Piano Mattei, risultati raggiunti e progetti per l’Africa
Incorpora video
Piano Mattei, risultati raggiunti e progetti per l’Africa
L'Africa, con 2,5 miliardi di persone entro 2050, rappresenta un mercato strategico per l'Europa. Iniziative come il Piano Mattei e il Global Gateway Europeo promuovono collaborazioni economiche e di sviluppo.
La popolazione che raddoppierà circa 2,5 miliardi di persone entro il 2050. Un'età mediana, scusate il brutto calco anche dall'inglese, che è comunque inferiore ai 20 anni. Qua in Italia si muove ben oltre i 40 anni. E tassi di crescita che sono assolutamente incomparabili a quelli delle nostre vecchie economie occidentali, poi con tutta una serie di aggiustamenti che vanno considerati da livelli di partenza, ma comunque tassi di crescita poderosi, e un ulteriore elemento, un processo di integrazione economica senza pari su scala globale, l'African Continental Free Trade Area, l'impianto che andrà a costituire un mercato unico africano, con un bacino di 2,5 miliardi di persone e un potenziale nell'ordine delle migliaia e migliaia di dollari statunitensi. Già questo è indicativo del perché non si può non parlare di Africa, del perché non si può non discutere di Africa in questa fase. E in questo senso è benefico, diciamo salvifico al di là di qualsiasi considerazione, che si pare di Africa, che si pare di Africa, con per l'appunto il Piano Mattei e il Global Gateway Europeo, che è il maxipiano continentale da 300 miliardi che indirizza 150 dei suoi 300 miliardi soltanto alle economie e ai progetti in collaborazione con le Afrique. Piano Mattei ha creato un margine, una finestra di discussione. È bene ricordare che la riflessione sulla cosiddetta Eora Africa non è nata nel 2024 al Summit Italia Africa, ma è figlia di decenni e decenni di discussioni che hanno attraversato un po' tutto il 900 italiano nella seconda parte al meno del secolo, con riflessioni che attingono anche a esperienze politiche diversissime dal mondo del cattolicesimo, quello della sinistra progressista, a quello in questo caso di una forza di inclinazione conservatrice, penso che si possa dire senza particolari timidezze. Questo per dire che non si può appunto non parlare di Africa e che l'elogianza di un legame tra l'Italia e l'Africa e l'Unione Europea e le Afrique è sempre più indispensabile anche in termini di dibattito, di discussione, che ci sia una presenza nel nostro orizzonte mentale e politico. Con questo vado a introdurre i nostri ospiti, mantengo l'ordine del programma così da risultare incontestabile nell'elenco. In soccorso l'Africanista, benvenuto. Elisabetta Illi, founder e CEO of PICTROPE CHANGE, benvenuta. Maria Elena Rocha, Presidente nazionale ANOLF ETS, associazione nazionale Oltre le frontiere, benvenuta. Marco Elio Rutigni, direttore generale ABI, benvenuto. Allora, ora arriva la parte in cui divento un po' più sgradevole, perché vi devo dare delle indicazioni di massima sulla tempistica per rimanere nei tempi e garantire magari anche lo spazio, un margine per alcune domande che mi piacerebbero, magari fossero anche domande delle tante ragazze e dei tanti ragazzi che vedo in sala, quindi orientativamente inanterrei su le 5 minuti per il giro di domande. Allora, Enzo Curzio, si parla spesso, anche con questo abbiamo appena detto, piano Mattei, lo Balgettwe, dello sguardo che noi abbiamo, che noi stiamo sviluppando verso l'Africa, dell'idea comunque di uscire da una logica, si dice spesso, predatoria, entrare in una logica di partenariato, di collaborazione, ma qual è appunto lo sguardo che vedi in questo momento, qual è il nostro rapporto in questo momento con il continente, fuori dalla retoica politica e comunicativa che per sua natura bonda? Prego. Sì, grazie per questa domanda e soprattutto mi piace il fatto che hai parlato di Afrique e non di Africa, perché l'Africa è veramente vasta, è differente, non voglio dire diversa, ma è molto differente, culture, lingue, eccetera, eccetera. Insomma, la cosa interessante del piano Mattei è che si riparte da un percorso interrotto dalla guerra fredda. Voglio storicizzare un po' questa cosa. Voi pensate che mentre l'Europa comincia a parlare di mercato comune, subito dopo la guerra, intorno a 48-50, tanti lideri africani lo facevano già dagli anni 20, quindi questa idea del mercato comune in Africa era un percorso tracciato già nelle prime conferenze panafricane negli anni 20 e poi standardizzato nel 1945, precisamente il 15 ottobre del 1945, con la conferenza panafricana di Manchester, alla quale parteciparono tutti i protagonisti della storia africana del dopoguerra, tutti i grandi liberatori, o quasi tutti diciamo, soprattutto la parte anglofano, Nkrumah, Kenyatta, eccetera, eccetera. E alla conferenza di Manchester si standardizzò un programma per arrivare all'unione dei popoli africani, veniva chiamata così, che era anche l'unione del mercato. Questo, la faccio breve perché la storia è lunga, questo percorso viene interrotto dalla guerra fredda, perché mentre noi in Europa, infatti oggi dicono che la guerra fredda, che la dottrina della deterrenza ha portato la pace per 70 anni, sì, la pace a noi, ma ha portato la guerra con più di 20 milioni di morti nel continente africano, perché la guerra per l'accaparamento delle nostre risorse si è tenuta durante tutta la guerra fredda in Africa, quindi gli effetti di questa devastante manipolazione di un continente si sono avuti e ci sono anche oggi con gli effetti che vediamo appunto sull'immigrazione, eccetera. In questo contesto, tanto per dire, si sviluppa la lungimiranza di un uomo che esce fuori dal dramma della guerra, che è appunto Enrico Mattei, e soprattutto da una lotta verso l'indipendenza, perché ricordiamo che Mattei era un partigiano in questo contesto. E quando ricostruì la nostra industria energetica, diciamo, guardò soprattutto a quelle nazioni che erano detentrici di risorse, ma che maggiormente potevano avere un aiuto per crescere insieme con le nazioni che hanno avuto sempre più risorse economiche o più patrimonio. Io sto semplificando un po' anche in termini di linguaggio per poi arrivare a quello che fece Mattei. La prima esperimento di Mattei, del piano cosiddetto piano Mattei, non fu in Africa, non fu in Nord Africa, fu in Iran, e precisamente con gli accordi di Tehran, dove venne standardizzato il famoso percentuale Mattei, viene chiamato così, del 75-25, cioè il 25% dei profitti va all'impresa enitaliana e il 75% rimane nelle imprese nazionali. Ma anche questo 25% i profitti non erano in distribuzione in termini di profitti veri e propri, ma di investimenti. Quindi c'era una vera e propria partnership che si sviluppava. Grazie a questo accordo del 51, mi sembra, eccetera, eccetera, grazie a questo accordo, tutt'oggi noi abbiamo l'Iran e un nostro partner privilegiato su vari settori. Il primo approccio fu con il presidente Nasser in Africa, fu con il presidente Nasser. Con il presidente Nasser si stabilirono accordi in Egitto dello stesso tipo di portata, ma si stabilirono anche accordi che coinvolsero tutto l'indotto dell'industria italiana dell'epoca, delle infrastrutture soprattutto in Pregilo eccetera, eccetera, eccetera, tanto per fare un po' di nomi precisi. Si permise a tutto il sistema Italia di poter interagire col paese col quale si deteneva questo accordo. E questo tipo di sistema fu un sistema subito adottato dai nordafricani, io penso Nasser prima, ma anche successivamente anche da Algeria eccetera, ma soprattutto esportato nell'Africa subsahariana. E quale fu il primo paese dove venne esportato? Il paese che maggiormente aveva un legame con Nasser, che fu il primo paese ad essere indipendente del subcontinente, cioè il Ghana. In Ghana Mattei sperimentò il vero e proprio piano Mattei, così detto, perché a fronte di questo 25% vennero costituite delle società per lo sviluppo di tre grandi città e delle più importanti infrastrutture del paese, che tutt'oggi sono infrastrutture essenziali per la vita di milioni di ganesi, diciamo. In tanti ricordano l'Italia e il piano Mattei. In Ghana, grazie a Mattei, ci fu la prima mappa delle risorse minerarie del paese e grazie a quello anche il paese in quegli anni si salvò da un debito eccessivo. Naturalmente poi la guerra fredda ha i suoi primi effetti anche su quei territori. Nel 1966, con un colpo di stato, l'esperienza ganese viene eliminata e successivamente ci sono stati vari regimi militari fino a arrivare al processo di mobilizzazione del 1992. Devo chiedere magari di accorciare, però ci torneremo sicuramente nel secondo alzio. Chiedo scusa, la questione di logistica non ti interesse perché è interessantissimo. Oggi cosa succede? Tu hai accennato al nuovo dibattito lanciato da Stati Uniti e da Europa. Oggi siamo davanti a un biglio perché è vero quello che stiamo proponendo, ma dobbiamo proteggerlo, perché ci sono due elementi principali che interessano, quello di limitare i flussi migratori verso l'Europa e l'Occidente, e due limitare la concorrenza con Turchia, Russia e Cina che nel continente del futuro stanno consolidando la loro presenza, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti del debito attuale e delle infrastrutture. Per cui noi rischiamo di rimanere indietro, quindi la nostra alternativa non può essere che questa, ma dobbiamo consolidarla perché nel momento in cui noi iniziamo ad avere i benefici di questa politica verso l'Africa, il piano marte italiano li ha già perché basta vedere i numeri dei flussi migratori e i paesi di provenienza degli ultimi flussi negli ultimi otto mesi e naturalmente si osserva che gran parte dei numeri oggi viene dall'Asia, principalmente dal Bangladesh. Grazie mille. Ci torneremo sicuramente anche perché in particolare la questione della nuova corsa all'Africa come i media che amano i luoghi comuni hanno già deciso di chiamare è l'altra grande questione che si pone, lei ha citato appunto la Turchia, la Cina, la Russia, ma pensiamo ad esempio all'afflusso dei paesi arabi, gli Emirati Rebbi Uniti, l'Arabia Saudita, il Qatar, che stanno usando un'espressione pesante comprando alcune anche influenze economiche nella zona. Elisabetta Elni, il suo linguaggio, il suo, è quello della fotografia, uno degli altri. Voglio capire, in termini di rappresentazione delle Afrique, in termini di rappresentazione anche del continente, qual è lo scenario di adesso? C'è una tendenza comunque, una visione episodica, parziale, limitativa del continente, ma potrebbe essere la possibilità di una rappresentazione, o qualunque sia di un tentativo di conoscenza direi prima, ancora che di rappresentazione un po' diverso che va ad accogliere anche sommature altre nella sua esperienza. Prego. Buongiorno. Nella domanda c'è una cosa bellissima, conoscenza. Io partirei proprio da lì. Da fotografa non sono una tecnica come voi, i dati li raccolgo sul campo, i dati li raccolgo parlando con le persone. La rappresentazione, quella che noi abbiamo adesso qui, la percezione che abbiamo, stando nelle nostre case, guardando magari il telegiornale o leggendo un giornale, è completamente diversa, ve l'assicuro, da quello che proverete se in questi luoghi ci andate. Non dico che sia tutto rose e fiori, assolutamente no, ma la realtà oggi è completamente diversa. C'è una voglia di rivincita, ma non solo una voglia, c'è anche la realtà. Piano Mattei, le Afriche, bene, l'Africa, abbiamo detto, è un paese giovanissimo. L'Europa, a me, è un paese molto vecchio, passatemi il termine. Viaggio in mondi dove non c'è l'acqua, dove non c'è assolutamente nulla, ma un ragazzo africano ha sicuramente il telefono cellulare. Non c'è nemmeno l'elettricità. Non vi sto a raccontare che cosa si inventano per ricaricare i telefonini. Questo che cosa vuol dire? Vuol dire che dobbiamo guardare questi paesi con altri occhi, non guardare a quello che possono fare, e gli investimenti. Piano Mattei di suo eccezionale e una...tante volte viene visto come una panacea, perché, dice, arrivano i soldi, tutti quanti arrivano i soldi, che bello arrivano i soldi. A me piace dire che forse i soldi, sì, alle volte possono anche guastare qualche cosa, perché se non vengono gestiti, se vengono lasciati lì tanto per un investimento, e poi non seguiti negli anni, perché questo è quello che accade. Spesso c'è un progetto, il progetto viene finanziato a due anni, quattro anni, perché queste più o meno sono le regole del gioco di coinvolgimento per questi investimenti. Non sono sufficienti? Perché sono paesi, in Africa, che si stanno rinnovando, hanno un cambiamento, ma per questo cambiamento ci vuole tempo. Quindi io insisto sul fatto che ci vogliono sì i soldi, i fondi, senza questi non si fa nulla, ma ci vuole tempo. Il tempo non nel senso del tempo africano, che effettivamente, lasciatemelo dire, se stiamo dietro ai tempi africani, insomma, è molto lungo, non hanno il nostro stesso orologio, però il tempo nel senso di cura, quindi andare nei luoghi, seguire le persone, seguire il progetto, investire in questo progetto, ma con il nostro tempo. Credetemi, io ho visto ospedali senza gli infermieri, senza i medici, bellissimi ospedali, in mezzo a nulla. Ho visto aquedotti, dico, ma scusa, allora l'acqua ce l'hai, e dice, no, non funziona. E dico, ma scusa, come non funziona? Impianti da milioni di euro. E dico, ma come non funziona? E no, era un filtro sporco. Questi sono dei dettagli che forse se non vai lì, se non metti i piedi in quella terra, non lo immagini, ed è anche difficile, e non si può chiedere alle persone di saperle queste cose. E' la cultura completamente diversa. Quindi quando tu atterri in questi paesi, io nei miei viaggi dico sempre che mi ci vuole almeno un giorno, mi devo cambiare d'abito, arrivo con l'aereo, devo un attimo capire dove sono, e poi inizio a fare le fotografie. Con le fotografie, ecco, io ripeto, non ho i numeri davanti, ma riesco a entrare nelle persone, riesco a entrare nelle loro necessità. Uno degli ultimi viaggi è, sono andata in Ghana, in costa d'Avorio, in una piantagione lontanissima, abbiamo messo dodici ore di macchina e sterrato, siamo finiti dentro un fosso. Però arriviamo in questo villaggio, io mi allontano, un bambino piccolissimo inizia a piangere, ero la donna bianca, e lui non aveva mai visto una donna bianca, per cui come noi avevamo la strega nera dei bambini, ero la strega bianca di quel luogo. Poi il capovillaggio mi ha preso nel suo agora, e mi ha detto, nel centro della piazza, potete immaginare, ero così, seduta al centro, e mi ha presentato come la donna venuta da lontano, che ha preso l'aereo per venirli ad ascoltare, e mi ha detto, tu ci hai visti, hai visto come coltiviamo il cacao, è una piantagione di cacao, noi abbiamo bisogno, sì, degli ospedali, delle cure, delle scuole, ma abbiamo bisogno che le persone ci insegnino come fare il cacao di buona qualità, perché così noi possiamo venderlo, a noi abbiamo bisogno di sapere a voi che cosa serve, che tipo di cacao volete, e noi lo faremo, noi abbiamo bisogno di voi, e mi ha detto, le sue parole, porta questo messaggio alle persone che possono cambiare il mondo, e io sono qui davanti a voi, spero che qualche cosa si possa fare, questo volevo dire che al di là di questi grossi investimenti che sono assolutamente fondamentali, necessari e benvenuti in questi paesi, ma dobbiamo pensare di investire anche con il tempo, per cui la cura, l'educazione, sono paesi, l'Africa è un paese giovanissimo, dove i ragazzi, anche voi, c'è la tecnologia, io con le mie figlie, a tecnologie ogni tanto dico scusa, dico ma com'è questa cosa, come si aggiusta le mie figlie, e loro hanno tutta un'altra propensione, lo stesso è in Africa, non hanno l'accesso, lo stesso accesso che abbiamo noi, però l'età ce l'hanno, ed è un paese che se non stiamo, se non stiamo, c'è il futuro, quindi il mio messaggio è proprio, vorrei proprio portare la voce di questi paesi, di queste persone, perché la voglia di fare, la voglia di, passate in termini, è riscatto, ma non è neanche un riscatto, è un riscatto che è naturale, è una crescita naturale, del nostro mondo come è naturale, purtroppo avete letto le nascite, sono bassissime danni, l'inverno demografico famoso, esatto, è un problema, ma questo che cosa vuol dire, che noi di giovani abbiamo bisogno, perché il giovane non è solo il giovane, ma il giovane ha un'altra idea, ha un approccio diverso, e quello che poi porterà avanti è una continuità, quindi il tempo. Grazie, quindi il linguaggio del tempo, diciamo. Grazie mille. E uno spunto tra i tanti, a volte si parla anche inconsciamente e con passione dell'Africa, magari come un paese, ricordiamo che sono sempre 55 paesi, un'infinità di differenze, di sfumature, e le differenze non sono da, come sappiamo, penso bene tutti noi qui presenti, non sono da la Tunisia al Mozambico, sono dal Benin al Togo, sono tra la Tanzania al Kenya, la eterogeneità del continente è tale che anche un singolo paese africano, secondo i confini tracciati in quella maniera artificiale nel XIX secolo degli Europei, non tengono conto, non ci permettono tante volte di capire con esattezza quali sono i confini del paese, quindi appunto l'Africa, e in questo penso che anche questo sguardo fotografico sia fondamentale, l'Africa, le Afrique sono veramente infinite, forse anche continente riduttivo, quindi grazie per questo. La bella cosa è che si dice che non c'è luogo senza conoscenza, quindi se tu non entri, veramente metti i piedi a terra, senti le culture, una cultura che da noi, cioè un qualche cosa che da noi suona a stride magari, in quei luoghi viene preso in maniera completamente diversa, la cura, le carezze, vi dico solo questa, una ragazzina giovane, ha avuto 17 anni, e dico, ma bella mia, ho tre figli, ma bella mia, però 17 anni, già non hai lavoro, non hai marito, e hai tre figli, mi è venuta un attimo, e lei mi ha detto, ma lo sai, qui purtroppo, e d'oro ingana, la prima persona che mi ha fatto una carezza, io mi sono abbandonata a questa persona che mi ha fatto una carezza, perché da bambina, era in un villaggio veramente remoto, ho preso subito i miei fratelli in braccio, ho iniziato subito a lavorare, per cui il primo uomo che mi ha fatto, che è stato un uomo, insomma, che si è avvicinato con me, mi ha fatto una carezza, e io ho pensato che fosse così, un sentimento, una cosa, e ovviamente da lì poi, ecco, quindi come bisogna conoscere. Allora, si è parlato di conoscenza, bisogna parlare di lavoro e di inclusione in ambito lavorativo, questo perché c'è un altro enorme orizzonte che quello, ad esempio, delle diaspole africane, la diaspora è la comunità degli afrodiscendenti o dei cittadini africani che risiedono fuori dal continente, che sono un potenziale enorme, lo sono già perché in termini anche operativi, sono una fonte, ad esempio, di rimesse fondamentali, le rimesse sono i soldi che vengono inviati al Pese d'Origine, e oggi superano gli investimenti esteri diretti sul continente, e questo è un dato illuminante, tanto è vero che si stanno anche congeniando da tempo in realtà strumenti finanziari come i diaspora bond per consentire di capitalizzare, investire in maniera, come dire, strutturata questa risorsa. Ma c'è tutto il grande, l'enorme tema anche del ponte lavorativo, si parla spesso anche di flussi di persone in ambito professionale, quindi anche con ottica mi permetto anche un po' arida, come se fossero, diciamo, capi appunto risorse che vengono spostate da un punto A a un punto B. La questione più profonda, il tema dell'integrazione lavorativa di questi talenti, di queste risorse, e anche dello scambio, si dice contaminazione, ma un termine un po' spiacevo, dire del dialogo, dell'intreccio tra paesi diversi anche in ottica lavorativa. In questo senso, quindi il valore aggiunto che può essere rappresentato da un lavoro inclusivo, volevo interpellare Maria Elena Roccia di Anolfa ETS, associazione nazionale oltre le frontiere. Grazie, buona giornata a tutti. È un onore per me essere qui, in questo panel, dove si affronta uno dei temi che sono all'ordine del giorno e che saranno per sempre all'ordine del giorno, perché parliamo di quello che è la nostra storia, le nostre Afriche. Perché se noi ci apriamo in questo concetto che l'Africa è, tra virgolette, un paese giovane, ma è un paese considerato storicamente il vecchio continente, e da lì partiamo tutti. Quindi siamo tutti provenienti dalle nostre Afriche. Naturalmente se vogliamo parlare di cooperazione con le Giaspore e con l'Africa, non possiamo fare una grande riflessione sull'eredità che ha lasciato anche il colonialismo. E affrontare anche il tema del colonialismo, di quelli che sono i processi che ci sono stati in questi secoli, senza avere anche ben chiaro il concetto e anche l'influenza che continua ad essere presente sia nelle nostre Afriche sia nel paese nell'Occidente. C'è un'influenza reciproca, ma viene affrontata ancora come qualcosa che magari viene tenuta, vista come qualcosa di tanto astratto e distante. C'è purtroppo questa tendenza di vedere l'Africa e le Giaspore come un continente, che anche se è riduttivo sono profondamente d'accordo, ma questo è quello che viene trascritto, come un continente da salvare, come un continente problematico. Se noi cerchiamo, abbattiamo anche questa narrazione scorretta che ci viene inculcata da sempre anche in età prescolare, l'istruzione è quanta importante, mi riallaccio alla bellissima relazione che è stata fatta, la parola conoscenza. Secondo me e secondo noi siamo tutti d'accordo, se c'è conoscenza si riescono ad abbattere tanti muri di incomprensioni, di discriminazioni, di aridità interculturale, perché anche questa è una terminologia che viene affrontata soprattutto in questi ultimi anni, e soprattutto anche nel modo di comunicare, la comunicazione fondamentale, saper comunicare. Anche su questo si lavora tanto, anche su quelle che sono le nuove tematiche, l'intelligenza artificiale nelle nostre Afriche. È un tema talmente profondo e talmente intenso che si riallaccia anche a quello che sono i fenomeni di flussi migratori. Noi in questi anni siamo sempre e siamo stati coinvolti in quelle che sono anche le tematiche che riguardano il decreto flussi. Parlare di numeri, io credo che sia necessario parlare di persone, perché il continente è talmente vasto e talmente immenso che attuare un unico decreto flussi in un continente, in un paese che ha tanti paesi interni e tanto riduttivo. Quindi anche sulla questione lavorativa, il piano Mattei è un piano che nasce con un obiettivo illustre, un obiettivo anche importante, quello di essere presente, di rappresentare la propria presenza in Italia e in Africa attraverso dei percorsi strategici, come poi la formazione, lo sviluppo, l'industrializzazione. Quindi nasce con dei propositi che se vengono affrontati nel senso in cui si vuole porre, sicuramente facciamo un passo in avanti. Ma è necessario però fare un lavoro e comprendere quanto sia importante abbattere quello che è storicamente la dipendenza economica che è stata imposta in questi lunghi secoli, il debito strutturale, l'infinito debito che c'è nei confronti al contrario anche dell'Africa, lavorare su quella che è l'autonomia industriale, quello è anche un altro fenomeno, il detto che si dice sempre aiutiamole a casa loro. Quindi sono delle terminologie talmente profonde e radicate che influenzano anche il nostro andamento. Faccio un esempio semplicissimo, anche molto pratico. Non è questione di voler allontanarsi da quello che è il sistema occidentale, è qualcosa che cammina, che è un percorso storico necessario. Ho fatto prima, abbiamo avuto modo di parlare anche esternamente in maniera molto informale. Un esempio semplice, una madre che cresce un figlio, il figlio esce dalla propria abitazione familiare, non perché il genitore si è comportato male o perché è stato un genitore errato, il figlio esce dalla propria abitazione perché ha necessità, è un percorso di vita, è una necessità, è genetico, è naturale che un figlio voglia uscire dal proprio nido familiare, dal proprio guscio familiare, perché fuori c'è un mondo e deve camminare. Se noi apprendiamo ad osservare anche questa nostra Africa, queste nostre Africa in questo modo, abbiamo anche un altro tipo di percezione sul tema delle nuove generazioni, perché anche terminologia, seconda generazione, prime generazioni. Io amo parlare, perché io sono frutto anche, sono una seconda generazione nata nel sud d'Italia, quindi lo sentirete anche dalla mia cadenza. Questo fa parte anche di un percorso di interazione, orgogliosamente, perché bisogna avere questo orgoglio di poter rappresentare anche il posto in cui ci si cresce e ci si nasce. Le seconde generazioni, le nuove generazioni, hanno anche un concetto completamente diverso di quello che sono le esigenze lavorative. Si combatte molto sui tanti stereotipi che ci sono, voi sapete perfettamente che ci sono ancora delle difficoltà dovute non solo dalla questione della nazionalità, perché noi come Anorforganizzazione Nazionale Oltre le Frontiere ci battiamo tanto non per il diritto della cittadinanza. Ci battiamo molto sul diritto delle opportunità che devono essere date, il concetto della cittadinanza deve essere superato, attraverso il riconoscimento dei titoli di studio. Perché se noi diamo questa opportunità avremo persone molto più consapevole di quanta potenzialità si ha indipendentemente dalla cittadinanza. Dobbiamo lavorare con l'intento e l'impensiero della persona, noi siamo potenziali persone, ognuno con una propria storia, ognuno con il proprio vissuto, ognuno con proprio colore, è un pubblico straordinario questo. Qui in questa sala ci sono mille colori, mille storie, mille sguardi, siamo il frutto di un percorso, di un tassello che può essere messo in comune attraverso il rispetto anche di quelle che sono le prerogative di un futuro all'insegna dell'interazione e soprattutto della comunicazione. Grazie mille. Sì, qua mi viene in mente il titolo di quella grande opera che era decolonizzare la mente, cioè quindi riuscire a decolonizzare il nostro inconscio in un certo senso, i nostri schemi di ragionamento. Grazie, un altro spunto che emergerebbe è che parliamo dell'esempio dell'Unione Africana, dell'Istituzione Africana nell'ottica del loro processo, ma ricordiamo che si parla spesso di paesi giovane, in senso di Costituzione, in senso di indipendenza, al famoso anno dell'Africa 1960, siamo al 2025, c'è già una max integrazione economica con ritmi e tempi di attuazione che con tutte le sue fragilità è superiore anche alla media. Magari dei tempi di altri continenti, più rapida per essere più chiari. Grazie mille. Marco Elio Ortigni, direttore generale dell'ABI. C'è un settore, uno dei tanti settori sottovalutati nell'economia africana, che è quello bancario, sottovalutato per le potenzialità, per il peso che può giocare soprattutto nell'ottica dell'Africa Continental Free Trade Area. Volevo chiederle, lei che è vissuto nel continente, quali sono i tuoi risultati? Grazie per avermi dato l'opportunità di stare qui oggi, grazie per aver espresso un concetto a me caro, nonostante l'esperienza sul campo che ho svolto in anni, sul continente delle Afrique. Perché poi in realtà si ha questo tema di massificazione di un concetto di Africa globale, le Afrique hanno mille sfumature. Penso dalla mia esperienza, magari molto semplicistica, scusate sono un bancario per cui guardo sempre i dati, quando mi trovo in difficoltà esamino dati. Ci sono tre grandi Afrique, c'è un'Africa che si affaccia a quello che una volta era considerato Mare Nostrum, e per cui quell'Africa più vicina alla Sponda del Mediterraneo, c'è un'Africa subsarariana, ma dentro c'ha delle complessità incredibili, complessità che ne fanno un fattore di ricchezza. Il continente delle Afrique ha una ricchezza incredibile e lo vedo da un punto di vista ovviamente di numeri. E c'è un terzo continente delle Afrique che è quello che si appoggia più ovviamente. È un continente che è stato sfruttato in termini per cui probabilmente non si è aderito ad una vera pianificazione sostanzialmente delle attività. Il piano Mattei è importante perché riporta una centralità rispetto al tema dell'Africa o delle Afrique. Pensate come, ad esempio lunedisco, se c'è stato un ultimo incontro in presidenza del Consiglio, ovviamente dove si è esaminata l'ulteriore bozza del piano, per cui credo che sia un aspetto da coltivare, curare e sostenere, ovviamente quello del piano Mattei. Due dati che qua diventano iewoso, scuso la platea, però intanto cosa fa il piano Mattei? Sviluppa un istinto agli investimenti diretti esteri perché questa è la parte fondamentale. Se noi non siamo in grado di pianificare e dare ovviamente funding, sono d'accordo con lei, poi bisogna essere bravi nell'execution di quel funding, per cui è lì probabilmente il vero tema sul quale bisogna lavorare. Pensate questo e guardiamo la nostra Europa in questo momento. Il primo Paese per investimenti diretti nel continente delle Afrique è la Francia, 55 miliardi sostanzialmente di euro, di cui oltre il 60% concentrati nell'Africa subsariana. Il secondo Paese per ordini di importanza e per cui di investimenti diretti è l'Italia, 30 miliardi ovviamente di investimenti. Siamo superiori anche alla Francia se consideriamo gli investimenti perché i nostri sono indirizzati nella fascia del nord Africa e per cui sul bacino di quello che è il male militare. Noi abbiamo circa 20 miliardi di investimenti rispetto ai francesi che ne hanno circa 17 e mezzo. Quanto importante il settore bancario è, qua non è una promozione, è fondamentale. Credo che il sistema bancario abbia il compito di sviluppare, di sostenere, di creare e di educare perché è un tema grosso, è stato toccato sfiogato, è il tema dell'educazione finanziaria. È un tema, quando parlo di educazione finanziaria immagino anche l'educazione che va rivolta verso le donne, verso un tipo di disagio di violenza economica, passatemi il termine, l'ho vissuta, avendo vissuto sul campo queste cose. Per cui chi parla di Africa dovrebbe aver vissuto in Africa o dovrebbe aver avuto un'esperienza forte in questo senso. Alcuni casi, io conosco magari solo una parte, ovviamente, delle Africa è complessissima, diciamo, poi conoscerla nei dettagli tutti, però sto pensando a ciò che ha fatto una delle banche italiane, uno dei gruppi bancari italiani sicuramente più importanti, che ha una partecipazione in una banca che si chiama Bank of Alexandria che è posizionata in Egitto e per cui come è riuscita a sostenere, ovviamente, lo sviluppo nell'AperEgypt attraverso delle integrazioni con CDP sul sostegno agli small farmers e allo sviluppo, chiaramente, del tessuto agricolo. Pensate che siamo in un continente in cui c'è oltre il 60% delle terre incolte per utilizzo agricolo, per cui è una massa, io riporto sempre i numeri perché quelli sono quelli, però pensate quanta potenza ha. È chiaro che il lavoro delle banche è un lavoro quello di mettere in connessione punti per cui clienti, domande ed offerta, deve avere, secondo me, il supporto, come ce l'ha, delle entità sovranationale che attengono, e sto pensando a saci per tutto quello che riguarda il tema delle garanzie, perché io poi non vorrei passare solo un'idea dei pros dell'Africa, perché l'Africa poi ha anche dei grossi cons che molto probabilmente sono quelli che non permettono al Paese di decollare da un punto di vista di sviluppo, per cui benvengano gli interventi di Siemest, adesso non voglio annoiarvi sul fondo 394, legge 81, perché poi c'è una preté a vedola in fondo di giovani per cui ho paura, avendo io, di non entrare troppo nella dinamica di spiegazione di enti, però è importante che ci sia una partnership pubblico-privata. Questo è fondamentale per far crescere l'attività nel creare il consenso o nel coltivare un terreno che ha bisogno di tempo per crescere, perché questo è un altro aspetto, si pensa sempre all'Africa in un concetto di ritirare qualcosa molto velocemente, ma l'investimento è un investimento di medio e lungo termine, io credo, all'interno dell'Africa. Guardo, c'è un consenso, sì, c'è un consenso, il governo italiano e l'Italia stanno lavorando anche molto bene, penso, all'accordo degli Spring Meetings nell'aprile del 25, di sostegno ovviamente al tema della World Bank, sui finanziamenti che possono generare maggiori contributi per lo sviluppo africano. Penso al ruolo della Banca Africana di sviluppo, che è un altro degli aspetti fondamentali, che possono accompagnare l'investimento, lì è particolarmente interessante perché a fronte di un investimento diretto la Banca Africana di sviluppo si assume la responsabilità di aumentare effetto leva e per cui di fare crescere del doppio l'investimento che tu stai attuando. Però un punto è fondamentale. L'Africa è grandissima, le Afrique sono una grandissima opportunità non per qualcuno, per l'intero pianeta, perché l'Africa è un punto sul quale se non si dirimono o se non si indirizzano sforzi ed impegni si guarda con un po' di più preoccupazione verso il futuro di quello che è il mondo. Le banche lì dentro ci sono, è chiaro che il tema del rischio paese è un rischio forte, quando tu fai dei finanziamenti soprattutto in determinati paesi hai però da fare una valutazione meritoria di credito e comprendere quali sono le garanzie accessorie che eventualmente vengono prestate. Per il finanziamento, per il sostegno e per lo sviluppo. In questo SACE è un compito fondamentale, noi ci lavoriamo ed è una parte estremamente attiva nel sostegno, nell'erogazione ovviamente di garanzie. Però il rischio paese, quello che viene definito, vi richiamo ovviamente agli studi di SACE, evidenzia un altissimo rischio nei paesi africani, determinati in parte dal rischio politico, dal rischio di instabilità politica. Questo non permette una programmazione, una pianificazione dell'investimento medio-lungo termine, quando hai delle variabili ovviamente che intervengono in questo senso. Per cui credo che sia importante le garanzie, credo che sia importante creare senso di benessere per i paesi che operano solo attraverso in questo modo, noi riusciremo ovviamente a stabilizzare o ridurre questo effetto di rischio. Un'altra delle iniziative secondo me, banche generalmente hanno il tema forse di farsi conoscere poco da un punto di vista di storytelling, ma mi piace citare un tema di un'attività benefica che le banche promuovono che è ProSolidar. ProSolidare un'attività tra le organizzazioni sindacali bancarie e le banche stesse, si occupa ovviamente di sviluppare e di sostenere attività benefiche, pensate che nei 60 nuovi progetti che sono stati portati l'anno scorso, 17 riguardavano il tema africano. Per cui quanta volontà e quanto sostegno c'è nell'accompagnare. L'ultima cosa per l'Associazione Bancaire Italiana, lo sviluppo delle attività internazionali, dei tre angi politici, l'economia dell'euro mediterraneo è parte di un comitato strategico appositevamente ad hoc per studiare ovviamente e promuovere idee e progetti in tal senso. Credo e spero di essere stato nei tempi. Grazie, grazie mille. Allora, no no, assolutamente ma come tutti gli spunti raccolti finora anche questo meriterebbe probabilmente un festival intero solo per parlare dell'argomento, penso alla questione del rischio, di come si calcule il rischio nei paesi africani, del perché alle volte ci può anche essere una distorsione, no? Prospettica nella valutazione finanziaria di quel rischio e quindi anche qua potrebbero esserci appunto tanti spunti ma cercheremo di tornarci. Allora, i tempi purtroppo vedo che sono abbastanza tirannici nei nostri riguardi, quindi io procederei in questa maniera, vi chiederei un flash ma veramente uno sforzo quasi atletico di sintesi e poi vorrei già capire se ci sono magari domande dal pubblico, se c'è qualche ok, magari se possiamo iniziare a individuare nel video, se vedo ben 3, ok, allora procediamo veramente con un flash ciascuno e poi raccogliamo queste domande rapidissimamente. Allora, Enzo Cursio, migrazioni, si parla del Piedra Matek con le migrazioni, forse è un po' limitativo, giusto? Come approccio, cosa pensi? Sì, molto limitativo perché appunto parliamo del più, del continente da dove tutti quanti noi in questa sala proveniamo, passi a pensare che l'America non è stata scoperta da Cristoforo Colombo, da 1337 da tre caraveli che andavano dal Benin, quindi un secolo prima di Colombo e come fino al 1780 il continente subsariano, la Mibia era il maggior e il Benin era il più grande, erano i paesi che prestavano maggior danaro all'impero ottomano, quindi basti pensare che la ricchezza era in Africa, non era in Europa. Tutto oggi, per fare aprire anche una polemica ma chiudo, tutto oggi quando parlavi appunto del perché c'è l'investimento francese nei paesi postcoloniali francesi, perché la Francia detiene le riserve d'oro di quei paesi e dunque è quasi obbligato a dare un minimo di investimento, quindi parliamo di questo, di un paese che è stato impoverito da noi, quindi punto. Come abbiamo impoverito l'Africa. Esatto, voglio di un paese, di un continente che è stato impoverito da noi. La seconda cosa che voglio dire è chiudo e qual è la chiave del piano matriarca? La chiave del piano matriarca secondo me non è tanto il mega investimento, è incentivare lo scambio tra piccole e medie imprese perché le piccole e medie imprese sono la chiave oggi dello sviluppo africano in loco. Anche perché tutti i programmi di investimento sul debito che noi abbiamo attuato fino adesso, compreso la ristrutturazione 2000, è stato un preciso fallimento, abbiamo distrutto l'industrializzazione, quei pochi paesi che potevano permestersi una prima fase di industrializzazione, abbiamo distrutta. Perché li abbiamo obbligati solo a ricevere investimenti stranieri e investimenti di industrie estere nei loro paesi. Quindi per me la chiave del piano matriarca è piccole e medie imprese e garantire che il sistema bancario italiano possa finanziare. Dialogo e garanzia. Perché non c'è nessuna banca italiana per esempio, da l'Egitto in giù, non c'è banca italiana che garantiscono imprese, zero. Chiarissimo. Elisabetta, il tema è sempre lo sguardo. Mi associo con quello che è stato detto adesso, piccola media impresa, progetti seguiti, dove c'è l'interesse dell'impresa stessa a seguire, a portare l'investimento a reddito e a far anche sì, a insegnare sul luogo, anche sì che il paese possa usufruire e quindi vivere grazie a questi redditi. Noi lo stavamo facendo adesso, partiremo per l'Egitto su un progetto sul cotone dove sembra assurdo un'azienda italiana non trova personale per lavorare nella sua azienda in Italia. Allora è costretta a formare lì, poi li fa fare un corso, vengono in Italia, gli aiutano anche ad avere un lavoro, un mestiere e poi ritornano. Questo perché da noi manca anche questa forza al lavoro. Quindi è anche bene proprio formare in loco. Grazie Cassimile. Maria Elena Roccia. Sì, sicuramente dobbiamo lavorare, basta parlare di emergenze, ma di futuro condiviso e lavorare anche su quelle che sono le formazioni di preimprepartenza nei Paesi a punto d'origine, ma che siano una garanzia chiara di un corretto flusso migratorio per motivi di lavoro, evitando anche quella drammaticità che c'è nei nostri mari. Ricordiamo che quest'anno sono state oltre 160.000 persone che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l'Europa e ricordiamo 204.000 solo quest'anno di persone che hanno perso la vita. Quindi anche su questa partita noi dobbiamo lavorare affinché ci siano dei canali corretti, giusti e che ci sia un percorso di opportunità lavorative nei Paesi di origine ma anche in Europa, rispettando e lavorando sulle reali esigenze che l'Italia stesso ha. Grazie, grazie mille. Marco Egli Rotini. Poi chiederei un microfono per la sala. Perché le Afriche? Lei prima ha citato che la popolazione ha 20 anni e gli dico che le provisioni al 2050 dicono che ne avrà 25. Per cui già questo dà una determinante sul fatto perché questi investimenti. Perché? Perché ha il 30% ovviamente delle riserve minerarie, il 7% delle riserve petrolifere e il 60% come dicevo prima delle terre arabe. Cioè vuol dire c'è ground per gli investimenti per aiutare. C'è una forbice che è inaccettabile ovviamente da un punto di vista di reddito ipilprocapita, 13 volte inferiore a quello che è l'Europa. Sono d'accordo sul tema del sostegno al mondo dello small mid cap, a quelle iniziative che fanno benessere sui territori. Per questo ho citato gli investimenti nel campo agricolo in Egitto. E c'è un altro aspetto che è fantastico tra i tanti aspetti fantastici e tra alcune ombre che ovviamente il continente ha, che è quello dell'intramprendenza da un punto di vista digitale. Pensate che è un metodo per arrivare molto velocemente con servizi bancari ovviamente per cui c'è un incremento, c'è un'esposizione geometrica della richiesta di digitale. Questo sta a determinare proprio l'ultimo aspetto perché sono positivo e qua chiudo perché c'è un accordo di libero scambio africano. Perché credo che su questo si giocherà tantissimo ovviamente dell'integrazione e dello sviluppo. Grazie, grazie mille. Allora chiederei di venire a recuperare un microfono. Devo chiedere a qualcuno degli ospiti di cederlo. Grazie, grazie mille. Torotini. Allora avevamo una domanda qui? Anche io sono un ex baccano per cui ho una certa sensibilità soprattutto in termini di margini e ricavi e prezzi. Spunti molto interessanti. Devo dire che secondo me, io lo chiamo il problema, ma non è un problema ovviamente. Il problema dell'Africa non si risolverà se non spezziamo quei vincoli coloniali che ancora esistono. Faccio un esempio come ha citato anche il signore. Mi perdoni, la domanda. Perché purtroppo i tempi sono... Sì, era più una considerazione che una domanda. Faccio solo un esempio per raggiungere quello che avete detto voi, in sostanza, il caso del cacao. Inutile che noi giustamente dobbiamo insegnare a coltivare meglio. E' proprio il prezzo e prida della speculazione di questi grandi multinazionali per cui il cacao, che è considerato un bene di lusso in Italia e viene pagato poco ai costi, quindi accorciare la figliera. Più che insegnare magari fabbriche che lavorino semiprodotto in maniera tale che... Quindi è uno di quei famosi vincoli coloniali che ancora lega l'Africa. Grazie, grazie mille. C'era una domanda, mi sembra, da questo lato della sala. Poi, ovviamente non ho forza a tu, ma c'è qualche domanda anche dagli studenti. Siamo felici. Una domanda per Marco Rottini, caro Marco. A me piace molto l'atteggiamento del piano Mattei che non è predatorio, come è stato detto dalla Presidenza del Consiglio. Purtroppo altri paesi invece hanno un atteggiamento predatorio e sapete tutti a chi mi riferisco. L'Europa ha bisogno dell'Africa, l'Africa ha bisogno dell'Europa. Occorrono grandi investimenti. Da questo punto di vista, come vedresti la creazione di una banca euromediterranea con capitali non solo pubblici, perché non basterebbero, ma anche con capitali privati? Grazie. Wow, generalmente i colleghi sono sempre quelli più tricky nelle domande. Faccio questo riferimento, faccio riferimento che ho visto per altre esperienze internazionali il ruolo che ha fatto la Banca Europea degli Investimenti sul sostegno e lo sviluppo di una parte dell'Est Europa nei momenti di difficoltà post bellica, ovviamente. Per cui è una posizione del tutto personale, è un tema che viene sviluppato, spero che venga sviluppato intensamente nel Comitato Strategico, ma se chiedessi a me, credi a una banca euromediterranea con uno sviluppo e con una volontà da parte delle istituzioni nazionali e delle banche, io penso che dovrebbe essere un dovere. Pega accelerare questo tema di integrazione, per cui mi hai strapato questa cosa, ma sì, sono assolutamente d'accordo, che è una cosa che sa da fare. Grazie. Abbiamo margine ancora per una o forse un paio di domande rapidissime. C'è qualcuno che vuole cimentarsi. Allora, mi sembra che pur con questo sforzo quasi atletico che vi ho chiesto, siamo arrivati al termine della nostra conversazione. Io intanto chiederei nuovamente di ringraziare i nostri ospiti. Enzo Pulsio, africanista, Elisabetta Illi, funder ratio Picture of Change, Maria Elena Roce, presidente nazionale Anolf ETS, associazione nazionale Oltre le frontiere, Marco Elio Rottigni, direttore generale associazione bancaria italiana. Allora, provo a fare una sintesi a mia volta rapidissima di quello che è emerso, quindi le origini del piano Mattei e del perché comunque può essere uno strumento di interpretazione e di dialogo con il continente, la necessità di una lettura, anche di immagine diversa con le Afriche, la necessità di un rapporto di un dialogo lavorativo, occupazionale e di talenti diversi, uscendo da il nostro subconscious postcoloniale o meglio a volte anche coloniale senza post che appesantisce i rapporti e le potenzialità economiche, finanziarie, bancarie e anche poi l'urgenza di una infrastrutturazione finanziaria. Spero che la sintesi possa valere nel senso complessivo. Un sintesi ulteriore, qua chiudiamo anche perché vedo che è arrivato addirittura il rosso e appunto dottor Rottigni sa bene che il rosso è pericoloso quando si vede nei numeri. Decolonizziamo la mente come diceva quel grande autore, decolonizziamo lo sguardo come hanno detto più di recentemente alcuni autori e proviamo anche a decolonizzare il linguaggio, quindi sarebbe bello che anno prossimo potessimo parlare, qua lo dico anche come parte forse in colpa anche se il titolo non era mio, di progetti nelle Afriche e non di progetti per l'Africa. Grazie a tutti. Buona tornata. Io prendevo spunto da quello che si diceva prima perché volevo proporre che un'edizione del Festival dell'Economia fosse dedicata all'Africa. Trento chiama l'Africa. Proviamoci, grazie.
{{section.title}}
{{ item.title }}
{{ item.subtitle }}