TU COME STAI? - Il genere femminile tra biologia e luoghi comuni
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TU COME STAI? - Il genere femminile tra biologia e luoghi comuni
Un incontro dedicato alla salute mentale, con focus su donne e sfide quotidiane. Esplora il tema della consapevolezza, la fragilità come forza, e la necessità di supporto per superare stigma e sofferenza.
Un'occasione per la vita di tutti Eccoci, grazie, grazie davvero per essere oggi qui con noi in questo nuovo incontro. Io vorrei stringere la mano a ciascuno di voi, ma vi faccio un applauso. Grazie, un applauso anche ai nostri relatori. E apro questo incontro con una domanda, tu come stai? Una domanda che facciamo e sentiamo ogni giorno, ma quante volte rispondiamo davvero? Quante volte, pensiamoci bene, rispondiamo tutto bene quando invece dentro abbiamo un temporale? Vi ho fatto vedere alcune delle buste che abbiamo raccolto dall'installazione. Vi leggo alcuni messaggi. Mi sveglio ogni mattina con il cuore già stanco. Sto imparando a convivere con quella voce dentro che mi dice che non sono abbastanza. Vorrei dire che sto bene, ma ho paura che nessuno voglia davvero ascoltare. Allora noi oggi usiamo questa domanda, tu come stai? Per aprire uno spazio che spesso manca. Uno spazio dove la salute mentale diventa una priorità, non un tabù. E dove la fragilità non è debolezza. Non è qualcosa di cui vergognarsi o per cui sentirsi inadeguati, ma è un punto di partenza. Questo appuntamento che è il terzo di tre incontri, ognuno vive di vita a sé stante. Però l'abbiamo raccontato un po' come un percorso. Perché? Perché abbiamo toccato tutti gli ambiti, tutte le situazioni e le condizioni che coinvolgono e impattano sulla nostra salute mentale. Abbiamo parlato di ragazzi, di figli. Abbiamo avuto anche molta risposta da persone che erano qui, ma non erano genitori. Alcuni erano educatori, alcuni erano probabilmente persone attente e che hanno sposato quella sorta di genitorialità sociale. I ragazzi stanno attraversando un periodo delicato, tutti noi adulti possiamo fare la differenza. Ieri abbiamo parlato di lavoro, quanto il lavoro impatta sulla nostra vita, sulla nostra salute, compresa la salute emotiva, quanto ci fa sentire forti o inadeguati. Sotto i riflettori di un giudizio che sentiamo a volte troppo severo, ci sentiamo inadeguati. Oggi parliamo di donne. Io sono molto felice, parliamo di noi. Parliamo delle sfide che una donna nel corso della sua vita deve affrontare, penso ad esempio al corpo che cambia nell'adolescenza, al giudizio che pesa, alla maternità cercata, voluta o negata, all'ansia da prestazione, a quella solitudine o a quella forza che ci manca e per cui ci sentiamo spesso inadeguati. Con noi abbiamo degli ospiti speciali, lo avete già riconosciuto, Francesca Dallapè, grazie. Non ho da presentarti Francesca. Grazie, grazie. Perché voi tutti ricorderete che Francesca è stata un'atleta che per prima, una delle prime, secondo me la prima, ecco, non voglio, non è una questione di primati, ma voglio sottolineare una sensibilità di Francesca al tema e ne ha parlato in periodi non sospetti, giusto, quando ancora non se ne parlava. Quindi a te tutto il nostro ringraziamento. Abbiamo accanto a me Veronica Marinelli, psicologa e psicoterapeuta, grazie per la sua disponibilità e dirigente presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria di Verone, ricercatrice presso la stessa università. Abbiamo naturalmente voluto avere anche una presenza maschile. Come si sente in questo gineceo? C'è, la si può fare e secondo me un fortunato è, da parte delle battute, il dottor Morino Rossi, che è vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Venezia. Allora, facciamo un po' di riscaldamento. E allora, sempre attingendo a questo scrigno, un tesoro di tante riflessioni, di tanti racconti, di tante richieste d'aiuto, io distribuisco ai miei relatori una suggestione per un commento. Francesca, ti dico Francesca, posso? Certo. Ok. Perché Francesca è una e lei. Sto imparando a convivere con quella voce dentro che mi dice che non sono abbastanza. Sì, intanto buongiorno a tutti. È un piacere essere qua e parlare di salute mentale e di benessere, soprattutto. E' qualcosa, questa frase è qualcosa che forse accompagna un po' tutti noi nella carriera universitaria, nel mio caso nello sport, nell'ambito lavorativo. A volte ci si sente di non essere abbastanza. A volte si guarda agli altri come se fossero migliori di noi. È qualcosa che sicuramente è successo anche a me. È qualcosa sulla quale ho lavorato e ho imparato a conoscermi e a capire quali erano i miei punti di forza e quali punti deboli che tutti noi abbiamo. Quindi sicuramente sembra una frase negativa, ma se ci si lavora secondo me è una frase sulla quale invece si può crescere. Grazie, grazie Francesca. Non sono triste, solo spenta. Dottor De Rossi. Anche io saluto tutti e grazie per l'invito. Sì, uno degli aspetti più delicati, complessi, è proprio quello di distinguere ciò che è fisiologico da ciò che è patologico. La tristezza fa parte delle nostre emozioni. Le emozioni sono importanti, vanno ascoltate, riconosciute, ci danno un sacco di segnali. Una delle domande che ci viene posta più frequentemente è che differenza c'è tra la tristezza e la depressione, ad esempio. Noi dobbiamo pensare che siamo all'interno di un continuum. Di fatto ciò che fa la differenza è proprio l'intensità. Nel nostro ambito ci si è chiesto spesso come possiamo definire il disturbo, che cos'è un disturbo mentale? Perché è assolutamente una domanda non scontata. Di fatto si fa riferimento solitamente a due parametri. Uno è quella sofferenza soggettiva, che può essere auto percepita o a volte anche etero percepita, cioè sono gli altri che la vedono. E ti dicono ti vedo triste, spente, malicone. Esattamente, a volte non c'è un riconoscimento diretto, soggettivo della sofferenza. Quindi il primo elemento è sicuramente la sofferenza soggettiva e l'intensità di questa sofferenza. Il secondo elemento è quello che noi chiamiamo con un'espressione un po' tecnica la compromissione funzionale, cioè quanto impatta questa cosa nel nostro modo di funzionare. Però chi l'ha approfondita questo aspetto è molto interessante. Non è solo riesco a lavorare, riesco a studiare, ma è anche quanto riesco ad esempio a decidere della mia vita. Quanto mi sento libero nelle scelte, quanto riesco ad affrontare tutte le situazioni con la percezione, anche uso una parola, del benessere di fronte alla capacità di agire. Per cui vedete che però sono due parametri molto specifici, anche molto definiti. Ma lei ce li ha raccontati davvero per bene, grazie, perché è importante ricevere le informazioni adeguate per non farsi autodiagnosi, ma per riconoscersi, per imparare a conoscerci, almeno avvicinarci. Mi sento come se stessi tenendo insieme i pezzi con lo scotch, ma nessuno se ne accorge, dottoressa Marinelli. Buongiorno, grazie. Grazie a voi. Sì, assolutamente. Molto spesso vediamo in ambulatorio questa convinzione delle persone, delle donne, di dover resistere, di dover tenere duro, di essere un collante per molte persone, per la propria famiglia, di essere come dire dei pilota da caccia sempre al 100 all'ora, senza potersi mai fermare mai. Questa convinzione va ricondotta assolutamente, perché possiamo fermarci, possiamo chiedere una consulenza e possiamo ribilanciarci, perché costa energia psichica a tenere duro. E la sofferenza psicologica è sofferenza e va attenuata, mitigata come se fosse una sofferenza fisica, assolutamente uguale. Possiamo farlo. Certo. Soprattutto io penso alla vita di una donna, ci sono dei momenti che sono sfidanti, delicati, ce n'è uno anche in particolare in cui ti senti assolutamente indispensabile. Quando hai i figli adolescenti e i genitori da acudire il lavoro, è una storia d'amore che può essere da supportare, da coltivare. In quel momento, insieme ad altri momenti che oggi racconteremo, a volte lo scotch non basta, proprio avremo bisogno di chiodi per rifarci un po' un'impalcatura. Dottor De Rossi, vengo a lei, perché spesso si parla di mente femminile e di mente maschile. Dal punto di vista scientifico, quanto siamo diversi e soprattutto quanto come queste differenze influenzano anche la diagnosi e il trattamento dei disturbi dell'umore. Possiamo definirli così generalmente? Sì, assolutamente. Questo è un argomento affascinante e anche pericoloso, nel senso che può davvero trascinare tutta una serie di stereotipi e anche di pregiudizi. Cerchiamo di dire cose semplici e chiare. Partiamo intanto dal cervello, il substrato organico, perché la mente è la parte funzionale, il cervello è proprio l'organo. Esistono differenze sì, sappiamo che ad esempio il cervello maschile è mediamente più grande, c'è un 10% di differenza, ma le dimensioni non hanno nulla a che fare con il funzionamento. Certo. Ci sono stati alcuni studi che tendevano a sostenere delle differenze di funzionamento proprio all'interno delle connessioni intracerebrali. Queste erano anche correlati a tutta una serie di aspetti di cui si è molto parlato, per esempio la donna è più portata per le lettere, l'uomo è più portato per la matematica, la donna è più portata per l'empatia, l'uomo è più portato per la decisione e la focalizzazione, ecc. In realtà tutto questo non è stato poi sostenuto da evidenze scientifiche, questo è importante dirlo. Però un po' ci ha segnato. È assolutamente assegnato, perché adesso, scusate, questo va molto a condizionare l'accesso, per esempio a livello lavorativo, alla carriera, ma se io fossi un imprenditore devo decidere a chi dare un ruolo di dirigenziale, scego chi ha gli aspetti empatici o chi ha gli aspetti decisionali, cioè capite quanto queste cose sono rischiosi. Allora, al momento noi non abbiamo evidenze di questo tipo, poi la scienza guardate cambia, magari tra dieci anni ci troviamo a dire il contrario. Però ci sono alcune differenze, queste sono importanti da dire. Ad esempio il cervello risente fortemente di alcuni condizionamenti anche biologici, uno tra questi è quello ormonale. Per esempio il cervello maschile risente molto dell'effetto del testosterone che agisce soprattutto subito dopo la nascita e quello femminile invece risente molto degli ormoni, degli estrogeni, soprattutto dall'adolescenza alla menopausa. Per esempio questo nel cambiare la suscettibilità alle malattie. L'autismo è più prevalente nei maschi, la demenza di Alzheimer è più prevalente nelle donne. Guardando la vita di una donna ci sono effettivamente, capisco che il tema è interessante, ci vorrebbe un congresso ma noi abbiamo il tempo che ci guida. Ci sono dei momenti nella vita della donna in cui davvero c'è questa vulnerabilità, voi per un gioco di ormoni, voi per un condizionamento, voi per un'organizzazione delle sinapsi. Mi viene in mente l'adolescenza, vediamo che i disturbi del comportamento alimentare sono ad esempio in crescita e lo sono soprattutto nelle donne. Pensiamo alla gravidanza, al postgravidanza, pensiamo al periodo che accompagna la menopausa, quello che dicevamo. Assolutamente sì, questo è un dato forte dal punto di vista scientifico ed epidemiologico. Ad esempio la depressione ha prevalenza doppia nella donna rispetto ai maschi. I maschi si rifanno su altre patologie, soprattutto sui disturbi di personalità, sui disturbi da uso di sostanze. Dottoressa Marinelli, anche in questo caso il dottor De Rossi ha un po' illustrato quelle che può essere. La salute abbiamo accompagnato, la salute mentale della donna nella sua vita. Come riuscire a riconoscere quella differenza che ti fa dire non è solamente stanchezza, non è un disturbo dell'umore, non sono solamente magonata, non so se voi dite così anche qui, perché ho avuto una delusione da qualcosa di più serio. Allora, certamente, come dire, noi siamo quello che conosciamo. Noi abbiamo una storia familiare che ci guida nella proporzione del nostro distress, della nostra sofferenza. In popolazione generale quello che può cambiare è per esempio l'alterazione dell'igiene del sonno, il senso di autoficacia, cioè di non riuscire ad essere come vogliamo sul lavoro, nelle relazioni intime, nelle relazioni familiari, come vorremmo essere. Questo ha a che vedere con le aspettative che ci portiamo da dove l'abbiamo conosciuto, perché essendo noi quello che conosciamo dipende molto da quello che ci hanno insegnato, dove abbiamo imparato a relazionarci. E qui è importante stoliniare il fatto che la salute mentale è transgenerazionale, cioè una donna che accudisce, che ha come funzione l'accudimento, diciamo, in zona prinatale o anche poi quando magari diventa zia, nonna, collega, amica, è fondamentale che abbia un equilibrio. Quando ha un bimbo piccolo abbiamo mille giorni, un anno circa, un anno e mezzo, per orientare il bambino in salute, vedete che la salute della madre è fondamentale o delle donne che sono vicino alla madre. Abbiamo una grandissima responsabilità, la avvertiamo, proprio per questo tante volte ci sentiamo inadeguate, che cosa sto facendo, sarò abbastanza? Lo facciamo nei confronti dei figli, dei genitori, delle colleghe, abbiamo questa, ce l'abbiamo dentro, ma proprio c'è anche un po' stata attribuita a questo ruolo di quella persona che accoglie, accudisce. E tante volte questo ruolo un po' lo sentiamo troppo grande o troppo stretto, insomma è difficile muoversi con equilibrio e armonia, averne la percezione. Perciò, Francesca, tu come atleta, come campionessa olimpica, come mamma hai vissuto sicuramente come tutti noi delle pressioni e delle aspettative, ciascuna in base un po' all'ambiente in cui vive. Io vorrei, tu l'hai già fatto, ma che tu oggi condividessi con noi come hai affrontato e gestito queste sfide emotive, considerando anche la pressione, la responsabilità che ti si dava e ti si dà ancora oggi. Allora sì, sicuramente è un aspetto su cui ho lavorato molto. Mi sono accorta in un certo periodo della mia vita di non riuscire più ad affrontare per esempio la situazione gara. Facevo degli allenamenti bellissimi, degli allenamenti dove potevo vincere, invece poi andavo in gara e tutto si trasformava in un disastro. E ovviamente la parte mentale era la cosa che mi condizionava molto di più. Queste aspettative probabilmente non arrivavano solo dagli altri, ma era un carico che mi davo anche da sola. E il carico che ti dai da sola poi diventa più pesante. Quindi da lì ho cominciato a dire che devo prendere in mano la situazione perché questa è la vita che voglio fare. Avevo più o meno 17-18 anni. Questa è la vita che voglio fare e devo capire come fare per affrontarla. E da lì ho cominciato ad andare da una psicologa sportiva. All'inizio sono state delle chiacchierate a ruota libera parlando un pochino dei perché poteva succedermi questo blackout in gara. La cosa interessante e che col senno di poi e con l'esperienza è stata capire che il conoscermi e capire come ero fatta e come poter gestire le cose in base a come ero fatta io mi ha cambiato completamente l'approccio alla gara. E quindi questo lavoro su di sé che a volte è difficile accettare di prendersi un po' in mano. E poi Francesca vorrei condividere con le amiche che sono qui anche un momento molto delicato che è quello della maternità. Anche la maternità è stato un momento delicato, un momento che è difficile da gestire. Nel mio caso anche il cambiamento del fisico è stato qualcosa che mi ha un pochino condizionato soprattutto con la seconda gravidanza. Il fatto che comunque una donna nel post parto si sente abbastanza sola con questo desiderio, la voglia di occuparsi di tutto ma effettivamente di tutto non ci si può occupare. Bisogna imparare a delegare, bisogna imparare a fidarsi anche degli altri, bisogna imparare anche a non avere quel senso di colpa che a volte ci accompagna nel dire mi prendo del tempo per me per stare meglio. Sicuramente questo lavoro che è lunghissimo da fare, infatti ne stiamo parlando se fosse qualcosa di naturale non staremo qui a parlarne. Vedo comunque dei cambiamenti, vedo tantissime donne che inseguono un sogno lavorativo, delle ambizioni. Infatti anche dopo la mia prima gravidanza il mio sogno insieme a Tania Cagnotto era quello di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo da mamme perché il messaggio che mi piaceva ci piaceva dare era il fatto che una donna dopo che diventa mamma non è solo mamma, rimane donna, rimane amica. Io spendo un applauso perché spesso anche nel mondo del lavoro si dice sai però ormai è diventata mamma, ecco come se una parte del cervello, dell'energia, della velocità fosse messa, grazie. E allora scusa tu hai interromputo un messaggio che dobbiamo portare avanti. Questo era il messaggio che mi piaceva portare avanti proprio perché credo che una mamma ambiziosa che riesca a realizzarsi ancora sia una mamma più felice. Una mamma anche che dà un messaggio bello, io ho una bambina, all'epoca dicevo da un messaggio bello a mia figlia voglio vedere che veda sulla propria pelle una mamma che si impegna, che può fare tutto nonostante una famiglia. Certo. Dottor De Rossi vengo a lei perché Francesca ha parlato di maternità, di gravidanza, chi ha avuto una bambina o è stata vicino ad una sorella sa che c'è un momento delicato soprattutto il periodo che segue. I primi mesi di vita del bambino, il periodo che segue il parto tanto che si parla di baby blues ma anche si parla di depressione postpartum. Sono due situazioni differenti, una è anticipa all'altra. Io lo so che le faccio delle domande che richiederebbero molto tempo però vorremmo raccogliere proprio delle sottolineature per togliere anche tanti luoghi comuni che a volte ci allontanano dalla verità. Allora differenza tra baby blues o maternity blues e depressione postpartum. Sono entrambe reazioni emotive che seguono appunto il parto caratterizzate da un abbassamento dell'umore ma sono molto diverse per intensità e durata. La maternity blues colpisce intanto dal 50 all'80% delle donne che hanno partorito. Compare rapidissimamente dopo 2-3 giorni viene chiamata la sindrome del terzo giorno però si risolve anche in modo abbastanza fisiologico nel giro di 15-20 giorni. L'intensità è lieve nel senso che c'è un abbassamento dell'umore, una tristezza, una tendenza al pianto, una disforia, una oscillazione, un'irritabilità eccetera. La depressione postpartum colpisce un 10-15% che non è poco delle donne che hanno partorito. Compare però solitamente dopo qualche settimana e dura alcuni mesi. L'intensità è maggiore tant'è che si parla di depressione. Abbiamo dei criteri molto chiari e richiede solitamente un approccio professionale. La maternity blues richiede tanto supporto, comprensione. Due parole sulle cause ma proprio due. Sicuramente il ritorno sulla questione ormonale, soprattutto per quanto riguarda la maternity blues. C'è un crollo e uno stravolgimento ormonale dopo pochi giorni. Poi c'è tutto ciò che ha detto benissimo la campionessa Francesca, tutto ciò che cambia dal punto di vista della percezione di sé, delle aspettative, delle aspettative anche degli altri, del ruolo. Per cui ovviamente c'è un momento di burrasta. Certo, di tsunami. Dottoressa Marinelli, andiamo agli stereotipi che ancora pesano e influenzano la percezione della salute femminile tante volte, no? Quando anche a voi sarà capitato. In ufficio pensiamo ad esempio se c'è una donna che magari sei un po' arrabbiata o ti arrabbi, fare riferimento al fatto che tu sia in quei giorni quasi automatico. Cioè la donna che in età fertile ogni mese ha un ciclo mestruale, sembra che in quel mese lì... Certo, ecco questo ad esempio è una cosa che siamo nel 2026 che è ancora comunissimo. Tra i giovani e i meno giovani poi a un certo punto non te lo dicono più perché capiscono che sei uscita ed hai quasi una liberazione a proposito di valorizzare la menopausa. E' assolutamente vero. Purtroppo ancora oggi la donna viene associata a una forma di debolezza, debolezza fisica, debolezza di performance professionale. Nel lavoro mi riconducevo alla campionessa, è verissimo, mantenere l'identità della donna che diventa campionessa, che magari fa cose importanti al lavoro e che diventa anche madre. Coniugare queste cose necessita di una forza mentale incredibile e va trasmessa alle nostre figlie e figli e figli. Brava. Perché così tutti possano vedere la complessità e la possibilità che questo possa essere realizzato e vissuto a pieni e mani. La donna è donna e deve avere risorse mentali per gli altri e per se stessa. Domani per essere ancora professionista, campionessa e madre, oggi mi devo anche un pochino divertire, rilassare, passare del tempo free, relax. Questo va sdoganato, questo è importante che ce lo diamo questo tempo. Riuscire a dire di no, a prendersi spazio, quello spazio che noi oggi ritroviamo per parlare di noi, ma potremmo fare parlare delle giornate, un bel weekend dobbiamo organizzare. Prendersi spazio senza sentirsi in colpa, senza Francesca sentire vengo meno, abbandono, lì trascuro e questo vale nella vita di tutti, nel lavoro, nello sport, nel ruolo di mamma, nel ruolo di amica. Noi abbiamo anche il problema di accudire le persone che sono anche dal di fuori della nostra famiglia. Abbiamo un sacco di persone a cui pensare e a volte è giusto anche dedicare del tempo alla persona più importante che siamo noi. Anche oggi per esempio essere qui vuol dire dedicarsi del tempo a qualcosa che ci appassiona. Per esempio io per me questo è un tempo che mi sto dedicando perché è una cosa che mi appassiona, perché è una cosa che mi piace. Adesso vivo un'emozione di felicità, di appagamento e questo sicuramente me lo porto dietro tutta la giornata, quindi con la mia famiglia, con le mie amicizie, ne giovano un po' tutta l'organizzazione della giornata. Però credo che sia necessario allenarsi a farlo e lo chiedo ai miei due tecnici, al dottor De Rossi e alla dottoressa Marinelli. Sì sicuramente, riuscire un po' a dare uno spazio a se stessi è importante. Prima c'è stato un passaggio che a mio avviso è stato molto importante, quello che diceva sempre la campionessa. Una donna ha usato la parola l'ambizione ma in senso positivo perché è davvero qualcosa che per gli uomini, voglio dire l'ambizione è qualcosa che è una leva, è un motore che spinge alla creatività insomma. I sensi di colpa, anche qui, non è mai tutto nero bianco, hanno un loro ruolo perché anche questi sono qualcosa che è sempre il livello dell'intensità, la gravità con cui noi viviamo queste cose. Dobbiamo molto allenarci ad avere un equilibrio, dei punti di equilibrio su tutti questi aspetti nostri interni, profondi, emotivi che possono davvero diventare una risorsa come possono diventare una condanna. Stiamo un po' noi allenarci a queste cose. Io chiederei alla regia di mandare una scheda che abbiamo preparato, raccoglie cinque domande. Le risposte, ciascuno di noi può darle, possiamo condividerle, possiamo tenerle per noi, possiamo fare una foto, portarcele a casa e pensarci. Dobbiamo allenarci, le voglio leggere con la dottoressa Marinelli. Quando è stata l'ultima volta che ti sei sentita emotivamente ascoltata, pensiamoci insieme, non diciamocelo, però, riesci a riconoscere quando stai andando in affanno, a volte siamo talmente in affanno che dico tanto corro, Se ti capita di sentirti, ne abbiamo parlato, in colpa quando ti prendi cura di te, Francesca ce l'ha sottolineato, sono contenta, in questo momento ho aperto uno spazio, mi porto questa risorsa nel corso della giornata. A chi potresti dire oggi ho bisogno di aiuto? Noi abbiamo una persona qui in questo momento, telefono e dico aiuto, mi ascolta. Hai mai pensato di meritare più gentilezza anche da parte tua? Dottoressa Marinelli un flash per andare poi ad aprire la nostra platea con domande, interventi, richieste. La consapevolezza sul proprio supporto sociale percepito è fondamentale. Dobbiamo instaurare nella nostra vita dei presidi di protezione verso l'estero, noi abbiamo di solito pochi contatti reali su cui possiamo veramente contare, gli amici sono supermo della mano ma guardate anche meno, anche meno. Queste sono le nostre figure su cui dobbiamo fare riferimento e fermarci, anche un caffè, non serve andare da uno psicoterapeuta, fermiamoci intanto ma con queste due persone in presenza. Questo è fondamentale, puoi essere un'amica, puoi essere un'azia, un cugino, perché no? Un collega? Ci sono delle domande prima che continuiamo con i nostri relatori da parte vostra, anche una riflessione sulle domande che vi abbiamo posto, sulla situazione che stiamo vivendo tutti in questo momento, in famiglia, al lavoro. Se ci sono degli interventi, se volete grazie, se volete condividere con noi, è una sorta di tavola rotonda anche se abbiamo questo palco. Grazie a lei. Buongiorno. Rompò io il ghiaccio. Brava. Volevo chiedere come si colloca il nostro giudice interno rispetto agli argomenti che avete trattato finora, perché credo che sia importante, almeno io lo sento molto spesso il mio giudice interno, quanto ogni tanto è rigido con me. È bellissima questa metafora del giudice interno. Prego. Potete rispondere entrambe perché le vostre figure sono complementari, tutte e tre. Il giudice interno, come dicevo prima, può essere qualcosa che ci spinge, ci aiuta, può essere una risorsa, può essere qualcosa che davvero alimenta dei pesanti sensi di colpa. Guardate, torno un po' al tema della depressione. Uno degli aspetti più caratterizzanti dell'ideazione depressiva, il soggetto depresso, è il sentirsi in colpa. Il soggetto depresso arriva a percepirsi come causa del suo stesso male e purtroppo trova spesso anche un entourage attorno, un sacco di persone che colludono, anche in buona fede. Cos'è che si dice uno che è depresso, che rimane disteso tutto il giorno, eccetera? Dipende da te. Il dipendere da te, che è un messaggio, ripeto, dato in buona fede, eccetera, però se ci pensate è un messaggio colpevolizzante. Certo che dipende anche da noi, ma il depresso, la percezione è quella di non avere una spinta vitale insomma in quel momento. Quindi attenzione perché questo giudizio interno dobbiamo sempre riuscire a smussare soprattutto gli angoli più spigolosi, più forti. Francesca, tu che con i giudici sei venuto, perché in gara ci sono i giudici di gara, fediamo non quelli togati. Come si tiene a Bada? Si può un po' educare questo giudice interno? Possiamo fare dei corsi? Effettivamente il giudice più severo che ho incontrato è stata la mia mente. La mia mente che cercava in tutti i modi di sabotarmi e arrivava a questa vocina nella testa a dirmi un sacco di frasi negative. E non ce la fai, non ti sei allenata abbastanza, dovevi far di più. La mia tecnica è stata, ogni volta che arrivava questa vocina malefica che voleva rovinarmi i piani, io nella mia testa dicevo stop, ma poi lo dicevo anche ad alta voce stop. Stop. E pensavo a qualcos'altro di positivo. È una buona indicazione dottoressa Marinelli, ne ha un'altra? Perché questo giudice parla. Parla, si si, parla. Dipende anche molto dalla nostra attuale finestra di tolleranza allo stress. Noi abbiamo sempre una flutuazione nei nostri momenti critici e questo agente di controllo che abbiamo interno va monitorato. Fin dove riusciamo in autonomia, poi quando diventa difficile, perché ci accorgiamo che non riusciamo più a lavorare bene, per esempio, se non abbiamo peggio o non abbiamo più quella lucidità, quella concentrazione va come dire revisionato da uno specialista. Come facciamo una igiene dentale, assolutamente. Una consulenza, una volta. E magari già questo uno specialista può riorentare l'ideazione e farci tornare incarreggiata. Anche questo significa parlare di salute mentale nel modo corretto, perché se abbiamo male a un ginocchio, se abbiamo un dolore, abbiamo mal di testa, abbiamo mal di denti, noi ci rivolgiamo alla persona che sappiamo, al professionista, che quando invece abbiamo un problema legato alle nostre emozioni, alla nostra difficoltà ad accettare gli eventi della vita, che non abbiamo mai bisogno di affrontarle, a sentirci, in quel caso abbiamo paura di essere etichettate, perché tu sei la solita, perché non ce la fai, perché... Dottore. Sì, e su questo c'è uno stigma molto forte nei confronti della salute mentale, e lo stigma, oltre al creare danni alla persona, che soprattutto fa in modo che uno faccia molta fatica a chiedere aiuto, ad avvicinarsi alle cure, ai professionisti, eccetera. Peraltro c'è un dato, le donne chiedono molto più aiuto rispetto agli uomini, questo è un dato molto positivo, hanno una tendenza a farlo, e negli ultimi anni le richieste di aiuto sono aumentate, probabilmente... Questo è un buon segno. Questo è assolutamente un buon segnale. Volevo aggiungere una cosa su quanto si parlava prima, allora, io prima ho parlato dell'impatto degli ormoni sullo sviluppo del nostro cervello, c'è un altro elemento, che è l'educazione, attenzione, perché il nostro cervello è estremamente plastico, cioè si modifica, soprattutto in alcune finestre della nostra vita, nell'infanzia soprattutto, cioè a seconda degli influssi anche educativi che noi riceviamo, il nostro cervello si modifica. Torno un po' all'esempio iniziale, se una bambina viene, in qualche modo viene data un'educazione per cui deve sviluppare l'empatia, quel cervello si plasma in un certo modo. Se il bambino, il maschietto, viene invece stimolato alla competizione, perché bisogna stimolare, il cervello si sviluppa in un questo modo. Allora, rispetto anche, ritorno alla questione dei giudici, attenzione anche all'educazione che diamo e che riceviamo, perché questo ovviamente va molto ad incidere poi nella percezione nostra e quindi anche appunto nel giudice interno che abbiamo. Grazie. C'è una... poi ce n'è e poi una in avanti, grazie. Mi ricollego alla giudice interno e vi chiedo, è altrettanto problematica invece la presenza di giudici esterni? Nel senso, nella mia esperienza... Avete pensato alla stessa domanda? Nella mia esperienza non segui abbastanza i figli, non segui abbastanza i genitori. Non segui al lavoro? No, li amiche non mi sei vicina come amica e tu sei lì che ti dimini tra, diciamo così, una serie di circostanze, cerchi di pensare a te, cerchi di andare in vacanza, cerchi di ritagliarti i tuoi spazi, ma gli altri incombono. Quindi mi ricollego, sia al giudice esterno ma anche ai giudici interni e quindi ai giudici esterni, sia alla cultura e all'educazione, che non è solo da piccoli, è anche da grandi. Dottoressa Marinelli, ci dia una soluzione? Allora, gli altri non sono tutti significativi. Ah, alcuni sono i molto importanti, alcuni meno. Abbiamo persone vicine, intime, socialmente vicino a noi e poi molto volontane. Noi viviamo in un mondo in cui siamo tutti connessi, sembraamo tutti uguali, ma c'è una priorità anche affettiva. Ci deve regolamentare nelle relazioni, dobbiamo probabilmente rimparare questa cosa. Chi ci è vicino sul serio, se stiamo male, ci chiede come stai, ci guarda negli occhi, se siamo sfuggenti non ci molla, non ci molla con lo sguardo, tiene fisso. Questo è importante. E di queste persone dobbiamo tenerne conto della loro opinione, come dice lei. Se fra queste persone c'è questa amica, amico, o persona significativo, se ne facciamo carico. Altrimenti guardiamo meglio un attimo. Facciamo un po' delle potature. Potiamo, potiamo. Sì, anche a me era venuta in mente questa cosa del giudice esterno, però con un po' un'altra declinazione. La riflessione è quante donne ancora, grazie a dei giudici esterni, però rinunciano alla loro ambizione. E quindi quanto questo può compromettere la salute mentale di quella persona, perché comunque per rispondere a delle aspettative magari dell'uomo che hanno accanto o di altre, o della famiglia in generale, rinunciano. Quindi la rinuncia può anche impattare sulla salute mentale. Mi piacerebbe sentire rapidamente il parere di Francesca e del dottor De Rossi. Allora, mi piace raccontare il fatto che ci sono state tante occasioni nella mia carriera da atleta dove mi è stato detto che ero una persona fragile, debole, perché spesso piangevo. E questa cosa qui mi limitava molto nel vivere le mie emozioni. La cosa che mi ha cambiato tantissimo è il fatto di conoscere e accettare quella che ero. E quindi anche il giudizio delle persone esterne l'ho accantonato. Mi sono vissuta le mie emozioni. Quindi se avevo bisogno di piangere, piangevo. Se avevo bisogno di ridere, ridevo, ma quello lo accettano tutti, perché sono solo le emozioni negative che gli altri non accettano, soprattutto noi in Primis. Quindi mi sono accettata prima delle gare, avevo la necessità di piangere, a me poi veniva una forza incredibile. Nel momento in cui io poi mi sono accettata, dopo qualche anno anche gli altri mi hanno capito e ad un certo punto mi hanno detto, ma come mai questa volta non piangi? Mi sono accettata, mi hanno accettato e per me poi è stato liberatorio. Dottor De Rossi, siamo in chiusura. Io volevo fare solo un rapido collegamento con un aspetto estremo, che è quello dei disturbi alimentari e giudici esterni. Noi siamo abituati a pensare a disturbi alimentari come un problema dell'alimentazione. In realtà è un problema di identità e di immagine corporea. E non abbiamo idea di quale sia il peso che subiscono, soprattutto queste ragazzine, il rapporto E9-E1 tra donne e maschi, dalle immagini che vengono trasmesse soprattutto dai social, dagli algoritmi dei social, sono devastate e a proposito di rinuncia arrivano a rinunciare al proprio corpo. Questo è il meccanismo, la sto dicendo in un modo molto pesante, estremo, ma il meccanismo psicopatologico è esattamente questo, un giudizio estremizzato sulla propria identità per cui vengono tra volte con martellamento esterno, perché poi di fatto sapete come funziona Instagram e questi social tu premi qualcosa, e allora arrivano immagini di modelle, corpi filiformi, diete costantemente. Io ho seguito, ho visto ragazzine che come processo anche di cura era quello di riuscire ad abbandonare Instagram perché erano fortemente influenzate negativamente da questi aspetti. Stiamo sforando di un minuto, ma possiamo sforare di un minuto? Se uno mi ha detto, mettiamo l'acceleratore, grazie. A lei. Tu sei forte, puoi sopportare qualunque cosa. Prima, a proposito di chi potresti dire oggi ho bisogno di aiuto, prima io riuscivo a chiedere aiuto, per esempio mio marito con cui vado molto d'accordo, poi abbiamo avuto una disgrazia terribile, abbiamo perso un figlio, io sono sempre la forte e lui il fragile, quindi recito costantemente la parte di forte. Cosa devo fare? Scusate, ma un minuto di sforro ci vuole il dottor De Rossi, il dottoressa Marinelli. Siamo tutti con lei, recitare non va mai bene. Se però questo essere forte in qualche modo è comunque connaturato, è qualcosa che le dà a lei stessa, dà una forza, è qualcosa di positivo, credo possa essere qualcosa che va coltivato mantenendo un'autenticità di fondo, almeno con le persone più vicine, più care, più autentiche. Questa forza mentale che lei ha, che a volte esibisce, le costa un prezzo altissimo, perché la sto vedendo che costa tantissimo e va ricaricata questa energia con una colleganza tra donne normalmente, quando vengono alterate le relazioni con il proprio compagno di vita, che è testimone della nostra vita, delle amiche o un gruppo, camminare insieme o un viaggio. Chiudiamo con un messaggio di Francesca a questo incontro che mi dispiace ma dobbiamo salutarci con cosa? Francesca, a una donna che ci sta seguendo, che sta attraversando un periodo sfidante, che cosa diresti? Perché esca fuori quella campionessa che c'è in ciascuno di noi, non solamente in noi donne, anche negli uomini, la scienza. Ma? Conoscersi, accettarsi, nelle difficoltà chiedere aiuto, se non a qualcuno di vicino, appunto a un professionista, e continuare a inseguire i propri sogni. A volte si fa un po' fatica ma passo dopo passo ce la si può fare. Grazie, grazie a voi, grazie alle vostre storie, al Dottor De Rossi, alla Dottoressa Marinelli, a Francesca Dallapè. Grazie, buona vita. Grazie a tutti.
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