TU COME STAI? - Il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata per il benessere della persona
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TU COME STAI? - Il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata per il benessere della persona
Un dibattito su come il lavoro influisce sulla salute mentale e fisica, con esperti che analizzano stress, burnout e nuove strategie di benessere.
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E' una domanda molto semplice ma molto potente. A volte la facciamo senza aspettarci neanche la risposta, la facciamo così per educazione. Se proviamo a farcela e dire bene Nico tu come stai probabilmente non riusciamo a rispondere o facciamo fatica a rispondere perché tante sono le sfumature, le emozioni a volte che teniamo legate, le soddisfazioni e le insoddisfazioni e le paure. E allora oggi cercheremo di portare l'attenzione, aprire il cuore e la mente su questo tema che è importante, che va ad affrontato. Oggi quindi parliamo di stress, parliamo di confini, parliamo di emozioni, parliamo di burnout. Parliamo di tutti quei segnali che forse sono sotto i nostri occhi ma che per una serie di ragioni la mente umana è meravigliosa non vogliamo vedere o abbiamo paura di affrontare. Allora molte delle domande che vi leggerò arrivano da quest'installazione, un'installazione che è una box in cui tutti noi siamo invitati a lasciare in forma anonima un pensiero riguardo ad un'emozione e saranno poi utilizzati anche come spunto di condivisione per i nostri appuntamenti. Intanto vi presento Alessio Carciofi, professore universitario di marketing e digital well-being all'università di Pisa, nonché autore di un libro pubblicato con il sole 24 ore, Well-being il futuro umano e digitale del benessere. Un libro che ha avuto grande successo, grazie professore. Abbiamo in collegamento con noi, non so se la regia mi fa un cenno, abbiamo il piacere di avere Rosaria Iardino, presidente della fondazione Debrige, c'è? Buongiorno a tutti. Buongiorno, grazie. Peccato ma è come averla qua con noi, scusi le spalle. Isabella Lioi, accanto me amministratore delegato e presidente di Delta Art e Tech Group e co-founder di EOK, che è la prima pensate piattaforma in Italia che permette alle aziende di acquistare voucher per il benessere dei propri dipendenti. E abbiamo con noi Luca Proietti, Luca Proietti è uno psichiatra e uno psicoterapeuta, quindi due in uno, ecco, questo già ci piace, e fondatore di Psichico, che è una società benefit che si occupa proprio di salute mentale a 360 gradi. Intanto siamo lieti di avere, anche se lontana ma è come se fosse qui con noi, Rosaria Iardino, perché? Perché la fondazione Debrige lavora da sempre e con grande impegno per promuovere, direi, una cultura inclusiva e consapevole. E quindi avere Rosaria Iardino qua è un'occasione per dare voce anche a dei progetti, a quanto sia importante occuparsi di salute mentale e chiederei a Rosaria Iardino soprattutto quanto è strategico portare questa attenzione alla cura della persona, soprattutto nel mondo del lavoro oggi. Innanzitutto grazie, bello il panel, ma noi ci occupiamo di politiche pubbliche in sanità anche con l'Università di Pavia, ci occupiamo di questo tema cercando un approccio molto pragmatico, il benessere, il benessere delle persone genera valore. Adesso riesco anche a vederti, mandato da un'altra storia, grazie. Che ho praticamente qua davanti. Allora, noi proponiamo all'istituzione, devo dire a tutti i governi, riceviamo abbastanza attenzione nell'approcciare la salute mentale soprattutto dopo il Covid, come elemento principale non solo per il benessere, ma anche perché se una persona sta bene produce di più, sembra brutto da dire, ma è esattamente l'approccio pragmatico che ci vuole, perché comunque una persona finisce, una persona che sta bene, una persona che nonostante i problemi che ha ognuno di noi si porta in lavoro il proprio bagaglio, fatto di preoccupazioni, fatto magari di preoccupazioni che magari a noi sembrano piccole, ma ogni soggetto vive la propria preoccupazione con una intensità differente. Quindi trovare un ambiente di lavoro, un ambiente che lo accoglie anche col suo problemi e io sono molto contenta che ci sia chi dà l'opportunità all'azienda di supportare anche tramite dei vouchers. Però io credo che prima di partire da quello le aziende debbano necessariamente porsi il tema di come creare un ambiente accogliente, facendo informazioni anche ai propri lavoratori e ai propri dirigenti. Spesso una persona magari viene che è un po' giudimorale e magari non è così tanto performante, non possiamo pensare immediatamente che non abbia voglia di lavorare. Magari dobbiamo provare ad approcciarlo dicendo come mai se una persona è Potremmo dire tu come stai Rosaria? Ecco, allora io ho raccolto qualcuno dei messaggi che sono arrivati nella box e li ho sparsi un po' per i miei relatori. Mi sveglio ogni mattina con l'ansia di non essere all'altezza, il lavoro mi sta consumando ma non posso fermarmi. Facciamo questo giro di riscaldamento. Dottor Proietti un breve commento. È una situazione tipica ed è la prima situazione dove possiamo cogliere quello che è un blocco e che quindi si trasforma in quello che è un disagio. C'è la difficoltà, uno scollamento tra quelli che sono i nostri desideri, le nostre aspettative, in questo caso il bisogno di fermarsi e la difficoltà però di non riuscire a farlo. Perché ci sono questi blocchi? Perché si attivano delle emozioni e le emozioni fanno sì che ci troviamo a fare delle azioni che sono si volontarie, quindi magari continuo a lavorare più di quanto dovrei rimango impegnato anche quando vorrei magari disinvestire da quell'impegno, non ci riesco proprio perché si attivano delle emozioni. Quali? L'ansia, come ha detto prima lei, ma ce ne altri due che sono tipiche dei blocchi, che sono il senso di colpa, quindi senso di colpa nei confronti degli altri, ad esempio non riusciamo a disinvestire perché si attiva la colpa, o un'altra emozione che è più difficile da riconoscere che è la vergogna che si attiva tutte quelle volte che non ci sentiamo all'altezza di perché rinunciando a un impegno si attiva questo vissuto. Lavoro da casa da due anni, il professor Carciofi questa è sua, all'inizio sembrava una benedizione, ora mi sento isolato e solo, la solitudine e l'isolamento. Grazie innanzitutto di essere qua, il tema oggi siamo all'interno del futuro del lavoro, sta cambiando la società, sta cambiando il lavoro soltanto che ci siamo dimenticati il bignami delle istruzioni, come lavorare in un modo nuovo. Ecco qui il time è, a me piace più la parola isolamento che solitudine, la solitudine è bella e sana nel momento in cui riesco a stare solo come stesso, mentre l'isolamento è quando invece non mi sento visto, accettato, riconosciuto insieme ad altre persone e questo diciamo che il grande tema della tecnologia è uno strumento e come tale va saputo utilizzare. Ci sono da conoscere dei rischi, limitare e mitigare questi rischi, uno dei tanti dei rischi è proprio l'isolamento che abbiamo magari, succede quotidianamente che ci troviamo a fare delle call di lavoro oppure delle web call da remoto e magari noi non ci sentiamo e non ci vediamo neanche, sono le camere oscurate e quindi abbiamo questa assenza di cultura del feedback e quindi è come dire, ecco tutta questa roba qua però è un paradosso, è quello che paradossalmente noi ci sentiamo connessi ma isolati, uno vicino all'altro ma lontani e quindi come colmare questo gap e quindi siamo qua per questo e quindi grazie Nicoletta di queste domande. Grazie al Festival dell'Economia e agli organizzatori che mi ci danno questa straordinaria opportunità. Isabella, dottoressa Aglioi, vengo da lei. Vorrei che il mio capo capisse che chiedere aiuto non è un segno di debolezza ma di forza. Questa mi è piaciuta in modo particolare perché è un po' un cambio di passo. Lo chiedo a lei perché lei ci ha pensato e ha trovato una soluzione. Come diceva la dottoressa Iardino, bisogna lavorare, bisogna chiedere il tu come stai e raccogliere. Dottoressa Iardino torno anche da lei con una domanda per lei ma intanto... Penso che la vera forza sia mostrare i punti di debolezza e averne consapevolezza. Il nostro progetto vuole mettere nelle mani dell'azienda degli strumenti per essere al fianco dei dipendenti e valutarli prima come persone quindi lasciar sfogo alle loro emozioni e alle loro idee, alle loro storie che portano inevitabilmente al lavoro. Quindi da imprenditrice mi dico le aziende hanno anche una responsabilità sociale in questo e il vero punto di forza è mostrare le proprie debolezze che alla fine non sono debolezze. Ho paura di parlare dei miei problemi mentali in ufficio. Ecco, problemi mentali. Dottor Proietti, può essere l'ansia, può essere la tristezza, può essere la demotivazione, può essere in senso di adeguatezza, non necessariamente parliamo di born out o di una patologia ma così li ha definiti, segno che sente la sua mente il suo cuore. Temo che mi giudichino, dottoressa Iardino, o peggio che mi licenzino. Lo lascia lei perché credo che convenga con me che ci sia ancora molto da lavorare. Quali politiche pubbliche lei ritiene fondamentali per supportare la salute mentale dei lavoratori e combattere anche, questa è un'altra sfida che tutti noi dobbiamo affrontare, lo stigma. C'è ancora stigma nonostante si continui adesso a parlare di salute mentale. Dottoressa Iardino, capisco che la domanda richiederebbe tanto tempo ma noi abbiamo giusto proprio un tempo limitato. Sono studi e studi, come sanno bene i suoi autorevoli speakers, che parlano proprio di come l'ambiente competitivo, soprattutto nella nostra società, renda le persone più fragili invece che renderle più forti. Lo stigma è sicuramente quello di non sentirsi più utili ma avere l'utilità di dover lavorare. Allora piuttosto che porsi con la fragilità di un problema mentale, quando parliamo di fragilità mentale non parliamo solo di quelle patologie, c'è lo psichiatra che può definirle gravissime, che ha bisogno di un intervento. Per fortuna oggi sono gli strumenti sanitario, parliamo di quelle fragilità che può essere un inizio a depressione, un po' di scoraggiamento. Allora non lo dico al lavoro perché posso essere visto come non performante. Ecco perché mi piace molto il termine le aziende hanno una responsabilità, la riduzione dello stigma. In un ambiente però, magari soprattutto in multinazionali molto competitive, non agevola la possibilità di dire mi prendo un giorno di stacco. Allora in questo le aziende hanno una grande responsabilità. Dottor Proietti, ma noi come possiamo capire se qualcosa non va nel nostro rapporto col lavoro? Perché siamo tutti un po' stressati, facciamo fatica, sappiamo che il lavoro ci toglie parte della nostra vita, impatta sulla nostra qualità di vita, vorremmo stare di più con i nostri familiari. Quando arriviamo a casa siamo talmente stanchi che magari non siamo nella predisposizione d'animo adeguata per apprezzare anche le relazioni e coltivare delle relazioni Esistono delle domande chiave, dottor Proietti, che possiamo farci non per farci autodiagnosi, ma per provare a affrontare questo discorso. Perché il lavoro ci tocca, può essere un'occasione, può essere invece una sfida che non riusciamo ad affrontare. Ci aiuta a capire perché poi noi dalla regia richiameremo una serie di domande, cinque domande per sintonizzarci su questo tema. La prima cosa da chiedersi è quella che vedevamo anche nella situazione di prima, quindi chiedersi se c'è uno scollamento tra quelli che sono i nostri desideri, i nostri bisogni e poi quello che effettivamente riusciamo a fare. Quindi se io voglio dedicarmi alla mia famiglia, ai miei figli, alle mie relazioni, ho questo desiderio, quando arrivo a casa non ho più l'energia mentale, fisica per poter fare questa cosa o lo faccio in uno stato emotivo che non mi permette di esserci, questo è già il primo segnale. Quindi il primo come stai che dobbiamo chiederci, come so, è proprio vedere se c'è uno scollamento tra quelle che sono le nostre esigenze, i nostri desideri e quello che riusciamo effettivamente a fare. L'altro aspetto è quello di vedere dove vanno i pensieri, perché parlavamo di ansia, non ci può essere ansia se non ci sono dei pensieri e i pensieri che noi siamo abituati a ritenere involontari, la maggior parte delle volte in realtà sono volontari, quindi vanno a picchiare, tornare sempre nello stesso posto perché vuol dire che lì c'è qualcosa che ci preoccupa, ci fa male. Il terzo aspetto è la capacità di recupero, cioè è normale non riuscire sempre a fare tutto quello che vogliamo, è normale avere degli attriti sul lavoro, è normale avere delle difficoltà, anzi il lavoro ci stressa ma ci stressa in maniera positiva perché un po' di stress ci aiuta a rendere performare, diventa un problema nel momento in cui io non riesco più a recuperare, quindi da una settimana all'altra vedo che c'è un accumulo, un sovraccarico di questo stress. Astenia, insonnia, irritabilità, sono tutti i segnali che vanno, le condizioni e segni che vanno considerati. Posso chiedere alla regia se ci manda le nostre domande su cui noi possiamo fare un pensiero, ciascuno le guarda, le leggiamo, le scorriamo, le mettiamo a schermo. Grazie, ci sono. Eccole. Leggiamole insieme, mi sento, ognuno poi risponde, poi possiamo condividere e tenerle dentro di noi, mi sento soddisfatto del mio equilibrio tra lavoro e vita privata? Quanto spesso mi sento stressato a causa del lavoro? A volte diamo la colpa del nostro stress ad altro per non accettare il lavoro, perché sappiamo che magari non abbiamo la forza di cambiarlo né la possibilità di farlo, ma tutto questo toglie, frammenta. Riesco a dedicare del tempo a me stesso ogni giorno, era quello che ci sottolineava anche il dottor Proietti. Mi sento supportato dal mio ambiente di lavoro quando affronto momenti difficili e qual è il mio rapporto con la tecnologia nel lavoro? Riuscirei a staccare davvero quando serve? Quando è che la situazione risponde? Se rispondo sia a tutte queste domande, e ne parliamo insieme magari. Dott. Carciofi, quanto conta la capacità di staccare? A volte diciamo il lavoro mi stressa, mi ammazza, mi uccide, mi toglie la voglia di vivere, però intanto sono lì perché non riesco. Ho portato il lavoro a casa, ma la mia vita diventa, la mia giornata è tutta di lavoro e anche quando stacco non stacco. Oggi la capacità di staccare è una vera e propria competenza, come potremmo dire una skills. Questo che cosa significa? Significa che il digitale poi ci mette il lavoro sotto gli occhi. Anche il divenerdì sera magari quando vorremmo staccare e noi ci siamo riusciti, arriva quella notifica che ti fa prendere quel senso di colpa, quel senso che di non essere abbastanza, quella vocina che ecco che allora oggi saper staccare diventa come dire un po' un saper ritornare. È un po' come dire, io spesso dico, quando l'uomo è andato sulla luna la loro sfida era quella di andare, non solo, ma di ritornare indietro e se è vero che oggi noi siamo degli internauti, allora noi oggi noi dobbiamo saper ritornare indietro. Ecco questo che cosa significa, che è una vera sfida perché nella dematerializzazione del lavoro, specialmente nel digitale, è molto difficile trovare dei guardrail, dei confini e qui però ci vengono in aiuto i rituali e soprattutto una maggior consapevolezza che ce l'abbiamo, di ricaricare il cellulare appena si scarica, ma ci dimentichiamo che noi siamo oltre il cellulare e ci dobbiamo ricaricare perché se è vero che facciamo del nostro lavoro del multitasking, se è vero che lavoriamo senza soste, quelle cose lì le fa già la macchina e le fa meglio di noi. Noi abbiamo l'onere di rimanere umani che non è banale. Professor Carciofi, lei parla di benessere digitale, come possiamo definirlo anche concretamente, ci dia degli elementi per capire se ci siamo vicini o ci siamo lontani e soprattutto quanto è importante nel contesto lavorativo di oggi? Il benessere digitale brevemente è quella parte di benessere che oggi noi non riusciamo a vedere, mi spiego meglio, per 6 ore e 40 frequentiamo un ambiente che si chiama digitale, ecco significa un terzo della nostra vita, ecco questo che cosa significa? Che dobbiamo avere le competenze di saper gestire quell'ambiente ovvero il digitale e mentre più delle volte lo viviamo per sopravvivenza con quello che abbiamo di istinto, di buone regole, ma questo non basta, ecco che allora il benessere digitale è la competenza attuale per vivere meglio la nostra vita perché il work life balance o il concetto di bilanciamento tra vita e lavoro di base ha un gap, ha un bias, in senso che dobbiamo continuamente equilibrare i due mondi, invece oggi siamo a svantaggio del lavoro e lo sappiamo benissimo, quindi qua la sfida è come fare in modo di trovare un equilibrio tra vita e lavoro ma soprattutto tra vita online e offline. Proprio perché il nostro benessere mentale è così intrecciato non solo con quello che facciamo ma come lo facciamo e dove lo facciamo è fondamentale probabilmente chiederci come possono le aziende proteggere davvero la salute psicologica delle persone che ci lavorano dentro, la dottoressa Iardino ha già anticipato questo tema che è un tema dei nostri giorni, un tema molto importante da solo, non ce la facciamo neanche con l'aiuto del collega accanto a te alla scrivania che ti batte la mano sulla spalla dice bene io ci sono e allora giro questa domanda sia alla dottoressa Iardino che alla dottoressa Aglioi perché abbiamo bisogno di indicazioni, di proposte, di coraggio per andare un po' in questa direzione. Dottoressa Aglioi, quanto e come cambia il clima di un'organizzazione quando c'è una presa in carico, ecco c'è un prendersi cura anche delle persone che lavorano, il lavoratore soddisfatto e gratificato produce anche di più diceva Rosaria Iardino, questa è una legge? Esatto poi penso che per far crescere una persona bisogna camminare al suo fianco quindi se un dipendente sente che l'imprenditore vuole crescere insieme a lui è diverso da dargli solo degli obiettivi o farlo stare bene basta. Io penso che nella vita se siano delle persone accanto e si sente la loro presenza e la loro cura verso di noi è diverso e abbiamo bisogno di noi come aziende, parlo noi perché sono anche io imprenditrice, di prenderci cura prima di tutto delle persone. Io ok fornito che si fornisce ai dipendenti tramite i voucher assegnati all'azienda, terapia in presenza anche per quello che stavamo parlando prima, seduto di terapia in presenza perché crediamo nel valore di prendersi del tempo per sé al di fuori delle piattaforme e quindi crediamo nella terapia in presenza perché il setting cambia. Dottoressa Iardino vengo a lei per un commento, ce la faremo? Ah no io dicevo ce la faremo ma in generale invece forse non la sentiamo, una cosa della tecnologia mi sono autogufata. Non si preoccupi, io voglio dare una stima per capire qual è il fenomeno però perché l'OMS che è l'Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2019 stimava più o meno se non erano il 15% degli adulti che lavorano in situazioni di disturbo e avendo una fragilità mentale e quindi è un fenomeno che non riguarda un'annicchia ma riguarda un modus di operare. Voglio però riportare che a volte noi non possiamo anche non inventare le cose perché altri hanno studiato e quindi acquisire studi, analisi, penso ai paesi del nord d'Europa dove mi è molto piaciuta il pensiero sulla dipendenza dal digitale ma anche sulla dipendenza dal lavoro una delle policy che vengono attuate del nord d'Europa è quello di policy aziendali che a un certo punto fanno staccare cioè fanno il divieto ad altri dirigenti di inviare quella ding, quell'email, quella notifica, quel tipo di sollecitazione. Allora noi possiamo mettere in campo tante politiche per aiutare il vouchers perché ne ha bisogno ma anche prevenire che l'altro grande aspetto è quello di implementare delle politiche anche aziendali che permettono al lavoratore di staccare, di staccare veramente dove in un momento come il nostro dove ci sono tante politiche contro il contrasto della violenza di genere, contro dal contrasto al mobbing, ecco riuscire a far diventare una politica pubblica applicata ma che ci vuole confindustria che ci dà una mano nel dire applichiamo nelle aziende delle policy di distacco mentale per i lavoratori? Beh gli studi le abbiamo non ci dobbiamo inventare nulla bisogna applicarle, non so se i suoi relatori sono d'accordo. Mi sembra, li vedevo sorridenti, erano tutti contenti quindi prevenire ecco intercittare i segnali, i segni, le condizioni, le situazioni, dottor Proietti però noi abbiamo delle emozioni dentro di noi che spesso restano in silenzio ma condizionano le nostre giornate lavorative, abbiamo bisogno di una guida, di una bc per leggere quello che ci si muove dentro, ci aiuta? Perché è un lavoro che deve iniziare a fare il singolo più educazione, più sensibilità nel prendersi cura della propria salute mentale, gli ambienti di lavoro, le aziende, abbiamo visto anche nell'appuntamento di ieri le scuole per i ragazzi, tutti i contesti dove ci sono operatori, educatori. Il modo per capire questa cosa in realtà passa dalle azioni perché come dicevamo prima ci ritroviamo tante volte a fare azioni, rispondere all'email, rispondere a quel messaggio anche quando non vorremmo perché tanto è l'ultimo il venerdì sera. Ecco nel momento in cui stiamo per compiere quell'azione fermarci un attimo e ascoltarci, chiederci che emozione ci sta muovendo, qual è il pensiero che ci sta muovendo perché nel momento in cui noi mettiamo in atto degli azioni in realtà andiamo a coprire quell'emozione lì, anzi la maggior parte delle azioni che noi mettiamo in atto in maniera automatica, volontari, ma in maniera automatica, le mettiamo proprio in atto per non sentire quel senso di colpa, per non sentire quella vergogna, per parlavamo di un ambiente per competitivo, se io sono portato a dover cellere essere di più o comunque non essere di meno, metterò in atto tutta una serie di azioni, risponderò a dei messaggi, lavorerò più di quanto devo proprio per evitare di sentire quel senso di inferiorità, quell'emozione che c'è dietro. Ecco monitorarsi e quindi un po' di consapevolezza che però non possiamo trovare solo dicendo sto attento viva la consapevolezza, ma come interrompendo l'azione un minuto prima di metterla in atto e vedere che cosa si attiva. Prima di aprire i microfoni e quindi se ci sono già delle domande, se volete intervenire, noi siamo qua, intanto così ve la butto, io vorrei costruire una sorta di cassetta degli attrezzi con voi e partirei dal professor Carciofi, quale strategia, quali indicazioni, suggerimenti, consiglia per evitare il burn out legato all'uso eccessivo della tecnologia, per evitare che il digitale ci mangi. Anzitutto una battuta avendo sofferto di burn out il paradosso è che se ne accorgono tutti i tre anni a te stesso, quindi il primo tema è la consapevolezza. Il primo consiglio, innanzitutto iniziare a eliminare e ridurre tutte quelle notifiche che sono troppe, cioè di default noi scarichiamo l'ultima app e abbiamo quella notifica. Ecco questo che cosa significa? Che ci porta a distrarre, la parola distrazione deriva proprio da separare e questo continua poi a effettuare un effetto dopaminergico che lo sappiamo bene ci porta sempre a stare attaccati al dispositivo. La seconda parola chiave è rituale, noi dobbiamo ritualizzare la nostra giornata, non c'è più un inizio e una fine, anzi più delle volte noi andiamo a letto con lo smartphone e gli studi scientifici ci dicono che 13 milioni di italiani soffrono di un disturbo legato all'insonnia, ovviamente non è imputabile solo una tecnologia ma ai suoi risvolti, questo legato alla luce blu del rilascio della melatonina. Quindi il rituale è ad esempio iniziare e finire la giornata almeno un per cento della nostra giornata, quindi 14 minuti, vi sto chiedendo 14 minuti senza tecnologia. L'ultimo quello che viene chiamato triage del benessere digitale è che se tutti gli input, notifiche, email, quant'altro che ci arrivano, come dire lì processiamo come fossero un codice rosso di un pronto intervento, beh vi posso garantire che il codice rosso alla fine siamo noi e quindi come rispondere? Innanzitutto quando io rispondo rispondo in base all'urgenze perché non tutti sono urgenti specialmente se volano su whatsapp e quando poi rispondo a quel messaggio un po' più tardi evitare di dire rispondi, scusami se ti rispondo solo ora e come rispondere eccomi a te Nicoletta. Come possiamo dottor Proietti distinguere tra normale stanchezza e anche posso dire stress e invece una condizione più seria come parliamo anche di depressione perché poi magari abbiamo, cerchiamo di mascherarla, di nasconderla, di stringere i denti anche il burnout come diceva il professor Carciofi, tutti se ne accorgono, se ne accorgono i familiari magari non sanno cosa fare, proprio ci dia un'indicazione perché volevo lasciare anche spazio alle domande. Si tra l'altro i sintomi della depressione si sovrappongono a quelli del burnout e a quelli ad esempio della dipendenza da lavoro e al mobbing ad esempio quindi è facile poi scivolare da una condizione di burnout, una condizione di difficile adattamento a una situazione lavorativa a un quadro poi depressivo. Qual è il segnale più importante? Di sicuro le cose che abbiamo evidenziato prima, quindi la difficoltà a staccare, quello è già un primo segnale, la difficoltà a recuperare, due fattori che sono fondamentali sono uno nella relazione con noi stessi quindi il sonno e l'appetito, nel momento in cui si vanno ad alterare sonno e appetito vuol dire che c'è già un segnale di qualcosa che ci dovrebbe preoccupare, non preoccupare per allarmarci ma per intervenire e l'altro aspetto è nella capacità di vivere la vita al di fuori del lavoro come diceva prima lei Nicoletta se io non ho possibilità di emotiva non riesco neanche ad apprezzare più la vita al di fuori perché sono stanco, sono sovraccarico, non risuono con delle relazioni che sono piacevoli ma sono al di fuori del contesto lavorativo agonistico diciamo allora quello è un altro segnale che dobbiamo monitorarci e intervenire. Dottoressa Iardino vengo a lei, anche lei partecipa a costruire questa nostra cassetta degli attrezzi per capire di più, per capire l'importanza della salute mentale che va protetta tutelata, nutrita anche nel luogo del lavoro con tutto quello che avete già sottolineato non è una cosa del singolo ma bisogna attrezzarsi per lavorare in squadra, un insegnamento che ci arriva dalla ricerca e non solo lei parla spesso di diritto alla salute a 360 gradi. Che cosa può aggiungere alla nostra cassetta degli attrezzi? Abbiamo bisogno di aziende, abbiamo bisogno di fare prevenzione, abbiamo bisogno di politiche? Guardi abbiamo bisogno che anche le leggi vengano un po' applicate, noi abbiamo una legge del 2008 che già obbliga il datore di lavoro a prendersi carico e valutare i rischi psicosociali dei propri dipendenti, abbiamo l'Inail che finanzia dei progetti proprio rivolto in tal senso per il benessere mentale all'interno delle aziende, abbiamo delle regioni che vengono in mente per avere una parco con 10.000 aromani alla Lombardia che hanno piani specifici per la salute mentale delle aziende. Ecco con tutti gli strumenti che sono stati proposti qui io direi che bisogna anche applicare la legge. Applicare la legge vuol dire che ci deve essere una volontà non solo nelle paroie ma anche nei fatti da parte delle aziende ad ottemperare a quegli obblighi di legge. Questo è nel senso che gli attrezzi a volte ci sono e non vengono utilizzati parlando delle aziende. Poi io mi rivolgo veramente e propongo l'ultimo attrezzo che è quello personale rispetto ai lavoratori, alle varie classificazioni di lavoratori. Noi parliamo da grandi manager all'operaio, la fragilità mentale e in tutti i settori produttivi a tutti i livelli. Ecco a volte anche il piccolo impiegato però fa parte di una catena molto più importante, dovrebbe avere la stessa attenzione che si ha nei confronti di un dirigente. Le pari opportunità per essere chiarico secondo me sono fondamentali. Vedo che Isabel Lioima, penso dei nostri amici che ci sono venuti a trovare, l'applaudiva e allora passo alla palla per l'ultimo strumento da mettere. Lei ne ha fornito uno strumento, questo vouchers, come rispondono le aziende e quanto è come? Un clima aziendale che cambia, voi avete un po' un riscontro, un ritorno di quello che si riesce a fare dando la possibilità alle persone di occuparsi della propria salute mentale. Esatto, oltre alla piattaforma offriamo anche dei servizi di analisi del clima pre post, erogazione voucher, in un arco temporale di un anno. Questa piattaforma è nata da un'idea della dottoressa Anna Giorgia Carollo, psicoterapeuta e consulente aziendale e è stata supportata dai numeri, come diceva lei dottoressa prima, 400 mila persone l'anno scorso hanno fatto richiesta al bonus psicologo, solo l'1,6% ne ha avuto modo di usufruirne. Questi sono numeri che spaventano e non vorremmo che questo fosse un esercito silenzioso, quindi dare voce alle aziende per prima a fare formazione e a non far nascondere le persone dietro un dito perché alla fine tutti noi abbiamo problemi nelle nostre famiglie, tra i nostri amici e questi problemi inevitabilmente si portano in un'azienda o il contrario e quindi dobbiamo dare spazio a questo insomma. Ci sono delle domande, delle storie, grazie. Grazie Mi piace, la prima domanda è sempre quella che rompe il ghiaccio e mi sembra una bellissima restituzione, la ringrazio. Grazie a voi, bellissimo panel, quindi complimenti. Sono bravi eh? Sì, bravissimi. Ecco, vicine e lontane, ecco, io qua la dottoressa Giardino mi sembra come un santino, ce l'ho lì. La mia domanda riguarda questo, nelle nostre attività lavorative abbiamo dei periodi di stacco dove andando a prendere le definizioni anche più legate ai contratti, il periodo di ferie deve consentire il recupero psico fisico delle persone. Spesso però ci troviamo di fronte a un fatto anche in base poi ai vari ruoli, responsabilità che si hanno all'interno dell'azienda che uno stacco effettivo, cioè dove c'è proprio una chiusura, dove non so che cosa sta accadendo nel mio ambito di lavoro diventa più una fonte di stress perché oddio chissà che cosa trovo quando rientro. E quindi volevo chiedere a voi esperti quale può essere invece una direzione o un attrezzo da mettere nella nostra cassetta per capire quanto, come trovare un equilibrio tra questo stacco e continuità con quelle che sono le nostre attività lavorative. È una sensazione tra l'altro molto sgradevole, vedo già il professor Carciofi e il dottor Proietti. Io penso che è una tematica universale ma va presa nella soggettività che riguarda molti bisogni. C'è una persona che ha più il bisogno del controllo, è molto più enfatizzata rispetto ad altri. Ma il tema è non partire per un lungo viaggio se non si fa il piccolo miglia. Qual è? Le microabitudini, non dobbiamo pensare alla vacanza 15 giorni di staccare ma quelle pause durante la giornata che noi possiamo veramente prenderci quei momenti. E l'ultima cosa, ad esempio oggi le domeniche sono il nuovo lunedì perché iniziano ad arrivare le emende. Questo che cosa significa? Oppure se non le mandiamo di domenica mattina, arrivano tutte programmate alle 7 di mattina di lunedì. Quindi questo significa che noi dobbiamo iniziare a prendere la consapevolezza che non possiamo fermare quel mondo ma dobbiamo noi prenderci dei momenti di riallineamento. Come fare in piccoli passi? Non ho risposto perché non c'è una risposta. Dottor Proietti, anche lei qualche minutino per prendere un'altra domanda? Assolutamente sì, il discorso dei piccoli passi quindi mettere un piede per aprire la porta e poi pian piano provare ad allargare e vedere cosa succede nel momento in cui, ed è anche una delle strategie che si usa tra l'altro in consulenza, in clinica, quindi è proprio rodata, validata, sì, quando non si riesce ad esempio un esercizio che diventa alla fine, nella maggior parte dei casi anche un po' divertente, è quello di catastrofizzare per iscritto i pensieri e gli scenari. Quindi cosa mi troverò quando tornerò al lavoro, che cosa succederà? E lasciare andare proprio la fantasia, esasperare per iscritto, evitare di rileggere, piuttosto riscrivere, perché la maggior parte delle volte non riusciamo a limitare i pensieri perché sono paradossali, per cui se invece noi li lasciamo esasperare poi si auto limitano, quindi sostanzialmente spegniamo il fuoco aggiungendo legno. Ma questa è bella e proviamo, c'è un'altra domandina? C'è un'altra domandina? Tutto chiaro? Ci troviamo domani per le donne? Salute mentale donne? State tutti bene voi? Ma chi è che ad esempio quando va a letto alla sera si porta un pezzettino di lavoro? Chi è che dopo le vacanze dice non ce la farò? Io tutte le volte che vado in vacanza poi dico ma io non sarò più capace a parlare per radio. Chi è che è preoccupato? A voi viene ogni tanto da piangere quando avete una cosa di lavoro che vi preoccupa ma che risulta un po' difficile no? De superare? A me viene da piangere quando ho il vuoto creativo. Il vuoto creativo. C'è una domanda? Grazie. Buongiorno a tutti. Allora è premiso che come diceva la signora Panelli, interessantissimo tutti gli ospiti hanno toccato corde o punti scoperti perlomeno per quanto riguarda me. Il professor Carciofi ha detto non possiamo fermare questo trend, questo andamento. Ecco io invece in cuor mio spero sempre che accada qualcosa per cui una situazione un minimo venga più contenuta perché la soluzione suggerita c'è che ognuno provi nuovamente a avere una ritualità, a ritagliarsi è difficilissima perché per quando uno ci prova tutti gli altri che non ci stanno provando giustamente vanno avanti. È un po' quello che diceva lei torno dalle ferie che non ho aperto ancora le mail e passa weekend che non ho guardato ma magari solo io non le ho guardate perché ho una bambina perché ho una vita e lunedì scopro che il mondo ha scritto cose. Cioè quanto invece sarebbe importante se dall'alto per tutti ci fosse, non so magari sento parlare volte di settimane corte ma non so nemmeno se quella è la soluzione perché corto vuol dire togliere ancora meno tempo per lavorare per farcela affidare. Professor Carciofi, qua ci vuole una risposta. Grazie. Di questo parla anche nel suo libro, è edito dal sole 24 ore. In ottica provocatoria quanto dall'alto? Probabilmente l'alto siamo noi, vero? Io ho letto il libro e devo dire. Io ho ancora giusto un paio di minuti per raccogliere ancora una suggestione per condividere con questo panel meraviglioso che veramente questa cassetta degli attrezzi ci ha acceso pensieri almeno. Se ce n'è un altro grazie. Mi piace questa cosa qua. Sentite? Sì, forte chiaro. Complimenti ai relatori, tutti belli interventi. Io sarò breve. Da giovane quello che diceva prima il dottor Porietti sul fatto della frenesia, del voler sempre fare e riempire la giornata. Sentire queste emozioni, accettarle e staccare e rifiutare le proposte è molto difficile perché comunque i pensieri vanno a guarda a te un po' cosa stanno facendo gli altri e comunque ti senti da meno se dici quella volta di no e non partecipi e quindi va bene accettare da una parte d'emozioni sarebbe giusto però non hai sempre il ritorno velocemente di quanto è stato benefico questo atto qua perché dall'altra ti dici ma si dai vado lo stesso e poi comunque vale la pena non sai mai c'è sempre un po' di indubbio perché comunque non lo hai subito il beneficio ma ci impiega del tempo. Vuole tempo. Dottor Porietti siamo in zona rossa nel senso che quasi è scaduto il tempo ma una risposta ce la facciamo fare mi fanno già ma faccia lei che faccio così. Un po' tanto di un po' di ansia gliela metto anche lui tanto lui è psichiatra e psicoterapeuta se la gestirà. La nostra salute mentale e le problematiche mentali funzionano proprio con questa logica contraddittoria per cui l'azione che mettiamo in atto per gestire un'emozione ci fa stare bene lì per lì e poi dopo ci fa star male invece nel momento in cui intraprendiamo ed è difficile se no non ci sarebbe questo lavoro sarei esoccupato però nel momento in cui intraprendiamo azioni salutari avvertiamo prima il disagio e poi dopo il benessere quindi si si tratta di aspettare un po' di più per vedere i benefici e a volte non arrivano perché l'ambiente non è sano ma a volte quando andiamo a correre che poi al mattino dopo diciamo chi me l'ha fatto fare però dicono che se uno continua si allena. Saluto Rosaria Iardino grazie per essere stata con noi per le suggestione e le indicazioni che applausone il presidente di fondazione De Brige il dottor Proietti Isabella Loi e il nostro professor Carciofi grazie a voi grazie per essere venuti intervenuti avanti tutta
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