La forza della cultura, ricchezza europea
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La forza della cultura, ricchezza europea
Un dibattito su come la cultura possa essere un fattore strategico per l'Europa e l'Italia, tra sfide globali e opportunità di promozione.
Grazie a tutti, buonasera per essere qui con noi in questo pomeriggio. Io sono Stefano Salis, sono un giornalista del Sole 24 Ore. Ha chiacchierato che facciamo questo pomeriggio sempre nel tema più generale che è stato dato come tema conduttore di questa edizione del Festival Economia di Trento, rischi e scelte fatali all'Europa al bivio, avrà un focus molto particolare. Un focus su quello che noi riteniamo essere, cercheremo di svilupparlo qui oggi, è probabilmente uno delle carte vincenti o degli asset, come si dice con brutta parola inglese, più facilmente identificabili con l'Europa e nella fattispecie dell'Italia, cioè la cultura, cultura che va declinata in vari modi, non solamente certo come tutela di un patrimonio, problema gigantesco che noi in Italia abbiamo e cerchiamo di risolvere ognuno come si può con delle linee guida ma con delle difficoltà che sono anche notevoli, ma anche cercando di sfruttare, e qui lo vedremo nel panel di questo pomeriggio, ciascuno secondo le proprie specificità, una di quelle particolarità che ci contraddistinguono, l'avere molto da proporre ed essere in grado di farlo nelle istituzioni pubbliche, nel privato, con forza e caratura diversa. A parlare con noi questo pomeriggio sono Marco Samicheli, ve li presento dalla mia destra, che è direttore del Museo del Design Italiano della Triennale, collaboratore abituale del Domenicale del sole 24 ore, Filippo Larosa che ha un lungo titolo, vicedirettore generale per la diplomazia pubblica e culturale del Ministero degli Affari Esteri e della persona alla quale fa capo un po' questa parola così ingombrante come diplomazia culturale che però è molto importante e significativa, con il quale abbiamo avuto molte volte occasioni di dibattito, l'ultima volta una settimana fa a Torino. Martina Mazzotta che è una bravissima storica dell'arte, una curatrice di mostre molto belle, una studiosa che mi stupisce sempre per la quantità incredibile di cose che riesce a fare e che però forse dovrei presentare come Warburg Institute a Londra e infine una persona che è molto nota nel campo della cultura italiana, Antonio Calabro, che ogni volta che mi capita di sentire e di presentare mi amiro sempre per la lucidità con la quale affronta certi problemi, non solo perché è Presidente di Musee Impresa appena rinnovato e auguri della Fondazione Pirelli ma perché è uno delle poche persone in Italia che è in grado di coniugare al massimo livello la cultura di impresa con la cultura to core che non è semplice. Ha scritto diversi libri, ne abbiamo parlato anche in varie occasioni qui a Trento e in altri posti e sono sempre convinto che questo sarà uno dei punti di forza che possiamo proporre. Abbiamo circa un'oretta per chiacchierare darò a ciascuno di loro la parola per un primo giro di almeno 7 minuti poi facciamo un secondo giro e poi magari apriamo le domande del pubblico. Come avete visto dalla presentazione sono tutte persone che hanno un particolare ruolo, una differenza tra di loro e a ciascuno di loro chiederei partendo magari dal più istituzionale come dicevamo prima Filippo Larosa di declinare il tema sulla importanza come asset che ha la cultura per l'Europa e per l'Italia in particolare, l'importanza che ha nel declinare questa forza propositiva e nell'essere presenti in varie regioni del mondo. Noi ce la raccontiamo da anni, la nazione che vanta il più grande patrimonio culturale mondiale, abbiamo comunque bisogno di farci valere all'estero per qualcosa che va oltre gli stereotipi, questo è stato un tema di cui abbiamo raccontato ampiamente a Torino, ma vorrei che tu ci raccontassi questo tema dal tuo punto di vista che cosa sta facendo in questo momento il Ministero degli Affari Esteri perché tra l'altro va anche spiegato perché è a capo del Ministero degli Affari Esteri la diplomazia culturale e non a quello della cultura che forse ci aiuta anche a capire certo tipo di scelte che fate, certo tipo di posizioni che prendete. Buon pomeriggio a tutti, grazie Stefano e saluto tutti gli altri colleghi del panel e don benvenuto a tutti quanti voi. Allora ci sarebbe da parlare per ore dopo queste due domande e tenendo anche conto quello che è il titolo di questo nostro incontro. Io proverei rapidamente a incanalare la discussione secondo alcuni punti. Il primo è che c'è una questione temporale, esisteva un prima ed esiste un dopo che è fatto di ora. Poi esistono le azioni e poi esiste una necessità di fare sintesi per rispondere a questa domanda e pensare come questa ricchezza possa diventare declinabile con quell'aggettivo europea e non altro. Se guardiamo al mondo di qualche decennio fa, la cultura sbagliando o indovinando era europea, era quasi un'esclusiva europea. La cultura, la sua promozione, non è un caso di cui c'è un istituzionale, c'è una storica dell'arte, storica dell'arte e poi c'è un rappresentante del mondo dell'impresa culturale, un rappresentante del design che è uno di quei simboli, oggi diremo brand, in questo caso del nostro Paese. Però era qualcosa di geograficamente ben delimitato dal visto che siamo ospiti di un giornale economico, sia sul lato della domanda che su quello dell'offerta. L'offerta era fatta dai paesi europei e lo dico pensando alle pagine lette ieri in treno di Paolo Nori in cui una notte al museo racconta che la Gogol Map di San Pietroburgo era un percorso letterario per dire che nessuno viene in Italia a seguire un percorso letterario se ci riferiamo all'arte viene in Italia a seguire un percorso delle arti visive e come queste siano fondamentali nel creare un'immagine, uno stereotipo purtroppo, comunque un elemento che richiama nei confronti di un Paese. Questo oggi è vero parzialmente perché sempre sul lato dell'offerta gli attori di quella situazione erano l'Italia, la Francia, la Germania, la Spagna e poi altri paesi europei, qualche paese del Nord Africa. Ecco oggi quella che è la competizione per ottenere il soft power internazionale che poi è strettamente collegato ad un panel che si è tenuto un paio d'ore fa nel palazzo della regione, cioè come supportare il Made in Italy perché poi spesso la scelta di un signore ad acquistare un bene di un paese X è frutto di quanto sia forte la fascinazione che quel paese esercita nell'immaginario collettivo di una società straniera rispetto a lui. Ecco oggi quei soggetti che giocano quella partita sono molti di più e sono geograficamente in altre aree del mondo e lo potremmo ripetere la Corea, la Cina, la Turchia, il Brasile e via discorrendo. Questo ha un effetto anche sul lato della domanda. I fruitori di cultura di questi posti non sono più soltanto le elite a cui andava bene il racconto del viaggio in Italia di ghete o di cose simili, ma sono se le citati quotidianamente dagli strumenti che tutti noi abbiamo in mano a avvicinarsi ad altre realtà e oggi dobbiamo quando pensiamo alla forza della cultura, a ricchezza europea, pensare che il punto di partenza è questo. Perché ve lo dico? Perché se noi andassimo ad analizzare i programmi scolastici del paese XYZ anche di quelli più vicini ma a maggior ragione di quelli più lontani, la narrazione del mondo e della storia dell'arte non è la nostra. Un quadro di Van Gogh, un quadro di Michelangelo, il Tondodoni o il Girasoli o la ricerca di Proust sono dei tasselli di un percorso che però sono spesso fini a loro stessi e non sono un gradino di una narrazione. Per noi è così, ma per un pubblico che non siamo noi non è detto e spesso non è così. E allora dobbiamo capire che questa ricchezza che abbiamo, che è un patrimonio e lui ha detto il classico binomio conservazione valorizzazione e lo ha apostrofato con il sostantivo problema perché è un punto importante soprattutto in un paese come il nostro. Quanto questo diventa strumento per continuare ad attrarre persone, esseri umani che in qualche modo si sentano sufficientemente solleticati dalla tua proposta culturale e scegliere di guardare o di leggere uno scrittore italiano anziché una scrittrice che ha recentemente vinto un premio Nobel per la letteratura coreana. Qualche decennio fa e torno da dove ero partito questo non si dava. In questo mondo si è fatto, l'Europa non ha una competenza per la cultura. A livello istituzionale. Io, Filippo Larosa, quando ho servito in alcune ambasciate fuori dal contesto europeo ho collaborato a un soggetto che si chiama EUNIC che mette insieme le ambasciate dei pesi europei presenti in quel paese dove si mette in piedi un programma di promozione di cultura europea che però è il frutto di una serie di coincidenze fortunate e sfortunate che producono qualcosa di sottolivello, non voglio essere frainteso, qualcosa che non raggiunge il livello che potrebbe essere bravissimo, che rispetto alla potenzialità rimane molto sotto. Dobbiamo pensare che accanto e noi siamo i detentori di una parte importante, se forse noi deteniamo il pacchetto di maggioranza relativa di questa ricchezza, quanto siamo pronti a fare due sintesi che dicevano all'inizio una questione spazio temporale e una questione di sintesi? Quanto siamo pronti a fare sintesi per dire voi privati lo fate e Paola ha portato Bosch a Milano che non è un italiano oppure porterai in giro per il mondo autori che non sono gli italiani? Il privato, il pubblico ovviamente questo giustamente non lo fanno però dobbiamo cominciare a pensare e c'è bisogno di una grandissima analisi di fondo per capire che cosa dobbiamo proporre per proporci come un'entità. Sono argomenti che toccano una quantità di questioni importanti, non ultime il delta molto significativo esistente tra le risorse prima di tutto umane e poi finanziarie che alcuni paesi mettono a disposizione di questo argomento e mi fermo qua perché non ti ho risposto perché lo facciamo noi non lo fa il ministro della cultura. Ma ci torno in un secondo momento intanto grazie Filippo, darei la parola a Marco proprio perché è stata evocata una parola importante come made in Italy, è stata evocata una parola importante come design e però vorrei che partissi nel tuo ragionamento da una recente esperienza che tu hai raccontato tra l'altro per il giornale per il quale lavoro di una in questo caso virtuosa alleanza tra una serie di musei del design che ciascuno ha proposto in una mostra di gestire un pezzetto di quella mostra a seconda della propria declinazione. Noi partiamo, lo dico abbastanza oggettivamente e senza paura di essere smentito da una posizione di grande vantaggio, il design italiano è in qualche modo il design che ha fatto la storia del 900 e forse per il quale siamo così noti forse per un passato e non per un presente chissà un futuro e anche questo appone a un bel problema però ti vorrei chiedere di raccontarci dal tuo punto di vista come questa particolare pezzo della cultura che poi viene percepito come forse il più contemporaneo dei pezzi della cultura che abbiamo viene percepito e diffuso in tutto il mondo. Grazie Stefano molto volentieri, parto dichiarando i miei natali professionali come direttore del museo del design della triennale, siedo all'interno di un'istituzione che grazie al ministero degli esteri vive una condizione estremamente speciale. Noi dall'inizio del secolo scorso siamo l'unica istituzione culturale a sedere nel parlamento del Biuro Internazionale d'Exposizione quindi quando la triennale fa l'esposizione internazionale e qualche giorno fa abbiamo inaugurato la 24esima abbiamo oneri e onori di un Paese sovrano e grazie alla Farnesina che noi invitiamo una serie di Paesi a partecipare con i loro padeglioli nazionali. Nel corso della storia della triennale il Palazzo dell'arte a Milano è stata la sede in cui moltissimi Paesi hanno scelto di rappresentarsi e di raccontarsi attraverso la loro cultura materiale. Mi tremo i polsi a citare questa materia perché si siede su questo palco uno dei più importanti cantori e studiosi della cultura materiale che è il professor Calabro. Quando riflettiamo sulla possibilità che il design offre di aprire la sfera di influenza della diplomazia culturale che passa attraverso gli oggetti, riflettiamo rispetto a un enorme vantaggio competitivo che il nostro Paese ha, non è solo storico ma è legato al Made in Italy. Il design è una disciplina molto speciale, si occupa di oggetti che assecondano i comportamenti delle persone e assecondandoli cambiano, cambiano nello solo nei cataloghi che evolvono delle imprese ma anche nell'affezione che scateniamo nei confronti degli oggetti perché gli oggetti del design italiano da sempre rispetto a quelli del design tedesco, inglese, francese o nordamericano hanno un potere in più, un'attrazione poetica. Alessandro Mendindi lo chiamava il potere consolatorio degli oggetti perché noi viviamo un attaccamento incredibile, pensiamo a quello che ci succede oggi quando non ci funziona più il telefono cellulare, lo smartphone, andiamo nel pallone come se avessimo perso un animale domestico o non trovassimo un figlio al parco. Stefano fa riferimento però ad un episodio specifico che è successo qualche mese fa e che è sfociato in una mostra che tra l'altro termina il 25 di maggio, fra qualche giorno a Den Bosch, Den Bosch è un paese sperduto dei Paesi Bassi, noto proprio come dice il nome di questa località per aver dato i Natali a Hieronimus Bosch, al grande pittore e quella cittadina è la sede del Museo Nazionale del Design Olandese, un design che non avremmo mai calcolato se alla fine degli anni 80 un gruppo di corsari olandesi non avesse scelto Milano per fare una mostra che poi ha dato vita alla primavera del design olandese che erano i giovani calvinisti di drug design, però qui apriamo troppe parentesi, insomma a Den Bosch si sono dati appuntamento sei musei del design europei, quando siamo stati invitati? Triennale di Milano per l'Italia, Bobuchet per la Francia, il Design Museum di Copenhagen per la Danimarca, quello di Brusser per il Belgio e appunto quello di Losanna per la Svizzera e il Museo Olandese che ci ospitava, io ho detto ai miei colleghi quando è l'ultima volta che sei musei del design europei sono stati sotto lo stesso tetto? E loro non dicevano mai e forse l'ultima volta quando è caduto lo abbiamo fatto per mercanteggiare mostre, per occuparci di itineranze, cogliamo l'invito del Museo Nazionale del Design Olandese per portare 25 record delle nostre collezioni ognuno dei quali è stato o è capace oggi attraverso la sua contemporaneità di costruire dei ponti, di essere presidio di dialogo, di essere occasione di confronto tra culture, di tornare ad occuparci di quella che è la funzione pubblica di un museo o di un centro studio, vero di far ragionare le persone intorno a degli oggetti che vero si comprano, si scambiano, creano economia e spesso la cultura ha questo pudore ridicolo del denaro. E abbiamo fatto una mostra insieme, però grazie al suo eventi, quattore grazie alla domenica, io ho detto ai miei colleghi, scriviamo non un manifesto, scriviamo un testo insieme, titoliamolo design diplomacy e mettiamoci in scia con la diplomazia culturale e facciamo sì che ognuno di noi si impegni a far uscire questo testo nei rispettivi paesi. Ad aprile la strada è stata l'Italia con la domenica, del sole 24 ore poi siamo usciti con una versione orale sulla radio svizzera e poi su Le Monde, poi su Politiken in Danimarca e poi anche in Belgio e in Olanda. Questo per dire che abbiamo provato insieme a non solo garantire un'offerta culturale di un museo ma a svolgere la funzione pubblica di chi un museo lo dirige o quello di far sì che nella trasmissione di conoscenza ci sia anche la condivisione di un messaggio o la volontà di stare insieme e ricordarci che l'accesso a servizi, che la qualità di un trasporto, che la precisione estetica di una lampada, che il piacere del comfort di un divano partecipano della qualità della vita delle persone e possono essere leva di soft power. Tant'è vero che poi qualche tempo fa, sempre per tornare alla politica e io credo che il design possa fare politica in maniera molto attiva senza dover vestire i panni di un attivismo che ha il respiro di un tweet perché molto spesso le mostre di design contemporaneo, di design speculativo, come dicono gli americani, denunciano attraverso delle cose che poi non aderiscono alla vita quotidiana delle persone. Quando il premier Meloni ha visitato l'Arabia Saudita in un viaggio di stato, la triennale è stato l'unico museo italiano a firmare un memorandum of understanding per un museo del design italiano in Arabia Saudita, ma non per una forma di imperialismo culturale assolutamente, ma proprio per essere una realtà, questo è stato voluto dal direttore generale Carlo Morogallo e dal presidente Stefano Boeri di costruire un'occasione di dialogo attraverso una serie di oggetti. Io dico sempre, forse per via dei miei studi, niente è più contemporaneo dell'eterno e la storia ci aiuta tantissimo ad aggredire il presente perché soprattutto attraverso gli oggetti possiamo raccontare delle storie che sono trasversali, che raccolgono la quotidianità di tantissime persone. Grazie Marco, anche per aver introdotto un tema sul quale poi vorrò tornare, e cioè quello delle possibili alleanze. Martina Mazzotta, chiederei, visto che hai un punto di vista rispetto a noi privilegiato, che è quello di stare in una nazione che ha dato il via alla nozione di un certo tipo di museo, appunto, Londra, e di essere dentro un'istituzione che è molto particolare all'interno delle istituzioni museali europee come il Warburg Institute, di raccontarci come tu vedi questa possibilità di stare dentro una possibilità di ricchezza europea della cultura, di come offrirla, e di declinarla, anche a te chiedo questo, dal punto di vista da italiana però, cioè che è portatrice di una cultura che anche la, anzi forse soprattutto, la spicca per un certo tipo di portato, che non è solo quello classico ma che ha da proporre ancora molto futuro. Grazie, intanto buongiorno buongiorno a tutti, grazie a Stefano Salis, a Tamburini, a tutto il festival per questo invito. Una premessa di carattere biografico, io vengo da una fucina creativa di artigiani della cultura, Mazzotta, abbiamo avuto una fondazione a Milano che ha vissuto di collaborazioni con i consolati, con gli istituti di cultura e con i musei europei, ha avuto sempre una vocazione europea. Quando mi sono poi trovata in parte a migrare nel Regno Unito sono approdata in una vera e propria casa delle culture, l'Istituto Warburg, per chi non lo conoscesse, il risultato del salvataggio miracoloso, sarebbe una serie di Netflix straordinaria, della biblioteca, dell'Istituto di cultura, il tedesco ha questo termine Kulturwissenschaft, la scienza della cultura, che mette insieme le discipline, quindi con una visione transdisciplinare, prima Filippo Larosa ha citato Goethe, ma dobbiamo a Goethe il recupero umanistico della scienza della cultura e della scienza della natura e della scienza dello spirito. Che cos'è l'umanesimo, questo retaggio rinascimentale italiano da cui è nato il concetto di enciclopedia, ma anche di apertura alle culture. Uno scienziato enciclopedico come Athanasius Kircher si rivolgeva alla Cina, all'India, ai mondi lontani per conoscere, ma per individuare quelle analogie, quei rimandi, quelle corrispondenze, quelle possibilità di dialogo, termine chiave sollevato da Ravasi ieri e da Zuppi oggi, e di apertura di ponti che la politica e la diplomazia facilitano, che fanno sì che la cultura non sia europea, asiatica, l'arte come la cultura sono un qualche cosa di immanente che se approfondita nella conoscenza della propria identità può aprire a dialoghi con chiunque, avere un'identità forte permette di sentirsi cittadini europei perché cittadini del mondo, ma ritorna all'Istituto Warburg, salvato dalla furia nazista nel 1933, viene trasferito a Londra e dal 44 è parte dell'Università di Londra, noi siamo una delle cosiddette schools of advanced studies, una scuola di studi avanzati. Warburg però era morto nel 1929, si definiva ebreo di sangue, hamburghese di cuore, fiorentino d'anima, già un'autopresentazione molto europea ed è considerato il padre di una disciplina che Cassire diceva non a nome ma forse possiamo definire iconologia. Warburg ha studiato come le immagini si relazionino tra di loro nell'evoluzione dei simboli e di formule, che lui chiamava formule del patos costanti, che ritroviamo attraverso i secoli ma anche a diverse latitudini perché se è vero che Goethe diceva da Atene alle Alpi alle piramidi siamo tutti cugini, Warburg diceva da Atene a Oraibi quindi si spostava dai nativi pueblos degli Stati Uniti d'America siamo tutti cugini. Le formule del patos, questi simboli e queste immagini che si mutano nel tempo ma presentano analogie, rimandi, corrispondenze che vanno al di là del tempo e delle differenze culturali quindi Warburg è uno per tornare alla cultura materiale citata che aveva battuto le barriere tra arte alta e arte bassa, era uno storico del Rinascimento, noi siamo uno studio per gli studi, un centro per gli studi del Rinascimento abbiamo più studiosi al momento o richieste dall'Asia che dall'Europa, un po' perché nel post-prexit è più difficile per i nostri studenti europei venire a studiare a Londra e al Warburg insegniamo latino, rinascimentale, paleografia, abbiamo ottimi rapporti e siamo sostenuti dal governo tedesco, abbiamo più professori e studiosi italiani credo di qualsiasi altra istituzione ma ci stiamo aprendo ai nuovi mondi e qui cito un esempio l'anno scorso per chi di voi abbia visto la Biennale dell'Arte a Venezia e abbia visitato il padiglione cinese il padiglione cinese si chiamava Atlas Harmonia nella diversità ed era una ripresa della nostra cultura museale e collezionistica, il termine arte tra l'altro in Cina fa il suo ingresso negli anni 10-20 non esisteva prima il termine di collezionismo neppure, insomma una serie di studiosi cinesi si sono appropriati dell'idea warburgiana di creare un atlas di immagini che colleghino non solo immagini di provenienze diciamo geografico temporali diverse ma anche discipline diverse warburg lavorò tantissimo con einstein e associa immagini di cultura popolare alla grande pittura alla grande scultura e alla grande scienza e avendo lui scritto poco ma praticato tanto ci ha lasciato proprio un atlas di 69 pannelli che è una mappa culturale sempre in divenire ma che può dischiudere di immagini in bianco e nero ma che è diventato un strumento operativo per educatori curatori per il sistema dell'arte in senso allargato è una delle citazioni meravigliose del cardinal Ravasi che più mi hanno fatto pensare ieri in questa esigenza di richiamare all'orientamento e alla necessità di dialogo era una citazione da Kierkegaard che riporte in maniera imprecisa navighiamo tutti su una stessa nave qui parafrasando anche papa francesco ma il timone ce l'ha il cuoco siamo qui a discutere che cosa mangeremo sulla nave ma non sappiamo che destinazione avremo quindi la necessità di seguire con un approccio anche analitico una mappa che però dischiude sempre come la biblioteca di Warburg che ci porta a scoprire ciò che non sappiamo rotte alternative prospettive molteplici stamattina Zuppi denunciava la necessità di una pace creativa cosa significa essere creativi? creativi possiamo essere non distinguiamo la creatività dall'artisticità gli artisti sono ai noi pochi di creativi possiamo esserlo tutti quindi perché la cultura non deve diventare uno di quei tasselli fondamentali perché la affidabilità di un paese per fare business per fare di tutto non si basi su un'identità forte che può dialogare con le culture lontane con i cinesi che mi invitano anche in cina mi difendo perché faccio riferimento alla nostra base antica greca alla mistica mediovale tedesca a san francesco che è più simile a budda di molti altri e così dialoghiamo e scopriamo quella cuginanza che mi faceva dire a venezia ma perché avete trovato così tanti ostacoli in europa io che sono anche veneziana vengo da marco polo abbiamo avuto padre matteo ricci grandi diplomatici abbiamo avuto attanasio schierchi e noi siamo in quella tradizione e continuiamo a confrontarci abbiamo avuto dialoghi infiniti sul concetto di trasformazione che in cinese non ha l'equivalente di per esempio metamorfosi il dialogo e lo scambio secondo me è capito da alcuni paesi come la germania che ha molti goethe institut in tutta l'asia dalla francia che ha sempre considerato la cultura un tassello fondamentale di questa catena dell'economia noi italiani che siamo il riferimento di qualsiasi istituto culturale siamo l'anima dell'istituto varbur senza il rinascimento senza la nostra eredità umanistica all'europa non esiste e l'umanesimo altro non è che il dialogo tra tutte le discipline non possiamo parlare di intelligenza artificiale scienze senza l'umanesimo e di qualsiasi forma di scambio anche di carattere commerciale sembra retorico sembra banale ma la scuola italiana a londra è una nicchia di appassionati che la difendono ed entra a far parte delle istituzioni quando l'ambasciatore di turno il consul di turno sono aperti e sensibili come italiani dobbiamo pensare alla cultura come veramente utilizzo il termine di stefano salis asset perché non me ne vengono di migliori che ci contraddistingue ma anche come tassello di quella catena che ci rende che ci rende davvero aperti a costruire ponti quindi il varbur casa delle culture siete ora invitati a venirci a trovare perché da pochi mesi abbiamo una galleria e uno spazio espositivo aperta al pubblico e per ora e lo faremo lo faremo senz'altro grazie martina mi pare che molti dei termini che sono stati usati da martina mazzotto in qualche modo risuoneranno nella nel discorso di antonio calabro appunto quello di legare economia e cultura in maniera diversa e di proporre da un punto di vista che abitualmente non viene colto come un ente che trasmette cultura che è quello dell'impresa dell'azienda e che ha invece molto da essere valorizzato e proposto anche all'estero e anche in un'ottica europea ecco ti chiederei di raccontare dal tuo punto di vista grazie grazie a una grazia voi proviamo a mettere dei confini perché il reggimento sulla cultura è talmente ampio che ci si perde altro che andava in mano al coco di borgo e votato da kirchgaard allora certo cultura è la grande arte figurativa cultura e il doce requiem di bramso cultura benedetto croce potremmo andare molto avanti molto lungo cultura sono lampari di franco albini cultura sono gli spaghetti e però se proviamo a entrare nel merito della cultura figurativa della cultura musicale della cultura materiale parte fondamentale della cultura bisogna rileggere gli storici francesi dell'annale per avere consapevolezza di questo incampiamo subito nella necessità di definire alcune cose e cioè di tentare di capire che certo vada la pena avere consapevolezza europea delle relazioni di un mondo che anche nel momento degli conflitti più accesi stabiliva relazioni la storia del mediterraneo è semplare la storia di guerra e contemporaneamente di commerci e storia i dialoghi e storia di costruzione di una lingua attraverso la quale durante le guerre prima e dopo l'epanto si capivano i marinai aveva persino un nome questa lingua si chiamava sabir ed era un impasto di lingue usato soltanto da marinai e mercanti non intellettuali marinai e mercanti e da questo punto di vista allora certo vada la pena riflettere sulla forza culturale di una serie di dimensioni tecniche e scientifiche cultura e civilizzazione ci dicono che le due cose procedono insieme nella storia del novecento e ci dicono che questa è una leva fondamentale che ci tocca usare proprio in questo momento in cui esiste una crisi generale internazionale della grande cultura nel paese che ha più nettamente nutrito la convergenza di culture e l'attrattività lo dico in modo molto più piatto arbor arbor è un momento di drammatica crisi della formazione della ricerca e della cultura e se c'è una sfida che l'europe oggi dovrebbe provare a costruire essere oggi passate mia battuta la nuova arbor cioè la nuova struttura di attrazione di intelligenza di tutto il mondo a cominciare da quel mondo che aveva attratto durante il corso del novecento il meglio dell'intelligenza internazionale non soltanto europea per fare sì che le nostre università i nostri musei le nostre imprese siano efficacemente in grado di attrarre ricerca tecnologia creatività produzione di idee produzione di prodotti permettete il bisticcio di parole e dunque civiltà è una sfida enorme ed è una sfida che dentro a una serie di sfide politiche economiche a cominciare dalla diplomazia culturale che chiedono all'europe di fare una cosa che l'europe ha già fatto e cioè recuperare sui mercati oltre che sul bilancio europeo dei singoli stati risorse per poter investire sull'innovazione l'abbiamo fatto con sure l'abbiamo fatto con il fondo post covid l'abbiamo fatto con una ricerca ampia e generosa di risorse che i mercati finanziari hanno subito accordato in nome di una diversa qualità dello sviluppo economico e dello sviluppo sociale civile le due cose si tengono insieme allora quando parliamo della forza della cultura richiesta europea e lo mettiamo dentro la concretezza della politica la cultura insegna a mangiare pane politica correttamente dobbiamo ragionare su che cosa oggi rende attrattiva l'europa cosa rende attrattivo il nostro paese dentro l'europa noi possiamo parlare italia solo nella cornice europea tutti il resto sono fandoni e che cosa consente alle nostre imprese di essere competitive sui mercati che sono mercati internazionali dove lo trovo il riperimento dentro un vecchio testo costituzionale che è lo statuto il costituto della città di siena 1300 nome cosa dice col costituto chi governa ci do a memoria quindi posso sbagliare chi governa deve tenere massimamente in conto la bellezza per diletto e allegrezza ai forestieri e per onore prosperità e accrescimento ai cittadini diletto e allegrezza oggi lo troveremo in attrattività diletto allegrezza onore prosperità e crescimento prosperità e crescimento sono termini economici perché i senesi nel 1309 nella costituzione scrivono del ruolo della bellezza perché quella bellezza che la bellezza dei palazzi delle chiese delle piazze è la testimonianza fisica tangibile e visibile della qualità delle tratte bancarie dei panni delle manifatture dei certificati mercantili delle lettere di cambio siena non è una città di intellettuali siena città di mercanti di manifattori di banchieri e usano la bellezza come l'evento che connota la qualità delle loro cose poi lo avrebbe teorizzato Cosimo il vecchio de' Medici circa 60 70 anni dopo a Firenze e non contenti di averlo scritto 30 anni dopo col 1309 commissionano a ombroggio Lorenzetti l'allegoria del buono del cattivo governo dove popolo di inalfabeti come tutto il paese naturalmente sino al corso della fine dell'ottocento possono vedere fisicamente che cosa la bellezza produce se il buon governo consente l'espressione della bellezza inattività economica allora dove stai il nostro punto di forza nell'attrazione dei talenti americani francesi cinesi mediterranei siriani egiziani turchi perché l'europe può essere questo luogo in cui costruire contemporaneamente dentro la libertà e la ricerca bellezza qualità produttività e competitività io di messiere non faccio il professore faccio il gommista sono vicepresidente della pirelli e ragiono da gommista da uomo di impresa guardo l'ultima riga del conto economico e mi chiedo come le attività culturali della pirelli che sono abbastanza sostenute le attività culturali dei musei impresa a 180 toci possono contribuire al pil al prodotto interno all'ordo italiano e la qualità della nostra vita economica e civile noi abbiamo una dimensione che oltre a tutta la cultura che abbiamo cultura è la traviata di verdi prodotta disegnata e governata da zephyrelli è il premio Nobel per la chimica e giugio natale 1963 questa è cultura la chiave a stella di primo levi e contemporaneamente le sedie disegnate radicomagistretti quel pezzo di cultura materiale la cucina dei grandi cuochi chef e parola abusata e la capacità del mistero Agliestri di ragionare sulla valorizzazione della lingua italiana come elemento di competitività economica ottima scelta appena realizzata noi abbiamo dentro contemporaneamente la capacità di tenere insieme come a poche altre come nessun altro l'area del mondo la sapienza umanistica e le conoscenze scientifiche noi siamo un paese di grandi meccanici siamo un paese di matematici siamo un paese di astronomi siamo un paese di chimici siamo un paese in cui la scienza messa nell'angolo da una cattiva lettura della scienza da parte di coro che è gentile è un fondamento della nostra vita associativa altrimenti non si piegheremmo come leon battista alberti fa santamariella grazie questo è il nostro patrimonio che è un patrimonio che può essere messo a disposizione del nostro sviluppo economico e sociale e contemporaneamente delle libertà di un sacco di paesi grazie Antonio grazie mi pare che da questo primo giro abbiamo fatto si abbiamo lanciato anche troppi troppi stimoli a quello che poi alla fine porteremo a casa come risultato di questo pomeriggio ripartirei in senso inverso invitandovi ad essere più brevi con le domande forse un po più specifiche nel tuo caso Antonio ti chiederei che consapevolezza hanno le imprese che fanno questo tipo di lavoro di avere un certo tipo di cultura da proporre e come si possono proporre consapevolmente o meno come attori di una filiera culturale alla quale noi non siamo abituati a pensare probabilmente siamo abituati a pensare a un'impresa che sponsorizza un evento culturale ma non siamo abituati a pensare a un'impresa che invece è di per sé probabilmente col suo museo ma anche con la sua manifattura un pezzo importante della cultura non del pil italiano consapevolezza crescente tu dici le imprese che sponsorizzano le imprese mecenati il mecenatismo è un'attività fondamentale molto meritorio forse ci si va anche in paradiso non è esattamente quello che io penso sia la cultura da punta e se l'impresa la cultura di un'impresa è l'avere incorporato la sostenibilità ambientale sociale dentro i processi produttivi la cultura e avere lo abbiamo fatto agli anni 50 aggredito un mercato il mercato degli elettrodomestici il mercato del bianco in termini tecnici e avere sgominato dal mercato i francesi e tedeschi perché abbiamo introdotto negli scatolotti che erano lavatrici le cucine e i frigoriferi un elemento di funzionalità un risparmio di materia prima eravamo poveri meno acciaio e una forma che rendeva quella scatola funzionale piacevole da vedere tanto sta sempre lì ci incempiamo con lo sguardo ogni giorno potremmo anche dirle in un altro modo la cultura delle imprese il fare cultura da parte delle imprese è qualità e sicurezza e benessere è l'idea che si lavora meglio in un posto che sia bello e cioè ben progettato è facile da vivere per parlare di cosa è casa mia il nuovo stabilimento di pirelli a settimo torineso l'abbiamo voluto progettato da renzo piano ci è costato un po di più molto meno non per la parcella di piano assolutamente no ma perché il dettame del grande architetto ci impone di usare materiali luci rapporti più costosi del semplice layout di fabbrica ma questa lezione non è solo di pirelli negli anni 50 e 60 Adriano Livetti parlando di pozzoli dice nel golfo più bello del mondo questa fabbrica si è innalzata in nome della bellezza dell'ambiente della qualità dell'uomo e quando Adriano Livetti chiede a Ignazio Gardella di disegnargli la mensa gli dice Ignazio progettami una cosa che non somigli a un posto in cui si va a mangiare e infatti trovata sulla rete la mensa Livetti è bellissima da vedere e guarda un grande passaggio che sono le colline di Ivrea allora per chiudere subito la cultura di impresa non è una cultura minore nelle endiadi che usiamo comunemente c'è impresa e cultura come se fossero mondi diversi noi in presa facciamo i soldi poi siccome abbiamo il senso di colpo per avere fatto i soldi paghiamo gli artisti come mecenati così ce la sfanghiamo non funziona così questa è una possibilità marginale e non centrale io credo che l'endia di corretta la scrittura corretta sia impresa è cultura è voce del verbo essere fare impresa fare tecnologia fare meccanica fare ingegneria usare l'intelligenza artificiale per produrre meglio e per produrre con più qualità sono processi culturali in questo noi italiani con la nostra cultura politecnica umana e simile scienza siamo bravi siamo diventando anche un po' più bravi Grazie Martina ti chiederei proprio di riprendere da questo concetto col quale ha finito Antonio cioè noi italiani siamo bravi forse anche un po' più bravi tu hai raccontato di come gli italiani sono centralissimi nel Warburg e quanto ancora può contare la cultura italiana nell'essere l'asso da giocare su uno scacchiere internazionale e devoto ad un atlante che sta sempre più allargando i propri orizzonti e forse ci vede geopoliticamente marginale Per formazione noi italiani siamo tutti figli della linea crociana e tutti figli della memoria Siamo lo vedo anche dei miei studenti normalmente più eruditi seguiamo nella formazione la linea della storia ma poi non ci viene data occasione di essere anche un altro termine non ne trovo di migliori per formativi cioè di cimentarci sul campo ed è per questo che i nostri laureati e i nostri dottorati trovano poi all'estero le porte aperte perché siamo davvero ben formati ma questa dea mnemosine che ci accompagna durante gli anni di liceo di università sembra poi abbandonare la nostra visione sul paese su questa tradizione su questo diritto alla bellezza che abbiamo mi è capitato di lavorare con musei d'impresa dove ho trovato archivisti e materiali talmente curati da superare esiti museali a livello nazionale per cui questa diciamo auto percezione legata alla mnemosine all'identità che va rafforzata solo con la collaborazione di tutti questi tasselli perché i musei d'impresa non possono restare slegati dall'ambito accademico e dell'università dall'ambito della diplomazia la grande domanda sul ministero della cultura è quello degli esteri che più attivo spesso è uno dei paradossi nazionali è come se studiando tenessimo le fila di questa trama e poi ne riemerga sfilacciata quando ci viene chiesto proprio di fare sistema e all'estero ci sono individui eroici e gloriosi da chi teneva la libreria italiana a Londra a chi si occupa di cinema Italia-Ukea, professori o volontari nei corsi che si addossano questo compito e si lotta anche io ho un figlio adesso che fa la maturità in una scuola inglese ho dovuto trovare un insegnante di italiano perché gliela facesse fare anche di italiano e ho trovato una qualità e una motivazione visto che la nostra lingua non è considerata tra le principali nelle scuole che però prelude a una crescita nell'utilizzo e nell'applicazione dell'italiano ora sempre più in diversi ambiti quindi formare i nostri studenti ha una consapevolezza delle specificità di questa tradizione lo sottolineo lo dico è ridondante ma umanistica si parla di post human di umano quasi tratta di umanesimo che è diverso da umano e che è una prorogativa proprio nostra la rinascita del nostro istituto l'abbiamo chiamata Warburg Renaissance il rinascimento del Warburg quindi siamo secondo me in un momento critico come diciamo paese chiave nell'identità europea per rialzare lo sguardo in questa necessità di fare sistema una nota positiva sui giovani ora con gli Erasmus con gli scambi accademici con i viaggi e le amicizie transeuropei io penso lo vedo dai miei fili teenage o gli universitari sentirsi davvero europei anche andando a lavorare o a studiare in un paese europeo diventa sempre più fatto di appartenenza identità e orgoglio. Grazie Martina, Filippo a te aspetta non dico tirarle in fila di queste robe qua però sei certamente no no perché poi ci sarà anche la domanda per Marco però certamente tu sei al centro anche da un punto di vista istituzionale di questa duplice veste da un lato l'hai ricordato anche tu prima l'Europa non solo non dispone di un'istituzione che guarda la cultura europea qualunque cosa essa voglia dire va declinata evidentemente con particolare problematicità ma in particolare sei detentore di quella che è il portato italiano e che quindi ha un duplice ruolo in campo proporre una cultura italiana dentro un'identità europea ecco qua come vi confrontate che cosa andate a fare nelle ristrettezze economiche perché poi e poi vi confrontate con giganti come la Germania e la Francia che molto spesso per analogo di istituzioni spendono molto di più o forse ci credono molto di più. Entra per i cosi. Allora che cosa facciamo? Intanto grazie a loro tre e a te perché questo è un panel estremamente vivace e pieno di spunti su cui ci sarebbe da parlare ancora per molto tempo senza ripetersi e dicendo cose anche costruttive e lo dico adesso prima che me ne dimentico un grazie a questa platea che ha una componente giovanile molto importante perché questi sono discorsi che sono più loro che i nostri e questa consapevolezza della bellezza richiamata da Antonio Calabro è radicata nella costituzione del 1389 di Siena e toccata più volte da Martina Mazzotta e dal direttore della Triennale e del Museo del Design sono delle cose di cui i giovani devono avere consapevolezza perché noi stiamo parlando della cultura come un'eredità storica, un bene di cui godiamo che ci deriva da tanti secoli del passato e ma che in realtà dobbiamo poi essere in grado di alimentare, noi dobbiamo stimolare che questa bellezza deve stimolare una consapevolezza che questa eredità va comunque alimentata, va alimentata nella consapevolezza che esiste e nell'incrementarla con nuova bellezza. Ci ho detto perché noi, perché il Ministro della Cultura nasce nel 1974 e il primo istituto italiano di cultura a Praga viene aperto nell'ottobre del 1922 e poi nel 1923 si va a Bucarest e si va in quella parte d'Europa prima di andare a Parigi perché qualche anno prima c'era stata l'esposizione universale o a Londra o in altri luoghi e quindi la proiezione internazionale inclusa la cultura era del dominio esclusivo del Ministro degli Esteri che era un'esplorazione che ha con tutti i limiti che io conosco ha creato una professionalità perché non ci si improvvisa e professionisti della promozione della cultura italiana all'estero che cosa un po' diversa dall'estere che sono io direttore di un museo in una città italiana. Che cosa portare? La tua domanda ultima diretta. Noi viviamo quotidianamente nella ricerca di un mix che è fatto di un equilibrio tra il passato e il presente e qui richiamo ai giovani una parte importante della mia offerta di quella che produco io perché noi siamo diventati anche produttori di prodotti che portiamo fuori, anche io chiedo scusa per il bisticcio di parole, è interneata sui giovani sia come persone da mostrare, noi questa settimana abbiamo portato Sarremo Giovani in ordine inverso a Pechino, ad Osaka e prima a Toronto, Miami, New York e Montreal e facendo degli incontri con i responsabili dell'industria perché non è un viaggio a premio perché sei arrivato in finale a Sarremo ma è un'opportunità che ti do di metterti in contatto dal vivo con la casa discografica oltre con un pubblico oltre alla bellezza e all'emozione di suonare come è successo quattro sede fa ad Osaka su un palco dove difficilmente se non è successo ci ritorni davanti a una quantità di pubblico non banale però ecco i giovani sono il centro di questa politica che è fatta di un equilibrio perché poi abbiamo i giovani, abbiamo i Maneskin o Settembre e abbiamo Puccini, abbiamo il bel canto, abbiamo i madrigali qualche giorno fa al Vittoria Albert Museum abbiamo portato il combattimento di Tancredi e Clorinda reso in danza da Ter Balletto che danzavano Torquato Tasso musicato da Monteverdi e ci vuole la vittoria di Tancredi e Clorinda che si è fatta in un mix che non è facile, avendo in mente una cosa che hai un pubblico perché devi pensare al pubblico altrimenti diventi autoreferenziale, oggi la parola più ripetuta all'interno della direzione generale per la monosone pubblica culturale è il pubblico, se ragioniamo come se fossimo una impresa, io voglio sapere quante persone entrano a vedere qualcosa e voglio anche non solo la quantità, anche la qualità e chiudo su una cosa, dove siamo? Perché abbiamo fatto riferimento agli asiatici, oggi molte delle afam, delle scuole di canto in Italia vivono grazie ai coreani che vengono a studiare e i nostri istituti italiani di cultura si trovano su una mappa che è molto più figlia della fine della seconda guerra mondiale con il grande caveat delle migrazioni in America Latina, più piuttosto che del mondo di oggi e rincorrere il mondo di oggi richiede una velocità che l'amministrazione fa fatica ad avere ed è una lotta titanica tutti i giorni di cui siamo coscienti di vivere una inanità romantica che ci mette spalle al muro. Marco San Michele ci si chiama abbastanza spesso, mi sorprende sempre la quantità, sono a Doha, sono a Shanghai, sono a San Paolo del Brasile, è un vero e proprio ambasciatore del Made in Italy senza essere ufficialmente investito, però è uno di quelli che porta la cultura del Made in Italy, specifico del design intorno al mondo in maniera veramente costante e in difesa. Ecco vorrei che tu raccontassi in poco tempo, perché noi ne abbiamo poco, che cosa, qual è l'aspettativa che in diverse zone del mondo ti attende, in qualche modo tu sei un ambasciatore non ufficiale però di un prodotto che invece è fortemente identificato come italiano, è fortemente attivo su uno scacchiere internazionale, in questo che cosa vedi che l'Italia ha ancora in più se ce l'ha rispetto ad altri? Ha il potere della formazione, è una formazione inconsapevole ma che si assorbe nella vita del contesto, quello che rimane estremamente potente tra i driver del nostro Paese è la possibilità di conoscere, di imparare un mestiere che passa da quello che insomma richiamava il pensare con le mani, in questo il cambiare e l'annullare la dicotomia impresa e cultura e farlo diventare impresa e cultura come diceva il professore Calabro poco fa è fondamentale e la consapevolezza di questa associazione e di questo legame deve vincere una serie di riserve, una è quella appunto della formazione alla scienza, paradossalmente nel nostro Paese per lungo tempo non sono esistite scuole di design, per diventare un grande designer industriale o facevi l'architetto e poi diminuivi la scala della tua creatività a quella dell'edificio all'oggetto oppure ti formavi come artista all'accademia e rinunciavi all'unicità dell'oggetto per la serialità e poi all'inizio degli anni 90 sono arrivate le facoltà del design, in verità i privati si erano già attivati prima attraverso delle scuole che nascevano o dai giornali o dalle imprese, altro elemento estremamente caratterizzante del fascino del nostro Paese quello di trattenere in un unico luogo tutti gli elementi della filiera, il desiderio, il sogno, la formazione, la realizzazione, il fallimento, il lancio e il proseguito, il successo, la collezione del Museo del Design Italiano ma le collezioni dei musei di impresa sono le didascalie dei progetti sono piene di nomi stranieri o di stranieri naturalizzati italiani o di italiani che hanno avuto uno straordinario successo all'estero e cosa sarebbe il design degli Stati Uniti senza Massimo e le lavignelli, cosa sarebbe il design giapponese senza Angelo Mangiarotti e non è come dire uno strillo di comunicazione è una consapevolezza e essere ancorati a questa base estremamente fondamentale e poi c'è una cosa che secondo me aumenta il valore del design italiano come ambasciatore delle nostre qualità e che noi abbiamo sempre disegnato oggetti civici con un forte potere di generazione di civiltà e con un forte potere di servizio questo è stato ed è ancora oggi una grande qualità del design italiano. Prima per usare un'altra immagine evocata dal professor Calabro mi sono emozionato quando si è riferito all'Europa come una nuova Harvard. Io sono della generazione Erasmus, io ho conosciuto mia moglie in Erasmus, le mie figlie hanno un doppio passaporto e per me è più facile andare da Milano a Copenaghen e a Londra piuttosto che a trovare i miei genitori nelle Marche, questo perché per esempio la Rente ferroviaria non solo nel nostro Paese ma in Ciro, è molto complicato, però è perché c'è una facilità nell'assorbire le culture sorelle di questo continente che dobbiamo dobbiamo riapriparcene. Durante la pandemia sicuramente ricorderete la presidente della Commissione Europea sul fascino di una storica scuola di design tedesca dove tra l'altro io ho studiato ha lanciato il new European Bauhaus. Ecco dietro queste grandi istituzioni non c'è solo un'eredità viva, c'è un sentiero, forse dovremmo spostare qualche pietra, qualche cespuglio per ritrovare quella strada, una strada che poi è nel cognome di un grande maestro del design italiano Ettore Sozzas nato ad Innsbruck ma milanese a tutti gli effetti nato in una via di Innsbruck che si chiamava Stärngasse il vicolo delle stelle e nel suo nome c'è la via sotto il sasso c'è la terra c'è la strada. Grazie Marco anche per questa chiusura così poetica. Abbiamo proprio veramente pochi minuti, qualche minuto per qualche domanda o curiosità non so se c'è la possibilità di avere un microfono in sala no allora usiamo uno dei nostri se qualcuno vuole fare qualche domanda come dico sempre non abbiamo le risposte però se invece abbiamo soddisfatto tutte le curiosità e tutte le volle. Dicci, dall'Italia da fuori per tutte le età un compendio per continuare a sviluppare questi temi è una vera anche qui un altro termine abusato ma non ne trovo di migliore eccellenza italiana è la domenica del sole 24 ore. Qui abbiamo il pilastro Salis, abbiamo Maria Luisa con le danni pilastri, io che lo porto come esempio che supera anche il FT Weekend e molti altri lo trovo uno strumento straordinario per continuare a riflettere e confrontarsi con grandissima qualità all'insegna dell'idea Nemusine. Va bene grazie Martina. Visto che abbiamo 4.19 siamo a casa del sole 24 ore fammi dire un'altra cosa prima parlavo di giovani c'è poi la domanda prima parlavo di giovani insieme al sole 24 ore cultura il ministro degli esteri la direzione generale va in giro per il paese a scovare nuovi talenti perché il San Carlo la scala il piccolo gli uffici vanno da soli poi in intanto ci chiamano perché non mi sono di qualche cosa ma vanno da soli anche se sempre più spesso anche lì andiamo insieme e sempre più spesso andiamo insieme facciamo tante cose insieme con il ministro della cultura ma c'è tanta gente che per x ragioni non arriva a noi e non arriva agli istituti ragioni positive e allora noi andiamo in giro per il paese la prossima settimana siamo al reggio Emilia qualche giorno fa eravamo a Verona ad incontrare giovani a spiegare che facciamo e poi facciamo invece dei b2b facciamo il si to si cioè degli incontri dove i funzionari che promuovono la cultura italiana nel mondo incontrano giovani che hanno un talento e che hanno l'ambizione di portare il loro talento su un palcoscenico internazionale soltanto nelle ultime due sedi che sono state Firenze e Verona abbiamo raccolto questo non lo sa neanche Paola Capitelli 80 nuovi progetti da mandare nella rete di studi italiani di cultura alcuni di loro diverranno realtà beh grazie anche per la notizia che ci hai dato c'è la domanda qua e poi chiudiamo una domanda una domanda da un milione di dollari per certi versi che lei ci dà ma in realtà credo che non possa esserci una risposta assoluta ma vorrei con una brevissima nota biografica trasmettervi un feedback io sono laureato in musicologia diplomato in conservatorio ho fatto tutto un percorso artistic per poi passare all'economia e a un mastering management per questioni prettamente concrete pratiche perché sono d'accordo che la formazione italiana sia fra le eccellenze a meno nella mia esperienza a livello europeo ma dall'altra parte l'america forse in primis ma anche la corea ci insegna nella capacità di comunicare e quindi poi di attrarre il pubblico e così colleghiamo il discorso delle imprese gli utili ovvero io posso studiare per aumentare la mia formazione posso studiare per trovare delle strategie di marketing però dall'altra parte devo anche studiare come posso mangiare tutti i giorni e permettermi l'affitto viene una sorta di trilemma in questa formazione per un giovane italiano adesso non sono non posso dire europeo perché in neorea d'europe le cose funzionano un po' meglio al meno dal punto di vista economico ma noi in italia dal punto di vista proprio dei giovani che vogliamo fare come possiamo coniugare questi tre elementi facciamo il prossimo festival dell'economia su questo forse perché è veramente troppo complicato però secondo me anche quello che ci ha appena detto filippo non so se vuoi rispondere va un po in questa in questa direzione allora quello che ho detto prima io è un tassello di una catena che è molto più ampla che giustamente le fa notare non servono tante tante cose e sono tanti soggetti coinvolti esiste una parola che è tessuto che poi fa la differenza però almeno per quanto ci riguarda questa attenzione ai giovani ai talenti giovani è forte perché perché il nostro obiettivo è offrire un'opportunità poi nella vita ci vuole il fortuna la fortuna ci vuole cioè il caso però credo no sono convinto il lavoro in tal senso che è importante creare occasioni per i giovani chi ha un talento deve avere da parte nostra nei limiti di quelle che sono le nostre risorse avere la possibilità di farlo vedere in giro per il mondo almeno dargli questa opportunità ci proviamo ci proviamo tutti i giorni se la sua domanda è perché le imprese pagano poco i giovani e di conseguenza le imprese dovevano pagare più e meglio i giovani mia risposta da un uomo in presa e naturalmente sì altrimenti continueranno moltissimi a andarsene lo sappiamo sì stiamo pensando a provvedimenti sì certo se il carico fiscale fosse modificato noi saremmo molto contenti perché costo 1 metà arriva in tasca grazie allora grazie ad antonio calabro martina mazzetta filippo la rosa e marco samicheli grazie a tutti voi che ci avete seguito grazieиб
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