricerca delle materie prime, degli alleati, più caroni erano, meglio erano, perché erano più controllabili. Questo ha aperto per esempio agli africani, ma non solo agli africani, un'enorme quantità di possibilità nuove. Giocare tra gli uni e gli altri, mettere gli uni contro gli altri, vendere di più l'opertà nei confronti delle proprie porcherie, far accrescere il valore delle cose che vendi e chiudere gli occhi su quello che in quel paese avviene. Questo è il momento raffetto. I vecchi dittatori africani, le vecchie generazioni, Mobutu, si albara, quella gente li ha accampato fastosamente per decenni. Adesso queste nuove generazioni che sono altrettanto sanguinarie, ma più furbe, Mobutu, a uno non gli fregava niente se sul giornale cittadino scrivevano che era un lato, ma a uno non gli importava neanche zero. A questi invece hanno capito che c'è la comunicazione, che c'è la necessità di presentarsi diversamente, di nascondere e fare le finte elezioni, che noi quello vogliamo. Le elezioni, hanno fatto le elezioni, ma che volete di più? Non rompeteci le scatole, e tutti fanno elezioni ogni giorno, ogni ora, ogni momento, perché gli occidentali sono dei tonti, vogliono essere ingannati. La democrazia della gente che va lì e mette il dito sul lato, io ho visto delle elezioni africane, in paesi teoricamente al di sopra del nero sospetto, tipo il Kenya, in cui questi elettori andavano a votare. Poi, quando quelli del... Come si chiamano? Quelli che avevano gli sospettori? L'Osservatore internazionale dell'Ox. L'Osservatore internazionale dell'Ox, la gente anzianotta, svedesi, con problemi di prostata, il calcolo, scappavano come le eperi, il piccolo negretto che era andato ad esercitare il suo dito, arrivarono i camion dell'esercito, alzavano il cassone e facevano cadere due migliaia di schede elettorali già con scritto sopra, mori, eccetera, eccetera. Poi andevano quelle vecchie, le bruciavano dietro il coso, facendo un bel balletto di gioia, poi mettevano dentro le urne quelle lì. A noi ci siamo acconti... Ma cosa facevano in Tunisia, in Egitto, ma esattamente anche in quell'Africa lì, ma noi eravamo contenti, ma dai, Ben Ali faceva elezioni ogni primavera, administrative, presidenziali, politiche, e a Parigi impazzivano di gioia, bravo, il nostro amico Ben Ali, un vero democratico, eccetera, eccetera. E lo stesso Mubarak, gli americani, davano centinaia di milioni di gol di Mubarak, centinaia di milioni di dollari ogni anno che lo tenevano su, perché stesse bravo con Israele, non gli rompesse le scatole, e tenesse buona la gendaglia che poteva scatenarsi nelle strade, mettesse gli islamisti in galleo, li facesse, anzi, di più, se li eliminavano era meglio ancora. Questo era il rapporto con gli africani. Adesso lei mi dirà, ma lei ci fa conte delle belle storie, in cui ci sono i colonnelli che hanno preso il potere con la violenza, c'è un discorso per avere degli esercizi africani. Gli esercizi africani sono una cosa un po' diversa dagli esercizi europei. Quello è in tutto perché sono generalmente formati proprio dai poveracci più poveracci, quelli che non riescono a mangiare in alcun modo. Noi gli esercizi ogni tanto gli arriva, gli arriva qualcosa da mangiare. Quindi sono legati strettamente alle popolazioni, anche gli ufficiali, salvo i gradi superiori che hanno fatto andare a Saint-Cyr, hanno fatto andare in America, a insegnargli qual è il mondo perfetto. Quelli sono inquadrati e sono obbedienti. Poi ci sono quei gradi medi, più bassi, infatti i golpe, li fanno sempre i sergenti maggiori, i capitani, anche i primi, non so, San Cara, l'unico, grande, straordinario mito, l'unico non ha rubato mai niente, è stato ammazzato dal suo miglior amico finanziato, ponzorizzato, quello dei francesi. Allora, quelli sentono gli umori della gente e se lei girava il sahel francese, non trovava uno che non odiasse i francesi, ma li odiava con tutta la sua forza, sono maledetti, sono sempre tra i piedi, controllano tutto, l'economia, le banche, il presidente, l'esercito, la gendarmeria, ovunque sono. E così. Questi qua sono presi per i presidenti, o i presidenti dittatori messi lì da Parigi, erano cacciati via e sono venuti loro. Poi hanno bisogno di qualcuno che li aiuti, va bene la Wagner, ma se la Wagner ci rompe le scatole chiameremmo i cinesi o qualcun altro. Cioè è cambiato un po' il mondo, i golpe in Africa li facevano telefonando da Parigi, quando c'era qualcuno dei loro satrapi o pro consoli che non obbediva più tanto, prenda la costa lavoro, caso classico. Questo qui gli aveva venuto in mente che pure uno che aveva vissuto in Francia, un socialista, un mitterano, amico suo, gli aveva venuto in mente di cambiare un po' e gli hanno fatto un... gli hanno bombardato con gli aerei e ha messo un altro combinazione, uno che era funzionario della Banca Mondiale, del Pondo Monetario, i Vordiane, ma guarda un po', ma qualche combinazione di quella sorta di classe dirigente e sportabile ovunque che noi mettiamo qua e là perché sappiamo che non ci tradirà mai. E altri posti il golpe li facevano su telefonata. C'è un caso gramoroso, che è quello della Repubblica Centro-Africana, in cui non si sono messi d'accordo bene sui tempi, che non si, hanno telefonato al maggiore, al capitano, al colonnello che doveva essere presidenziale, allora alle 8 di domani mattina cuoci dalla caserma, vai e prendi il potere. Non si sono accordati bene, la France Press ha dato notizia il giorno prima del golpe. E di queste cose qua che è nutrita l'aversione, che è quello che chiamiamo il... non so come si è, il sud del mondo, a verso di noi, queste cose qua, questa gente ha memoria, a memoria. Domenico, grazie. Lì ci sono i libri Domenico. Abbiamo sforato il tempo. 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