Multinazionali italiane e competitività
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Multinazionali italiane e competitività
Discussione su multinazionali italiane e sfide globali, con focus su Bracco, leader nel settore diagnostico.
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Multinazionale è una parola già complicata da capire, da fotografare, da immaginare perché è qualcosa che è il motore stesso dell'impresa e della produttività del nostro paese, ma anche qualcosa che sfugge un po' le dinamiche più semplici di ciò che compone l'imprenditoria tradizionale di produttoria classica. E soprattutto questo è un altro aspetto. Voi sapete che il requisito principale di ogni buona economia è la stabilità, no? È il fatto del culto centrale di ciò che rende buona un'economia e forse mai come in questo momento, almeno negli ultimi ottanta anni, la nostra contemporaneità nell'Occidente che viviamo, che abitiamo, che conosciamo è stata tanto instabile. Lo è perché arriviamo da una pandemia che è una economia globale e dai suoi effetti che ci sembrano estinti ma non lo sono, continuano a insistere nell'economia, nella finanza, nella produttività, nei rapporti che equilibrano la convivenza tra gli Stati, dei rapporti commerciali, economici e finanziari. Siamo dentro una situazione di conflitto caldo, di guerre che non è mai stato così preoccupante, così pericoloso, anche questo è un fatto di instabilità enorme che ci ha fatto al mondo produttivo. Siamo dentro una crisi energetica, siamo dentro una più o meno dichiarata, più o meno già iniziata guerra commerciale, anche se non sappiamo esattamente dove ci porterà quando effettivamente inizierà e quali effetti avrà. E quindi insomma la carne al fuoco è tantissima, ne parleremo con degli ospiti molto importanti e autorevoli che vi vado a presentare. Comincio da Francesco Maria Kelly che è presidente Istat, fateli un bel applauso. E qui qui accanto a me c'è Francesco c'è Fabrizio Nida che è professore in merito di economia internazionale Università Bocconi e anche per lui. Ci vuole un grande applauso. Collegata con noi perché non è potuta venire fisicamente qui abbiamo invece Diana Bracco. Diana Bracco è una grande imprenditrice eh italiana in carna no? Quello che possiamo dire. E' un grande imprenditore che ha detto l'idea di una grande multinazionale del nostro Paese è presidente del gruppo Bracco che leader mondiale della diagnostica per immagini. Ecco non è potuta venire ma ci ha mandato un contributo video e chiedo alla regia di mandarlo subito così intanto la salutiamo se pure virtualmente ascoltiamo il suo messaggio Purtroppo non ho potuto essere con voi a respirare l'aria di Purtroppo e mi dispiace non incontrare di persona il presidente Kelly il professore Onida che conosco e Agnese Pini giovane direttrice di QN che seguo spesso in TV e a cui da convinta promotrice dell'empowerment femminile faccio i miei complimenti per i suoi successi professionali. Mi è stato chiesto dal direttore Fabio Tamburini di portare un contributo sul tema del nostro panel partendo dal case history del gruppo Bracco dal punto di vista cioè di un'impresa che è diventata una multinazionale leader globale nel suo settore che è l'immagine diagnostico. Azienda che ha solite radici in Italia e rimane dopo quasi cent'anni di storia un'azienda familiare. Se dovessi esprimere in poche parole quale è stata la ricetta del nostro successo, direi che abbiamo sempre investito con costanza e coraggio anche nei momenti difficili su ricerca e innovazione e su tecnologia con l'obiettivo di migliorare la vita delle persone attraverso la prevenzione dell'avanguardia e la diagnostica di precisione. Il vero motore di sviluppo del gruppo Bracco è stato questo. Siamo partiti dalla decisione visionaria e audace di mio padre Fulvio di puntare già nel dopoguerra sulla chimica dello iodio e ancora non si parlava di immagine diagnostico. Ci volevano vent'anni di intensa ricerca sotto la guida del professore Ernst Felder, il grande scienziato e capo della ricerca Bracco, per portare a termine lo sviluppo di una molecola rivoluzionaria per le procedure diagnostiche in ambito Rage X e TAC, con contrasto. L'Oio Pamidolo, che ancora oggi ha ritenuto un gold standard dalla comunità scientifica internazionale. Abbiamo avuto la soddisfazione di avere le grandi multinazionali estere che ci chiedevano la licenza e la consegna del prodotto che andava via come il pane. Nella nostra esperienza per essere competitivi c'è quindi una sola strada, innovare, innovare, innovare e solo con la forza di essere presenti direttamente sui mercati, con prodotti unici all'avanguardia che si può vincere in tutto il mondo. Oggi i nostri ricavi superano i 2 miliardi in crescita nel 24 dell'11% sull'anno precedente. Lontantotto per cento del fatturato è realizzato in un paese di l'estero, con Stati Uniti e Cina come primi mercati e una forte presenza in Europa. Siamo presenti in oltre 100 paesi e lo scorso anno abbiamo dato vita a Bracco, Japan con sede a Tokyo chiudendo la nostra storica joint venture con la giapponese Isai per essere direttamente protagonisti in un paese così importante che peraltro ha un sistema che è il più semplice e il più semplice del mondo per macchinari di agnostici per abitanti. Relativamente al nostro footprint industriale, la produzione core, cioè quella dei principi attivi dei nostri prodotti è localizzata in Italia nei grandi stabilimenti di Ceriano Laghetto e Torviscosa, dove i processi produttivi non si fermano mai e sono in corso importanti investimenti per ampliare e rendere sempre più ricche. Il processo di internazionalizzazione di Bracco ha però previsto anche la costruzione di stabilimenti e centri di ricerca nei diversi paesi, una strategia che ti permette di essere un soggetto a tutto tondo nelle realtà locali e che aiuta anche a fronteggiare gli effetti di guerre commerciali ed azi sui diversi prodotti. Abbiamo infatti siti produttivi a Minneapolis, negli Stati Uniti, a Montréal, in Canadà, a Shanghai, in Cina, a Zingen, in Germania e a Ginevra, in Svizzera. Proprio qui abbiamo appena completato un investimento di oltre 80 milioni per addoppiare le capacità del nostro sito dedicato alla produzione di un innovativo mezzo di contrasto ecografico basato su microbolle che riscuotte grandissimo successo, soprattutto in Cina e negli Stati Uniti. Per restare competitivi oltre a curare la crescita indogena Bracco non ha mai rinunciato anche a monitorare start-up innovative e a fare acquisizioni strategiche. Pochi anni fa, per esempio, abbiamo acquistato Blue Earth Diagnostics, una società britannica grazie alla quale abbiamo arricchito il nostro portafoglio di nuove soluzioni nell'immagine nucleare e oncologico in urologia e in altre specialità. Concludo allargando lo sguardo al contesto economico attuale. Dico anzitutto che in generale l'incertezza è sempre nemica della crescita, perché condiziona la fiducia di imprenditori e consumatori ai inevitabili ricadute negative sugli investimenti. Negli ultimi anni, tutte le imprese hanno dovuto affrontare situazioni inimmaginabili. La pandemia, la guerra in Ucraina, in Medio Oriente e le tensioni geopolitiche hanno prodotto dramatici incrementi dei prezzi dell'energia e delle materie prime e grandi difficoltà di approvvigionamento. In un contesto come questo, servono meno paletti per lo sviluppo e serve soprattutto un'Europa che creda nella crescita della sua economia e che supporti le sue filiere senza lacci e laccioli. Alle istituzioni chiediamo dunque più semplicità normative e più coordinamento delle politiche economiche, altrimenti il nostro continente rischia di diventare solo un mercato di consumo e di perdere competitività rispetto a giganti quali Stati Uniti, Cina ed altri paesi emergenti. Certo, anche noi imprenditori dobbiamo continuare a fare la nostra parte. L'imperativo della nostra famiglia, per esempio, di fronte a difficoltà è non mollare mai e restare una famiglia coesa con un'unica guida. E questo è lo spirito che ci ha permesso di diventare un campione del Made in Italy in un settore tecnologicamente avanzatissimo. Per fortuna non siamo un caso isolato perché tutto il settore farmatricolore ha da essere un'eccellenza globale. Grazie per l'attenzione. Bene, grazie a Diana Bracco. Mi sembra che gli aspetti più interessanti del suo intervento, al di là del giusto accento sulle nuove dinamiche internazionali, anche lei ha parlato di stabilità, quindi di fiducia o sfiducia, che poi è quello che determina l'andamento principale delle nostre aree produttive, anzi le aree produttive di tutto il mondo, ha poi parlato di un elemento un po' più romantico, se vogliamo, dell'impresa, anche multinazionale, che però c'è anche una dimensione di creatività, l'ho detto lei, l'impresa, la buona impresa, anche una dimensione estremamente creativa, poi certo senza capitali, la creatività non va da nessuna parte, ma insomma questo forse anche per qui, chi ha meno di vent'anni, ce ne sono tanti, questo può essere sicuramente uno degli aspetti più seducenti della materia complicata che andiamo a trattare adesso. Prima di iniziare il dibattito vero e proprio, vorrei chiedere al Presidente Istat, a Francesco Maria, che è lì, di darci una panoramica introduttiva sullo stato di salute attuale dell'internazionalizzazione delle imprese italiane, sui settori di maggiore dinamismo, insomma, in che fase ci troviamo? Grazie, bene. Se si potesse generalizzare il discorso fatto dalla dottoressa Bracco, toccheremo tutti i punti essenziali di quello che io vi dirò, perché il caso dell'azienda, così come lei l'ha presentata, di questa multinazionale, è molto emblematico e i temi fondamentali sono quelli che andremo a vedere. Io vorrei offrirvi un quadro molto rapido, ma la prima cosa che vorrei dirvi è che l'Istat pone una grandissima attenzione nei nostri obiettivi multinazionali, che sono un argomento complesso, decisamente complesso. Abbiamo due indagini solo sullo studio delle multinazionali italiane in Italia a controllo estero e delle multinazionali estere che vengono delle controllate italiane. Questo quadro sinottico ci permette di capire sostanzialmente quali sono le analogie, quali sono le differenze tra le imprese a controllo estero in Italia e le controllate estere e le controllate estere di multinazionali italiane. Il numero di paesi, avete sentito la bracco, diciamo controlla, quasi in 100 paesi interviene più o meno, mi è sembrato di capire, e sono più o meno, come vedete, i numeri sono questi. Le controllate estere e le multinazioni italiane sono circa in 175 paesi e in 100 paesi quelle a controllo estero. Quello che è interessante notare che gli addetti nel complesso sono sostanzialmente gli stessi, 1,8 milioni. Quindi in Italia e in tutto il mondo. Ma il fatturato delle controllate estere e di multinazionali italiane non raggiunge il 60% di quello delle multinazionali delle imprese italiane a controllo estero. Quindi parliamo di 908 miliardi in quest'ultimo caso e di 552 miliardi nell'altro. Ma una cosa che vorrei dire perché l'ha richiamata la dott. Sabracco, quello che volevo dire è l'impatto che queste multinazionali a controllo estero e in generale multinazionali hanno su questo fattore di sviluppo importantissimo, strategico, poi ne parlerà meglio il professor Ronida, ma che è proprio l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo, che è fondamentale. Parliamo di una spesa in ricerca e sviluppo di oltre 6 miliardi, che poi vedremo meglio. Questo è il contributo economico delle multinazionali e l'economia italiana. Allora pensate che fatto pari accento il numero di unità residenti in Italia, quelle di multinazionali sono lo 0,4%. Uno potrebbe pensare pochissimo. E invece lo 0,4% hanno il 9,7% degli addetti. Parliamo di imprese appartenenti a multinazionali a controllo estero, hanno il 9,7% degli addetti, il 21% del fatturato, il 17,4% che avevano raggiunto e l'ultimo dato, che è molto importante, il 37,9% delle spese in ricerca e sviluppo. Potete anche nel grafico che avete sulla destra vedere che anche l'apporto delle multinazionali a controllo italiano è molto importante anche in tutti questi settori che vi ho detto. Ma dove notiamo davvero una grandissima forza propulsiva per il nostro mercato sono proprio gli scambi e il commercio estero. Guardate queste due diagrammi a torta. Il colore più scuro sono le multinazionali a controllo estero, quello più chiaro azzurro sono quelle a controllo italiano. Vedete che sia nelle esportazioni a sinistra, sia nelle importazioni a destra, la gran parte del commercio estero viene fatta da queste multinazionali. C'è un maggior peso di quelle a controllo multinazionali a controllo italiano nelle esportazioni e più o meno lo stesso peso, ma parliamo della grandissima parte, più dell'80% viene fatto il commercio estero, viene fatto dalle multinazionali. Un analisi regionale, poi mi fermo e poi se c'è tempo per qualche altra cosa volevo approfondire il discorso sulle motivazioni per cui si va a controllare un'azienda all'estero che sono anche sorprendenti, ma lo affrontiamo dopo. Però volevo farvi vedere come anche in questo caso l'Italia la notiamo sempre divisa, quindi abbiamo una grande presenza di multinazionali estere nell'economia regionale della Lombardia, del Lazio, del Piemonte, mentre abbiamo più debole la presenza al sud, nel Calabria, Sardegna e Puglia. Vedete questo grafico? Ah, sì. Lo avanzato è il quale? Scusate, non le controllo tutte e due. Sì, ecco qua. Vedete Lombardia, Lazio e Piemonte, che sono le prime multinazionali estere, le economie regionali per importanza e poi a sinistra trovate alcune delle regioni del sud, che appunto vi avevo detto. Mentre nel caso dei gruppi multinazionali italiani, il contributo dell'economia regionali è più forte nel Lazio, poi nel Romagna e in Friuli, Venezia e Giulia. Questo è per capire che anche nel campo delle multinazionali, delle imprese multinazionali, esiste una etereogenità diffusa nel territorio italiano, che ovviamente in larga parte contribuisce a queste difficoltà che poi si incontrano, questa mancanza di emogenità. Quindi zone che diventano più attrattive, come il nord, zone che rimangono un po' spopolate, come il sud e così via. Grazie. Grazie. Grazie al presidente Vistat. Cominciamo questa chiacchierata da professor Nida. C'è un aspetto tra quelli di cui parlava la presidente Bracco che mi ha colpito molto perché si rifà all'attualità che stiamo vivendo, la questione dei dazi. Lei a un certo punto ha parlato di come un preso organizzato, costrutturato come la sua, quindi con una vocazione multinazionale perl'appunto, riesca in questo scenario così enigmatico rispetto a quello che potrebbe o non potrebbe succedere sulla questione dei dazi, ad aggirare il tema, proprio perché c'è una differenza sostanziale tra che cosa? Tra essere un'impresa che fa esportazione ed essere un'impresa che invece diventa a tutti gli effetti multinazionali. Forse potremmo cominciare con questo, questa differenza che oggi è quantomai attuale perché parla un po' della carne viva, dei nostri problemi. Deve usare il microfono. Mi spiace non vedere le slide, le puoi vedere di quanti? Non vedere le facce. Ah, ok. Participanti. Una cosa, sono abituati in un'aula oppisturativa. Dicevo, a me compete di fare qualche riflessione, diciamo, di teoria economica della multinazionale. E riprende il tempo. Già sono stanze piccole. Prima dubbio è, il tempo quesito è... Cosa che deve avvicinare un po' di più il suo microfono perché se no non la sentono spavuto per lo streaming. Non l'ho capito. Deve avvicinare di più il microfono alla bocca perché se no per lo streaming la sentono poco. Se mi sentite senza problemi, mi auguro, dicevo. Il rimento erogativo è siamo un paese con imprese abituate a esportare in tutto il mondo, ma c'è un percorso per il quale le imprese non si limitano a esportare, cioè produrre in Italia e vendere nei mercati del mondo come gli antichi mercanti, ma vanno a produrre, o per lo meno inseriano le unità produttive e barra di servizi. Non parliamo solo di produzione, ma anche di distribuzione. E il percorso di crescita, appunto, è quello per cui il paese non deve dipendere solo dal fatto che altri importatori esteri con i loro cosiddetti buyers, vengono in Italia, prendono gli ordini e si portano a casa le merci, ma diventi una proiezione più attiva del perché l'impresa desidera e beneficia del diventare multinazionale. Evidentemente è un problema di, come dire, nel nostro gergo, diciamo, diventare insider sul mercato. Un conto è servire il mercato da lontano, un conto è essere nello stesso mercato in prossimità della clientela e dei concorrenti. Quindi la prima esigenza è quella di essere, non dipendere solo dal fatto che qualcun altro viene a comprarci. Poi, naturalmente, c'è un problema di osservazione più ravvicinata di come evolve la domanda locale e infine anche diventare multinazionale significa procurarsi dei rapporti con fornitori le famose catene globali del valore in cui molti di voi avranno sentito parlare, che vanno scoperte e vanno identificate. Domanda numero 2, come si diventa multinazionale? Qui c'è l'alternativa sostanzialmente tra fusioni-acquisizioni, quindi acquisire imprese già presenti sul mercato estero o invece, secondo alternativa, il famoso investimento a Prato Verde, cosiddetto, in cui si va a... e sono tutte e due scelte naturalmente valide, dipende, le opzioni sono... Perché, diventando multinazionali, si sfruttano i propri vantaggi competitivi, precedentemente acquisiti, ma anche, ecco, importante questo, si vanno ad acquisire altri vantaggi competitivi. Caso particolare, vabbè, se si va a investire per cogliere lo sfruttamento di materie prime di cui l'Italia ha bisogno, è un caso classico, cito l'enima, insomma, non occorre commentare. Ma si tratta anche di acquisire vantaggi competitivi per tutto ciò che noi produciamo, anche attingendo al mercato del lavoro qualificato, formazione personale avanzata. Collaborazione con ricerche e sviluppo di università e centri specializzati. Cito l'esempio, ormai un po' antico, quando Olivetti sviluppava la sua forte proiezione nell'elettronica, identificò la zona di Cupertino in California come una zona in cui andare a imparare e a inserirsi per acquisire vantaggi di conoscenza. Aggiungiamo anche l'opportunità di coinvolgere fornitori lungo le catene che citavo prima e, ovviamente, anche allargare e diversificare. Ecco, c'è un po' un misunderstanding di molte persone, circa il fatto che se un'impresa delocalizza, il termine delocalizzare è diventato un termine non gratificante, non positivo, ribadisco, è sbagliato questa visione. La delocalizzazione non deve essere vista come una fuga verso l'estero, come un'uscita, come l'abbandono delle radici. Anzi, le multinazionali, di cui abbiamo anche citato vari casi, sono imprese tutte con fortissime radici nel Paese. Dopodiché, io ho preparato alcuni esempi di grandi imprese multinazionali italiane, ma penso che quanti minuti abbiamo secondo la... Guardi, almeno facciamo qualche giro di intervento, se parla ancora due o tre minuti, poi passiamo. Certo, certo. Io ho citato, scorriamo, Leonardo, che è la più grande multinazionali italiana, proprietà pubblica, proprietà del Ministero dell'Economia e delle Finanze, che produce aeree, elicote, elettronica per la difesa, eccetera. 46.000 addetti, 70 siti produttivi. La Fincantieri, che fa da Pandan, Leonardo serve il volo e la Fincantieri serve la navigazione, diciamo. Fatturato di 8 miliardi circa, più di 22.000 addetti, azionisti della Fincantieri sono, ho già detto, è un'impresa a capitale pubblico. Cambiando dalla strumentazione ai mercati di consumo, la Ferrero è un esempio abbastanza glorioso di un settore, il settore dolciario, anzi il settore del cioccolato, delle nocciole, è un settore in cui l'Italia si è inserita tra i grandi, Nestlé, Unilever e pochi altri, fondata nel 1946 e fattura oggi 17 miliardi di euro. Terzo gruppo mondiale nel segmento della confectioneria del cioccolato, quasi 50.000 addetti. Cambiamo campo, passiamo alla meccanica. Brembo, che è un'industria del bergamasco che è diventato uno, se non il migliore fornitore di sistemi frenanti a chi, a chi produce automobili, autoveicoli e motociclette. I sistemi frenanti della Brembo sono quanto di più avanzato il mondo possa conquistare. Fatturato quasi 4 miliardi di euro, 15.000 addetti, 5 sedi produttivi del mondo, 8 centri di ricerca e sviluppo, attenzione, la ricerca e sviluppo si fa in Italia, ma la si fa anche, cittavo il caso, il caso di Cupertino, si fa anche andando là dove ci sono i focolai di ricercatori. Coesia e la successiva Lima sono due imprese che entrambe sono collocate in un settore molto più piccolo che le macchine per l'imballaggio, le macchine per il tabacco, per i farmaceutici, per gli alimentari e anche qua come vedete 87 impianti in 35 paesi, più di 8.000 addetti, Lima 7.000 addetti, 2 miliardi etredico e rifatturato. La Mapei, chiudo su questa magari, mi piace citarla perché ho conosciuto molto da vicino il suo imprenditore, il figlio del fondatore, Giorgio Squinzi, sfortunatamente defunto di recente pochi anni fa, perché, lo cito, perché gli ho sempre detto quando ci conoscevamo, ci frequentavamo, guarda tu sei una multinazionale per forza, nel senso che non puoi fare a meno, non puoi solo esportare, perché cosa fa Mapei? Fa gli adesivi, i collanti per l'edilizia. Non c'è piastrella nel mondo che debba aderire a un materiale anche disomogeneo, che non ricorra ai collanti Mapei. Ma quei collanti hanno dietro milioni di euro di ricerca. Ricordo sempre che Giorgio Squinzi tra i primi investimenti che fece nella sua serie di Milano, comprò un microscopio elettronico. Perché un microscopio elettronico? Per fare i collanti? Perché deve studiare la composizione delle materie prime, dei materiali su cui vai a incollare. Lo cito come esempio di lungimiranza. Mapei, adesso, oggi, fattura 4 miliardi, 12 mila detti, risparmio gli altri particolari. Ecco, questo spero di aver dato a flash qualche esempio. Concludo. L'Italia, quindi, è un paese, come si diceva, di navigatori, di eroi, quindi anche di esportatori, ma non solo. È anche diventato un paese spesso citato come il paese delle cosiddette multinazionali tascabili. Tascabili nel senso che non sono grandi come l'IBM o la General Motors. Tascabili sono imprese che fatturano, come abbiamo visto, anche ricavi nell'ordine dei 10, 15 miliardi, non di più, ma con la loro caratteristica di flessibilità e di adattamento. Grazie. Grazie. Grazie, professor Onida. Presidente Kelly, lei poco fa ha già affrontato il tema centrale con la parola multinazionale, anche di cui li più dibattuti a livello di stampa, cioè quello dei dipendenti. Però vorrei tornarci sopra, prendo spunto da una cosa che diceva poco fa il professore, che rappresenta un fattore di stabilità, ma anche di instabilità quanto meno percepita rispetto ai multinazionali, cioè quello delle delocalizzazioni. Riesci, in base ai suoi dati, a darci una panoramica su questo punto, che credo che sia uno dei più delicati. Prima di lasciare la parola, dico solo che al pubblico, agli studenti che sono qui presenti, se volete fare una domanda, alzate la mano, ci interrompete, poi vi portano un microfono. Senza problemi. Anche io sono contento di ricevere domande. Una delle mission dell'ISTAT è quella di diffondere la cultura statistica e quando si tratta di diffondere la cultura statistica, in generale la cultura, sempre il rapporto con i giovani è preferenziale. Quindi sono molto contento di vedere tanti giovani e se vogliono fare domande molto volentieri. Tre elementi brevissimi. La salute di un'azienda in generale e in particolare delle multinazionali. Il secondo, le motivazioni di andare all'estero. Che è interessante anche capirle e vederle. Se posso riavvere le slide rapidamente. E il terzo è il tema che ha toccato la bracco sulla incertezza. L'incertezza fa male all'investimento. Rallenta quel processo di audacia, di coraggio dell'imprenditore. Perché? Perché quando il panorama è incerto è più difficile rischiare. Il rischio diventa maggiore. Questo ci dà due elementi di salute di un'impresa in generale. La produttività e capacità di remunerazione dei fattori. Vedete? Le multinazionali sia estere sia italiane hanno alta produttività e capacità di remunerazione. Quindi il costo del lavoro è più alto perché possono permettersi di pagare meglio le persone che lavorano da loro. Questo è il primo tema. Questo non è solo una questione di dimensione. Ossia facendo i confronti abbiamo visto che anche a parità di settore di dimensione le multinazionali hanno una maggiore capacità sia di produttività sia di remunerazione del fattore. Secondo punto, le motivazioni. Molto interessante quello diceva appunto Napracco. Uno penserebbe, le prime motivazioni sono riduzione del costo del lavoro vai all'estero per quello riduzione in generale dei costi impresa. No, non è così. Guardate quanto è importante invece l'accesso a nuovi mercati. Esattamente questo. Non si tratta solo di andare in un... Ma si tratta di avere la possibilità non solo di vendere in quel mercato ma anche di produrre per penetrare in quel mercato per evitare gli eventuali in questo caso parliamo di dazi ma in generale quelli che sono i vincoli o gli ostacoli all'esportazione. Vedete, l'80% nel caso dell'industria da questa motivazione e il 75% nel caso dei servizi. La seconda qual è? La seconda è l'aumento della qualità o sviluppo di nuovi prodotti. Avete sentito come è molto importante seguire quelli che sono lo sviluppo delle startup, di queste società innovative, giovani che poi diventano importanti in poco tempo e poi normalmente quando finiscono con successo o diventano in se stesse grandi aziende o vengono acquisite da grandi aziende proprio per prendere quei tipi di processi. Quindi, aumento della qualità e sviluppo di nuovi prodotti e l'altra è accesso a nuove conoscenze o competenze tecniche specializzate. Queste sono le motivazioni principali. Possibilità di produrre di entrare di accedere ai nuovi mercati e queste altre due. L'ultima cosa che volevo dirvi riguarda l'incertezza. Noi abbiamo fatto un rapporto sulla competitività qualche mese fa l'abbiamo presentato a Genova e in questo rapporto sulla competitività abbiamo individuato alcune variabili chiave individuato quelle che sono le imprese vulnerabili. Un'impresa è tanto più vulnerabile quando produce una gamma molto piccola ha una produzione su una gamma molto piccola di prodotti per cui il rischio aumenta nel caso che quel prodotto abbia difficoltà ad essere venduto. Quando la sua esportazione è diretta a paesi che sono pochi quindi magari soltanto a un paese o due paesi o tre paesi e quindi nel caso che ci sia una crisi con quel determinato paese anche lì si creano grandi problemi alla produzione, alla vendita e la terza motivazione è quella di avere una bassa di dipende quant'è il peso delle esportazioni su tutto al fatturato. Bene, con queste tre variabili sintetizzate abbiamo visto che sono circa 23 mila le imprese vulnerabili all'esport. Se andiamo a vedere quelle vulnerabili, questo l'abbiamo fatto ancora prima, diciamo l'abbiamo presentata a marzo, quindi è un lavoro che abbiamo cominciato a fare prima, però sono 3.300 imprese vulnerabili alla domanda degli Stati Uniti. Sembrano poche, ma come abbiamo visto prima sono poche imprese ma hanno fatturati molto alti perché sono imprese grandi, con un valore complessivo di 9,6 miliardi di euro e così come sono 2.800 quelle vulnerabili alla domanda tedesca. Noi abbiamo anche misurato quale sia stato l'impatto della recessione tedesca in questi ultimi due anni, l'economia tedesca, sapete, ha subito un rallentamento. Siccome noi siamo esportatori come dice il professor Onida, ma siamo anche importatori, quindi abbiamo un vincolo alto di dipendenza, questa mancanza di traino dell'economia tedesca ha portato un impatto sul nostro PIL, che è stato un impatto sensibile, cioè il nostro PIL poteva crescere di più e anche questi fattori di vulnerabilità, nel caso che i tazzi, adesso questa politica del governo statunitense dovesse in qualche modo maturare questa, dovesse maturare queste decisioni e diventare decisioni diciamo che poi diventano politica e quindi si attuano, certamente questo sarebbe un problema per queste aziende, non solo per queste, ma in particolare per queste è un grande problema nella vulnerabilità e questo è il tema dell'incertezza, del non avere una conoscenza e una tranquillità, appunto abbiamo detto le crisi, la guerra in Medio Oriente, la guerra in Ucraina, le cose che abbiamo detto, a cui si aggiungono altri fattori. Grazie. Ecco, professore, riparto così dalle ultime suggestioni che ci ha dato Kelly, com'è che, qual'è il peso dei multinazionali per fare fronte appunto alla vulnerabilità di un tessuto imprenditoriale come quello italiano che sta in mezzo e l'ultima slide che ci ha dato vedere Kelly iniziava con un incipit forte, diceva a fronte di uno shock globale tra guerre e pandemie e correlativari ha travolto l'impresa e il commercio mondiale, le imprese italiane hanno reto tutto sommato bene, ma sono esposte, sono vulnerabili. Le multinazionali in questa resilienza che abbiamo raccoglito nel nostro Paese, quanto pesano? Intanto essere esposti non è solo un rischio, è anche una possibilità di conteggiare shock di natura globale diversificando i rischi. Se io sono multinazionale non ho come un'impresa nazionale puramente esportatrice tutta la produzione concentrata in Italia o in poche altre regioni. Se sono multinazionale posso giustrare nella distribuzione dell'attività della mia impresa su mercati diversi che attraversano shock diverse e quindi tra loro non perfettamente coincidenti. Questo fatto naturalmente non corre scomodare l'antica teoria del rischio. Tra parenti le sapete, la differenza tra il rischio e incertezza. Il rischio in qualche misura, statisticamente mi rivolgo al Presidente del Lista, calcolabile, misurabile, l'incertezza per sua definizione sfugge, sfugge alla misurazione ed è questo infatti che rende l'economia soggetta a shock in attesi. Non so se ho risposto alla sua domanda perché sarebbe interessante capire quali curiosità hanno i qui presenti partecipanti ad un seminarietto sulle multinazionali io a priori non sapendo le preferenze. Vedo una mano alzata lì in fondo e lei però deve moderare lei. Grazie mille Bongiotto. Per le multinazionali penso che per essere tali bisogna essere chiaramente grandi perché se non si grandi dal punto di vista della size si diventa un'impresa. Noi abbiamo il 99% 3.000 sembra di PMI è giusto. E atteso l'attitudine degli imprenditori a non fare squadra ma a essere individualisti e non essendoci norme strutturali di sistema che incentivano l'aggregazione savo che per le banche dove invece si arrivano tutte. Come è possibile se l'imprenditore non si unisce con gli altri non fa quindi sistema che non può essere più spettro perché sarà sempre piccolo. Cioè può essere bravissimo, geniale, fantastico, intuitivo, leader ma sono sempre pochi. Mentre all'estero eh sono molto più aggreganti e quindi chiaramente facendo squadra diventano molto molto grandi e quindi multinazionali vere. Atteso che il sistema della nostra borosta peraltro non è poi neanche particolarmente eccitante quindi mi sembra che ci sia proprio un tema strutturale di incapacità di fare massa e quindi se non fare massa non sarebbe mai multinazionale. Quello che io vedo. Credo che sia per lei. Non è vero che le multinazionali sono tutte grandi. Peraltro ho riportato quei casi con giri di affari, giri di affari anche di 2-3 miliardi. Non solo dei 20 o 30 miliardi come le grandi multinazionali. E il problema è la specializzazione. Un'impresa multinazionale può essere fortemente specializzata. Il Brembo se vogliamo è un caso di specie. Non produce automobili, produce sistemi frenanti di cui però le automobili, le motociclette hanno bisogno. E specializzandosi in quel settore la dimensione di Brembo è una dimensione relativamente contenuta rispetto ai nostri parametri in cui ci misuriamo con le grandi imprese, con le IBM o piuttosto che con le imprese della distribuzione commerciale, le Walmart o altro. Sono imprese di più modeste dimensioni, ma nel loro campo così bravi da impiegare tecnologia, capacità organizzativa e capacità in genere di innovazione, questo termine che la Presidente Bracco ci ha giustamente richiamato, riesce a proiettare in avanti in una posizione, in un ruolo attivo. Presidente Kelly, c'è una cosa che volevo chiederle. Appunto, in un contesto così complicato come quello che vediamo, che le ha fotografato, il ruolo dell'ISTAT è quello di raccogliere appunto dati, di offrire una mappa di numeri, di certezze dentro cui muoversi. Quanto è vicino un istituto come appunto l'istat all'impresa italiana? Quanto può fare per supportare, aiutare, consentire margini di previsione? Quanto i dati offrono la possibilità di immaginare un futuro possibile per chi appunto deve giocarsela sul rischio, evitandolo in certezza? Sì, visto che abbiamo parlato appunto di rischio e incertezza, direi che avere quella che si definisce uno scenario solido di dati sul quale poter basare le proprie decisioni che non ha niente a vedere con delle previsioni. Sono due cose distinte. Un conto è, diciamo, fare un quadro del momento e un altro conto è sulla base dei dati attualmente disponibili con dei modelli che sono economici, statistici, econometrici, eccetera eccetera, tentare di fare delle previsioni. Le previsioni, come dico sempre in economia, sono molto complesse perché dipendono da tanti fattori. Più facile è prevedere la popolazione, che ha una grande inerzia. Le previsioni demografiche sono più semplici. Ora, il rapporto che l'Istat con le imprese, l'Istat ha una grandissima direzione, forse la più grande delle direzioni centrale dell'Istat, che studia le imprese, che è la direzione proprio delle statistiche economiche con le quali c'è un rapporto in cui noi chiediamo alle imprese i dati, di fornirci i dati, e ovviamente cerchiamo di restituire loro report e analisi che siano quanto più aggiornate di qualità. Questo è il nostro rapporto. A volte le imprese vedono da parte dell'Istat quasi un disturbo, ossia il fatto di dover rispondere, compilare, fare modelli, eccetera. Però è chiaro che tutto questo disturbo, innanzitutto cerchiamo di renderlo minimo. E come abbiamo fatto per rendere minimo il disturbo, prima tutte le informazioni all'Istat arrivavano tramite le rilevazioni. Tutto era rilevazione. Adesso l'Istat cosa ha fatto? Ha cominciato, come nei grandi Paesi sviluppati, a prendere i dati dagli archivi. Quindi tutto quello che noi possiamo prendere dagli archivi non abbiamo bisogno di domandarlo di nuovo. Come il principio della statistica ufficiale direbbe, una volta sola. Cioè, se tu mi domandi questa cosa, domandamelo una volta sola. Poi una volta che te l'ho detta, ecco, la sede sociale che si trova a Milano, te l'ho detto una volta, basta, non me la domandare tutte le volte. Questo principio di una volta sola è un principio molto importante. Noi, attraverso questi archivi, cosa facciamo? L'integriamo, archivi diversi, archivi che derivano dall'Ims, dall'Inail, da tante istituzioni che convergono nell'Istat, che vengono integrati e vengono costruiti dei registri. Ecco, questi registri però, alcune cose devono essere aggiornate e informate, per questo ci sono le rilevazioni. Cerchiamo di non chiedere quello che abbiamo già. Quindi, il nostro massimo sforzo è di limitare il peso, il barden, si chiama in inglese, il disturbo statistico sulle imprese. Allo stesso tempo di fornire alle imprese e quindi in generale i nostri rapporti naturalmente sono con le associazioni, quindi con la Confindustria, con le grandi associazioni. Abbiamo uno scambio, oggi c'è questa parola che tutti conoscete, stakeholder, questi sono i nostri stakeholder ovviamente, ossia i portatori di interessi verso la nostra mission che è quella di dare un quadro aggiornato. Noi ci mettiamo il massimo impegno a darlo con la maggiore accuratezza e chiediamo alle imprese di sopportare questo disturbo, di darci dati, perché sennò, se non abbiamo i dati è difficile costruire le analisi. Ecco, c'è una stuve in testa che ha alzato la mano. Buongiorno. Si è parlato di vulnerabilità delle imprese per quanto riguarda l'esposizione a rischio di uno specifico paese e i legami commerciali, la specializzazione verso o un determinato paese o un determinato settore anche. Quello che mi interessa restava a capire è se ci fossero delle differenze sostanziali nella size, nella taglia di questo tipo di imprese, come è stato considerato questo fattore, oppure se ho capito male, ed era effettivamente già considerato come funziona in questo ambito. Mi sembra una risposta a metà tra Istat e Proforce, più sua nell'impianto. Temo di non aver capito bene qual è il punto centrale. Allora, ci ha mostrato una slide in cui appunto si parlava di vulnerabilità. Si, la vulnerabilità, perfetto. Si è parlato di l'esposizione a rischio paese. Volevo sapere se delle imprese che sono state ritenute vulnerabili, ci fosse dei trend particolari per quanto riguarda la taglia. Le imprese, certamente, la dimensione è uno dei fattori fondamentali, la dimensione di impresa. Tornando al discorso precedente, anche noi abbiamo detto che le imprese hanno 1.800.000 addetti e sono qualche migliaio, quindi in generale sono tutte imprese che noi consideriamo già medio grandi. Le micro imprese sono fino a due addetti, fino a 10 dopo diventano medio piccole e così via e medi, ma queste sono quasi tutte imprese grandi. La vulnerabilità, quello che è stato studiato a fondo e rispetto al paese, quindi rispetto agli Stati Uniti, ad esempio, e rispetto alla Germania, non è tanto la dimensione, ma quanto il settore. Ecco, su questo sì, abbiamo visto che prevalentemente le imprese vulnerabili alla domanda estera da parte degli Stati Uniti sono vulnerabili, particolarmente quelle di prodotti farmaceutici, prodotti meccanici, gioielleria, generi alimentari, di cui si è parlato tanto, il nostro vino, il nostro olio, eccetera eccetera, e i mobili, fornici, che sarebbero proprio tutta l'industria dei mobili. Mentre, per esempio, verso la domanda tedesca, cambiano i settori. Questo è molto interessante. Quindi la vulnerabilità è soprattutto autoveicoli, beni energetici, materiale elettrico, prodotti in metallo e in alluminio. E questi sono i prodotti che le aziende, i settori nei quali c'è maggiore vulnerabilità. Quindi, come vede, cerco di rispondere alla sua domanda, la vulnerabilità non è omogenea, dipende dal paese in cui andiamo, ovviamente dal paese in cui andiamo a esportare, perché in alcuni settori siamo più esposti, in altri settori lo siamo meno. Voleva riaggiungere qualcosa su questo tema, professore? No, forse solo si è parlato di dimensione. C'è un po' una cattiva comprensione dell'importanza che ha la dimensione di impresa, che alcuni vedono come una degenerazione verso dimensioni eccessivamente grandi che implicano una scarsa competizione intorno alla stessa impresa. Noi, ricordavo appunto, siamo un paese più piccolo, siamo un paese in cui anche le multinazionali sono, tra virgolette, tascabili, quindi hanno dimensioni relativamente contenute. Il segreto non è solo di essere più grandi, ma essere in grado di cambiare velocemente in relazione ai mutamenti della domanda, e qui serve la capacità che ha un'impresa di avere antenne sul mercato, avere antenne per capire l'evoluzione dei gusti, le culture, ma a parte la dimensione, il problema è sempre la qualità su cui si basa la competitività dell'impresa. Se è competitività basata su tecnologia, capacità organizzativa, fantasia imprenditoriale, o se invece l'impresa si adaggia sull'edità ricevuta dal passato, sappiamo come in molti casi questa eredità non dura a lungo, e infatti le imprese nascono ma anche muoiono. Devo dire che una parte dei motivi per cui la produttività dell'insieme del Paese può crescere è perché escono dal mercato le imprese meno in grado di reggere la concorrenza e fortunatamente altre ne entrano e questo fa sì che la demografia per il cosiddere imprenditoriale cambi faccia. Presidente, abbiamo ancora pochi minuti. Questi pezzi di puzzle molto interessanti che ci ha mostrato per raccontare il quadro non solo delle multinazioni, ma dello stato di salute dell'impresa italiana. Ecco, il pezzo portante, se ci dovesse fare una sintesi dello stato di salute dell'impresa nel nostro Paese attraverso tutti i dati che ci ha mostrato, che valutazione darebbe alla luce di tutto quello che ci siamo detti, la vulnerabilità, l'incertezza e il rischio, l'innovazione? No, cerco di non esserlo. Anzi, ripeto che quello che avevamo appunto detto, emergenza sanitaria, siamo entrati in una serie di diciamo sfavorevoli eventi che ci hanno accompagnato per diversi anni. L'emergenza sanitaria ha avuto uno shock che abbiamo misurato in termini di pill, pari ad una guerra, ad una guerra mondiale. Abbiamo fatto una misurazione di quanto si è accorrollato il pill nel 2020 e l'effetto è stato pari a quello di una guerra mondiale. Poi tutti ci ricordiamo che eravamo tutti giusi dentro casa, insomma, l'emergenza sanitaria che non può essere stata un forte shock, a cui subito dopo è arrivata la crisi energetica e la mancanza a cui noi siamo un Paese più esposto perché abbiamo meno fonti di energia e anche qui ci sarebbe dovuto aprire l'energia, la prendiamo, meno male che c'è l'enio, voglio dire, però la prendiamo, generalmente la acquistiamo e quindi abbiamo questa crisi energetica che ha avuto un forte effetto sull'inflazione che è passata a essere a due cifre, cosa che non succedeva più dagli anni novanta. E poi dopo c'è stato il problema delle guerre che aumentano e alimentano questo clima di incertezza. Però vedendo il risultato, vedendo il rimbalzo che abbiamo avuto subito già a cominciare dal 21 e poi dal 22 del pill, grazie anche agli investimenti del PNRR, vedendo i dati dell'anno scorso, sì è vero che siamo cresciuti dello 0,7% del valore aggiunto, però del prodotto interno nord, ma vedendo soprattutto il primo trimestre di quest'anno, che ha sorpreso moltissime persone, quest'anno abbiamo fatto uno 0,3% e ci si aspettava meno. Quindi l'economia italiana sostanzialmente, nonostante anche l'esport sarà stato ovviamente un effetto di prevenire quelli che sono i dati, quindi l'esport verso gli Stati Uniti è aumentato in maniera impressionante proprio perché magari qualcuno si è affrettato a fare le operazioni prima per prevenire. Però, diciamo che anche questo primo trimestre, che sembrava forse il peggiore di tutti, effettivamente ha dato un risultato sorprendente. Ecco, l'economia si adatta. È vero quello che diceva tutto vero che dice il professor Unita, ma in particolare mi è sembrato molto interessante. C'è un rinnovamento delle aziende. C'è stato un momento in cui erano molte più quelle che morivano di quelle che nascevano, cioè il bilancio era negativo. Però è chiaro che quelle che escono nuove, le nuove aziende, sono più dinamiche e danno l'infa nuova. Io, sì, effettivamente è un momento molto difficile, ma il sistema economico italiano, il sistema delle imprese, fino adesso ha il retto e sta leggendo. Professore, condivide questa riflessione finale? Condivide questa riflessione finale del Presidente? Ma, di riflessione finale, se ne possono fare diverse. Io credo che in generale il grado di cultura economica dei nostri giovani vada migliorato, vada alimentato, perché è vero che siamo nel mondo dei social. È vero che i social hanno moltiplicato il grado di interdipendenza e di comunicazione, però anche concorrono a peggiorare la qualità media dell'informazione. Quindi la mia sensazione e che occorre moltiplicare il Festival di Trento può essere un esempio nobile di come si va a favorire un miglioramento della cultura economica anche di base, stimolando la curiosità, stimolando il confronto. Su questo non posso che cumprimentarmi per gli organizzatori del Festival e augurarmi, soprattutto, che i giovani, ne ho passate diverse generazioni di giovani in Bocconi, anche a Milano, anche perfino alla Facoltà di Giurisprudenza di Modena per alcuni anni, ormai lontani, che i giovani hanno bisogno di essere stimolati e sollicitati a guardare, a essere più curiosi. Uno dei limiti che possono avere i giovani di oggi se non sono sufficientemente curiosi di conoscere qualcos'altro, perché sono talmente sommersi dalla quantità di informazioni e di opinioni, non sempre argomentate, che alla fine si finisce un po' a peggiorare il livello medio di qualità. Mi sembra una buona riflessione per chiudere e grazie a tutti voi per averci seguito, anche chi ci ha seguito online con lo streaming e grazie agli ospiti. Arrivederci. Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS
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