La pace, valore universale
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La pace, valore universale
Un confronto tra il Cardinale Zuppi e un rappresentante della Fondazione DiCaprio sull'importanza della pace, della governance ecclesiale e della riflessione cristiana in un mondo in guerra.
La Fondazione DiCaprio La Fondazione DiCaprio La Fondazione DiCaprio La Fondazione DiCaprio Buongiorno, buongiorno a tutti, e innanzitutto bentornato, al Cardinale Zuppi, abbiamo fatto questo dialogo lo scorso anno al Festival dell'Economia di Trento, quindi è un piacere riaverla con noi su eminenza, grazie a nome del Solo 24 Oro e del direttore Fabio Tamburini, grazie a nome mio. So che anche quest'anno abbiamo molti giovani in sala, sia universitari, sia delle scuole superiori, questo naturalmente è molto bello. Non c'è bisogno di grandi presentazioni perché tutti conoscete bene il Cardinale Zuppi, solo due tre date così sacerdote dal 1981, Vescovo dal 2012, a Bologna come Ercivescovo da 10 anni, sono 10 anni quest'anno 2015, creato cardinale da Papa Francesco nel 19 e poi tre anni fa, proprio tre anni fa, nel maggio, 24 maggio del 22, da allora è anche presidente della C.E.I. della Conferenza Episcopale Italiana. Grazie per essere qui anche perché è stato un mese abbastanza intenso, abbastanza impegnativo mi sembra, no? E non mi riferisco alla Coppa Italia del Bologna. Quello è stato così, ho detto che è stato un appetitivo quello però, perché no, intanto grazie. Però un mese impegnativo, un mese impegnativo per i motivi che sappiamo e naturalmente non possiamo parlare, non parliamo del conclave, però una domanda, una curiosità l'avevo, se ha visto, penso molti noi hanno visto questo film che è uscito nell'ultimo anno il conclave, quindi chiedevo se ha visto questo film e cosa ne pensava, insomma da lì magari ci dice... Non l'ho visto, comunque mi è bastato quello, l'altro film, meglio quello. Quello che avevo visto tanti anni fa, se non lo saprei, quando è uscito, è quello di Nanni Moretti a Bemus Papam che devo dire appunto, raccontato ai predi, che mi è ritornato con l'emozione fortissima di quando ci sono aperti i finestroni dei balconi, diciamo, della facciata di Piazza di San Pietro, quello da cui poi i papi benedicono dove c'è la Bemus Papam, diciamo, ed è definito un'emozione straordinaria, proprio si sentiva fisicamente la presenza della gente, della chiesa, in questa dimensione così larga che la piazza poi rappresenta, e arrivava per altro poi anche larga perché arrivavano fino a tutta via della conciliazione, quindi anche una presenza fisicamente così importante e commovente. Stavamo commentando prima come in questo mondo dove insomma le istituzioni un po' scricchiano, la governance di molte istituzioni ha dei grossi problemi, la governance, così possiamo usare questo termine, della chiesa, la governance millenaria della chiesa ha dato dimostrazioni di grandissima efficienza, insomma, stavamo commentando questa cosa prima dietro le quinte. Beh, direi, no, senz'altro di sì, due cose mi hanno colpito, uno questa, cioè l'unità, in fondo anche tenendo presente la maggioranza di chieste che in così poco tempo siamo riusciti a identificare la persona, e davvero c'è un aiuto superiore, si sentiva anche molto, non era mai qualcosa che andava oltre le scelte che ovviamente passano per gli uomini, e poi a me sembra che è un frutto anche per esempio di Papa Francesco che ha riavvicinato tanto l'umanità di quello che succede a piedi, a Pietro, qualcuno questo creava qualche problema, tutti e due hanno ragione, cioè Papa Francesco nel mostrare la vicinanza, il primato di Pietro non come qualcosa che stava fuori dal mondo ma come un servizio di un uomo che si mette al servizio degli altri, altri dicono attenzione perché altrimenti perdi l'autonevolezza, Papa deve essere un po' e c'è qualcosa di vero in tutti e due, credo che avevamo sicuramente una distanza che Papa Francesco ha giustamente colmato, se poi dopo sei talmente, vabbè, che sei fuori dal mondo forse mostrare che stiamo dentro il mondo e l'umanità riavvicina tanti e mi sembra che tanti hanno ritrovato anche proprio la vicinanza, il gusto anche di un rapporto con qualcuno che qualche volta visce da così, troppo distante, c'è un disabile di Bologna simpaticissimo che ha scritto un articolo del passare dalla sedia gestatoria alla sedia rotelle, nel senso che l'ultimo anno santo, Paolo Sesto, la sedia gestatoria che poi era in realtà per mostrare, per far vedere altrimenti non sarebbe stato visto dalla maggior parte delle persone, a Papa Francesco che con la sedia rotelle Una delle ultime uscite delle immagini è stata quella della sedia rotelle, quindi grazie per essere qui in questo mese intenso, io ne approfitto per segnalare anche questo libro che poi è a disposizione in uscita, Dio non ci lascia soli e vorrei partire dal sottotitolo, che è Reflessioni di un cristiano in un mondo in crisi, potremmo dire in un mondo in guerra, oggi il tema l'anno scorso abbiamo dato questo titolo, un mondo a pezzi saprà ritrovare l'abusso, l'anno scorso abbiamo parlato di conflitti, di guerre, di altri temi, quest'anno con una valenza un po' più positiva parliamo della pace come valore universale, tema purtroppo di grande attualità, perché sembra proprio che non si riesca a trovare modo alternativo a risolvere controversi internazionali se non il conflitto, se non la guerra, anziché fare dei patti, dei patti degli accordi con l'avversario si preferisce cercare di annullarlo, di annichilirlo, di distruggerlo, di vincerlo insomma, non riusciamo a capire che la guerra è veramente un fallimento della diplomazia, della politica, direi dell'umanità, tutti perdiamo con la guerra, un famoso messaggio radiofonico di Pio XII prima della seconda guerra mondiale dove dice nulla è perduto con la pace tutto può esserlo con la guerra, questo non riusciamo proprio a metabolizzarlo insomma, faccio un'altra citazione di una frase che a me è rimasta sempre impressa, da ragazzo la prima volta che leggo Guerre e pace, left all toy che era veramente avverso la guerra, questa parola mi ha veramente colpito diceva l'essenza della guerra è la strage, io ricordo quando leggevo per la prima volta Guerre e pace c'era la guerra irak-i-ran e ricordo da bambino ero rimasto impressionato perché gli iraniani ma penso entrambi i fronti mandavano al fronte i bambini per sminare i campi minati, cioè li mandavano al massacro e questa l'essenza della guerra è la strage che poi ricordo anche un po' l'inutile strage di Benedetto XV, Papa della Chiesa che scriveva i capi di stato durante la guerra mondiale, è la strage, proprio alla fine è una strage, una sconfitta per tutti, allora vorrei cominciare citando naturalmente Papa Leone che ha esordito le prime prove sono stata la pace sia con voi, naturalmente è saluto di Cristo quindi ma era un chiaro riferimento ai conflitti che ci sono alla terza guerra mondiale a pezzi che lui stesso ha citato, io le chiedo ma non riusciamo come come come umanità non riusciamo proprio a capire che alla fine ci sono modi alternativi per risolvere i conflitti, le controversie, cioè alla fine l'uomo domina tutte le specie, ha fatto progressi in campo medico scientifico straordinario, siamo siamo eccezionali no come però non riusciamo a capire questa semplice, non riusciamo a capire il semplice fatto che con la guerra perdiamo tutti, è una sconfitta per tutti. Dunque, in realtà lo capiamo perché l'abbiamo capito, beh direi di sì, per esempio i basicostituenti che avevano negli occhi che erano sopravvissuti, anzitutto, e si sentivano fisicamente sopravvissuti, e lo avevano molto chiaro che la guerra è una sconfitta anche per chi la vince, questa è una grande sapienza di domanzolari che in realtà anche Caino è sconfitto, non vince Caino, è drammaticamente perso lui, no, davvero penso è una sconfitta per tutti, no? Lo avevano molto chiaro, ce l'hanno scritto, l'hanno deciso, l'articolo 11 della Costituzione è bellissimo, ci siamo dimenticato, ce lo dimentichiamo anche personalmente, ci dimentichiamo che la guerra è una sconfitta, diamo per scontata la pace, come se la pace c'è, e la nostra generazione, penso la mia, io sono nato dieci anni dopo la fine della guerra e abbiamo sempre dato per scontato che c'è la pace e alcune lezioni evidenti perché non è che è soltanto adesso che ci accorgiamo, c'è un'epifania, pensate a quanti conflitti anche in Europa, la guerra dell'ex Yugoslavia è accanto a casa, no? Però come dire, c'è l'idea che è di qualcosa che comunque è più forte, credo che appunto in realtà lo abbiamo capito e ce lo dimentichiamo, l'altro giorno stavo a Firenze, bellissimo incontro con gli studenti e uno si è alzato e mi ha citato, ma quando l'uomo imparerà a vivere senza ammazzare, che insomma per i guccignani è proprio scasso subito, c'è un rimando ad Auschwitz, una canzone di Auschwitz, no? Oppure Puthold, la risposta diciamo così, qualche altro poeta americano avrebbe detto, avrebbe cantato che è nel vento, anche quella in realtà è molto profonda, quante palle di cannone serviranno, perché quante morti serviranno, ecco, abbiamo una responsabilità enorme e penso che l'Europa in particolare, l'Italia chiaramente, l'Europa che le guerre mondiali le ha fatte, le ha esportate, che sono tutte guerre europee, non dobbiamo dimenticarlo, ha maggior ragione e una responsabilità a cercare i modi per cui i conflitti si risolvono, altrimenti e non con le armi o con tanto meno, quindi con ritornare a quell'idea della forza come l'unico modo per garantire la pazza. Ma allora le chiedo, io ho letto varie sue definizioni di pace, però domanda quasi forse ma che cos'è la pace, come la definiamo la pace? Perché tutti ne parliamo, se ne parla anche un po' a sproposito ultimamente, ma che cos'è la pace? Purtroppo noi la facciamo coincidere con starsela in pace, con il benessere mio e ovviamente non è così, la facciamo coincidere con l'individuo, mentre la pace è sempre qualcosa che dobbiamo conquistare, difendere, ripeto non è mai scontata, non è mai acquisita una volta per sempre ed è qualcosa che ci unisce agli altri, nella pace c'è sempre la dimensione sociale, mentre purtroppo tendenzialmente siamo così tanto presi dall'io che il problema è che io stia bene ed è folle perché io posso stare bene e gli altri non, c'è poco da fare. Certo, però una sua dichiarazione che mi ha colpito è che tutti possiamo e dobbiamo contribuire, leggo due righe, parole che ha detto lei, ricercare la pace necessita un cambiamento di mentalità, partire dall'imparare ad arginare i piccoli scogli quotidiani, cioè tutti noi siamo coinvolti, che tutti ci troviamo a fronteggiare, come è possibile perseguire la pace nel mondo se non si riesce ad approcciare con amore i partner, i figli, i genitori, i colleghi, gli amici, quindi è una cosa proprio nel quotidiano, lei parla spesso di essere operatori, a me piace addirittura artigiani di pace, cosa vuol dire nel quotidiano essere artigiani di pace, costruire la pace, lavorare per la pace. Anzitutto avercela perché che ripeto è diverso dal benessere individuale, noi ci facciamo dei pasticconi per star bene diciamo così, pensando che tutto è dentro di noi o si risolve dentro di noi, invece anche la nostra pace è sempre in relazione, no? Però la consapevolezza è l'essere in pace e poi la seconda considerazione è che come io vivo le mie scelte non sono senza conseguenze, molte volte siamo talmente deformati dall'individualismo penso io, che sempre sempre è un problema individuale, ma come vivi tu e cambia, noi lo pensiamo molto poco, se tu non fai niente questo diventa alleato della divisione, l'indifferenza, dico una cosa ovvia, purtroppo diciamo che ci nascondiamo molto, io non ho fatto niente, appunto è proprio quello il problema, che non hai fatto niente, che se c'è la divisione non puoi dire ma io non ho fatto niente, perché c'è la divisione, devi fare qualcosa no? Oppure l'idea diciamo così che quello che faccio non cambia, non incide, un po' da protagonista, no? Per cui chissà che cosa significa essere artigiani di pace, combattere i piccoli, c'è una cosa di Etillism, la vedrò portata perché è bellissima, Etillism avete presente una straordinaria che affronta la guerra e non si fa, eccola, non si fa portare via il cuore dalla guerra, cioè resta una donna di pace, leggo, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri e lei anche vezzata, tanto che morirà appunto il campo di concentramento, lucidamente dice io non diventerò mai come loro e non gli odierò mai, questa è la mia vittoria, no? Bellissimo, cioè proprio non farsi contagiare diciamo dalla cosa, e poi lei che, c'è una storia di che scopre Dio, no? Cioè in questo è molto agostignana nel senso che cercava qualche cosa, non sapeva e poi l'ha trovata, pensava di trovarlo fuori invece lo trova dentro eccetera, e leggo questo, cercherò di aiutarti mio Dio affinché tu non venga distrutto dentro di me, l'unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l'unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi e forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini, tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi, è una cosa bellissima e poi in cui si rovesce alle parti, noi diciamo ma dove stai? Perché non fai qualcosa eccetera, e dice no, tocca a noi, questo lo scriveva quando stava andando nei campi di concentramento. Quindi ognuno di noi può dare un contributo, ognuno di noi può... Liberi da quel protagonismo per cui diciamo dobbiamo metterci la medaglia, pensare di diventare Il protagonismo è una roba da prestazione che è un po' penosa a mio parere, in genere ci deforma, non ci fa accorgere delle cose che contano, non ci fa pensare che siano altre quelle che contano, buttiamo via per esempio questa consapevolezza bellissima di Etillis o quella di tanti artigiani di pace che costruiscono la pace vincendo l'odio, non facendosi abrutire, sconfiggendo... Faccio un esempio di un contadino, di una delle tante piccole stragi, mi ha colpito, ho letto... che viene condannata a morte perché aveva ospitato un inglese, viene scoperto, viene condannata a morte e dice io l'ho fatto, ma io ho imparato questo a catechismo, punto, penso che quello è un grande, come i tanti... L'artigiani di pace, tra l'altro ricordo una frase, ci siamo visti a metà marzo a Parma e lei disse ognuno di noi, io me lo sono appuntato, ognuno di noi come una ruota di un ingranaggio più complesso deve lavorare il raggiungimento della pace, cioè proprio il sentirci coinvolti e responsabili. Vorrei parlare di due aspetti importanti per costruire la pace, il dialogo, e qui lei spesso parla di dialogare e saper ascoltare è molto importante, e l'educazione alla pace. Allora sul dialogo è fondamentale, Pappaleone penso nel giubilio delle Chiese orientali è stato molto chiaro, ha detto incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo, apriamo canali di dialogo. Ecco lei è stato protagonista negli ultimi vent'anni di diversi, assoluzioni di diversi conflitti è riuscito a aprire il dialogo, ricordo perché io non lo sapessi in Mozambique, in Colombia negli ultimi anni in Ucraina come si apre il dialogo con chi magari non vuole dialogare, con chi non si presenta nemmeno a un incontro per dialogare ma si presenta a livelli diplomatici non sufficientemente elevati. Saper ascoltare, sapere aprire il dialogo, ma se la controparte non vuole dialogare come si può fare? E sull'educazione alla pace invece, qui ci sono molti ragazzi, molti giovani, anche degli insegnanti cosa vuol dire nel quotidiano educare alla pace? Come si fa ad educare alla pace? Dunque, come si fa a parlare con chi non vuole parlare? Parlando, adesso capisco che è un po' banale però, sarebbe l'atteggiamento di San Francesco il Lupo. Che fa San Francesco? Non è che prima chiede garanzie, oppure peggia ancora, diciamo si mette come tutti gli abitanti di Gubbio a cercare di farlo secco. Ci va a parlare. E se vi ricordate la descrizione lo chiama subito frate Lupo, cioè lo riconosce e lo aiuta a riconoscersi e poi nel parlare lo aiuta a ricordarsi, a capire perché era diventato Lupo. Perché l'intelligenza anche nel dialogo io credo è sapersi mettere nelle preoccupazioni, in far proprio l'interlocutore entrare nel mondo, nella storia, nella sensibilità, nella semantica anche. Perché qualche volta noi parliamo un linguaggio, peccato che quella persona non lo capisce, oppure ha bisogno di alcune parole e deve imparare il linguaggio per cui quella parola lì significa e poi si fa qualcosa per il Lupo. San Francisco dice al Lupo io lo so perché tu l'hai fatto, perché c'avevi fame. Poi comincia la trattativa e la trattativa è se io ti do da mangiare tu la smetti sostanzialmente, anzi provo così, poi lui dice già torna a Gubbio e è appunto il genio che convince gli abitanti di Gubbio che è andato da mangiare il Lupo, che è bellissimo perché vuol dire proprio la riconciliazione, tanto che la storia si conclude che il Lupo muore dopo un paio d'anni e tutti gli abitanti di Gubbio sono dispiaciuti. Perché prima avrebbero fatto secco e sarebbero stati tutti contenti di farlo secco, adesso erano dispiaciuti perché era diventato amico? Perché era diventato uno? Si era ricostruito la fraternità. Il riconoscere l'altro, il capire le ragioni dell'altro, il mettersi. E anche credere che il Lupo è credere che possiamo rimparare a vivere insieme, che la divisione può essere sconfitta, questo è il nodo. Guardate, è tutt'altro che ingenuità questo problema, perché uno che dice che abbiamo gli occhi foderati di bontà, per cui vede le cose che non esistono. Io penso il contrario, cioè l'artigiano di pace attraversa la guerra non la evita, non fa finta che non ci sia, la risolve, deve entrarci dentro, tutta la tragedia. Perché artigiano di pace vuol dire guardare quelli stragi, far proprio il dolore, non accettarlo, questo è il problema. Aggiungerei che oltre ad essere tanti artigiani di pace, che forse ci saranno anche qualche architetto. Perché poi a un certo punto c'è bisogno anche di costruire, e lì c'è bisogno di artigiani di pace che diventino degli architetti, che sognino qualcosa che non c'è. Io penso che l'Europa, l'architettura straordinaria, forse c'è bisogno di qualche aggiusto, ma semplicemente di difendere l'intuizione fondamentale che vivere insieme, che pensarsi insieme. Sì, giustissimo, perché una cosa è mettere ordine, imporre la pace, lo si può fare anche con la forza militare, o si può fare con il ricatto economico commerciale, imporre la pace, la stabilità. Altra cosa è costruire la pace, proprio il peace building. Però per costruire la pace è fondamentale negoziare, e il negoziate di successo a un certo punto, riconosciamo l'altro, apriamo il dialogo, negoziamo, a un certo punto occorre arrivare a un compromesso, a una mediazione. Però il compromesso non mi sembra molto dimonico. Questo nuovo mondo in cui siamo entrati è un mondo muscolare, dove vince il più forte. Lo vediamo dal punto di vista commerciale, dal punto di vista economico, dal punto di vista militare, vince il più forte. Ecco, il compromesso non è di mode, come facciamo a educare al compromesso? A far capire che il compromesso può essere anche virtuoso, perché alla fine ci veniamo incontro, apriamo il dialogo, riconosciamo l'altro. Mi piace molto questo riconoscere l'altro, perché senza riconoscere l'altro non possiamo dialogare, e arriviamo a un punto intermedio. Ognuno di noi deve renunciare a qualcosa. Però, ripeto, il compromesso è un concetto che non piace. L'uomo forte nel mondo muscolare non accetta il compromesso, vuole annichilire l'avversario. E direi totalmente d'accordo, rientra in quell'idea protagonista, diciamo, di forza anche, che è terribile perché poi ci fa davvero male. Perché in realtà abbiamo bisogno dell'altro, nel piccolo come nel grande, tanto più in un mondo globalizzato. E' una cosa assolutamente contradditoria. Capiamo sempre di più quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri e pensiamo di star bene affermando l'indipendenza dagli altri. Evidentemente c'è qualcosa che non funziona. Seconda rapidissima osservazione, che purtroppo in questa idea, che tu dici muscolare, di forza, con tutto quello che comporta, perché ha delle evidenti conseguenze, il compromesso sembra a ribasso. Mentre potremmo dire che davvero la vita è l'arte del dialogo, quindi anche dell'incontro in cui ci si ritrova. Quello che tu dici, il compromesso è trovare quello che unisce. E' sempre a rialzo, non è ribasso. Mentre io in fondo il compromesso è che devo cedere, purtroppo sono costretto a cedere, quindi finché posso non cedo. Mentre credo che sia esattamente il contrario. C'è il compromesso al rialzo, perché alla fine vinciamo tutte e due con la pace. Però c'è bisogno dell'arbitro, quello è il problema. Cioè che in genere la pace, ci sono i tre pezzi. Se il terzo non c'è, o se il terzo si schiera soltanto, e non si schiera per la pace, è chiaro che viene a mancare, ed era la grande intuizione della seconda guerra, in realtà già dalla prima, però siccome siamo molto zucconi, e poi soprattutto abbiamo le passioni che ci deformano, per cui giustifichiamo la guerra, c'è l'ecitazione della guerra, c'è l'interventismo, non avere paura della guerra, noi dovremmo avere una paura blu della guerra nucleare, quella che ci avevano, appunto, i sopravvissuti della seconda guerra mondiale. Quella che c'aveva il Sant'uomo di Giovanni Paolo II, se vi ricordate con un filo di voce, se io sono un sopravvissuto non fate l'invasione in Iraq, perché la guerra produce guerra. Questo è il nodo. Ecco, bisogna che però il terzo attore si veda a fare. Il terzo, il Papa Leone è stato molto chiaro, si è proposto, non so se come arbitro, ma come terzo, quando dice incontriamo, ci dialoghiamo, negoziamo, la Santa Sede è a disposizione, perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, quindi aprire il dialogo. Su questo ci sono speranze, ottimista, c'è uno stallo, mi sembra, sui due principali fronti, quelli che riguardano l'Europa. Però questo proporre, ha fatto anche Papa Francesco naturalmente, proporre la Santa Sede non solo come luogo fisico, ma come momento di incontro per guardarsi negli occhi. Un pezzo in più, questa proposta bellissima di Papa Leone, io impiegherò ogni sforzo. E la Santa Sede è a disposizione, è chiaro che è sempre stata a disposizione, ma dirlo, in genere dice come dire, me lo chiedete e io sono... diciamo si è esposto. Nella bolla dell'anno del Giubileo, spesso non confundi, che come forse vi ricordate è la parola del Giubileo e la speranza, il Papa Francesco aveva chiesto una cosa, non venga a mancare l'impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa e finalizzare una pace duratura. Rientra sempre che il credente, Cristiano dovrebbe essere ancora di più, ma non è proprio una di classifica, perché dobbiamo amare i nemici, non abbiamo un nemico quindi, perché se tu ami il nemico non è più tuo nemico, lo vinci già col fatto che lo ami, quello è il nemico, ma io lo ho. Dice come no? Tu mi devi fare a botte, come facciamo a botte? Quando ero a casa, eravamo cinque maschi, dovevamo fare un po' a botte, a quello non gli andava, dicevamo non fai a botte, dobbiamo darci un po', dobbiamo lucidare un po' di odio, di misura, non mi fai misurare. Per questo credo che questa consapevolezza dell'impegno di arrivare in tutti i modi alla parola creativa, in effetti lui si interrogò, l'incarico per l'Ucraina nacque da un'affermazione che fece quando il suo viaggio in Lugheria, Papa Francesco, dove è finita la pace creativa? E usò questa espressione, un po' curiosa anche, ma inventiamoci di tutto, cerchiamo la qualunque pur di arrivare. Penso che sia... Ha una pace prima detto duratura, giusta e duratura, e qui Papaleone dice basta con la guerra, una pace giusta e duratura, già Papa Francesco 2013, Evangelii Gaudium, aveva spiegato come la pace non è solo l'assenza di violenza, è qualcosa di più, per essere duratura deve essere giusta, se non è giusta, prima o poi, è efimere, e prima o poi finisce. Ecco, per essere giusta e quindi duratura, ci vogliono altri ingredienti, bisogna rimuovere le cause del conflitto, e c'è un'altra espressione che io ho sentito dire varie volte, che mi piace molto, ci vuole, affinché la pace sia giusta e duratura, sostenibile, strutturale, come si dice, ci vuole una promessa di futuro, cioè le controparti devono avere una promessa di futuro. Ecco, curioso, sempre nei conflitti che ha contribuito a risolvere, a ricomporre in Mozambico, in Colombia, sui aspetti più umanitaria anche in Ucraina, qual è la promessa di futuro? E qual può essere la promessa di futuro che si dà per cercare di risolvere questi... perché è molto bella questa cosa, bisogna dare una promessa, se no la pace, se no è soltanto un'imporre, una pace temporanea, una tregua, ma non è una pace strutturale e duratura. Dunque, per esempio, facciamo un esempio nostro. La promessa di futuro è che soltanto insieme possiamo star meglio. L'Europa è nata cominciando prima con il carbone e l'acciaio, cioè quello che era stato uno dei motivi diciamo di guerra fra Francia e Germania e poi quindi anche a ricaduta. E poi la promessa di futuro è dire insieme possiamo fare di più. La promessa di futuro è la convinzione che soltanto nell'imparare a vivere non senza e contro, ma anche senza gli altri, ma soltanto insieme agli altri. C'è poca speranza, questo è il noto. C'è poca promessa di futuro. Purtroppo c'è molto convenienza economica che però, senza una promessa di futuro più larga, diventa competitiva. Credo che questo è decisivo per provare a risolvere i conflitti e le cause dei conflitti. Quindi arrivare alla pace e non a una semplice tregua. E qui io ricordo un'osservazione che mi aveva molto impressionato e che aveva fatto, quando aveva detto una volta di Paolo VI nel 1965 dopo la crisi di Cuba, vent'anni circa di pace, di stabilità, diciamo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, Paolo VI però, comunque nella gara novespeste, non si parla di pace, si parla di tregua, che era forse purtroppo lungimirante. Cioè, nella storia di una umità questo è soltanto un momento di tregua e da lì all'ora l'idea, e così io ho almeno interpretato, non so se ho sbagliato, le parole di Papa Leone quando dice una pace disarmata e disarmante, che è complesso da capire, l'ho interpretata come in questa tregua nel corso della storia, in questo momento di relativa stabilità, che purtroppo stiamo perdendo, l'umanità deve approfittare per disarmarsi, per togliere quella che è se non ci disarmiamo prima o poi la guerra, la tregua finirà. Quindi l'ho interpretato in questo modo. Però questo disarmato e disarmante ha creato un po' di confusione, anche perché se applicato ai conflitti specifici, insomma, è un po' in concetta nobile, il presentarsi disarmati, certamente, non minacciosi, disarma l'avversario. Però nello specifico dei conflitti, se l'Ucraina fosse stata disarmata, sarebbe già... Quindi l'ho interpretato nel lunghissimo periodo come obiettivo dell'umanità a rimuovere le armi, soprattutto certe armi nucleari. Non so se l'ho interpretato correttamente. Sì, perché quest'anno c'è un altro dei tanti anniversari importanti, ripeto, gli 80 anni della fine della guerra. Sessant'anni fa, sempre Paolo Sesto, sempre nel 65, che è l'anno conclusivo del concilio, si recò poche settimane prima, il 4 ottobre, il concilio termina l'8 dicembre alle Nazioni Unite. Lui fece questo discorso bellissimo, quasi veramente poetico, pieno di sentimento, pieno di futuro, con tantissima consapevolezza, portando proprio negli occhi nel cuore la tragedia della guerra, l'orrore della guerra, facendosi voce dei morti, che voleva dire a milioni di persone, e dicendo però, non si può vivere in pace con le armi, che con consapevolezza, che rischiamo di perdere, perché, certo che l'equilibrio richiede come dire, se quello c'ha un cannone, io non posso non avere un mio cannone, ecco, però forse ci potremmo mettere d'accordo per togliere i cannoni, questo è noto, diciamo così, ci stiamo mettendo d'accordo per avere due cannoni, un in più dell'altro, se c'è soltanto quello, se c'è la logica, diciamo, della deterrenza, è terribile, non c'è niente da fare, le armi condizionano, e non si può vivere in pace con le armi in mano. Questo discorso era il 4 ottobre del 65, discorso di Paolo Sesto all'ONU, in cui, tra l'altro 4 ottobre San Francesco, una data importante anche nella sua esperienza di risoluzione dei conflitti, perché mi sembra che in Mozambico siete riusciti a riconciliare due controparti proprio il 4 ottobre, il giorno di San Francesco, e in questo discorso Paolo Sesto disse la famosissima frase mai più la guerra, questo grido di disperato. Ecco, sulla... ha citato prima la minaccia nucleare, no? Ecco. Trovo, di questo penso avessimo anche già parlato, il vero orrore di questa anche di questa guerra in Ucraina è il fatto che ha quasi normalizzato, no? la minaccia nucleare, ha quasi fatto diventare normale, no? queste minacce da parte di Putin di usare, e quindi è diventato quasi normale, diventato quasi questo è un passo indietro, notevolissimo, insomma, questa normalizzazione della minaccia nucleare invece di considerare una cosa, no? Ormai, quasi, no? Lo sentiamo in televisione. Tra poche settimane saranno appunto gli 80 anni delle due bombe nucleari atomiche e... se perdiamo la fissicità di quell'orrore sì, certo, rischiamo di ripeterlo, quella consapevolezza della memoria del passato chi la perde, diciamo, rischia di rivivere quel passato, no? Non so se vi ricordate, Papa Francesco lo distribuì ai giornalisti, andava, portava sempre con sé quella foto piccolina di un bambino di Hiroshima che portava il fratellino morto con fidezza, ma con un'evidente, diciamo, in un panorama un po' dobbiamo portarci nel cuore, salvare nel cuore proprio nel disco rigido delle immagini, perché altrimenti la guerra si stempera diventa un numero, diventa una statistica diventa una geopolitica tutte cose vere ma se perdo la percezione fisica dell'orrore, di che cos'è la guerra mi ci riabituo l'accetto di vita normale, certo, questo è pericolosissimo diventa un fondo come mentre se ovviamente capisco che vuol dire che in pochi secondi mi uccidi milioni di persone penso che facciamo fatica a capirlo perché poi lo vediamo le conseguenze no? con il nucleare per fortuna però insomma corre i rischi o accettare di ridimenti nel linguaggio comune delle possibilità che sono così terribili, penso che dovrebbe allarmarci molto ecco, il titolo del festival dell'economia di Trento di quest'anno è rischi e scelte fatali, l'Europa al bivio no? ovviamente campo economico, commerciale, geopolitico il ruolo dell'Europa nel costruire la pace soprattutto dei due conflitti che abbiamo in casa che abbiamo in Europa qui ricordo stato citato prima San Giovanni Paolo II, Papa Vuitila che durante il conflitto nella ex-Iugoslavia la polizia tecnica in Cosovo la guerra in Yugoslavia chiamò l'Europa a prendersi le responsabilità sembra, lui parlò di ingerenza umanitaria, non giustificando certamente la guerra ma in un certo senso si è chiamato l'Europa soprattutto a intervenire, disse l'Europa è chiamata a un sussulto di responsabilità l'Europa si faccia carico della sua storia quindi non per fare la guerra ma per intervenire anche meditarmente come è stato fatto per garantire garantire la pace nei conflitti europei nei due conflitti europei di oggi il ruolo dell'Europa è quello che l'Europa sta andando nella vostra elezione, dovrebbe fare di più? cosa dovrebbe fare? a mio parere sicuramente deve investire di più nel dialogo cioè tutta la vicenda dell'ingerenza umanitaria e anche diciamo la riflessione che l'ha determinata e anche le perplessità, i dubbi successivi all'ingerenza umanitaria no? perché l'ingerenza umanitaria è dire, se io vedo una strage non posso non fare niente io devo fare qualche cosa devo intervenire se c'è se la se la vita viene distrutta non posso guardare e aspettare poi bisogna capire che cosa significa l'ingerenza umanitaria fare una riflessione di questo, che cosa che vuole che manca all'Europa è l'investimento nel dialogo nel credere insomma che la via per risolvere i conflitti è il dialogo e quindi anche costruire pace e giustizia è vero che vanno sempre insieme il poco da fare, la giustizia vuol dire anche un'architettura di pace di convivenza, il via dicendo ci sono gli strumenti bisogna cercarli per me ci sono anche tanti bisogna esserne convinti bisogna attraversare tante resistenze bisogna attraversare purtroppo tutta l'eredità della guerra e tutto quello che ha portato alla guerra, alla guerra c'è sempre un'incubazione che dura che rende proprio che porta quasi in maniera come un piano inclinato non è che nasce non è un incendio improvviso la guerra purtroppo ha sempre il più da più pericoloso quando non ce ne accorgiamo ci abituiamo a, come se uno si abituò a vivere in un ambiente pieno di gas e poi arriva uno, accende e scoppia tutto appunto il vero problema è che dobbiamo sentire l'odore di morte, l'odore di divisione e combattere o contrastarlo Ecco, abbiamo ancora un paio di minuti un tema che sta molto a cuore, penso che purtroppo a volte dimentichiamo, nella missione che Papa Francesco le affidò di pace in Ucraina, lei giustamente si concentrò su Aspetto Humanitario dove si può forse, quindi e so che su questo tema diciamo, può in pubblico parlare poco anche perché non vuole compromettere successo della sua missione, ma per quello che ci può dire Aspetto Humanitario, scambio di prigionieri abbiamo sentito in questi giorni si sta realizzando uno scambio di prigionieri è una cosa buona, ma la cosa che io trovo sia l'orrore, nell'orrore della guerra è questa vicenda dei bambini, il tornare a casa, io se mi permette, mi piace leggere due righe che l'Avenire pubblicò nell'anno scorso che sono veramente almeno 20.000 bambini sono stati deportati, forse di più, presi ai genitori prelevati nei conviti, deportati in campi di reeducazione, sono costretti a diventare cittadini russi, le adozioni sono forzati alle famiglie russe, ecco, questo per me veramente l'orrore, nell'orrore della guerra, è quello che ci può dire, perché quando c'è un dialogo bisogna essere molto attenti, ma abbiamo speranza, scambio di prigionieri sta avvenendo, questo ritorno dei bambini c'è qualche speranza, ci può dare, perché è una cosa veramente orribile Tu quell'aspetto Humanitario che poi è quello che che diciamo così che ci compete, perché poi siamo sempre una squadra non ne sono veramente convinto diciamo proprio è l'unico modo per combinare qualcosa, io credo che poi vuol dire ognuno mettercela tutto, non è che la squadra vuol dire armiamoci a partite, no no mettercela tutto a ognuno ma appunto sapendo che soltanto insieme anche si riesce a incidere qualcosa i ricongiugimenti familiari sono anche molto complicati per fortuna e anche un po' nel dialogo tra le autorità competenti e avviato questo appunto crediamo che sia per quanto riguarda i bambini anche per altri purtroppo tutti per esempio la restituzione dei morti dei cadari, un'altra cosa ugualmente di di grandi umanità tantissima umanità insomma direi che speriamo che sia anche sempre di più un buon laboratorio per cominciare a costruire, a ricostruire quello che la guerra l'odio, la divisione assolutamente un'ultima domanda abbiamo ricordato in queste settimane Papa Francesco che ci ha lasciato qual è l'eredità spirituale Papa, ovviamente ha lavorato a stretto contatto, ha conosciuto bene c'è un rapporto molto forte, qual è l'eredità che ci lascia Papa Francesco? Che, beh forse per per tutti siamo sulla stessa barca e la casa è una impariamo a viverci non dai strani ma da fratelli tutti e per i cristiani che soltanto andando incontro scoprendo l'altro scopri te stesso, che soltanto incontrando l'altro capisci chi sei credo che sia una grande eredità faticosa tanto più in una sborna di individualismo e di tentazione di star bene in un mondo sempre più caotico, di trovarci di piccoli spazi in cui difendere, anche quello che credendo così chiudendoci, credendo che chiudendoci difendiamo la nostra identità mentre con grande coraggio che è amore però sapere che la nostra identità la troviamo soltanto in mezzo agli altri, non isolandoci e questo credo che sia una grandissima eredità e mi sembra che anche le prime scelte, le prime parole di Papa Leone perché poi è l'eredità cristiana sostanzialmente ami te stesso se ami il prossimo e ami il Palladerno se ami te stesso il prossimo La casa comune perché siamo tutti fratelli questo è il messaggio di eredità spirituale di Papa Francesco invece Don Matteo Cardinali e Zuppi, Dio non ci lascia soli, riflessioni di un cristiano in un mondo di crisi in un mondo purtroppo in guerra grazie per queste riflessioni grazie per essere qui grazie a voi e alla pazienza grazie grazie a voi grazie a chi ha imparato per un'intera grattuale grazie a te grazie a te grazie a te grazie grazie Grazie per la visione!
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