TU COME STAI? - Il benessere mentale dei giovani
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TU COME STAI? - Il benessere mentale dei giovani
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thank you interact and support tue liking infamat stating la salute passa attraverso un'informazione affidabile e sicura 24 ore salute è l semana che ci この番 allfilluppe E' l'app digitale del gruppo 24 ore dedicato a salute, medicina, ricerca, sanità e innovazione. Una piattaforma esclusiva che si rivolge a utenti, operatori del settore e istituzioni. Con la profondità e la completezza di informazione firmate dal gruppo il Sole 24 ore. Sono certo che contribuirà a migliorare in maniera seria quella che è l'informazione medica e medico-scientifica. Evviva! Ci salutiamo con un applauso. Grazie, grazie per essere qui. Sono contenta, perché poi mi piace. L'applauso è una stretta di mano quando non lo si può fare vicine e vicine e dire sono qua. Ed è un gesto anche che crea le condizioni per un'alleanza. Noi ne abbiamo bisogno. Iniziamo con un applauso. Ce lo siamo fatti, ce lo siamo scambiati, ma iniziamo con una domanda. Tu come stai? Quante volte l'abbiamo fatta, a volte per circostanza, oggi la facciamo davvero. E questa domanda la rivolgiamo ai ragazzi a cui io voglio... io sono molto onorata che voi state venuti qua. Posso farvi un applauso io con i miei esperti? Grazie. Perché oggi parliamo di voi, ma noi abbiamo bisogno di voi. Che anche voi ci aiutiate a dire le parole giuste, a cogliere i momenti giusti. Dicevo, dobbiamo fare un'alleanza. Perché noi sappiamo che stiamo attraversando noi adulti, voi ragazzi, un periodo diciamo sfidante. Ecco, in cui dobbiamo ritrovare i pensieri e le parole. Dobbiamo parlare di salute mentale. Sì, dobbiamo farlo. È un tema difficile per noi adulti affrontarlo. Per voi ragazzi, parlarne. Sappiamo che però è cruciale, lo abbiamo detto tante volte e lo continuiamo a dire soprattutto da dopo il Covid. Non c'è salute senza salute mentale. E allora cerchiamo di fare squadra. Lo faremo anche con questo incontro partendo da questa domanda che è banale, semplice, ma è molto potente. E utilizzeremo questa domanda come una sorta di chiave che apre quella serratura del cuore e della mente, dove risiedono delle emozioni. Che spesso quella frase, tu come stai, non riesce a tirare fuori. Tu come stai è anche il fil rouge che lega questo appuntamento ad altri due. Ed è un'occasione bellissima qua a Trento parlare di salute mentale al Festival dell'Economia. Domani ci sarà un appuntamento sempre con questo tu come stai dedicato al lavoro. Occupa gran parte della nostra vita, occuperà gran parte anche della vostra. E poi sabato avremo un tu come stai dedicato alle donne, alla salute mentale della donna. Donna che vuol dire mamma, sorella, collega, amica. E proprio c'è questo impegno. Ogni evento vive di vita propria, ma dobbiamo trovare, mi piacerebbe secondo me anche, con l'aiuto dei nostri relatori presenti, riusciremo a farlo. Grazie al vostro contributo siete invitati. C'è un tavolo, ma siamo tutti insieme intorno a un grande tavolo rotonda. Mi sembra quella di Rare Tu. Ecco, per cui scambiamoci. Facciamo andare la testa ai pensieri. Togliamoci tutti quei lacci. Di questo dovremmo trovare una modalità. Vado subito a presentarvi gli amici che sono oggi qua con noi. Rebecca Terlazzi, grazie. E Pluri Campionessa Mondiale di Patinaggio Artistico a Rotelle. Buongiorno a tutti e grazie. È un onore per me essere qua. Abbiamo qua accanto a me Stefano Rossi, psicopedagogista ed esperto di educazione emotiva. Che incontra ragazzi, scuole, nei teatri. Adesso è arrivato da mezza corona di corsa, perché anche lui è stato un ex atleta. Abbiamo Claudio Agosti, che è direttore dell'Unità Operativa di Psichiatria Distretto Nord del Dipartimento di Salute Mentale del Trentino. Giusto. Ero un po' emozionata perché ho detto qua l'amico sbaglia. Bene. E chiudo col dottor Roberto Cafiso, che è membro del Tavolo Tecnico Salute Mentale del Ministero della Salute. Allora parto da lei, grazie. Ma è bello perché io che lavoro in radio non li vedo mai i miei ascoltatori, però li sento. Per cui ogni tanto chiuderò gli occhi perché dentro di me io sento l'ascoltatore anche quando non lo vedo. Per cui anche chiudendo gli occhi sento che siamo già in contatto. Dottor Cafiso, intanto è un grande onore avere qui lei come rappresentante del tavolo proprio dedicato alla salute mentale. Credo che questo sia un segno. Cioè è un segno che dice a tutti noi che si vogliono fare le cose per bene, trovare delle soluzioni condivise ed efficaci. E come anticipavo portare il tema della salute mentale al Festival di Trento è ancora una cosa, ancora mi passa il termine, più incisiva, un messaggio ancora più chiaro. Perché vogliamo lavorare anche su questo aspetto, anche perché non possiamo pensare che la salute mentale debba essere difesa dal singolo ma vada un po' costruita, alimentata, protetta dalla comunità tutta. Mi parte lei con un messaggio di apertura della sua presenza qua. Quanto importante e quanto è felice di essere qui con noi, proprio con Robecca. Allora sono molto felice perché quando posso parlare intanto a delle persone ma a dei giovani in particolare, questo mi dà dentro una forza, una carica per il lavoro che faccio, che facciamo noi tutti, straordinario. E poi un po' l'atmosfera che in questo caso lei riesce a creare, diciamo che ci motiva a fare ancora meglio quello che normalmente facciamo. Questo è il messaggio che sento e che quindi esprimo. Il tavolo tecnico brevemente, sta approntando un progetto per la salute mentale complessivo che riguarda gli adulti, i giovani e chiaramente tutti gli ambiti, quello del carcere, quello delle REMS, di alcune patologie particolari. E lo sta facendo da due anni, quindi è un lavoro che ci spinge a lavorare, non da soli, perché siamo dodici. Fortunatamente un piccolo numero perché si lavora meglio, anzi che quelle pletore. Però ci siamo avvarsi di oltre 200 esperti nazionali che abbiamo consultato in videoconferenza, che abbiamo convocato, associazioni, enti, università, cioè è il frutto di sintesi di dodici, ma in realtà è un lavoraccio enorme. Un lavoraccio enorme mi piace, perché in effetti è molto sfidante, soprattutto urgente. Vero? Sì è vero. Rebeca, tu sei una campionessa mondiale, siamo tutti orgogliosi di averti qui e di tutto quello che tu ci hai generosamente regalato, ma hai anche parlato con molta sincerità delle tue difficoltà. Come ti sei sentita e soprattutto secondo me è un gesto da campione riuscire a condividerle, perché immagino non sia stato facile, Rebeca è stata anche protagonista di uno degli episodi del nostro podcast, quando meno te lo aspetti, che abbiamo realizzato con Radio 24 e Sole 24. Come è andata Rebeca? Tu puoi parlare ai ragazzi che sono qui e sono vicini di età, per me potrebbero essere i miei nipoti. Credo che sia fondamentale. Quantali tu. Credo che sia fondamentale la condivisione, perché soprattutto quando erano i momenti più difficili, avevo 16 anni, era tutto nuovo, ancora era un tabù, tutta la salute mentale, i disturbi alimentari, gli attacchi di panico. In quei momenti lì, oltre alla fatica dell'accettarsi, di avere un problema e non sapere come poterlo risolvere, in quel momento lì avevo bisogno di una luce. Cercavo in giro delle persone che mi potessero dire non in mezzo per come uscirne, ma tranquilla, si risolve tutto. Si attraversa. Esatto. Quindi per me condividere tutto quello che ho passato e cercare di essere una luce per i giovani che magari in quel momento lì, in questo momento, anche adesso, sono nei loro momenti più bui. Perché quando sei dentro ad un circolo, perché è come un vortice quando sei dentro ad un disturbo alimentare, ad un attacco di panico, a depressione, non vedi proprio via di uscita. Allora, lo spunto che mi ha dato Rebecca mi spinge a fare una domanda a voi, ai ragazzi e agli adulti che oggi sono qua con noi. C'è una frase che avreste voluto sentirvi dire, e lo dico a chi è un pochino più maturo, magari che vi avrebbe a distanza di tempo, avete capito, che vi avrebbe aiutato a uscire. E anche a voi ragazzi, c'è una frase che vi è stata suggerita, vi è stata rivolta e che vi ha fatto dire, bene, posso farcela, oppure è difficile, vado avanti. Perché? Perché, e vado dal Dottor Rossi, a volte non è facile riconoscere i segnali di ansia e di disagio. Rebecca, tra l'altro, era in una condizione ancora più difficile perché tutto il mondo ti guardava e quindi proprio impersonificava il successo, la perfezione, il controllo, il talento. Perché per noi tutti gli atleti a livello come quelli di Rebecca sono dei supereroi e la fragilità non è un ingrediente del supereroi. Allora, come si fa? Come si prende? Quali sono quelle emozioni che bloccano dentro il nostro cuore, la voglia di chiedere aiuto, il desiderio e soprattutto comprendere che qualcosa sta capitando? Ma secondo me un punto su cui dovremmo un po' riflettere tutti è che oggi siamo in una società ossessionata dalla prestazione. Mentre Rebecca è un atleta e come atleti professionisti affrontano con una consapevolezza e anche volte con degli strumenti, con dei supporti, tutto questo, io credo che oggi noi siamo passati da un mondo verticale in cui se pensiamo i genitori, i genitori volevano il bravo bambino. Il bambino che si comportava bene, il bambino che sapeva essere disciplinato. Oggi dal mondo verticale di ieri siamo passati a un mondo orizzontale che fondamentalmente divide il mondo in winner e loser, vincenti e perdenti. E questa cosa, io che incontro molto i ragazzi, l'ascolto, in consulenza, nei teatri, nelle scuole, questa cosa oggi fa male perché manca il diritto all'imperfezione, il diritto alla caduta, il diritto alla fragilità. Poi se noi pensiamo anche al termine ferita, soprattutto l'adolescenza, è l'età delle ferite in cui il cuore sanguina spesso. Ma ferita come etimo ci richiama anche a feritoia. Dalle ferite può uscire della luce se si fa un percorso. Ecco, sicuramente io credo che accanto al lavoro psicologico, clinico, qua ho due stimati colleghi che se ne occupano, io con i ragazzi faccio anche un po' un lavoro filosofico per dire occhio, perché nella società della prestazione la cosa più difficile è imparare a volersi bene. Perché se noi guardiamo i social, oggi potremmo dire, se mi consentite un iperbole, l'inconscio è online. Perché? Perché oggi siamo in una società in cui ogni io vuole farsi Dio. Tutti vogliono essere influencer, tutti vogliono essere popolari, tutti vogliono stare sotto i riflettori, ma chi è il Dio dell'io che vuole farsi Dio? Le metriche. Perché ciò che spaventa anche l'influencer qual è? Perdere follower, perdere like. Allora un grande filosofo contemporaneo che si chiama Byung-Chul Han, che è un sudcoreano che insegna in Germania, ha detto questa frase potente, l'autolesionismo è il rovescio sanguinante dei selfie. Cioè tutte le volte che ti fai un selfie in qualche modo ti stai confrontando in maniera autolesionistica con qualcuno che è più magro di te, più bello di te, più popolare di te, più ricco di te, più felice di te. E allora questo fa sì che noi interiorizziamo una lama, cioè mentre ieri gli adolescenti si confrontavano col senso di colpa, oggi c'è molto di più il senso di inadeguatezza, la paura di non essere abbastanza. Dottor Rossi, noi oggi vogliamo aprire, apriremo anche se avete già delle domande, delle suggestioni, degli SOS, delle cose che volete dire. Ecco, io le chiedo, con la sua esperienza e conoscenza dei ragazzi vuole buttare qualche stimolo ai ragazzi, agli operatori, agli insegnanti qua presenti, come proprio di conversazione o per partecipare a questa sorta di tavolona? Io provarei a chiedere soprattutto ai ragazzi... Dottor Tiso fa tavolo tecnico e noi facciamo il tavolone, il tavolone della Saluta Mesa. Sempre a tavola siamo. Sempre a tavola. Una domanda che magari non è facile sviluppare qui è aiutateci a capire in che cosa è difficile essere voi, in cosa fate fatica, quali sono le cose oggi più difficili per un giovane adulto, per una giovane adulta, qual è la cosa più difficile? Intanto Rebeca, tu che sei giovane e hai raccontato le tue difficoltà quando eri proprio un adolescente, che cosa è stata difficile? Così diamo qualche suggestione e io credo che quando uno poi inizia a parlare poi il cuore si apre, cos'era difficile? Allora, io mi ritrovo tantissimo con le parole... Di Stefano Rosi. Sì, perché il senso dell'inieguatezza penso sia stata la base di qualsiasi mia problematica. Ma c'è tutta oggi eh? Eh. Non è che si guarisce da un giorno all'altro. Il processo è lungo ma penso che alla base ci sia l'accettazione di sé stessi così come si è, perché bisogna sempre ricordarsi che noi siamo nella nostra unicità, unici e perfetti così per noi stessi. È difficile accettarlo. Però vi dico che ci si arriva eh? Io ormai sono nonna, devo dire che da qualche mese mi sono tranquillizzata. Dott. Agostini, io vengo a lei perché noi sappiamo che l'adolescenza è sempre stata anche ai tempi, insomma, tempi non sospetti, considerato un po' un momento critico, no? Anche in famiglia, quando c'era la cosa verticale, beh, si sapeva che non si volevano le regole, c'erano le prime rispostacce, la porta chiusa, no? Non entrare in... Ecco. Ma sappiamo adesso dalla ricerca che il cervello, soprattutto nel momento dell'adolescenza, diciamo, è oggetto di grandi trasformazioni. Allora, io partirei da qua per poi arrivare a chiederle di dirci se noi mettiamo in conto qualche cambiamento nei nostri ragazzi e anche nei ragazzi stessi, sanno che stanno attraversando questo periodo, Qual è il limite, qual è il confine, se si può parlare di confine, tra il fisiologico e invece la condizione che richiede più attenzione? Non voglio dire patologico, ma anche perché molti dei disturbi psichici si manifestano proprio in quest'età. Io penso che ci sia un continuum, che non ci sia una parte dello spettro per cui siamo nella normalità e una parte per cui siamo sicuramente nella patologia. C'è una tendenza molto evidente oggi di affidare, di delegare ai servizi per la salute mentale la soluzione di problemi che sono problemi epocali, che sono problemi della nostra società e del periodo storico molto particolare che stiamo attraversando. Sicurissimamente le problematiche connesse alle vulnerabilità, alle fragilità fisiologiche dell'adolescenza si sono complessificate. Negli ultimi anni noi che facciamo questo mestiere, cioè che siamo psichiatri, ci diciamo, fra di noi abbiamo proprio cambiato mestiere, perché il mondo è cambiato, perché i problemi non sono più puri, sono difficili da decifrare perché c'è una commistione di problematiche che rende tutto molto... Mi fa un esempio dottore. Sì, noi fino a 10-15 anni fa vedevamo i classici, quelli che chiamavamo esordi, esordio psicotico, esordio di un disturbo affettivo come la depressione, via dicendo. Oggi è molto più difficile identificare un quadro psicopatologico in senso stretto perché accanto all'esordio psicotico ci sono i comportamenti sociali, a rischio, le dipendenze, i comportamenti antigiuridici, il ritiro sociale, fino a chi comodi, tutte queste cose qua. E quindi tu vedi dei quadri in cui anche il cuore psicopatologico messo in un contesto che esista, è mascherato da una serie di maschere sociali. Il problema è che molto più di quanto già fosse cifra dell'adolescenza, oggi gli adolescenti vivono delle vite, sono spinti a vivere delle vite as if, come se. Quindi di dover emulare dei modelli che gli vengono in maniera martellante proposti e quando si ritrovano in uno scarto, non adeguatezza, il vissuto prevalente è quello dell'inadeguatezza, non solo all'altezza del modello che mi viene proposto. Dottor Rossi, vorrei un commento al quadro descritto dal dottor Agostini. Sono in questo, centrano i social in gran parte o anche i genitori e gli adulti? Che hanno cambiato probabilmente anche richieste o aspettative o attese nei confronti dei ragazzi? Secondo me, come diceva il collega, è una cifra del nostro tempo. Oggi sicuramente i social propongono dei miti irraggiungibili e il fatto che tutto è misurabile a livello di metriche, tutto fondamentalmente diventa una competizione. Mi viene in mente per esempio quella metafora di Baumann che diceva la società della competizione è come il gioco della sedia che facevamo da bambini, si corre attorno alle sedie, però ad ogni giro di giostra quando la musica si ferma una sedia manca e allora il grande timore oggi è essere eliminati dal gioco. Cioè i reality show sono già venuti dentro la nostra vita e questo sicuramente alimenta questa forma di ansia. Per quanto riguarda i genitori, io ne incontro tanti in teatro tutti i giorni e io li chiamo un po' i genitori nella nebbia perché secondo me sono una generazione di genitori che si pone delle domande, vogliono capire come essere, io lo chiamo un porto sicuro per i figli, ma dentro questa nebbia oggi mancano le coordinate. Cioè come le coordinate cliniche ci veniva detto sono diventate più liquide, oggi anche le coordinate educative sono liquide. Cioè io ho genitori che mi scrivono mia figlia ha 18 anni ma secondo lei vuole il ritocchino invece della macchina, ma è una bella ragazza. È giusto dottore, già che mi vieni a porre questa domanda c'è da porsi delle domande. Dottor Cafiso c'è da porsi delle domande e c'è tanto da lavorare. E infatti lei ci ha raccontato un po' quali sono gli obiettivi del tavolo tecnico. Ma ci sono delle novità specifiche per i giovani? Allora stiamo cercando di un po' creare, è chiaro che le regioni poi hanno un'autonomia nella sanità, però ecco l'import è quello di creare delle e che e pe di transizione, vale a dire e fino a questo momento in larga parte un ragazzo che ha delle difficoltà a 18 anni, fino a 18 anni viene seguito da una serie di servizi di neuropsy infantili, successivamente passa alla psichiatria adulti e quindi insomma cambia in qualche modo i referenti. Queste e che pe di transizione starebbero a metà tra la fascia cosiddetta adolescenziale, quella degli adulti per fare in modo che ci sia un accompagnamento, perché non si può prendere un paziente e lasciarlo il giorno dopo ad altri esperti che se ne prendono cura. E quindi questo e un primo punto. Il secondo punto e una sorta di attenzione particolare agli oggetti di disfunzione. I dispositivi che stanno creando tutta una serie di problematiche anche cerebrali, perché sappiamo da studi fatti sul cervello che l'utilizzo smodato dello smartphone crea una serie di reti abnormi simili all'utilizzo delle sostanze stupefacenti e quindi questo e qualcosa che ci preoccupa. Ci preoccupa anche il numero di suicidi che purtroppo cresce, che cresce e la seconda causa di morte per il giovane dopo gli incidenti stradali, che a loro volta sono causati spesso da distrazioni alla guida, l'utilizzo del cellulare, cioè quindi mettere a punto una sorta, una rete di dispositivi tecnici che però non sono di pertinenza della salute mentale, sono di pertinenza della società, della famiglia, della scuola. Cioè bisogna che capiamo tutti che su questo tema non ci sono delle competenze elettive o si lavora fianco a fianco anche con il gruppo dei pari, che molto spesso è più utile che un gruppo terapeutico. E le dirò di più, a volte mi è capitato di avere un ragazzo che mi porta una madre che ha delle difficoltà tipo X. Beh la terapia che io suggerisco è abbracciare qualcuno una o due volte al giorno come una pillola. Inizialmente sarà una difficoltà, un atto meccanico, ma noi sappiamo che nella ripetitività, in questo caso sano, ce l'abbandono e questo è qualcosa che oggi manca. È vero che io notavo e lo chiedo ai ragazzi, quando il ragazzo diventa grande, tutti da mamma, da genitore, te ne accorgi, perché prima era così affettuosa, ti baciava, ti abbracciava, poi improvvisamente si tengono le distanze. Proviamo a recuperarle, a volte anche con il gruppo dei pari, che abbiamo visto essere così importante, voi l'avete sperimentato, perché durante il Covid abbiamo tutti capito quanto l'altro ci manca. Rebeca, io torno a te, perché quanto è difficile vivere una situazione in cui ti senti male, il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore dicono altro, magari usano delle parole che non hai mai conosciuto, non hai mai pronunciato, e avere la forza di chiedere aiuto. Quanto questo chiedere aiuto poi alla fine è liberatorio, il problema è che ci si sente sperso, immagino, raccontaci. Innanzitutto è difficilissimo chiedere aiuto, perché prima di tutto devi avere te stesso la consapevolezza di avere un problema, e quanto è difficile rendersi proprio conto se stessi, ok, ho un problema, devo chiedere aiuto. Io personalmente ho sempre fatto molta fatica a chiedere aiuto, perché sono sempre stata una persona che voleva fare tutto da sola, e chiedere aiuto alle altre significa per me togliere del tempo per se stessi e gli altri. Quindi solo che arrivi a un punto in cui la tua mente, il tuo corpo, hanno bisogno di liberarsi. Una volta chiesto aiuto, da lì penso sia la prima luce quella che parlavo prima, cioè chiedere aiuto, capire di avere un problema e chiedere aiuto. Io da lì sono rinata, per me io avevo deciso di smettere nel 2022 di pattinare, sono finita da un'europsichiatra perché non volevo più uscire di casa, e poi ad una certa ho detto io ho superato tantissimi problemi nella mia vita, nel senso sono sempre andata in pista davanti a migliaia di persone in un campionato del mondo, adesso che si tratta di vita vera credo che sia il caso di prendere in mano tutto quanto, no? Quindi sono uscita da un'europsichiatra, ho detto ai miei genitori sono messi a piangere e io ho iniziato a ridere. Ho detto ok, allora io non sono contenta di quello che ho fatto nell'ambito sportivo perché ok avevo vinto 15 titoli del mondo, ma la mia soddisfazione personale era voglio fare una gara e uscire serena e tranquilla, felice di quello che ho fatto, perché posso assicurarvi che puoi vincere quanti mondiali vuoi, ma se non sei felice preferisci perdere, ma far bene. Quindi da lì ho detto, premessa, io per 6 mesi non ho mai più rimesso né guardato i patti, né guardato un allenamento, io avevo proprio il ripudio. Ho detto sistemiamo un attimo la testa, che cosa vuoi fare Rebecca di prendere la tua vita in mano perché tu a nessuno puoi sistemarla al posto tuo. Quindi niente, nel giro di un mese ho trovato una psicologa per me bravissima, cioè ne ho cambiati tanti perché poi devi trovare anche la persona dove tu ti puoi sentire completamente te stesso e aprirti al 100%. Io in un mese ho rimesso i patti, dopo un mese di terapia ho fatto un campionato italiano perché ovviamente dovevo qualificarmi per fare il mondiale dell'anno successivo. Io volevo, dal non volerlo, volevo raggiungere il mio 16° titolo del mondo, che era poi il record che volevo battere, dopo 3 mesi ce l'ho fatta. Ma è tutta una questione di testa, perché lo volevo. Per me il chiedere aiuto per se stessi vale più di qualsiasi altra cosa, quella è la vittoria più grande per me, non è la medaglia. Per me chiedere aiuto e aver superato, tra virgolette, la problematica che avevo. Comunque ci ha commosso tutti, eh. Per cui io passo subito alla domanda, grazie, perché queste esperienze toccano. Vedo che il dottor Agostini mi guarda e mi dice anche lei, forse avrebbe bisogno di fare due chiacchiere, però in effetti è davvero così, no? Perché tutti noi, tutti noi, possiamo raccontarcelo, siamo tutti qua con la stessa timore, con la stessa paura, con le nostre fragilità, con le parole che non riusciamo a dire. Come adulti, e vado dal dottor Rossi, noi non riusciamo ad agganciare i ragazzi, non sappiamo se, e molti di voi immagino si saranno chiesti come adulti, ma come posso intavolare il problema del disagio con mio figlio, con i miei studenti? Noi non troviamo le parole, ma come possiamo avere un appeal nei loro confronti? Voi dovreste darci due suggerimenti, due per come entrare in punta di piedi nella vostra vita, eh? Ma noi li aspettiamo. Secondo me la prima indicazione è ricordarci che abbiamo due orecchie e una bocca. Cioè noi siamo in un tempo in cui non sappiamo più ascoltarci, ma non ci sappiamo ascoltare nei rapporti di coppia, nei rapporti di amicizia. Qualcuno ha detto, invece di ascoltare, oggi le persone attendono solo il loro turno di parola, è tutto un altro paradigma. E allora forse, ecco, io se dovessi fare una sintesi, no, per dare un'immagine magari agli insegnanti, ai genitori, io credo che i nostri ragazzi, se mi consentite questa formula, non hanno bisogno di adulti che giudicano, giudicano già abbastanza da soli, forse hanno bisogno di adulti che hanno la delicatezza di sedersi accanto a loro. Se voi immaginate come esseri umani, non solo come genitori o educatori, ma voi immaginate di aver passato una giornata sotto le intemperie, fredda, dura, una giornata di quelle che fa male, arrivi finalmente a casa, di che cos'è che hai davvero bisogno? Di uno che ti fa la predica? Quell'abbraccio che diceva il dottor Cafiso. Ma quell'abbraccio secondo me è un adulto, un essere umano che ti è vicino, che ti dice guarda, io di psicologia non so niente, ma se ti guardo negli occhi vedo che hai dei pesi nel cuore, posso sedermi accanto a te? Se ti va, se ti va, puoi condividere questi sassi con me. Allora credo che quando qualcuno si siede accanto a noi, non per dirci, ma per farci un po' di spazio dentro il suo cuore, ci sta dicendo tre cose. Amore, io tengo a te, empatia, io ti vedo davvero e forse anche accettazione, vai bene per quello che sei. Quindi io credo che dobbiamo ripartire da quest'arte un po' dimenticata del sederci accanto all'altro. Anche quando abbiamo proprio la netta sensazione che il nostro figlio, la nostra figlia, che noi ci sediamo accanto a lei, a lui, non abbia nessuna intenzione. Voi come psicopedagogisti etc. parlate molto dell'accoglienza, a volte ci si sente addirittura rifiutati, le porte si chiudono. Però dobbiamo continuare in questa direzione. Dottor Agostini, noi stiamo parlando, questa generazione viene etichettata come generazione fragile. Ma come sono cambiati rispetto ai ragazzi che lei vedeva vent'anni fa? Che cosa c'è di diverso? Secondo me non è una generazione fragile, è una società fragile la nostra. Nell'ultimi vent'anni il mondo è cambiato, è finito l'Impero Romano, è arrivato il Covid, è arrivata una guerra in Europa, sono esplosi fenomeni migratori. Abbiamo vissuto, attraversato una serie di contraddizioni fortemente impattanti sulle nostre identità culturali. E queste sono soprattutto gli adulti che non sono stati in grado ancora di elaborare questa cosa, per cui siamo costantemente in ritardo. Rincorriamo la storia, rincorriamo la realtà. E molte volte gli adulti fanno gli struzzi, mettono la testa sottoterra e preferiscono stracciarsi le vesti gridando contro lo straniero piuttosto che contro qualunque fenomeno che ti ha messo in crisi e in difficoltà. Se gli adulti sono così, immaginiamoci, gli adolescenti che sono alla ricerca di una loro identità, di una loro precisazione, hanno dei modelli confusi e devono trovarne di nuovi. Però non credo che sia un fenomeno specifico dell'adolescente, penso che sia un fenomeno trasversale e che da questo punto di vista noi adulti, perché qui siamo solo adulti, noi adulti abbiamo una responsabilità enorme che è quella di provare a rivisitare le nostre identità culturali. Perché se non facciamo questa cosa qui, e queste sono le agenzie culturali, le agenzie politiche, anche i social stessi, se noi non facciamo questa cosa qua andremo in tilt tutti, in crisi tutti. Quello che noi osserviamo per rispondere alla domanda è che invece che arrivare, come dicevo prima, dei quadri psicopatologici, arriva il casino. Arriva. È stato chiaro. Le situazioni più confuse possibili. Scusate la parola, il casino. No, no, ma lei ce l'ha raccontato, cioè non c'è solamente un problema ma la commistione di più problemi, ma noi abbiamo i cresciti e i disturbi del comportamento alimentare. L'auto lesionismo. Ragazzi che si rinchiudono, si è parlato degli chico mori, ma si è parlato anche di tanti ragazzi che non vanno più a scuola, non frequentano più gli amici. Ecco, di fronte a questi segnali, prima che la cosa vada avanti, che cosa deve sapere il genitore che magari non è preparato? Allora, negli ultimi dieci anni, guardiamolo nella mia prospettiva, che è il capolineo, il punto da prodoco, dove c'è chiarissimamente un problema che assomiglia a una psicopatologia terza. In dieci anni i disturbi della fascia adolescenziale sono raddoppiati. Alcuni dicono triplicati. Sicurissimamente raddoppiati. Allora, vuol dire che quella fragilità, quella vulnerabilità, che è cifra, abbiamo detto, elemento fisiologico dell'adolescenza, non è stata sufficientemente curata, ma uso la parola cura in termini del prendersi cura, la parte degli adulti, della società, della comunità e via discorrendo. Questo quindi, io credo che se poi il punto di approdo è questo arrivo di quadri estremamente confusi e commisti, ci sia una responsabilità della comunità di investire di questo compito e di queste riflessioni tutte le esenzie, la scuola, i servizi sociali, le famiglie, la comunità, gli intellettuali. Cioè, è la comunità che deve ripensare se stessa e deve essere in grado di avvicinare i giovani che sono in ritardo rispetto a una realtà che cambia veloce, ma da un certo punto di vista meno di noi. Siamo noi, noi adulti, che rincorriamo la realtà e non la riusciamo più a comprendere e pretendiamo che i giovani la comprendano. Se ci sono delle domande, degli interventi, delle esperienze, fatevi avanti. Io capisco che sia difficile rompere il ghiaccio, ma noi siamo proprio qua apposta. Ecco, grazie, bravo. Noi oggi vogliamo proprio cercare di eliminare tutti i lacci che ci tengono e impediscono di parlare di salute mentale, che è un diritto, non è un lusso. Assolutamente. Mi ha colpito molto l'intervento del dottor Rossi. Io sono padre di tre figli e credo che in aggiunta a quello che ha detto lei, sia necessario da parte di un genitore creare uno spazio e cercare di chiedere ai propri figli quanto questo spazio gli sia necessario per cominciare a prendersi cura di se stessi. Proponendogli della terapia, proponendogli delle attività assieme piuttosto che dei momenti per se stessi in modo che facciano loro il primo passo. Perché la terapia, come sappiamo tutti, è una cosa che, come diceva prima anche Rebecca, il primo passo lo deve fare la persona nel riconoscere il proprio problema. E quindi credo che da genitore mi sentirei di consigliare un altro genitore di provare a costruire e a proporre degli spazi per interventi naturalmente dal psicologo, da quello che si ti tiene più opportuno per i propri figli. Io vorrei commentare con il dottor Cafiso questo contributo di questo genitore che ringraziamo. È una richiesta che anche il tavolo tecnico imparte. Io vorrei raccontare un'esperienza a proposito di adulti che si relazionano con i giovani. L'esperienza che è questa, lavorando da tanti anni in una comunità terapeutica che si occupa di recuperare soggetti con problemi di dipendenza di qualsiasi tipo, questi ragazzi vengono inseriti in comunità, non hanno più rapporti con la famiglia, se non attraverso delle telefonate, delle informazioni. Queste persone, queste visite, cominciano a interagire con gli operatori e in un certo senso a volte hanno l'impressione che l'interesse degli operatori sia formale, sia il loro lavoro, sia perché devono farlo, non hanno fiducia nell'affettività spontanea di queste persone. Dopo un po' questo cade quando si accolgono che non è così e queste persone hanno una svolta nel loro percorso, quindi che cosa possiamo dedurre da tutto ciò? Se gli adulti riescono a essere coerenti, costanti, pazienti, riescono a conquistare il cuore di un ragazzo. Se hanno fretta o pensano che il figlio, il ragazzo, l'alunno deve cambiare nei tempi che hanno stabilito loro, avremo dei flop. Rebeca, quanto l'ambiente che ti circondava, ti ha aiutato o ti ha anche frenato a fare questo passo che poi ti ha portato a capire che non bisogna sopravvivere ma bisogna fiorire? Come hai fatto tu? Hai avuto un obiettivo e l'hai centrato? Io l'ho capito tardi. Diciamo che io sono sempre dell'idea che le persone di cui ci possiamo fidare ciecamente si contano sempre sul palmo di una mano. Ma perché? Purtroppo l'ho vissuto io sulla mia pelle. Io mi sono fidata ciecamente di quelle che ritenevo le persone che mi hanno portato a vincere. Poi sono quelle che alla fine mi hanno distrutto. E sono rinata sempre grazie all'amore della mia famiglia. La famiglia sarà l'unica che ci sarà sempre per voi. Il sangue del proprio sangue. Io ringrazierò sempre mamma e papà perché mi hanno salvato. Quindi poi per carità ci ho messo del mio nel volerne uscire. Ma loro in determinati momenti mi vedevano giù, sono stati forti. Delle altre persone non so se ce l'avessero fatto. Perché vedere un figlio che soffre... Noi non siamo preparati. Ce l'abbiamo nel DNA. Reggere la sofferenza del figlio che sono dei pezzi di cuore che noi vorremmo vedere sempre felici. Lei nei suoi incontri ha fatto dei profili dei genitori di cui abbiamo parlato anche per radio. Sembra che non siamo attrezzati a stare a fianco. Sì, io volevo agganciarmi su un altro punto se posso perché mi hanno colpito dei tre interventi. Secondo me è un tema che ruota ma che non abbiamo menzionato, il tema del futuro. Io credo che questa generazione di adulti, di giovani adulti e di giovani oggi viene anche penalizzata, mi si passe il termine, dai cantori dell'apocalisse. Perché è vero che da un lato siamo in un tempo iper complesso, il problema è sociale prima che psichico. Però io credo che noi adulti abbiamo la responsabilità di ripensare il futuro nel tempo della crisi del futuro. Perché sennò, io ritorno a Winnikorn, che diceva non chiamateli ragazzi arrabbiati, sono ragazzi disperati. Io credo che dietro l'autolesionismo, dietro l'anoressia, dietro tutti questi quadri di cui voi come clinici siete maestri, però c'è questo nucleo di disperazione. E allora riflettevo su questo tema perché io credo che uno dei problemi del nostro tempo è l'appesantimento dell'io. Ilman diceva oggi l'io, cioè l'anima si porta sulle spalle tutto il peso del mondo, così il mondo rimane senza anima, lo trattiamo da pattumiera e l'anima ha sulle spalle un peso insostenibile. E allora visto che parlo anche a tanti ragazzi, che forse sono in quella età difficile, per me è stata molto difficile capire cosa volevo fare della mia vita. Io credo che un piccolo consiglio se me lo consentite è non cercate solo tutta questa retorica del talento che poi alimenta il senso di inadeguatezza, eccetera, ma io mi permetto di dire qualunque sia la vostra bellezza, la vostra passione, la vostra configurazione dell'anima, chiedetevi come potete usare il vostro potenziale per lasciare un piccolo segno di bellezza nel mondo. Perché io sono convinto che se non ritroviamo una dimensione relazionale col mondo, alla fine certo tutti noi combattiamo, lottiamo per arrivare a fine mese, per arrivare a vincere la competizione, a fare un buon libro, però alla fine il problema è che senza un noi in cui crediamo l'io è perso. E io credo che questo fanatismo dell'io sia uno dei più grossi problemi del nostro tempo. Prendiamolo d'occhio. Noi siamo in chiusura, ci sono delle domande, un altro contributo che arriva da voi, una storia, un'esperienza positiva, negativa, avete voglia di condividerla, a chi chiederesti aiuto? Si chiede aiuto a un genitore, a un insegnante, dal medico, ad un SOS. Io spero che questo incontro abbia mosso qualcosa dentro di noi. Sicuramente ci ha passato il messaggio che siamo tutti insieme responsabili e possiamo, ciascuno di noi, adulti, giovani, figli, giocare il proprio ruolo. È un po' come una squadra e quindi dobbiamo in qualche modo trovare una modalità per un confronto. Io chiedo ai miei fantastici relatori, che ci hanno toccato il cuore e anche ha acceso dei pensieri, di chiudere questo nostro incontro con un messaggio. Mettiamoli in una bottiglia, lo lanciamo così. Poi ciascuno di noi lo elaborerà, magari ci farà un pensiero, ci ritornerà. Noi siamo sempre a vostra disposizione, c'è tra l'altro una box che si proprio tapeggia con tu come stai, dove si possono raccogliere impressioni, frasi, richieste di aiuto. Ci sono delle bucche della lettera e con tutte le emozioni si infilano lì dentro. Io credo già che questo sia concretamente pensare a quanto abbiamo necessità di fermarci e di pensare un pochino a noi stessi. Un flash, Rebeca, facciamo il giro e si chiude. Io mi rivolgo soprattutto a voi giovani. Non vogliate essere la versione migliore per gli altri, ma vogliate essere la versione migliore per voi stessi, cioè lottate per voi. Chi se ne frega del parere degli altri, tanto alla fine sarete sempre voi stessi dentro al vostro corpo. Grazie Rebeca. Dottor Cafiso. È sempre mezzo pieno, non guardatelo mai mezzovuoto. Grande. Andiamo al dottor Agostini. Mi ha colpito molto la storia di Rebeca e mi ha commosso anche il ringraziamento sentito alla famiglia. Non voglio fare la parte... purtroppo io mi occupo del greve dell'esistenza, quindi vedo anche le cose brutte. Oggi in Italia ci sono decine di migliaia di minori non accompagnati, cioè che non hanno i genitori. Ci sono un sacco di giovani in crisi profonda che hanno dei genitori, passatemi un termine gergale, balenghi, cioè che non sono in grado di svolgere la loro funzione genitoriale. Allora io credo che noi abbiamo, noi come società, come comunità, abbiamo il compito di attrezzarci per dare risposte anche a queste persone che non hanno la fortuna di Rebeca, di avere alle spalle una famiglia che magari passata la buriana riesce a riprendere il figlio per il ciuffo dei capelli. Grazie, grazie dottor Agostini. Genitorialità sociale. Stefano Rossi chiude? Chiudo dicendo, occhio ragazzi, perché il bullo peggiore non è mai fuori, ma quella voce che hai dentro che ti dice che non vali niente, che non sei abbastanza, che nessuno ti vorrà mai bene. Allora io credo che nella società della prestazione noi dobbiamo imparare la cosa apparentemente più facile, ma è la più difficile, imparare a volerci bene. Grazie. Io vi ringrazio, io la butto lì. Noi domani siamo ancora qua e siamo ancora qua dopo domani. Questa stanza mi piacerebbe pensarla come un luogo in cui veniamo in questi giorni di festival a parlare della salute. Salute sul lavoro, salute delle donne, c'è la nostra box. Noi, io ci conto e vi aspetto. Domani parliamo alle 16 di lavoro, quanto impatta sulla nostra salute psicofisica e poi parliamo di donne. Verrà la signora in terza fila, mi ha già detto che c'è, io sono onorata. Grazie a voi. Grazie a voi. Grazie a voi.
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