Premio letterario di Saggistica Economica e Sociale Il Sole 24 Ore
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Premio letterario di Saggistica Economica e Sociale Il Sole 24 Ore
Un libro che sfida il mito del work-life balance e propone un nuovo approccio all'armonia tra lavoro e vita personale.
Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore Stefano Biolchini, Domenica del Sole 24 ore ho scelto di presentarlo, perché questo è un libro che vi aprirà degli scenari e vi farà scoprire, lo sentirete, cose che voi stessi avete provato e che non sapevate, invece, di aver così individuato. Allora, iniziamo con Karen Naum, raccontaci perché avete scelto di premiarlo, questa è la terza edizione, e dici tu perché. Buongiorno a tutti e a tutti, è un piacere o un'emozione essere qua, anche a raccontarvi del nostro premio letterario di saggistica che portiamo al festival per il terzo anno. Abbiamo nelle precedenti edizioni portato delle tematiche molto interessanti legate al lavoro giovanile, piuttosto che alle città che cambiano con place making l'anno scorso. Il premio mappa un po' quello che fa il festival, la società che cambia. L'anno è un po' una missione anche del gruppo, di portare nuove idee, di dare nuove bussole. E quest'anno l'abbiamo voluto fare, la cosa bella è che arrivano tantissimi spunti per cui, per darvi un'idea dalla geopolitica al benessere, alla salute mentale, alla sostenibilità, Abbiamo fatte tantissime tematiche da autori che ovviamente ci propongono i loro manoscritti. Il lavoro della giuria è intenso, anche in questo caso abbiamo dovuto valutare tra diversi manoscritti, ma Harmonia ci ha convinto perché è un percorso non scontato in tematiche che interessano a tutti, Il work life balance, non lo sto dicendo in maniera scontata, che se ne parla tantissimo e non è affatto facile anche attraverso le generazioni, c'è un approccio diverso alla concezione di come si può lavorare e anche mantenere un equilibrio nella propria vita personale. Deborah Denuzzo lo fa in una maniera molto chiara, con un linguaggio molto diretto e anche non operativo, ma con dei consigli che aiutano il lettore a trovare degli spunti per meglio navigare questa complessità, perché niente è scontato, non ci sono ricette di management scontate, ma proprio un approccio anche molto diretto. È molto giusto quello che diceva Karen, guardate io sono onorato di presentare questo libro anche perché ho la fortuna di presentarlo con due donne, e sapete nel mondo del lavoro le donne non sono propriamente le privilegiate, specie in Italia, leggendo questo libro si ribaltano moltissimi punti di vista, perché questa autrice parla di benessere personale, le ragioni sono diverse, e qui te ne elenco tre. La prima ragione è che ho vissuto sulla mia pelle quanto il lavoro possa incidere sul benessere personale, a volte mi sono sentita schiacciata, e altre volte la professione ha rappresentato per me una grande leva di miglioramento. Guardate che non sono tutte le donne che possono parlare così, e lei non solo ne parla ma è in grado di convincere veramente, attraverso le sue parole, come si possa arrivare a questa leva di miglioramento. Questa è la mia prima domanda, come è questa leva di miglioramento? Come tu l'hai individuata? Me lo hai raccontato, io vorrei che lo raccontassi anche al nostro pubblico. Grazie, buongiorno a tutti e a tutte innanzitutto. Allora, qui si apre il mondo di armonia con questa domanda, e in realtà io ho già cercato di rispondere a questa domanda immediatamente nelle prime righe, nelle prime pagine di questo libro. Armonia nasce da un mio percorso di crescita personale e professionale. E quindi quando dico che per me il lavoro ha rappresentato tante cose, amate e odiate, anzi prima odiate e poi amate, è un po' come confessarmi, è un po' come mostrarmi a nudo per come ho vissuto il lavoro negli ultimi dieci anni. E quindi partendo un po' dalle origini, io mi sono ritrovata dieci anni fa a lasciare un posto di lavoro sicuro, che però mi stava togliendo pezzi di vita. Uso proprio la parola pezzi, sembra una parola molto materiale, ma è così. Era un lavoro a tempo indeterminato, ma un tempo che io odiavo. Un lavoro sicuro, ma che in realtà mi stava... un tempo pieno, ma che mi stava svuotando. E a un certo punto io mi sono ritrovata con il mio corpo e la mia mente che mi dicevano in tutti i modi, e che quella non era più la mia strada. Avevo 29 anni, quindi siamo a dieci anni fa, e io cerco di fare il mio salto. Dieci anni fa, lo dice lei, perché nessuno avrebbe mai scomesso su questa data a vederla. Non ho 25 anni, ne ho quasi 40. Però lo so, devo sottolinearlo ogni volta, ma va bene. E quindi prendo questa decisione, una decisione che toccava enormemente l'aspetto lavorativo. Quindi il salto è stato tra un lavoro che mi stava svuotando a un lavoro che io ho costruito. Ho un po' inventato il mio mestiere, poi ne sono arrivati tanti altri, ma il mio mestiere è stato lasciare quel posto di lavoro e avere una missione. Il mio nuovo lavoro doveva essere far star bene le persone al lavoro. E quindi nel mio immaginario nessuno più doveva stare e sentirsi come mi stavo sentendo io in quel momento. Apro il mio studio e decido di occuparmi di benessere al lavoro. In realtà io facevo già formazione su questi temi, ma entro in un ambiente che mi poneva tanti paletti, tanti vincoli. Io invece continuavo a incontrare persone vere, e le persone vere non hanno a che fare coi vincoli e coi paletti. Avevo intorno a me persone che mi raccontavano la loro vita, persone che io incontravo negli uffici, negli ambienti di lavoro. Il mio obiettivo era proprio quello di rispondere nella maniera più concreta e realistica possibile a quello che loro mi proponevano tutti i giorni. Quindi io cercavo di aiutare le persone, ma anche loro mi insegnavano un sacco. E quindi decido di abbracciare questo tema dell'armonia a vita-lavoro, che poi vedremo non è il work-life balance. Spero che questa sia l'occasione anche per raccontarvelo. E decido che quella doveva essere un po' la mia missione. Ecco, io qua ti fermo, però, perché già Karen ha citato il work-life balance. E allora io ti chiedo subito, raccontaci, fai il punto sul work-life balance e su invece quella che è la tua proposta. Il work-life balance è una storiella, o almeno. Io l'ho sempre vista un po' così. È una storiella leggera che ci propinano però in tutti i modi possibili e che non funziona a tutti i nostri mali. Perché non funziona, a mio parere? Non funziona perché ho visto diverse persone, sia nelle organizzazioni, nelle aziende, entro le quali io passo la maggior parte del mio tempo tutti i giorni. E nei percorsi di crescita personale che faccio con le persone, l'ho vista come una storia molto ingabbiante. Quindi non ci aiuta. Rincorrere un concetto di work-life balance, di bilanciamento vita-lavoro a tutti i costi, non fa altro che farci sottolineare il fatto che la vita sia separata dal lavoro. E quindi noi invece vogliamo migliorare questo connubio. Ma se continuiamo a trattarlo come due parole col trattino nel centro, è un po' come cercare una soluzione a qualcosa che non accettiamo. Trovare soluzioni deve partire dall'accettare. E allora concentrati proprio su questa congiunzione, su questa edi congiunzione delle due cose. L'armonia arriva per sfatare questo mito del work-life balance o del bilanciamento a tutti i costi. Perché non è realistico. Noi non possiamo vivere e mettere la nostra vita su due piatti della bilancia. Quindi non possiamo mettere su un piatto il lavoro, sull'altro il resto della nostra vita. E insistere per tenere questa bilancia in perfetto equilibrio. Perché non è fattibile. E il risultato del non fattibile qual è? Che poi le persone iniziano a dire, non ce la faccio. Ecco, vedi, non sono capace. Portando ad essenzi di colpa infiniti. E questo non ci fa bene. I sensi di colpa non fanno bene al nostro benessere. E quindi il concetto di armonia parte da questo. Per proporre una nuova soluzione, più realistica. Che è il concetto di armonizzare tutto ciò che nella vita ci interessa, ci importa. E non c'è una ricetta perfetta. Armonia non ha una ricetta perfetta. Non è... Armonia non propone un modo per creare il nostro benessere nella nostra vita. Ma pone tanti punti di riflessione. Perché il benessere può essere, il concetto di benessere può essere diverso per ognuno di noi. E deve restare diverso per ognuno di noi. Mi rendo conto che in tutto questo il mondo là fuori può essere un po' nemico a questo concetto. Perché li leggiamo e li vediamo in continuazione. Questi guru della crescita personale che invece ci dicono che per stare bene e puntare al nostro benessere dobbiamo svegliarci alle 5 del mattino, fare jogging tutti i giorni, avere cura della nostra salute mentale, essere dei perfetti genitori, dei perfetti amici, dei perfetti compagni. No. Armonia vuol dire riprendi in mano te stesso. Innanzitutto cerca di capire chi sei, che cosa vuoi e cerca di far coincidere il tuo fare col tuo essere. Perché quando noi siamo stressati, quando noi stiamo male, non solo al lavoro ma nel resto della nostra vita, che cos'è che sta accadendo nella pratica? Sta accadendo che il nostro fare si sta scollando dal nostro essere. E quindi noi dobbiamo ricominciare a lavorare sul nostro benessere a partire da questo collante. E il nostro fare, il nostro essere sono diversi da ognuno di noi, in ognuno di noi. Quindi è per questo che non può esistere una ricetta perfetta. E cosa vi avevo detto che è convincente al massimo? Leggendo il libro, guardate che tutte queste emozioni che lei vi sta raccontando, lei le descrive davvero in una maniera piana, pacata, semplice, ma convincente. Ed è questo che fa la differenza di armonia. Però adesso io voglio tornare a Karen e voglio metterla in difficoltà a Karen a questo punto, perché sennò sembra che tutto qua sia concordato, e invece non lo è. E allora approfitto di lei per chiederle, Karen, questo è il premio, ma voglio anche sapere qualche notizia da te. Quali sono le prossime iniziative che avete in serbo? Allora, mi dà l'opportunità per raccontare un percorso di quest'anno che è davvero importante, nel senso che il premio si innesta nei 160 anni del Sole 24 Ore che abbiamo proprio iniziato a festeggiare dal Festival dell'Economia di Trento. Quindi sicuramente questa edizione ha preso anche un'importanza speciale, anche nelle scelte che abbiamo fatto. Ma soprattutto ci dà l'opportunità di inserire una serie di iniziative in un percorso che abbiamo iniziato da qua. Abbiamo presentato la nostra campagna venerdì Opinion Reader, che abbiamo sviluppato coinvolgendo i nostri lettori, a cui abbiamo chiesto di mandarci un pensiero in 160 caratteri della loro relazione col giornale. E qui abbiamo visto tantissime cose che ci aiuteranno anche in questo percorso di narrazione, perché anche queste emozioni, il bilanciamento, il lavoro e anche vita personale, ma soprattutto i ricordi familiari, tantissime. Un ringraziamento anche alla Testata che ci riempie di gratitudine, perché noi ringraziamo loro, ma loro ringraziano il nostro lavoro, insomma quello che si fa quotidianamente attraverso tutti i mezzi del Sole 24 Ore. E questa relazione che si perpetua. Poi, sempre in questa bellissima location, se avrete l'opportunità appunto di dare uno sguardo, abbiamo allestito una mostra che attraverso i 160 anni di storia del giornale racconta i fatti principali che hanno caratterizzato questi anni. È un racconto molto bello, e ci sono delle persone in sala che lo hanno realizzato, che ringrazio di cuore Mauro Meazza, Manuela Muzza, Francesca Florio. E è stato anche in questo caso un lavoro collegiale, anche solo scegliere le notizie o scegliere le pagine del giornale che sono state davvero quelle significative. Non ci fermiamo qua, perché sempre nella giornata di oggi, spoiler, faremo l'anticipazione di un podcast che invece in questo caso, attraverso 10 eventi storici, in questo caso un pop-up, ma attraverso ovviamente la storia del nostro giornale, racconterà questi 160 anni con Paolo Colombo, docente della Cattolica che ci ha aiutato in questo racconto, di cui verrà fatta un'anticipazione alle 14.30 in Piazza della Fiera. Ovviamente non ci fermiamo qua, continuate a seguirci, perché abbiamo ipotizzato un'iniziativa al mese, ma saranno ben di più. Faremo un percorso attraverso location in giro per l'Italia, di racconto sfoglio del nostro giornale collaborativo con anche partner editori locali che ci stanno accompagnando in questo percorso. Il fulcro poi sarà verso l'autunno, dove avremo primo momento istituzionale sui temi dell'editoria, una sorta di stati generali dell'editoria, un festival a Milano che avrà sede al MUDEC, dove il giornale offrirà il meglio che può, ogni sezione che è importantissima per i lettori, come l'ha definita il direttore l'altra sera, il giornale Carciofo dove ognuno trova il meglio che ritiene e lo fruisce per la parte che gli interessa, a partire dal domenicale, perché devi sapere che nei ricordi dei lettori il domenicale emergeva come una sua area di lettura diversa, dedicata a una relazione speciale che i lettori hanno con noi e poi avremo un omaggio ai nostri lettori con un grande concerto al Duomo che suggerirà tutto questo percorso di festeggiamenti. Carina Humo è una fucina di iniziative enorme, io lo so bene dalla mia redazione perché continua, mai stanca a proporci nuove cose e benvengano quando sono di questo livello. Allora, torniamo all'autrice. Io voglio guardare un pochino anche alla cronaca, ne approfitto, perché in questo libro si parla a un certo punto di Covid-19, si parla del momento delle grandi demissioni, delle great resignations, e dalle aziende, con numeri che sono davvero importanti, che spaventano anche. Ecco, ma allora, tutto questo fenomeno di tipo sociale, come lo si può inquadrare? E quella della ricerca di un'armonia è forse uno dei pochi farmaci che si può trovare proprio a fronte di questo fenomeno ormai che riguarda l'intero occidente, anche perché le nuove generazioni, questo premio, come dire, mi piace, perché si focalizza proprio su questo, pone l'accento su quelle che sono le esigenze di generazioni che hanno cambiato completamente il loro approccio al lavoro. Ma a te, alla tua esperienza, raccontare il tutto? Sì, i più grandi cambiamenti, il lavoro è sempre in cambiamento. I cambiamenti più recenti sono quelli che ci portiamo a casa dal post-Covid. Lo abbiamo letto, lo abbiamo visto. Dopo il Covid abbiamo visto un più 60% di dimissioni. Attenzione, però, perché le dimissioni non sono state solo da lavoro. In quel periodo avevamo una stessa percentuale di più 60% dei divorzi. Ecco, questo connubio, secondo me, ci deve far pensare. Il Covid, qualcosa di buono ha fatto, ci ha permesso di pensare in maniera diversa, in maniera alternativa. Le persone si sono soffermate, hanno avuto più tempo di soffermarsi a capire, a chiedersi come sto, come sto vivendo, come sto lavorando, e a prendere delle decisioni importanti. Dopo le grandi dimissioni, quello che abbiamo visto è stato il periodo delle dimissioni silenziose. Quindi non mi licenzo più, non mi dimetto più, ma resto a lavoro e faccio il minimo indispensabile. Il minimo indispensabile per non farmi licenziare. Quindi dei dimissionari silenti all'interno delle organizzazioni. Come potete immaginare, questo porta delle ripercussioni enormi a livello di produttività, di performance. Nel senso che le aziende non hanno visto un abbassamento dei costi, ma hanno visto un abbassamento della qualità del proprio lavoro. Fino ad arrivare ad oggi, che cosa stiamo vivendo nel mondo del lavoro? Arrivano i giovani, che non ci sono sempre stati, ma oggi arrivano in una maniera importante, anche elegante, mi viene da dire. Loro portano questa rivoluzione pacata, silenziosa, non battendo i pugni, ma loro ti dicono che lavora a certe condizioni. Lavora ad una certa qualità di vita, e lavora avendo cura della salute mentale. Tutto questo lo volevamo tutti, anche le nostre generazioni passate. Ma non lo avevamo messo a fuoco? Lo avevamo messo a fuoco, ma non lo chiedevamo. Forse non lo chiedevamo. Ponevamo l'attenzione sul farci vedere bravi, farci vedere capaci, competenti, guadagnare anche in termini di autorevolezza. Oggi l'autorevolezza non scende più a compromessi. Oggi il lavoro assume un ruolo diverso all'interno delle vite delle persone, soprattutto dei più giovani. Il lavoro non è il fine ultimo nelle nuove generazioni. Quindi se dovessi usare un linguaggio da coach, non è un fine ultimo, ma è un fine mezzo. I nostri fini toccano anche i nostri valori. Nei percorsi di crescita personale faccio fare sempre alle mie persone questo gioco. Prova a immaginare di avere la tua autorealizzazione dall'altra sponda di un fiume. Davanti a te, dall'altra parte, hai delle barchette a disposizione. Quale barchetta scegli di prendere per arrivare dall'altra parte? Ad esempio, tu prima citavi le donne, non amo fare discorsi sessisti, ma in questo caso ci tocca farlo. Le donne per tantissimo tempo si sono trovate su quella sponda a dire salgo sulla barchetta del lavoro o sulla barchetta della famiglia? E non era concesso prenderle entrambe. Questo fortunatamente è cambiato enormemente e siamo tutti felici di questo. Oggi abbiamo capito che posso mettere un piedino su una barchetta e uno sull'altra e andare dall'altra parte a autorealizzarmi. Il tema del benessere è uno di questi. La barchetta del benessere è una barchetta che i giovani stanno prendendo. Quindi come voglio arrivare dall'altra parte? Come voglio arrivare a sentirmi autorealizzata? Salendo anche su quella barca lì, che ormai è diventata fondamentale. Non posso arrivare dall'altra parte se non faccio un giro anche attraverso la mia barca del benessere. E all'interno c'è un mondo che i giovani mostrano. È un mondo fatto di una qualità del lavoro diversa, una qualità di vita-lavoro diversa e un concetto di armonia più che di equilibrio. Le giovani generazioni e anche tutti gli altri, poi anche i più senior, stanno vedendo dal post-COVID dei bisogni diversi. Oggi che cosa sta succedendo? Tornando un po' alla tua domanda, Stefano. Sta succedendo che le persone rimangono al lavoro, stiamo un po' uscendo da quelle dimensioni silenziose, le persone danno più importanza alla qualità di vita, alla salute mentale e lo chiedono in azienda. Nei colloqui di lavoro, le domande che i giovani pongono sono ad esempio, qual è il mio piano formativo nel primo anno dell'assunzione? Mi sembra una domanda intelligente e lecita. In che cosa mi formi? In che cosa mi fai crescere nel primo anno di lavoro? Qualcuno inizia a chiedere della formazione specifica, cosa che prima non accadeva. Nel periodo delle grandi dimensioni o nel post-COVID, che cosa è successo? Che le persone andavano a formarsi autonomamente. Quindi non sei tu o azienda a formarmi, mi vado a formare altrove. Mi scrivo autonomamente a dei corsi. Oggi queste richieste stanno arrivando all'interno delle organizzazioni. Le organizzazioni si stanno trovando in questo momento a gestire un aspetto problematico e critico, che è non troviamo personale. Non troviamo personale perché? Perché la gente non cerca più lavoro? Ovviamente no. Ma perché non ci sono più le code fuori dalle porte dei colloqui di lavoro? Perché il colloquio è diventato qualcosa di reciproco. Ci si autovaluta vicenda, non è più l'azienda a valutare il candidato, ma anche il candidato a valutare l'azienda. Questo sta portando le organizzazioni a cambiare e a proporre anche dei concetti più armoniosi di salute mentale e di benessere. Ed ecco che sta spopolando questa richiesta di formazione sui temi del well-being, del corporate well-being, della crescita personale, che stanno diventando anche uno strumento per attirare e mantenere il personale all'interno delle organizzazioni. Questo per me è molto positivo. Forse dovevamo arrivare prima. Non ci serviva una pandemia, potevamo arrivare benissimo anche prima. Ma va bene. Ecco, ve l'avevo detto, vedete. Un libro che si qualifica per una visione che riesce ad essere universale ed universalistica. E' per questo che ritengo che questo premio sia ampiamente meritato. Ma non solo, anche perché parlando con Deborah, voi ve ne sarete accorti, se vi aspettavate un libro che elencasse semplicemente dei problemi senza individuare invece delle prospettive e delle ottiche differenti, beh, qui abbiamo addirittura un'ottica che, dire positiva, è poco. E io, prima a chitto, forse non me lo sarei aspettato. E invece, proprio leggendolo, poi dopo ci si rende conto che c'è sempre un'altra faccia della medaglia che forse noi non avevamo individuato e che lei invece ci porta a conoscere con una visione in questo senso inaspettata. Ma siccome l'autrice è anche analitica, affronta anche quelli che sono i problemi. E mi è piaciuta tantissimo una metafora che tu usi, che è la metafora dei vampiri energetici. Mi piace perché, come dire, anche qui ha individuato qualcosa che io avevo interiormente, forse anche voi avrete interiorizzato, ma non avevamo mai espresso in una maniera così chiara. Due parole per un concetto chiarissimo che poi dopo rende un'idea più che precisa. Ci vuoi raccontare che cosa sono i vampiri energetici? I vampiri energetici sono dentro e fuori di noi. In realtà i vampiri energetici sono situazioni, persone, relazioni che noi ci ritroviamo nella nostra vita o addirittura a volte ce le scegliamo. Oppure pensiamo di non potercene separare. Questo finché non metabolizziamo il fatto che il benessere è una scelta. Il benessere non è una ricetta perfetta che qualcuno ci cala dall'alto, ma è una scelta che facciamo quotidianamente in ogni singola azione. Quindi ci svegliamo la mattina e diciamo come voglio vivere oggi, che relazioni voglio instaurare oggi, voglio vivere relazioni di qualità, voglio scegliere come vivere, con chi vivere certe relazioni, anche nell'ambiente di lavoro. L'ambiente di lavoro non è un posto accessorio alla nostra vita. Tu tutti i giorni quando entri in ufficio, anche solo il primo sguardo che dai al primo collega che incontri, è una scelta di come vuoi vivere quella relazione, quella tua giornata di lavoro. Considerando il fatto che nella nostra vita possono arrivare questi vampiri energetici. Vampiri energetici sono queste situazioni che noi ci ritroviamo a vivere pensando spesso di non potercene liberare. Il capo che non mi ascolta, il collega con cui non riesco a collaborare, ponendoci sempre nella condizione che sia il mondo fuori di noi, che è il mondo più brutto e cattivo, se volessimo usare un termine molto semplice. In realtà siamo noi che possiamo fare la scelta di come vivo quel momento e posso liberarmi di quei vampiri energetici che mi stanno solo appesantendo e che non mi stanno nutriendo affatto. Anche le relazioni. A un certo punto nel libro tocco tanto il tema del tempo. Il tempo è un contenitore finito. Non ci sono persone che hanno un tempo più lungo di altre. Quindi noi dobbiamo fare una scelta quotidiana. Come vogliamo essere? Prima parlavo di fare ed essere. È una scelta. Chi voglio essere? In base a chi voglio essere servono delle azioni concrete. E se anche in questo momento qualcuno stesse pensando che qualcosa nella mia vita deve cambiare, inizio a capire che qualcosa nella mia vita deve cambiare, il cambiamento si fa, non lo si pensa. E quindi se voglio essere, voglio sentirmi in una certa maniera, che cosa posso fare diversamente? Ci sono dei vampiri energetici nella mia vita? Ne posso fare a meno? Vi assicuro che se noi iniziamo a fare questo lavoro di crescita personale, che può arrivare nelle organizzazioni, le organizzazioni ormai non possono più lavorare solo di numeri e di dati e di formazione tecnica. Quello di cui parlo in armonia racchiude un po' le future skills che devono arrivare in un ambiente di lavoro. Un lavoratore, per essere un lavoratore o una lavoratrice migliore, deve innanzitutto essere una persona migliore. Quindi se noi non passiamo attraverso dei percorsi di crescita personale, noi non saremo mai delle persone in grado di creare anche relazioni migliori anche all'interno del luogo di lavoro. E quindi questi vampiri energetici sono situazioni e persone con cui noi dobbiamo fare conti e dobbiamo avere il coraggio di cacciare via se non ci sono utili. O di mettere a una distanza di sicurezza. È un po' un lavoro che nel coaching viene chiamato di protezione dei nostri confini. A volte non si tratta di cacciare delle persone della nostra vita o delle situazioni della nostra vita, ma metterla a una distanza di sicurezza laddove le spogliamo di aspettative e laddove non ci possono più fare del male. Se dovessi tradurvi questo concetto in un disegno, immaginatevi di disegnare voi stessi su un foglio con un cerchio intorno a voi. Quella è la vostra zona intima, è là che voi costruite il vostro benessere. Dopodiché disegnate attorno a quel cerchio tanti altri cerchi più grandi. Quelli sono i cerchi più grandi dove mettere i vampiri energetici. A una distanza di sicurezza dove lì non mi tocchi più o mi tocchi senza farmi del male. Vedete che la geometria ci ha soccorso anche per difendersi. Non ce l'abbiamo mai aspettato. E vabbè, l'architettura ha toccato la mia vita in qualche modo. Mi sono solo lavreate l'architettura così. In qualche modo torna. Allora, un problema che credo abbia riguardato tutti, Convolgo anche Karen, perché immagino anche lei come dire professionista, ma anche torna, mamma. E quello, ma credo che sarà capitato anche a te, il tempo. Qual è il nostro nemico continuo di giorno in giorno, di ora in ora? È sempre una lottata contro il tempo, è vero o no? Si, si confermo. Deborah scrive, il tema della gestione del tempo nei termini di importante impatto sulle nostre vite non è nuovo, questo lo sappiamo, e dice, lo tematizza chiaramente la cronobiologia, una disciplina che si fonda sulla scoperta della ritmicità come proprietà della materia vivente. Studia i fenomeni periodici, i cicli negli organismi, la loro struttura temporale e l'adattamento ai ritmi del sole e della luna. Ebbene, allora, qui si aprono altri scenari che tu hai pienamente individuato. Ci vuoi raccontare come? E si può anche riuscire, come dire, ad avere qualche margine di vittoria nella lotta contro il tempo? Togliamo la parola lotta. Subito. Via. Allora, dobbiamo fare amicizia col tempo. Amicizia è una parola armoniosa. Dobbiamo utilizzare un linguaggio anche più armonioso, perché noi stiamo parlando di crescita personale, di benessere organizzativo. Dobbiamo iniziare a usare anche dei linguaggi maggiormente legati all'amor proprio. Quando noi parliamo del tempo come un qualcosa da rincorrere, il tempo non mi basta mai, non ho tempo, tutto questo non ci aiuta poi a mettere le mani in pasta verso un miglioramento. Ma tutto questo non fa altro che contribuire a dire il tempo è tuo nemico, non ce la farai mai. Questo non ci aiuta. Quindi fare amicizia col tempo vuol dire innanzitutto capire da dove arriva questa dimensione. Quando parlo dei cicli naturali di sole e luna, voglio ricordare un po' a tutti di quanto siamo ancora animali in questo. Animali vuol dire, provate a passare una notte in sonno con un bimbo che piange e poi ce la raccontiamo, se il giorno dopo vogliamo essere collaborativi con i nostri colleghi a lavoro. Impossibile, ma è normale. Subentra l'intolleranza all'altro, subentra il nervosismo, questo ci deve aiutare a capire che gestire il tempo vuol dire avere anche cura di come ci riposiamo, di come mangiamo, di tutto quello che facciamo nel nostro stile di vita. Perché noi dipendiamo ancora tantissimo da questi cicli. Anche se la tecnologia oggi ci permette di fare qualunque cosa di giorno e di notte, questo non vuol dire che la tecnologia sia abbinata totalmente al nostro stato di benessere fisiologico, psicofisico. Quindi dobbiamo conservare ancora questa cura in noi stessi. E per arrivare a fare amicizia con questo tempo, innanzitutto bisogna fare proprio degli esercizi di eliminare delle frasi del nostro dizionario quotidiano. Anziché ad esempio dire non ho tempo, proviamo a chiederci a stimare il tempo che ci occorre per fare le cose. Voglio avere maggiore cura di me, voglio fare sport, voglio andare a fare una camminata, anziché dire non ho tempo, oggi è una giornata infernale, proviamo a chiederci per quanto tempo voglio camminare. Magari bastano 20 minuti intorno all'isolato di casa ed ecco che magari 20 minuti li troviamo. Quando noi diciamo non ho tempo o il tempo non ci basta mai o vorrei una giornata da 36 ore, non facciamo altro che prendere i nostri neuroni e metterli a riposo. Attenzione che i neuroni ci ascoltano e ci credono pure a quello che noi diciamo gravissimo. Ecco perché anche le parole che utilizziamo nel nostro racconto quotidiano devono essere delle parole non auto limitanti. Il racconto che noi dobbiamo fare del nostro benessere deve essere un racconto autopotenziante. Quindi quanto tempo mi serve per stare bene oggi? A che cosa voglio dedicare il mio tempo? Quando sto parlando col mio collega, quando sto parlando con un amico, come voglio essere, come voglio stare in quella relazione? Qui serve concentrazione, serve centrarci con come vogliamo utilizzare il nostro tempo. E abbandonare ancora una volta un'altra storiella che ti dice ma tanto non ce la fare mai, il tempo non ti basta mai. Mi viene in mente nelle organizzazioni che seguo, ad esempio una parola micidiale è urgente. Urgente, sempre tutto urgente, ma iniziamo a chiederci, è davvero tutto così urgente. Qui si è manca la lezione sul giornalismo. A salvare vite umane più che altro. Dobbiamo riprendere in mano le frasi che utilizziamo di più, quelle a cui ci siamo abituati, non è colpa nostra, semplicemente ci siamo abituati a un linguaggio che è diventato comune, ma anche se è diventato comune non vuol dire che deve restare quello. Urgente è una parola micidiale per il nostro benessere. Quando noi sentiamo la parola urgente, che cosa succede nel nostro corpo? Innalziamo i nostri livelli di cortisolo, ormone dello stress, e dobbiamo correre come i matti. Ma magari quella attività non era proprio così urgente. Urgente vuol dire molla tutto quello che stai facendo e dedicati all'urgenza. Questa non è una buona gestione del tempo. Gestire il tempo vuol dire avere cura, decidere a cosa dedicarlo. Un'altra parola che usiamo tantissimo è ritagliare il tempo. Oggi mi ritaglio del tempo per. Noi non siamo dei ritagli. Ricordatevi che ogni parola che noi diciamo nella nostra mente si trasforma in un disegno. I bambini in questo sono una scuola costante. Noi trasformiamo ogni parola in un disegno. Quindi quando noi diciamo mi ritaglio del tempo per me, immaginate un foglio gigante e andate a ritagliare l'angolino in basso a destra. Noi non siamo dei ritagli. Iniziamo invece a dirci, oggi mi voglio dedicare del tempo per. Anche per questioni importanti, anche per questioni critiche. Serve un tempo dedicato, non un tempo ritagliato, raffazzonato, superficiale. Perché poi arriviamo avvantarci del multitasking e di quanto siamo bravi a fare mille cose contemporaneamente. Un danno enorme per il nostro cervello, quella storia lì. Alzi la mano chi non è cascato in tutti questi errori linguistici. Allora, vi voglio dire questo. Ci sono delle cose che nelle organizzazioni sono necessarie. Uno di queste è il team. Ebbene, dice Debra, al lavoro come va? Questa domanda ha per grandi interessanti monologhi pieni di soddisfazione oppure brevi risposte altrettanto interessanti ma accompagnate da facce, coupe o rassegnate. E allora anche sul team, oltre che sul dizionario, bisogna lavorarci? Assolutamente. Anzi, nel team è ancora più complesso. Perché nel team devo creare la mentalità collettiva. Dobbiamo prendere il mindset, la forma mentis di tutti e cercare non di fare il copy and cola tra una persona e l'altra, ovviamente, ma di creare una mentalità collettiva. Creare una mentalità collettiva in un team vuol dire tirare fuori il potenziale di ognuna di quelle persone, quindi non uniformarle, ma tirare fuori il loro meglio. E ognuno di noi ha un meglio diverso, ovviamente. Il benessere nel team riguarda innanzitutto il come le persone arrivano al lavoro la mattina. E ognuno può arrivare con uno spirito diverso, ovviamente. La difficoltà nel team qual è? È quella di uscire anche qui da situazioni preconfezionate dove non vediamo più via di uscita. Io quotidianamente entro nelle mie organizzazioni, nelle mie aziende clienti e le frasi che sento più spesso sono non ce la facciamo più, tanto qui non cambiamo in niente, è sempre qualcun altro a decidere per me, gli obiettivi non me li do io, ma me li dà qualcun altro, le persone stanno vivendo così, vivono così, noi non possiamo far finta che questa roba non ci sia. E lavorare sul benessere delle persone al lavoro vuol dire entrare in queste crepe, vedere che cosa possiamo creare dall'altra parte. E non basta il team building tra le vigne, il sabato pomeriggio, bellissimo, non è sufficiente, non vorrei rovinare i piani di qualcuno, ma non è sufficiente. Il team building può rientrare in un percorso formativo di un anno o due dove io sto accompagnando un team ad avere cura l'uno dell'altro, è un lavoro complesso, non può essere l'evento spot, anzi gli eventi spot poi tornano alle aziende come boomerang nei denti, perché poi le persone si sentono prese in giro, ma come mi fai fare il team building tra le vigne, poi domani torno e lavoro esattamente come lavoravo ieri, non è cambiato niente. Dobbiamo entrare nel vivo di come migliorare davvero la vita all'interno degli ambienti di lavoro, noi mentre lavoriamo stiamo vivendo e non ce lo dobbiamo dimenticare, noi passiamo al lavoro la maggior parte del nostro tempo a proposito di tempo e quindi dobbiamo avere cura. È un po' come quando noi cerchiamo di accogliere gli ospiti a casa, cerchiamo di essere accoglienti, di preparare la nostra casa, di essere accoglienti con le persone, ecco dovremmo fare la stessa cosa con i luoghi di lavoro, quanto siamo accoglienti del benessere delle persone negli ambienti di lavoro. E anche la storia del tanto una certa mi casca la penna e vado la mia vita fuori da qui, è falsissima, il nostro corpo e la nostra mente non separano quello che può succedere all'interno di un luogo di lavoro o quello che ti succede a casa o altrove, il cervello non vede questa differenza, lui sente, sente a livello fisico, fisiologico, sente a livello ormonale, ok? E a proposito di team e ormoni, cosa serve a un team per funzionare bene? Serve un ormone specifico, serve l'ossitocina. L'ossitocina è l'ormone per eccellenza della collaborazione. Ma noi produciamo ossitocina quando? Quando ci stimiamo, quando c'è simpatia reciproca, quando io stimo il lavoro dell'altro, quando so di poter chiedere una mano se sono in difficoltà, quando c'è apertura, anche quando superiamo insieme delle difficoltà, delle crisi, il progetto dell'ultimo momento, quello che non ci aspettavamo. Ecco, quello stare insieme, insieme bene, crea l'ormone dell'ossitocina, che non può mancare nella collaborazione. Voi immaginate di entrare in una sala riunioni e avere persone che si odiano o che non si stivano più di tanto? Ossitocina, ce la siamo già giocata così, no? E poi chiediamo a quelle persone di creare strategie per il nostro business, di creare gli obiettivi per il loro team. Ma stiamo parlando di persone a cui stiamo chiedendo di fare un lavoro importantissimo che inciderà sulla qualità di vita di altre tante persone e famiglie, perché poi ce lo portiamo tutti altrove, il nostro lavoro, anche se non ne parliamo. E tutto questo perché? Perché i team non lavorano a sufficienza su un collante emotivo. Quindi il collante emotivo è una competenza. Permettere a un team di esprimere i propri pensieri, esprimere le proprie emozioni. Ad esempio, in miei corsi racconto alle persone di esprimere come ti senti. E' una domanda che suona assurda quando io consiglio di farle questa. Nei corsi sulla leadership suggerisco sempre quando dai degli obiettivi ai tuoi collaboratori, oltre a dare gli obiettivi per l'anno in corso, prova anche a chiedere come ti senti ad avere questo obiettivo da portare avanti. Le persone mi dicono, ma perché devo chiedere come si sente quella persona ad avere un obiettivo? Ma questa è la base di un buon lavoro in team. Ok le competenze, ma devo anche prendermi cura di come quella persona sta e si sente portando avanti quel progetto. Perché quello diventerà un progetto condiviso, un progetto di cui abbiamo cura insieme. Allora, come vedete, io dalla lettura di questo libro devo dire che ho imparato tantissimo. Ho imparato tantissimo perché qui c'è anche Mauro Meazza che lo ha presentato anche molto meglio prima di me a Torino. Tu stesso credo che avrai imparato molto dalle sue valutazioni. Questo rovesciare i clichè dietro i quali noi ci nascondiamo, dietro cui mettiamo al riparo, in una conforto zona anche le nostre incertezze, i nostri dubbi, ecc. Bene, qui stiamo imparando a vedere tutto in un'altra ottica e a saperlo valutare in maniera più precisa per avere maggiore consapevolezza in fondo. Ma questa autrice ha concluso il suo libro in maniera omerica, ma non di un'odissea, ma di un viaggio d'arricchimento, di un viaggio d'arricchimento che si estrinseca in tantissime età. Purtroppo il tempo, come dire, qua lo dico cadendo in un altro dei clichè, è stato tiranno e quindi non avremo tantissimo tempo a disposizione per poterli analizzare tutti. Ma io vorrei che mi raccontassi perché questo viaggio si estrinseca in queste età ed elencaci quelle che sono le più importanti a tuo avviso. L'armonia è scritto come un viaggio, quindi se immaginate l'indice è proprio il viaggio che ho fatto io. Quando io ho iniziato il mio percorso di coaching, ad esempio, pensavo di formarmi velocemente. Poi ho capito che certi concetti erano molto potenti, molto forti, e ho detto colgo l'occasione per lavorare su di me e sui miei punti irrisolti. Tutti ce li abbiamo. Gli avevo anch'io. Dieci anni fa avevo dei gran punti irrisolti e ho colto l'occasione della mia formazione per fare un viaggio che io riporto in questo libro. E il viaggio che io ho fatto è che a mio avviso possono fare tutti, dentro e fuori, dalle organizzazioni e dalle aziende. Una delle tappe che per me è stata più dura, e che quindi ricordo con maggiore affetto, è la tappa sull'autostima. L'autostima è la gentilezza. L'autostima è un volano enorme per creare benessere nella nostra vita e poi anche nella vita degli altri. Perché poi quando si sta bene, succede la magia. Qual è la magia? Che iniziamo a essere mentori. Quindi vogliamo diffondere quel nostro stato di benessere a tutti. Io almeno vivo questa sensazione quotidianamente. Uscirei per strada a dire a tutti come stare meglio. Mi devo placare ogni tanto in questa cosa qui. La tappa dell'autostima per me è stata la più dura, però quella che ringrazio di più in questo viaggio, ci ho dedicato proprio un capitolo, l'autostima e gentilezza, che è un percorso, una tappa in cui devi imparare a volerti bene. E quindi devi imparare a guardare più a te, devi imparare a tenere in quella distanza di sicurezza anche il giudizio degli altri, lavorare sui fallimenti. Questo è un altro temone che ho incontrato anche tra i più giovani. Il fallimento è parte del percorso, non è una perdita di tempo. I fallimenti fanno emergere dei meravigliosi piani B, che a volte sono molto meglio dei piani A. Guardate, se siamo riusciti in così poco tempo a valutare in positivo persino i fallimenti, direi che abbiamo fatto una grande conquista. A me non resta che ringraziare tutti voi per essere stati qui, ringraziare in particolare Karen, perché mi ha dato l'opportunità di leggere questo libro, e devo ringraziarla anche perché la scelta, a mio avviso, vi avevo detto, partiamo da una recensione, per questo premio è stata davvero azzeccata. Posso aggiungere un'ultima cosa anche se abbiamo finito il tempo, e che sono molto onorata di essere parte della giuria e di avere fatto questa scelta. Mi faceva piacere citare gli altri giurati, a partire dal nostro direttore Fabio Tamburini a Marta Dassou, che sono tutte persone che erano anche coinvolte nel Festival dell'Economia, Alberto Rioli, Stefano Salis, Leonardo Colombati, Daniele Bellasio e Alessandra Scaglioni, con cui abbiamo lavorato e ancora con le parole di oggi, e anche con la presentazione del Salone del Libro di Torino, abbiamo imparato tutti delle cose e lo consiglio davvero a tutti. L'ultima chiusa, e ho davvero finito, è che a breve lanceremo la nuova iniziativa, sempre in questo anno di celebrazioni, la quarta edizione del premio da giugno, quindi invitiamo tutti gli aspiranti scrittori a mandarci il loro manoscritto, che valuteremo con estrema cura. Grazie a tutti. Bene, Deborah Denuzzo, Armonia, come stiamo? Un percorso verso il benessere nel lavoro e nella vita. Io ve lo consiglio, grazie a Deborah. Grazie a voi. Grazie a tutti. Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS
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