Bambini, giovani, anziani: la qualità della vita nei territori
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Bambini, giovani, anziani: la qualità della vita nei territori
Analisi dei dati demografici per bambini, giovani e anziani, con focus su regioni vincitrici e disuguaglianze.
Un'estate di trance Un'estate di trance Un'estate di trance Un'estate di trance Un'estate di trance Un'estate di trance ma ci manca questa mano d'opera, questa fascia generazionale di giovani, lo chiamano de-giovanimento, ma chi meglio di me poi ve lo racconterà che cosa vuol dire. Però perché soffermarsi su questo? Perché lo squilibrio va gestito in un paese dove i servizi spesso mancano per equilibrare questi aspetti. E quindi adesso entriamo nel vivo dei dati e lascio la parola alla mia collega Marta Casadei perché a questo punto vi diamo la notizia che sarà domani sul giornale. Grazie Michela. Appunto parto subito con le tre vincitrici degli indici generazionali dell'edizione 2025 degli indici generazionali, la provincia di Lecco, perché si tratta di territori provinciali, vince per qualità della vita dei bambini, cioè dei bambini tra gli 0 e 14 anni. Per i giovani invece si conferma Gorizia che aveva già vinto l'anno scorso, qui si parliamo della fascia di età tra i 18 e i 35 anni. E invece per gli over 65 a vincere Bolzano, scalcazzando Trento che aveva vinto l'anno scorso. Che cosa abbiamo notato? Innanzitutto che c'è una grossa predominanza di tutta l'area del nord-est. Cosa intendiamo per nord-est? Intendiamo ovviamente il Trentino Alto Adige che abbiamo già menzionato. Bolzano è anche la seconda classificata nell'indice della qualità della vita dei giovani, quindi ha una leadership su più fronti. Parliamo anche di Emilia Romagna che negli anni ha avuto dei piazzamenti ottimi, soprattutto nella qualità della vita dei giovani. Quest'anno si piazza un po' meno bene ma è sempre presente, e della Lombardia. Quindi delle regioni che concentrano in parte ricchezza ma anche servizi, che vedremo poi saranno un fattore fondamentale. Faccio una breve tuffo nelle varie classifiche, ma ricordiamo che da domani alle 7 ci saranno tutti i dati consultabili gratuitamente sul sito del Sore 24 Ore, e partiamo dai bambini. Che cosa porta l'ecco in testa? Contate che questi sono 15 indicatori e ogni classifica è la risultante della media delle medie di questi indicatori. Tra gli indicatori spaziamo i risultati scolastici, quindi quello che riguarda la preparazione alfanumerica e numerica, parliamo anche però di investimenti nella spesa sociale per le famiglie con i minori, parliamo di posti negli asili nido, scuole con palestra. L'ecco vince in particolare perché ha un ottimo piazzamento nell'indice dello sport e i bambini, e poi anche perché è seconda per le competenze numeriche inadeguate. Cosa vuol dire? Che le province che si trovano in cima a questa classifica hanno le competenze numeriche più adeguate, lo stesso vale per le competenze numeriche invece alfabetiche. Ed è anche al secondo posto per minor numero di delitti denunciati a danno di minori. Cosa possiamo notare in questa classifica? Lo vedete, le ultime tre, ma insomma, dalla 103 alla 107, sono concentrate tante province del sud. Il mezzogiorno per quanto riguarda i bambini vive una sorta di contrasto, perché ha un ottimo tasto di fecondità. Pensate che Crotone, ma anche altre province calabresi, sono sul podio per il tasto di fecondità. Quindi c'è potenziale, ma in realtà questo potenziale rimane in espresso, perché la spesa sociale, per esempio, ma anche i servizi comunali per l'infanzia, le scuole con la mensa, i posti negli asili nido, vedono tutte queste province sul fondo della classifica. Qualcosa potrà fare il PNRR, vediamo che per quanto riguarda gli investimenti del PNRR, il sud è inevitabilmente anche perché una quota è destinata, diciamo, di default in testa. Quindi vedremo se nelle prossime edizioni potremo dire che qualcosa è migliorato. Passiamo ai giovani, che sono per tanti versi una delle generazioni più fragili, sono quella che fa da ponte, sono i genitori potenziali di domani e sono anche quelli che magari saranno gli anziani di domani o comunque dovranno assistere gli anziani di domani. Gorizia si conferma, dicevamo, che aveva vinto già l'anno scorso, è una realtà universitaria, una realtà di confine, quest'anno è capitale della cultura transfrontaliera insieme a nuova Gorizia, quindi è un posto sicuramente vivace, ha dei primati nelle organizzazioni di spettacoli, ma anche, diciamo, nell'età media, per esempio, al primo figlio, anche perché forse c'è una sorta di stabilità lavorativa, è una delle meglio piazzate per trasformazioni contrattuali a tempo indeterminato, che sappiamo, insomma, in Italia essere una garanzia di stabilità. Qui vanno molto male le città metropolitane, vediamo in fondo Roma, che chiude, insomma, questa fotografia sembra quasi strano perché Roma è una città piena di giovani, anche di studenti. Che cosa le penalizza? I canoni d'affitto, il rapporto al reddito sono veramente molto alti, anche la percezione di insicurezza e poi tutta una serie di cose, per esempio quest'anno abbiamo inserito gli incidenti strada ai notturni che vedono Milano all'ultimo posto, quindi, insomma, grandi città penalizzate da queste dinamiche. Passiamo agli anziani, insomma, sappiamo che è una generazione prevalente ad oggi praticamente e vede in test appunto Bolzano, che scalza un primato che è stato per, insomma, qualche anno di Trento. Bolzano è al primo posto, vediamo, per la spesa sociale per gli anziani, per le biblioteche, ha un basso consumo di farmaci per le malattie croniche, un po' per cultura, un po' forse perché si è più in salute. In questa classifica che vedete, poi vede anche Como, Cremona, quindi delle realtà lombarde e vede molte realtà del sud. In fondo vediamo dei divari importantissimi, prima di tutto sulla ricchezza. Le pensioni che sono molto alte nelle grandi città come Milano, Roma e al nord al sud sono tra le più basse e anche lì, insomma, questo si riflette anche, per esempio, sui servizi, sulla spesa sociale per gli anziani è molto bassa sempre al sud, anche la speranza di vita a 65 anni. C'è un fattore che differenzia il sud ed è quello delle reti sociali perché noi inseriamo, come ogni anno, il cosiddetto indice della solitudine, cioè quante persone anziane vivono da sole e Barletta, Andrea Trani, diciamo che è sempre la provincia in cui ci sono meno anziani solimenti, a Trieste invece ce ne sono, credo, più del doppio. Quindi, come vi dicevo, da domani alle 7 di mattina ci saranno tutti questi dati confrontabili, consultabili gratuitamente, quindi vi invitiamo a fare anche i vostri confronti. Passiamo al confronto, cioè quello che ci interessa, io richiamo Michela Finizio sul palco e poi chiamo anche i relatori che saranno con noi in questo primo momento, il già citato Alessandro Rosina, professore di demografia all'Università Cattolica di Milano, benvenuto. Mariangela Frank, professoressa presso l'Università di Trento, Dipartimento di Economia e Management. Stefano Granata, presidente, Conf Cooperative e Federsolidarietà, benvenuto. E, last but not least, Don Marco Pagnelli, direttore generale di Caritas Italia, grazie. Eccoci, Marta, grazie intanto, noi ci sediamo come trespolo, ringraziamo i relatori perché, in realtà, questi dati prendono vita solo se se ne parla, se si discute un pochino di quello che emerge dalle statistiche. Sappiamo che la qualità della vita è anche un po' percezione delle cose, però le statistiche parlano, i numeri parlano e quindi è giusto anche che si parta da lì per riuscire a ragionare su come è strutturato il nostro Paese. Visto che abbiamo iniziato anche cercando di giustificare la scelta a livello editoriale che come solo 24 ore facciamo nel prendere queste tre generazioni a come riferimento, chiederei ad Alessandro Rosina di aiutarci un secondo a capire perché è importante guardare queste tre generazioni insieme, nel senso che noi abbiamo parlato ad esempio di uno squilibrio demografico, come docente di demografia, volevamo farci aiutare da te a capire questo squilibrio quantitativo. Vediamo maggior quantità di anziani, bambini che mancano, giovani che appunto sembra che non ci siano, è uno squilibrio strutturale quantitativo, ma perché diventa poi così necessario anche pensare che questo incida sulla qualità della vita e diventi uno squilibrio insomma poi anche sociale? Sì, intanto buon pomeriggio e rinnovo i complimenti per questo sistema di indicatori che poi fa discutere tutto il Paese sul ranking ma soprattutto sugli indicatori e quindi su come migliorarsi anno dopo anno e vedere le potenzialità, le fragilità e dove eventualmente intervenire con l'obiettivo di tenere le cose assieme, le fasi della vita e il rapporto tra generazioni perché questa è la vera chiave, ciò che rende dinamica la demografia non è tanto di per sé la popolazione che aumenta o che diminuisce, è proprio come vengono gestite, come evolvono le fasi della vita e come viene gestito il rapporto tra generazioni e quando questi meccanismi non funzionano si va verso il declino e verso gli squilibri, quindi è la conseguenza di non mettere le persone nelle condizioni di costruire i propri progetti di vita, di vivere bene sia da giovani che dai bambini e che dai adulti e poter vivere in relazione positiva e combinare le varie generazioni. In più quello che è interessante è che vengono combinati in maniera anche sistemica varie dimensioni importanti perché c'è la dimensione temporale perché ormai abbiamo cinque anni e quindi abbiamo anche la possibilità di evoluzione, quindi c'è la coordinata temporale, la coordinata geografica, c'è quindi la possibilità di vedere la mappatura e l'evoluzione geografico-spazio-temporale e c'è poi il tempo delle generazioni che evolve e poi ci sono tutti gli indicatori che aiutano a capire gli aspetti culturali e sociali di servizi e quindi è proprio una combinazione che integra gli aspetti che consentono di avere uno sguardo sistemico e dinamico, che non è scontato, è difficile avere in maniera così combinata. E quindi è un'operazione importante tanto più in una epoca storica in cui tutto questo sta cambiando profondamente perché la longevità sta cambiando le fasi della vita, c'è una rivoluzione qualitativa nelle fasi della vita che non sono uguali a come erano prima, quindi vanno reinterpretate con strumenti nuovi che consentono di poterle vivere bene. E poi sempre la transizione demografica avvolta e aumenta la longevità, ridurre la natalità e quindi ci troviamo anche con squilibri e punti quantitativi nel rapporto tra generazioni, ma noi non dobbiamo solo preoccuparci che cambia il rapporto quantitativo tra generazioni, tra anziani e giovani, dobbiamo preoccuparci soprattutto della relazione qualitativa, cioè di come le generazioni possono stare assieme positivamente. Quindi quello che è interessante, non sono solo indicatori multidimensionali che vanno poi a collocare un ranking delle varie province, ma è anche vedere poi quali sono le province che al di là di non essere le prime, che in qualche modo attira sempre l'attenzione dei titoli, però riescono attraverso le politiche, attraverso le condizioni economiche e sociali, a far sì che di avere un buon politizionamento su tutti i Paesi. Quindi non sei il primo, ma sei posizionato bene tra i giovani, non sei il primo, ma sei posizionato bene tra gli anziani, bene, allora vuol dire che quel contesto lì è un contesto che sta andando nella direzione giusta perché sta integrando e tenendo assieme fasi della vita diversa e generazioni diverse. Quindi quello che è interessante vedere è che l'Italia sta andando verso un declino demografico, quindi una diminuzione della popolazione un po' trasversale, che di trasversale c'è l'aumento della popolazione anziana, lo vedevamo negli indicatori di primo, un 18% nei prossimi 10 anni degli over 65, questo è trasversale, tutte le ripartizioni aumentano del 18%. Mentre quello che è differenziato è l'aumento, la diminuzione dei bambini, ma ancora più differenziato è quello dei giovani. Ed è interessante vedere che le province che riescono a collocarsi bene nei tre indicatori sono le province che meglio resistono al declino demografico, agli squilibri demografici. Sono un'area che mette assieme una parte dell'Emilia Romagna, quindi c'è Bologna, una parte dell'Emilia Romagna, una parte della Lombardia, una parte del vento, Verona in parte Vigenza e poi il Trentino Alto Adice. Questa è un'area geograficamente omogenea, che è l'unica area ormai in Italia che ha un segno più timido rispetto alla popolazione, ma quello che è interessante è che c'è l'Aper che ha gli indicatori che riguardano le condizioni di benessere di bambini, giovani e anziani, che sono indicatori che tengono, che sono positivi e che quindi consentono alla qualità della vita in quelle fasi di essere vissute bene e di conseguenza quindi attraggono anche più giovani. E quindi anche hanno una demografia meno negativa. Sì, è questo lo sforzo di vederlo in modo trasversale rende, come hai appunto sottolineato, riesci a dare una lettura un po' più approfondita di quello che poi vedrete rimbalzare da domani sulle cronache locali, perché ovviamente il meccanismo della classifica fa scattare i primi, gli ultimi e i titoli di tutti quanti. E per giorni se ne parla. Però ovviamente è un dibattito che attraverso gli indicatori fa vedere anche tanti livelli e tante realtà. Passerei la parola a Mariangela Frank, professoressa lei, alla fine penso sia al terzo anno che le facciamo vedere queste indagini e gliela facciamo commentare. Sono curiosa di capire un po' quello che chiaramente anche da un territorio come quello del 31 Alto Adige secondo lei emerge anche in questa ultima edizione attraverso la lettura degli indicatori. Grazie, un piacere essere qui, un piacere commentare insieme a voi i dati. Grazie all'assistente che ha già anticipato che al di là del posizionamento primo, terzo, secondo, quarto, la provincia di Trento si piazza bene su tutte e tre le fasce di età. Questo chiaramente crea un contesto nel quale è più facile vivere, più facile relativamente più facile fare bambini e anche invecchiare. Detto questo io però quest'anno vorrei concentrarmi proprio sui giovani, un po' per il mestiere che faccio, ho sempre avuto curiosità, interesse, mi stanno a cuore i giovani, un po' per differenziarmi perché sugli anziani ho già detto parecchio. Allora giovani, intendiamo come è già stato ampiamente detto, quella fascia di età entro i 34 anni. Allora cosa ci dicono i dati? Io vorrei partire con tre numeri non di più. Ci dicono che questa fascia di età cresce. Cresce, questo ne parlavamo ieri con Alessandro Rosina, è da un lato il frutto di un andamento demografico che verso il 2008-2010 ha avuto un piccolo miglioramento e quindi adesso 13, 14, 18 sono qui. Ma guardando altri dati che arrivano dal rapporto idos sulla immigrazione, a mio modo di vedere derivano anche dal fatto che c'è un tasso di immigrazione interna molto più alto in Trantino che da altre parti. Cosa vuol dire? Vuol dire che famiglie di persone emigrate qualche anno fa che stavano in Veneto, in Lombardia, in Emilia Romagna, si sono trasferite negli ultimi anni in Trantino. E perché si sono trasferite qui? Si sono trasferite qui per tre motivi principali. Perché c'è un sistema scolastico che funziona bene, perché c'è un clima di accoglienza relativamente migliore rispetto da dove erano partite e perché ci sono possibilità occupazionali. Bene, quindi questa piccolissima osservazione sui dati demografici. Questa fascia di età, 14, 16 meglio, 34, sono in Trantino, rappresentano il 26,5% degli occupati. Questi sono i dati dell'agenzia del lavoro. Quindi alla faccia degli sdraiati eccetera eccetera, questi qui lavorano. E l'ottima notizia è che in questi ultimi 4-5 anni è cresciuto, già stato detto a livello nazionale, ma in Trantino vale anche per il Trantino, il cosiddetto lavoro stabile. Cioè la conversione dei contratti di lavoro temporanei in possibilità di lavoro a tempo indeterminato. Terzo elemento sul quale vorrei costruirmi, poi quello che dirò nel secondo giro, è un'osservazione sul sistema scolastico in generale, ma in particolare sui laureati, perché poi c'è il grande tema, fuga dei cervelli eccetera. Bene, in Trantino, negli ultimi 5 anni, no 50, 5 anni, i laureati sono passati da poco meno di 2.100 a 4.000. Naturalmente non sono tutti i Trentini, non hanno tutti la residenza qui, però, voglio dire, perché dico questo? Perché se anche non abbiamo il dato disaggregato a livello di provincia, è assolutamente da aspettarsi il fatto che una parte di questi giovani vadano, vadano a cercare esperienze di lavoro, di continuazione della formazione, via, fuggano, come si diceva. Guardate bene, sono sempre andati via i giovani in cerca di migliori opportunità. Chiaramente le condizioni economiche generali migliorate consentono che questo possano farlo e lo fanno. A mio modo di vedere, in via del tutto provocatoria, è meglio che li lasciamo andare. Perché ci dobbiamo porre il problema di giovani che vogliono andare a fare esperienze fuori, come facciamo a trattenerli? Non ha neanche senso. Così come, altrettanto provocatoriamente, non ha senso pensare di essere in grado di attrarre significativamente cervelli che vengano da altre parti d'Italia, d'Europa o addirittura da Harvard. Detto questo, quindi io non mi concentrerò sui laureati giovani che vogliono andare. Scommetto che se io chiedessi qui in sala tra figli, figli di parenti, di conoscenti, di amici, quanti sono i ragazzi che attualmente sono a fare un'esperienza fuori, si alzarebbero moltissime mani. Ma va bene così. Quello che io vorrò fare nel secondo giro è fare una proposta di come fare a trattenere invece qui, qui in Trentino ma in Italia, giovani che magari non necessariamente vogliono laurearsi o non adesso e che naturalmente hanno bisogno di lavorare. Detto questo, ultima cosa. Il vostro direttore Tamburini l'altro giorno parlava a livello italiano di 500 mila posti di lavoro che non riescono ad essere coperti. Perché? Perché c'è questo mismatch tra quello che le aziende cercano, figure, prevalentemente figure tecnico-professionali, anche alcuni... posti a livello di responsabilità dirigenziale ma sono pochi. Maggiore parte è le competenze. Io ho girato il festival ovviamente, ho sentito tante volte parlare di competenze, di necessità di creare le competenze, eccetera eccetera. Bene, io umilmente dopo avrei una proposta da fare. La lasciamo per il secondo giro di domande. Continuerei io invece a fare questo primo giro andando a chiedere a Stefano Granata. In questi dati abbiamo visto come al di là di una serie di condizioni legate alla natura del territorio, alla storia, tanta differenza la facciano i servizi che vengono costruti sul territorio anche per riequilibrare queste differenze. Voi vi occupate di questo. La partita del benessere è sempre più giocata su questo tema. Dal vostro punto di vista che lavorate sul territorio quali sono magari le criticità o le cose più interessanti di questi indicatori? Intanto adesso sono in antesa anche io della proposta. Mi incuriosisce molto perché è un tema. Devo dire che questa ricerca, i dati che ne escono coincide molto con la nostra percezione perché noi lavorando abbiamo più di 6000 organizzazioni che si interessano proprio di servizi alle persone in tutta Italia. Sappiamo benissimo quanta è diversa la qualità dei servizi che possiamo offrire da territorio a territorio. E' molto coincide, evidente, dipende dalle risorse, dalla cultura di quel territorio, dalle opportunità di sviluppo che quel territorio dà. Perché poi se parliamo del nuovo generazione bisogna pensare alle prospettive e non solo al dato attuale. Quindi la trovo molto interessante e lo dico da parte nostra il fatto che una realtà come Sole24h lo porti. Certo, è la classifica che interessa perché poi anche calcisticamente parlando sono le classifiche che dividono, aiutano, promuovono interesse. Però dietro la classifica ci stanno delle realtà e portare, fare emergere un oggetto di questa natura è fondamentale perché sappiamo benissimo che nel post, nel Covid sembrava che l'infrastruttura sociale dovesse essere al primo posto. In verità poi appena terminato lo spauracchio siamo tornati su altri lidi. Il fatto che venga posta questa questione sul benessere che comunque in ogni caso sulla richiesta di benessere dei cittadini che degli effetti li sta producendo. Anche io mi fermerei, perché questa indagine è interessante, sulla parte giovani un po' perché hanno assimilato, è ormai intrinseco nel loro spirito la richiesta di benessere, cosa che forse nelle generazioni precedenti non c'era o non era al primo posto. E in qualche modo sicuramente influirà anche quella delle generazioni, o no, dopo dei bambini. Quindi oggi la generazione di mezzo ha gioco un ruolo fondamentale e io sono abbastanza convinto, l'ho detto già altre volte, che in passato, penso la mia generazione, quando i giovani si muovevano qualcosa combinavano perché erano numericamente tanti, quindi, che ti muovi su una piazza, che votavi, che qualsiasi cosa ti inventava, che creavi costume, tendenze, eccetera eccetera, e influivi. Oggi i giovani sono pochi, sono numericamente pochi e allora, come è insito in tutte le generazioni che fanno fatica a riconoscere ciò che hanno lasciato le generazioni precedenti o comunque lo vogliono contestare, o nel miglior del caso cambiare, modificare, oggi c'è in corso una sorta di rivoluzione sottile sotto traccia che purtroppo però si muove in due direzioni diverse, cioè abbiamo, come nei territori appena descritti, come dire, una fascia giovanile che ha questa opportunità e quindi sono quelli formati a valore aggiunto perché tecnologicamente avanzati e possono giocarsi anche nel mondo del lavoro un ruolo importante che stanno mettendo in crisi un modello organizzativo. E qual è la loro rivoluzione? Che in passato, sappiamo benissimo, alla ricerca del posto di lavoro uno diceva mi presento e alla fine veniva scelto o non veniva scelto, tanto ce n'era una fila dopo di lui, potevo permettermi di scattare, oggi le imprese non si possono permettermi di scattare più nessuno perché c'è quel mismatch di cui si diceva mette in difficoltà la produttività delle imprese. E la rivoluzione vera qual è che questi giovani possono dettare loro le condizioni e guarda caso quando dettono le condizioni lo fanno proprio sull'indice di benessere, sono la possibilità, viene detto appartemente nei collochi, il lavoro non è la cosa più importante della mia vita, che sia la conciliazione, passatempe, altri interessi, eccetera, eccetera, piuttosto che l'organizzazione della giornata, pensiamo alla richiesta di Welfare, piuttosto che allo smart working, cioè sono loro che pongono e in qualche maniera obbligheranno a cambiare dei modelli organizzativi non solo delle imprese ma dei via poi di tutte le istituzioni, le imprese saranno quelle che accelereranno perché i motivi di produzione devono accelerare il cambiamento. Purtroppo però c'è una seconda via rivoluzionaria che è fatta di quei giovani e anche qui Miss Match lo evidenzia che non hanno nessuna intenzione né di lavorare né di studiare perché non vogliono andare a lavorare a farsi sfruttare, non hanno voglia di farsi un mazzo per prendere quattro soldi, per non avere potere d'acquisto, vivono in società agiata e quindi è anche quello che va interpretata come una sorta di ribellione, non va preso solo come una passiva situazione di dire non ho voglia, non ho sono sdraiato eccetera eccetera. Io in questo sistema non mi ci trovo, a questo punto sto lì, voglio vivere dentro questo sistema ma io passi non ne faccio e vivo di risulta con tutte le situazioni emergenziali che questo comporta. È evidente che questo tipo di rivoluzione influirà il modo di vivere di tutto il contesto e tutti gli indicatori anche e questa cosa trasversale non riguarderà più solo alcuni territori, generalmente siamo detti, perché anche i territori più sviluppati la incorociano questa rivoluzione e dovranno farci conti e quindi da questo punto di vista, un punto di vupe al quale sono interessato anche la proposta, poi ci arriverò anche in un'altra io a dire cosa stiamo facendo perché tutto questo poi muove delle spaccettature e richiede anche delle risposte. Vado da Don Marco Pagnelli, noi quando abbiamo iniziato a lavorare su questi tre indici abbiamo definito queste tre generazioni trasversalmente fragili perché ciascuna di queste ha delle criticità o sta vivendo dei momenti appunto di passaggio che poi rischiano di avere degli effetti a lungo termine. Voi vi occupate di quella fascia di popolazione che a livello trasversale è fragile perché ha delle difficoltà economiche, vivi ai margini della società, quindi avete proprio uno sguardo forse il più diciamo lucido sui divari che insomma che il nostro Paese sta accentuando tra l'altro sempre di più, vediamo che negli ultimi cinque anni la crisi economica non ha fatto che peggiorare le situazioni. Quindi le volevo chiedere appunto come legge questi dati anche in relazione a quelli che poi voi nelle vostre attività quotidiane raccogliete sul territorio. Sì grazie, ben trovate, ben trovati, sì la nostra è una lettura della realtà dal basso, sono più di 6.000 ai centri di ascolto e servizi in rete tra di loro che ogni giorno si mettono in ascolto grazie al servizio di tanti volontari e operatori e che registrano una realtà che conferma quanto ci stiamo dicendo. Soprattutto con l'attenzione nostra che è quella di essere sempre più attenti agli ultimi della fila e soprattutto a tenere questi ultimi della fila all'interno della nostra comunità perché le povertà che oggi noi registriamo, le miserie che noi oggi accogliamo rischiano di formare, come dire, deghetti all'interno delle nostre comunità e questo di certo non ci aiuta. Un ascolto che diventa accompagnamento, un ascolto che diventa anche poi opera grazie a quanto si fa sui nostri territori non soltanto con i famosi fondi 8x1000 che arrivano dalla firma di tanti italiani e che ci permettono di porre dei segni di speranza che vogliono educare la nostra comunità ma penso anche a quanto si riesce a fare con tanti altri stakeholder che appunto ci permettono di farlo. Ci sono alcuni che vogliono dare risposte concrete ai bisogni ma allo stesso tempo di indicare delle vie. Credo che oggi la sfida più grande per esempio ed è venuta fuori in maniera tangibile, evidente dalla pandemia è la cura dei minori soprattutto dei 0-3 anni. Una ricerca fatta nel 2024 insieme anche a Sevi del Cidren ci dice che sono le famiglie che si rivolgono maggiormente a noi soprattutto famiglie che hanno minori perché le spese dei minori pesa molto sul bilancio familiare. Questo insieme al tema del lavoro povero, anche della mancanza dei servizi e i suoi territori, qui confermo quanto veniva detto precedentemente, le grandi disuguaglianze purtroppo sono segnate anche dalla mancanza dei servizi. Nel sud del Paese mancano servizi che permettono per esempio ai minori di avere un pasto garantito, almeno un pasto garantito al giorno. Cioè veniva fuori dai dati raccolti durante la pandemia che con la chiusura delle scuole tanti minori non riuscivano ad avere un pasto buono, diciamo così, almeno un pasto al giorno. Quindi minori che rischiano di rimanere, scusate l'espressione, appiccicati alla povertà. Uso questo termine perché in un nostro rapporto abbiamo parlato della povertà minorile come una povertà dai pavimenti appiccicosi. Cioè quella povertà che poi ti costringe, ti fa rimanere legato a quello stato di vita che poi è diventata una povertà ereditaria. Noi per primi l'abbiamo un po' denunciato perché la nostra profezia sta proprio in questo, cioè nella lettura del bazzo riuscire a vedere quello che poi istant e tutti gli altri certificheranno dopo. Questa povertà che si può e oggi in Italia si può ereditare fa venire fuori molto il tema della mancanza di funzionamento dell'ascensore sociale, che ha fatto grande il nostro paese e che oggi sembra che si sia arrestato. Cioè se nasci in una famiglia in difficoltà la tua storia, la storia di quel ragazzo, di quel minore, del giovane è insegnata. Rimani nonostante i meriti, nonostante anche i talenti che questi ragazzi, questi giovani dimostrano, si è costretta a rimanere in quello stato di povertà. Questo segna molto l'esperienza anche dei giovani che noi accogliamo nei nostri centri di ascolto, che sono soprattutto giovani immigrati in questo caso. C'è una divisione netta perché gli immigrati sono quelli che arrivano ai nostri servizi e a volte i dati ci dicono anche per più di 5 anni. Quindi vuol dire che un giovane, un giovanissimo che arriva in Italia da immigrato o che nasce in una famiglia di immigrati fa fatica di inserirsi, di includersi, a fare il suo cammino. Quindi per più di 5 anni si rivolge ai nostri centri di ascolto, mentre i giovani italiani, divisione bruttissima, ma i giovani italiani sono quelli che però ci dicono che sono i primi ad impegnarsi nelle situazioni di emergenza. Quindi da una parte mi viene da dire che i giovani oggi sono la speranza, il presente del nostro Paese pronti ad impegnarsi, a preoccuparsi anche del proprio Paese, dall'altra i giovani immigranti invece sono quelli che maggiormente si rivolgono, fanno fatica. Ultimo dato sugli anziani, che è qualcosa che a me allarma tanto, gli anziani sono tra le 278.000 persone accolte nel 2024 dai nostri centri di ascolto e non solo una volta, quindi immaginate che poi alla media sono almeno 3 incontri con loro, ci dicono che gli anziani sono ancora pochi quelli che si rivolgono a noi, però sono in aumento. E se vale la regola che vi dicevo prima, che noi riusciamo a intravedere alcuni fenomeni un po' prima rispetto ai dati ufficiali, all'agenzia ufficiale mi viene da dire che questa sarà l'emergenza del futuro. Anziani che sono costretti ad immigrare anche in altri Paesi, che lasciano anche la nostra Italia per vivere meglio in altri Paesi europei, anziani che per esempio stanno rinunciando la cura, la famosa poverta sanitaria, rinunciano la cura per aiutare i propri figli, i nipoti o rinunciano la cura con la famosa pensione sociale, perché noi naturalmente siamo quelli che incontriamo gli ultimi della fila, quindi quelli con la pensione. Non riescono, se non hanno casa sono anche quelli che per esempio hanno bisogno anche del nostro sostegno con gli aiuti alimentari. Quindi le fragilità sono trasversali in queste tre generazioni? Surgli anziani dico semplicemente un altro dato, la questione rispetto alla nuova povertà che noi registriamo per loro che è la solitudine. E qui si inverte completamente la storia del nostro Paese, sono soprattutto al nord persone che noi incontriamo, che vengono ai nostri centri d'ascolto semplicemente perché hanno bisogno di parlare. E ahimè frequentano le nostre menze, che non sono proprio ristoranti gourmet, mi permetto di dire, ma frequentano le nostre menze perché così non sono soli a casa. Questo è un grande tema, infatti ringrazio Don Marco Pagnelli, perché noi abbiamo voluto proprio due anni fa inserire nella qualità della vita questo indice della solitudine, perché ci sembrava un tema urgente nell'ambito della misurazione del benessere della nostra società. E quindi sicuramente è un grandissimo tema che poi ha a che fare anche molto con la qualità della vita. A questo punto vi do un po' di coordinate, nel senso che gli ultimi 20 minuti li lasciamo all'intervista che farò con Raffaella Milano di Save the Children, perché presenteremo anche un sondaggio inedito che sarà sempre sul sole 24 ore di domani. Però facciamo un ultimo giro, a questo punto svelando il segreto. Però incomincerei d'Alessandro e Rosina, perché l'ultimo giro vorrei lasciarlo per parlare in termini costruttivi appunto di progettualità e di cose concrete che si possono fare davanti a questo squilibrio e a queste fragilità che abbiamo descritto. Chiederei a Rosina di fare un attimo il punto su... Prima abbiamo descritto una macroarea di questo Paese dove sembra muoversi un po' qualcosa per ridefinire un equilibrio che manca. Ma qual è la ricetta di questi territori? Su cosa si riesce a far leva per fare in modo che nella media dimensione, perché poi sono città anche di media dimensione perlopiù, non tante grandi città riescono a vincere in questi aspetti. Questo è un punto importante. Dobbiamo avere in mente alcune cose fondamentali di quello che sta succedendo. Alcune le ribadisco, alcune le cerco di chiarire ultimiormente. Ovunque va a aumentare la popolazione anziana. Quindi ovunque, non dico in Italia solo, ma in tutta Europa, tutti i paesi che si sono sviluppati eccetera, c'è una sfida trasversale a fare in modo che la quantità di anni in più diventi qualità della vita da vivere bene. Questo ce l'hanno tutti i territori, tutti i paesi. C'è un altro elemento che caratterizza un po' tutti ed è che in nessun Paese che arriva verso la fine della transizione demografica, c'è una fase più avanzata della transizione demografica, si riesce a mantenere una fecondità attorno ai due figli per donna. Cioè tutti vanno sotto. Cosa vuol dire? Vuol dire che i giovani vanno a ridursi progressivamente ovunque. Di più in Italia, perché la fecondità è più bassa da più lungo tempo su livelli più bassi, ma con forza differenziale all'interno del territorio, ma anche negli altri Paesi europei, anche quelli che hanno investito maggiormente sulla trattazione dei giovani, sulla valorizzazione eccetera, hanno una fecondità sotto i due figli per donna. La Francia addirittura è scesa a 1,7, 1,6, anche a Svessia eccetera. La Germania. Cosa vuol dire? Vuol dire che ci sarà una competizione sempre più forte all'interno dei territori, tra Paesi, tra territori, per attrare giovani ben formati. E chi perderà questa competizione avrà ansiani che invecchiano male, perché non c'è nessuna possibilità di invecchiare bene se non ci sono i giovani. E questa cosa già la vediamo nei territori interni del Paese. Se noi facciamo il quadro dei territori interni del Paese, cioè aree rurali, montane, eccetera, quelle più isolate, vediamo che si stanno spopolando e stanno invecchiando e i servizi di base non sono più sostenibili a un certo punto. E quindi diventano aree che devono essere assistite senza prospettive di poter migliorare. Quindi che cosa vuol dire questo? Vuol dire che noi dobbiamo valorizzare al meglio i giovani che ci sono, cioè partire da quello, dalla piena valorizzazione dei giovani. Cioè non dobbiamo mettere nella condizione di pensare che siccome il territorio, l'Italia, i territori in qualsiasi modo, sono in declino e quindi non ci saranno prospettive, non ci saranno opportunità, loro o si adattano questo declino all'assenza di opportunità, oppure se devadano, ci va bene che se devadano. Anzi, dobbiamo fare il contrario, cioè allineare al rialzo le opportunità, le prospettive dei territori al meglio di quello che i giovani possono offrire mettendo nelle condizioni di dare il meglio di sé. Questa è la ricetta e dove verrà meglio interpretata avremo territori che saranno meglio in tutte le fasi della vita e anche in prospettiva. Partire dai giovani è un assist penso per la professoressa Frank perché partiva anche lei nel senso che abbiamo capito che è una generazione chiave anche per stringere questo patto generazionale. Ovviamente sono i genitori di domani, sono gli anziani di domani e quindi è chiaro che lì andrebbero gli investimenti. Prima ci raccontava la professoressa che ovviamente qualcuno in Trentino se ne va per fare esperienza, però qualcuno resta e quindi volevo capire proprio qual è la sua ricetta anche in termini di formazione per dargli le opportunità di sviluppo e di futuro, il futuro, la parola chiave. Allora prima di tutto ricette no, mi scuso perché non volevo creare nessuna suspense, sono una lettrice di gialli però non volevo arrivare a questo. Comunque la mia proposta è questa. Allora, posto che ribadisco, io ho voluto concentrarmi ma mi fa piacere perché siamo tutti allineati su questa fascia di età, 14-34 anni, ecco aggiungo concentriamoci su quelli che non espatriano. Va, insomma non è difficile questo. Cioè come facciamo a trattenerli? Allora, niente che non sia già stato inventato da altre parti del mondo. Prendo come riferimento il sistema tedesco, perché lo conosco un pochettino ma non è l'unico, della famosa house building. Cos'è l'house building? O sistema duale. Che cos'è? È la scelta, lasciamo stare i licei, ma gli altri istituti tecnico professionali affiancano, dopo i primi 2-3 anni, al percorso scolastico un percorso in azienda. Ma non è il tirocinio, non è l'alternanza, 15 giorni, sono 2-3 anni per cui il ragazzo o la ragazza fa 3 giorni in aula e 2 giorni o 4 giorni, un giorno, insomma dipende, in azienda. Alla fine la persona ottiene una qualificazione scolastica, un diploma, ma ottiene anche una qualificazione diciamo professionale. Perché? Perché c'è un esame che viene fatto alla fine di questo periodo, in Germania lo fanno presso la camera di commercio, che dà loro una sorta di patentino. Cosa dice il patentino? Per 2-3 anni hai fatto il tirocinio, poi hai lavorato in questa azienda e hai acquisito delle competenze. Ok, allora facile? No, che cosa c'è alla base? C'è un commitment molto forte tra il sistema scolastico e il politico e la scuola. Ma perché si dovrebbe copiare questo? Molte volte copiare è un'opportunità per migliorare o, tanto meno, per introdurre innovazione. Ma perché prima di tutto ne abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di queste famose competenze. Ma come si acquisiscono queste competenze? Si, a scuola certo, rinnovando i programmi sicuramente, ma non basta. Perché dovrebbe interessare l'azienda? Perché c'è un'opportunità per loro di, innanzitutto dopo i primi x mesi, durante i quali la persona che è in azienda, fra virgolette, perdonatemi, fa perdere tempo al tutor, eccetera, poi, siccome sta tanto tempo, impara, produce. La buona notizia è che questi giovani, nel sistema house building duale tedesco, hanno un salario. Hanno un salario che non è simbolico. Quindi è una scelta che vede. Vede, classica situazione win-win. I ragazzi e le ragazze acquisiscono un titolo e un'esperienza che è certificata dalle imprese stesse. Le imprese hanno, dopo un po' di tempo, a disposizione una risorsa che comunque contribuisce a generare il reddito dell'azienda per quegli anni lì. Un'altra cosa che secondo me è ancora più importante è che, già stato detto, il modello di lavoro dei giovani è cambiato. Non è il mio mestiere, quindi non entro, ma le motivazioni sono tantissime. Comunque è cambiato il senso del lavoro. E quindi anche il fatto di avere un lavoro stabile, sì, è importante, ma non è l'elemento che tratterrà i giovani in quel posto per tutta la vita. No. Allora, qual è il vantaggio per le aziende? Perché se parliamo di un insieme di aziende, non di una, come è in Germania, hanno a disposizione un pool, brutto da dire, ma insomma per capirci, di giovani altrettanto formati, magari in un'altra azienda, che certificati perché professionalmente hanno superato l'esame finale. Per cui anche il turnover, che è un elemento difficilissimo da gestire per l'impresa, perché chiaramente sono rallentamenti, sono denari che se ne vanno, etc., viene molto ridotto, perché c'è la disponibilità. Per i giovani, se ci pensiamo bene, è un modo di anticipare l'orientamento e l'inserimento. Poi se mai decidi che in quell'azienda hai fatto una bella esperienza, ma non starai lì, andrai da qualche altra parte, ma ci andrai con una competenza e con una forza contrattuale un po' diversa. Questo è un cambio di paradigma significativo, anche l'idea che ci sia per giovani non completamente formati anche un salario che possa permetterli di accedere anche a servizi, prodotti, etc., e far girare l'economia come si dice è sicuramente una proposta interessante. Una cosa, poi chiudo. Una cosa breve perché dobbiamo accederare. Questo è il libro dei sogni? No, allora prima di venire qua, ho voluto studiare, mi sono anche confrontata con qualche categoria professionale. E ho detto, per esempio gli artigiani, ma dico, sta in piedi questa cosa? No, ma noi non aspettiamo altro, stiamo arrancando un po', cerchiamo, quindi se si creano le condizioni anche politico, istituzionali, noi ci siamo. Quindi è una proposta realizzabile per lo meno appunto secondo le categorie. Stefano Granata, lei parlava di questo cambiamento di paradigma, voi vi occupate anche di formare, avete la diretta esperienza con giovani da formare, da impiegare nei servizi, non è così semplice, ci racconta un po'. Anche partendo dalle considerazioni appena fatte, abbiamo visto che gli indici sono alti perché il livello di qualitativo e il quantitivo dei servizi è alto, ma c'è qualcuno che deve fornire questi servizi, che deve avere professionalità, deve, deve, deve, eccetera. Il problema è che viviamo in un paese dove il lavoro sociale è profondamente svalutato. Il lavoro sociale è il lavoro dei poveracci, degli ultimi della catena. E questa cosa ovviamente non può essere attrattiva per i giovani, questo è evidente. Abbiamo visto sul lavoro di cura, che saranno sempre a crescere, come l'abbiamo risolto in questo paese, facendo incetta di donne straniere che sono utili a fare le badanti, sfruttandole pure. Oggi si entra in un ospedale, in un RSA, non c'è un OSCH che sia italiano. Gli infermieri, pochissimi, ma veramente alcuni territori non c'è un italiano. Infermieri, uguali. Gli ospedali, se uno mette i piedi in una corsia di ospedale, se ne accorge. Allora, è chiaro che noi stiamo facendo investimenti sulle figure di cura, perché sono fondamentali, ma il grido dell'arme più importante è sulversante educativo. Perché è un lavoro sottopagato, ma il problema non è solo, ovviamente, di stipendio, è di riconoscimento sociale. Perché ovviamente il valore economico è legato anche al riconoscimento sociale che c'è dentro un contesto. Cioè, è pochissimo riconosciuto dal punto di vista sociale e tanti dei ragazzi non colgono nemmeno, come dire, l'istanza di affrontare un lavoro educativo, di provare a studiare per mi occupo di... perché è talmente basso la scada dei valori e fondamentalmente oggi fare educatore non è sostenibile. Per un giovane che vuole proiettarsi, guardate, sono d'accordo anche io, non è proprio il tempo indeterminato. Noi nel nostro mondo l'80% è tempo indeterminato e pure non riusciamo a trovare. Ma perché abbiamo dei valori di reddito che non sono competitivi con altri. Perché è tutto basato molto sulla relazione. E la relazione apparentemente o in prima estanza non ha il valore aggiunto dal punto di vista, ad esempio, della tecnologia. Però lo sappiamo, nel costruire un'infrastruttura sociale è fondamentale. Pensate alla scuola, pensate ok. Quindi la vera chiave di volta sta proprio lì. Ridare fiato al valore sociale con misure che possono essere come quella... però ci vuole un patto istituzionale molto forte, ci vuole un Paese che sappà orientare. Non è semplicemente dire sulle nuove generazioni, questo è un esito che diciamo noi, ma proprio cosa? Mettere una scada dei valori all'interno della propria comunità. È chiaro che se la mette al primo posto è evidente che anche i giovani hanno maggiore attrattività e riusciremo a costruire un'infrastruttura sociale che abbatta un po' delle disabilianze di questo Paese, ma è un vattore fondamentale. Senza quello, noi lo vediamo, si abbassa la qualità dei servizi. Io lo dico qua, la qualità dei servizi da noi erogati globalmente si è abbassata. Perché o mettiamo al lavoro scappati di casa, che è lì che proprio non ha niente da fare, e tu cerchi di formarli. Ma voi capite che è un conto scegliere e un conto subire. E abbiamo capito che la qualità dei servizi è strettamente legata alla qualità della vita. Don Marco, la vedevo sorridere amaramente durante questi interventi, come di chissà di cosa si sta parlando purtroppo. Pensando alle tre categorie di persone di cui abbiamo parlato, con attenzione ai giovani penso che al di là dei patti istituzionali credo che sia importante tornare a lavorare con le comunità. Perché sono le comunità che accompagnano i giovani, sono le comunità che si prendono cura degli anziani, sono le comunità che sono attenti ai minori. Quindi il lavoro ha anche la funzione pedagogica di Caritas, ma di tutta la Chiesa, è quella di costruire comunità solidali che sanno integrare. Poi visto che non abbiamo troppo tempo, mi accancio tutto il lavoro sul sociale che è soprattutto un'attenzione per i giovani, dobbiamo uscire fuori dalla logica del progettificio. Il lavoro con la comunità, con i minori, ma anche adesso con gli anziani è tutto legato ai progetti. Si rincorre il progetto per poter dare continuità. Qui ci sia bisogno di fare delle scelte concrete che devono durare nel tempo e che riescono poi ad attrarre quei giovani. L'ultima cosa sui giovani, abbiamo parlato di giovani, ma l'età media di questo tavolo non è proprio giovanissima, mi permetto di dire. Noi come Caritas, per esempio, la scelta che stiamo facendo adesso con i giovani, devono essere loro a pensare un progetto per la loro città, per il loro quartiere. Se vogliamo dare futuro ai giovani, cominciamo a consegnare il presente. Questa è una bella sfida, sicuramente, anche dare l'opportunità, insomma, vuol dire. Assolutamente, infatti possiamo immaginare anche di coinvolgerli nei prossimi giorni anche nel commento di questi dati. Ringrazio i relatori, ringraziamo io e Marta i relatori che ci hanno in realtà fatto riflettere su tantissimi aspetti. Adesso abbiamo del materiale anche per discuterne con la prossima relatrice. Ovviamente questo palco, attenzione, ha una pedana per cui dico di stare attenti perché so che non è sempre facile. Allora, chiamo sul palco Raffaella Milano, che è la responsabile del Polo Ricerche di Save the Children. Ringrazio di essere qui, mi siedo di fianco a lei, così evitiamo. Assolutamente. Allora, diciamo che di materiale ce n'è tantissimo, nel senso che abbiamo appena affrontato tantissimi argomenti. Dottoressa, chiedo una cosa di questo tipo, nel senso che noi quest'anno abbiamo deciso, anche lo vedrete domani sul giornale, di esplodere, esplodere si dice così un po' in termini giornalistici, ma nessuna esplosione, non vi preoccupate, però di dare più spazio all'indice dei bambini, alla qualità della vita dei bambini. L'anno scorso lo avevamo fatto sui giovani, abbiamo capito da questo tavolo che ce n'è bisogno e sono una generazione chiave. Quest'anno abbiamo deciso di farlo con i bambini, quindi avranno due pagine dedicate. E quindi i sindicatori ci hanno raccontato tantissime fragilità di questo Paese, tantissimi divari. Voi con Save the Children li misurate tantissimo, perché il Polo Ricerche questo fa. Però le chiedo, ovviamente, attraverso l'analisi che abbiamo fatto anche un po' insieme, perché ci siamo confrontate, secondo lei da questa qualità della vita dei bambini, cosa possiamo sintetizzare, che voi conoscete anche molto bene? Intanto grazie per questo lavoro, perché è prezioso, sì, al di là della classifica per riflettere e ragionare, come si è visto anche nel panel precedente. Secondo me quello che se ne ricava è una grande mappa delle ingiustizie, perché se noi mettiamo quelle province, misuriamo la povertà economica delle famiglie con bambini, parlava prima Don Marco delle difficoltà delle famiglie con bambini, in Italia abbiamo 1.300.000 bambini adolescenti in povertà assoluta, è in assoluto la fascia di età più colpita dalla povertà. Allora, se mettiamo in contro luce le province più povere per i bambini con i servizi dedicati ai bambini, noi vediamo la più grande ingiustizia di questo Paese, cioè i servizi sono più poveri dove c'è maggiore povertà. Quindi non abbiamo le scuole a tempo pieno, non abbiamo le mezze scolastiche, non abbiamo il gasolinito, non abbiamo le palestre, se lo vediamo in contro luce è così. Quindi al di là, Don Milani diceva la più grave ingiustizia è far parte uguali tra i disuguali, ma qui neanche uguali le facciamo le parti, le facciamo disuguali nei confronti di quelli che sono più indietro. Allora, giustamente si citava il PNRR, siamo tutti in attesa di capire che questo investimento così importante in termini economici riuscirà a riequilibrare, perché se non riequilibra, noi abbiamo perso l'occasione storica. E dico solo un dato, visto che abbiamo poco tempo. Per un bambino non avere il tempo pieno a scuola alle elementari significa aver fatto un anno meno di scuola rispetto al proprio coetaneo alla fine delle scuole elementari. E questo succede a moltissimi bambini del nostro sud. Cioè, questa è ingiustizia, non c'è altro modo di capirla. Quindi secondo me questa graduatoria ci fa leggere proprio concretamente che cosa significa tutto questo e cosa dobbiamo fare per cercare di rimuovere questi fattori di svantaggio. Una cosa che mi viene da sottolineare, poi passiamo alla nostra seconda notizia più inedita, è che in realtà non è solo un tema del mezzogiorno. Nel senso che noi a volte nei dati abbiamo tantissime sollecitazioni ad andare a fare questa indagine a livello comunale, però è in realtà molto impossibile. Però ci sono degli aspetti che a volte vediamo anche in aree interne del Paese e anche al Nord o in alcuni territori dove magari si fa fatica a portare l'attrattività intesa come la grande economia o comunque anche l'attrattività lavorativa. Però ci sono anche tantissime peculiarità da nord a sud, quindi non è solo un tema del mezzogiorno, è un tema che riguarda anche insomma aree interne. Quando si fa un'analisi così macro, appare in evidenza la provincia del sud perché la lettura è provinciale, ma se andiamo a vedere solo in una città come Roma, l'Idi Su Guaglianze che ci sono tra Ponte di Nona dove abbiamo un nostro punto luce e altre zone della città, vediamo che queste disuguaglianze sono enormi. La cosa che fa più male è che queste disuguaglianze non solo riguardano il presente di quei bambini, ma già condizionano il loro futuro. Io ricordo proprio di Ponte di Nona, ne parlavamo prima, una ragazzina di 11 anni a cui gli ho chiesto come si chiede ai ragazzi, ma tu cosa vuoi fare da grande? E lei ha detto, sì, io vorrei fare l'educatrice, come moltissimi credo che incontrano degli eserciti, poi mi guardo intorno e già so che non lo potrò fare, perché si guardava intorno e vedeva questa grande piazza di spaccio dove è davvero difficile pensare il futuro. La povertà di risorse incide sulle aspirazioni, cioè fa in modo che gli adolescenti già molto piccoli mettano da parte le loro aspirazioni, le loro aspettative del futuro. Questo è un danno di lungo periodo che noi stiamo facendo a questi ragazzi e ragazze. Che saranno i giovani di domani e saranno quelle che chiaramente dovrebbero, a cui spetterà il compito di riequilibrare anche questi squilibri che prima abbiamo visto, insomma sono sempre più importanti. È vero che questa fetta dei giovani bambini si sta riducendo sempre di più, quindi dobbiamo anche probabilmente investire su sempre pochi, sempre meno, ma dobbiamo riuscire a dare forse più attenzione anche in termini di risorse, essendo sempre meno questa fascia. Diciamo che il fatto che sia lo meno, paradossalmente, darebbe un'opportunità, perché potrebbe voler dire, per esempio, le scuole con classi più piccole, con più docenti qualificati, aperte tutto l'anno, e cioè, se rimanessero le stesse risorse, anche solo le stesse, con un numero più piccolo di bambini, a questi potremmo dedicare maggiore attenzione. Però poi, se invece andiamo a vedere cosa ci dicono i dati di fatto, ci dicono che proprio i più piccoli, cioè sono quelli che soffrono di più, anche di povertà alimentare, come si diceva prima, sembra un paradosso. Sono così pochi, dovrebbero essere, no? Mi sembra 340 mila, quante sono gli ultimi nati, insomma? 370 mila, insomma, ma che ci vuole a curare al massimo in un paese così grande 370 mila bambini? Cioè, veramente, da chiedersi come è possibile che invece una percentuale rilevante di questi bambini sia in povertà, ma come ce lo giustificiamo? Non ce lo possiamo giustificare. Del resto, ieri ne parlavamo in un altro panel con Gigi De Palo, Presidente della Fondazione per la Natalità, che lui sostiene e dice sempre questa frase che è molto ad effetto, che la nascita di un bambino è la prima causa di povertà nel nostro paese perché ovviamente sappiamo che c'è tutto un tema anche di mancati sostegni. Veniamo alla seconda notizia. Noi, insieme a Save the Children, come Centro Studi del Sole 24 Ore e Polo Ricerche di Save the Children, abbiamo deciso di concentrarci su una fascia di età che finora non abbiamo ancora nominato, ma che è quella dei teenager, degli adolescenti, che sono quelli immediatamente in fase di transizione verso i giovani, come li abbiamo definiti, la maggior età. Ci è piaciuto molto anche perché sulle citazioni di Save the Children è una fascia che non scatena il dibattito, non entra nelle discussioni, si conosce sempre poco di questa fascia di età. Abbiamo potuto fare grazie a Umetra un sondaggio sui genitori, genitori di bambini tra gli 11 e i 15 anni, quindi una fascia di età in cui chiaramente il genitore deve rispondere alle domande di un sondaggio, perché non è mai stata sondata come fascia di età. E' emersa una fotografia un po' inquietante, ci fa capire che c'è anche un aspetto molto sociale che stanno vivendo questi teenager. La lascio sullo spondo, ma cerchiamo di commentarla. Purtroppo questa è la grafica che troverete sul giornale di domani, sarebbe stato più facile, ma l'abbiamo chiusa l'altro ieri sera, farla digerire con più slide. Domani la vedrete sul giornale, ora cerchiamo di presentarla direttamente con Raffaella Milano. Circa l'80% di questi ragazzi, i genitori, dichiarano che usano lo smartphone in autonomia, cioè da soli, senza controllo, senza la presenza del genitore. Eppure 2 su 5 non fa ancora i compiti scolastici da solo, metà non usa i mezzi di scuola. Poi ci sono tantissime altre percentuali che fanno capire che sono accompagnati e sotto controllo in tantissimi aspetti e sul digitale vengono lasciati in autonomia. Lascio a lei la presentazione di questi risultati e anche il commento di quelle che sono le evidenze. Abbiamo voluto, e grazie per questa opportunità, vedere l'equilibrio che c'è in ogni genitore nella concessione di spazi di autonomia e nella necessità di sorvegliare e proteggere i propri figli. Un dato che emerge è, da un lato, la scarsa autonomia di movimento che hanno i ragazzi e le ragazze. In questa fascia che è un po' compressa, tra i bambini e i giovani, è un po' dimenticata, tra gli 11 e 15 anni, sappiamo quanto è importante l'autonomia per un bambino di 11 e 15 anni. Anche la possibilità di andare a scuola con i compagni ma non accompagnato dai genitori, andare a fare sport, etc. Tutto questo è difficile in Italia e si viene accompagnati. Però a fronte di una grande prudenza rispetto a quello che c'è nel mondo esterno, c'è molto meno attenzione, rispetto ai rischi che possono occorrere all'interno della propria stanza da letto. Quindi lì c'è l'idea, per esempio, che lo smartphone possa essere usato molto presto e che nell'80% dei casi possa essere usato anche da soli mentre altre attività non vengono così considerate. C'è un'attenzione al controllo attenzione e alla risposta di un rischio che non è molto importante. C'è un'attenzione al controllo attraverso la geolocalizzazione, però mi sembra che solo un 20% parla regolarmente con gli adolescenti sull'uso degli strumenti. Voi sapete che in Italia i social dovrebbero essere usati dai ragazzi dai 14 anni in su o al massimo 13 con il consenso dei genitori. In Italia il 60% ha almeno un profilo social. Quindi c'è una certa difficoltà di usare solo l'arma del divieto. La cosa fondamentale è di avere un dialogo aperto con i ragazzi su questi temi. Su questo si fa fatica. La generazione di genitori fa fatica, ma c'è un dato interessante che riguarda la possibilità di lasciare i ragazzi liberi e quasi la metà dei genitori che sarebbe disponibile a lasciare più ampli spazi di autonomia a condizioni di avere strade più vigilate. Io prima dicevo il dato dei minori, 370 mila abbiamo visto con Seb Dicidre, e nello stesso anno è stato immatricolato un numero quattro volte più alto di automobili nel nostro Paese. Quindi questi genitori, se ci fosse una maggiore cura dello spazio pubblico, sia come sicurezza stradale, sia come sicurezza pubblica, sarebbero disposti a dare spazio di autonomia. Che ci dice questo dato? Che non c'è una responsabilità solo dei genitori, più o meno allarministi, che la colpa è loro. No, che ci dovrebbe essere un impegno da parte di spazio pubblico a misura di adolescente. Queste strade scolastiche, i pedibus, abbiamo tante esperienze in Italia, il problema è che non fanno sistema, quindi sono esperienze isolate, ma la gran parte dei ragazzi e delle ragazze non ha la fruibilità di uno spazio che in un'età decisiva della vita, dove fruire dello spazio e mettere in relazione col mondo. Tutto questo viene limitato, ma non è solo una responsabilità di genitori allarministi, c'è un problema di politiche pubbliche, che dovrebbero interessarsi dei bambini. Non solo le politiche sociali, ma anche le politiche urbane, che dovrebbero avere a cuore i bambini e i ragazzi. Perché ha la domanda sulla richiesta di una sicurezza per strada. Queste sono le tematiche che preoccupano i genitori anche nel rapporto con questi teenager, con questi adolescenti. Abbiamo visto un po' meno, che preoccupavano le tematiche più legate all'inclusione sociale, alla violenza di genere. In realtà ci sarebbe da raccontare. Lì è interessante, lo vedrà chi va da vedere i dati. A me ha colpito che mentre la violenza in generale crea grandi allarme, la violenza di genere crea allarme nelle madri e crea molto meno allarme nei papà, tranne nei papà delle figlie femmine. Questo purtroppo è un po' qualcosa che ci dice che abbiamo ancora un po' di strada da fare su questo terreno. E poi un altro aspetto che possiamo sottolineare nella lettura più trasversale dei dati, quella non proprio da titolo, è il fatto che le famiglie monogenitoriali con un solo genitore tendono a dare più autonomia ai figli. Rispondono ovviamente esatto. Gioco-forza, però sono i primi che vanno a fare degli acquisti da soli, che hanno più autonomia negli spostamenti. Si crea una situazione in cui forse di necessità si fa virtù. Sappiamo che però sono nuclei familiari in netto aumento anche proprio quelli che, insomma, diciamo proprio con un solo genitore convivente col figlio. Quindi sicuramente c'è anche questo aspetto. Domani saranno consultabili online tutti i dati. È chiaro che sintetizzando, porre un'attenzione su questa fascia, credo che anche come Save the Children abbiate avuto la volontà di farlo anche perché è una fascia sempre più delicata di età, quella dell'adolescenza. Sì, poi magari dopo che abbiamo cominciato a pensare, è uscito Netflix, la serie, quindi si è risvegliata l'attenzione su questa fascia di età. Tuttavia, qui serve invece un'attenzione strutturale e continuativa. Forse quello che dovrebbe insegnarci qualcuno prima parlava del Covid, come è stato dimenticato presto. Eppure, come dire, ancora oggi, noi sul campo le vediamo le conseguenze di aver trascurato completamente questa fascia di età in tutta l'emergenza Covid. Sembrava che no, si riaprivano i negozi, ma le scuole tanto erano aperte o non aperte, non cambiava il mondo. Invece cambiava. Quindi restituire attenzione, ma non in senso solo di disagio o di preoccupazione, ma anche proprio restituire attenzione si diceva prima in termini di dare voce, dare spazio, dare ascolto ai ragazzi e le ragazze e quindi questa fascia delicatissima di età è qualcosa di estremamente utile per tutti noi, per tutti e per tutte. La ringrazio. Adesso mi vengono in mente una serie di curiosità che potrete vedere perché c'è anche proprio il dato sull'età media che un genitore indica come giusta per poter fare n.000 cose. Giornalisticamente era carino vedere come tutti indicavano una serie di fasce di età per fare determinate attività, per andare in vacanza da solo serve la maggior età. Per quello nessuno fa andare i figli in vacanza da solo se non prima dei 18 anni. Ci sono delle indicazioni su come la genitorialità viene vissuta, su quante volte a settimana... Ci sono anche tanti aspetti positivi di genitorialità, molta serenità, molto dialogo, anche gioia, bellezza, come i genitori descrivono questi ragazzi e ragazze. È molto bello perché è pieno proprio di amore. E si vede che c'è questa alleanza nella famiglia, che comunque è un punto di forza. Nel come si descrivono abbiamo notato questo aspetto, che c'è una descrizione che il genitore ama fare, molto aperta, amorevole. Poi però ci sono questi segnali di controllo che si capisce che c'è qualcosa che va monitorato. Un mestiere difficile. Va bene, quindi potrete consultare tutto domani online sul sole 24 ore anche su carta. Penso che le cronache avranno modo di dibatterne nei prossimi giorni perché poi funziona così. Le cose rimbalzano anche nei giorni a seguire. Grazie a tutti per averci seguito. Grazie a tutti per avermi seguito.
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