Jean Paul Fitoussi: le nostre alleanze e differenze - Lezione Fitoussi 2025
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Jean Paul Fitoussi: le nostre alleanze e differenze - Lezione Fitoussi 2025
Lisa Fittoussé presenta un dibattito con Edmund Phelps, Nobel per l'Economia 2006, sull'Europa al bivio tra democrazia, giustizia sociale e scelte decisive per il futuro.
miracol ads dal Nobel dell'economia 2006, Edmund Phelps, ma sarà aperto dall'avvocata Lisa Fittoussé, professoressa di diritto a Science Po, figlia di Jean Paul Fittoussé, quindi io chiamo l'avvocata Fittoussé sul palco e ovviamente chiamo il Nobel dell'economia 2006 Edmund Phelps. Vorrei aggiungere solo qualcosa mentre il professore si accomoda. L'avvocata Fittoussé, che come potete immaginare è francese, parlerà in italiano, quindi io direi che merita un doppio applauso in questo intervento che apre questo appuntamento. Signori e signori, cari organizzatori, cari amici, desidero innanzitutto ringraziarvi per la vostra presenza oggi, un pensiero particolare va all'università di Trento, al dottore Fabio Tamburini, al professore Luigi Bonati e a tutti i nostri amici di sempre, Ned e Viviana Phelps, Maristella Vicine e Giovanni Tria, e a tutti coloro che da vicino o da lontano hanno reso possibile questo seminario in memoria di mio padre. Sono profondamente onorata di prendere nuovamente la parola davanti a voi oggi e dedico questo discorso all'omino Michelin, la persona si riconoscerà. Sono passati tre anni da quando ci hai lasciati e non passa una giornata senza che io pensi a te. Quest'anno il compito tanto comovente quanto impegnativo di parlare della tua amicizia con Edmund Phelps, una amicizia rara, profonda, nata più di 40 anni fa, nutrita di dialoghi intellettuali, libri e conferenze, ma anche di viaggi, umorismo e reciproca stima. Ned dice di te che eri il suo fratello, tu dicevi di lui che era il tuo migliore amico e ciò che condividevate andava ben oltre l'affetto, una bellissima esigenza di pensiero, una comune passione per la giustizia sociale, una visione condivisa dell'economia al servizio della democrazia. Oggi desidero immaginare un dialogo tra voi due a partire della grande questione sollevata da questo festival, rischi fatali e scelte decidive, l'Europa al bivio. L'Europa è una crocevia, di fronte alla frammentazione sociale, al declino geopolitico, al crollo morale del capitalismo deve scegliere, rassennarsi all'impotenza o rieventarsi come potenza politica, democratica e umana. Questa tensione è stata formulata con chiarezza nel rapporto Draghi. L'Europa non potrà sopravvivere senza più integrazione, più strategia, più coraggio politico, ma ciò implica una rottura, con gli automatismi di bilancio, con la depolitidazione delle scelte economiche, con la rinuncia a ogni ambitione. Giuliano Dampoli, in l'ora dei predatori, riassume quest'impasse con una formula implaccabile. Da trent'anni i responsabili politici delle democrazie occidentali hanno deciso di non decidere. Mio padre già nel 2002, con il suo libro La regola e la scelta, dinunciava questa deriva tecnocratica in cui le regole sostituiscono le scelte. Edmund Phelps, da parte sua, ha sempre sostenuto che il capitalismo non può vivere senza innovazione, partecipazione e finalità morale. A partire delle loro idee incrociate, desidero oggi delineare la risposta che avrebbero potuto formurale insieme a questa domanda cruciale. Farò riferimento ai loro libri e articoli che non citerò espressamente, ma che riporto nel testo scritto. Ricordo, papà, che dicevi, il peggio non è mai certo. E' per questo che sono certa che voi due, che per voi due, i rischi fatali non sono un destino a condizione di fare scelte decisive. Scelte a favore della democrazia, della giustizia economica e della sovranità Risponderò partendo da tre delle idee principale che avete condiviso entrambi. Prima idea, rifiutare l'Europa delle regole per ritrovare la democrazia della scelta. Una delle grandi battaglie intellettuale del mio padre è stata a dinunciare il crescito e dominio delle regole automatiche nella governance europea. Queste regole, come il limite del 3% di deficit o del 60% di debito pubblico, pretendono di incarnare la neutralità, in realtà neutralizzano la politica. Sottraendo le grandi scelte economiche al debato democratico trasformano i governanti in gestori tecnici e i cittadini in spettatori impotenti. Questa logica mio padre la chiamava una corruzione dolce della democrazia. Quello che oggi Giuliano Dampaoli chiama la decisione di non decidere, mio padre l'aveva già identificata come un'abdicazione politica. Edmund Fabbs condivide questa preoccupazione a modo suo, per lui un capitalismo confistaccato da rendite, burocrazia e monopoli di fatto in cui l'innovazione non ha più spazio diventa un ordine statico, privo di energia e significato. Il rapporto Draghi dinuncia un eccesso di regole che uccide l'azione e invoca una regolamentazione più strategica per rilanciare gli investimenti e la sovranità economica. Questo sovraccarico normativo indebolice anche la legittimità democratica e rende l'Europa vulnerabile di fronte a modelli più agili come i Stati Uniti o la Cina. A questo punto, se Ned Phelps e mio padre avessero veramente avuto questo dialogo, sono sicura che avrebbero proposto la creazione di un Consiglio Democratico Europeo dell'economia per rimettere l'economia sotto controllo democratico. Seconda idea, rifondare la giustizia economica per restaurare coesione e creatività. Mio padre e Phelps condividono un'osservazione fondamentale, una società in cui le disegualiance esplodano, le rendite e i monopoli di fatto bloccano l'innovazione e la concorrenza fiscale alimenta il dumping sociale e una società che si framenta. Mio padre sosteneva l'armonizzazione dell'imposta sulle società, una copertura sanitaria comune diretti effettivi alla formazione. Phelps insiste sul fatto che il capitalismo ha legittimità morale solo se è accessibile a tutti. Mio padre diceva l'inegualianza è una estrema e una forma di corruzione sociale. Ancora a questo punto, se Ned Phelps e mio padre avessero veramente avuto questo dialogo, sono sicura che avrebbero proposto un'imposta minima europea sulle multinazionali, una copertura sociale minima obbligatorio e un fondo per l'innovazione sociale e territoriale. Terza idea, riaffirmare la sovranità di bilancio per tornare una potenza nel mondo. Mio padre affermava che il deficit non è una deriva, è un strumento se finanzia bene comuni, infrastrutture, educazione, sanità, difesa, transizione ecologica e coesione sociale. In questo caso il deficit è virtuoso. Scriveva il vero scandalo non è il deficit, è l'osterità che distrugge il futuro. E ancora, lo stato non è una famiglia, il deficit è una decisione politica, non una deviazione. Phelps afferma il vero debito è quello che lasciamo non investendo nei cittadini, difende un debito produttivo al servizio delle capacità umane. Le loro risposte alle critiche sul deficit. Se il tasso di crescita è in prospettiva superiore al tasso di interesse, allora il deficit è sostenibile. Il vero fardello per i giovani è l'assenza di investimenti. Ancora, a questo punto, se Ned Phelps e mio padre avessero veramente avuto questo dialogo, sono sicura che avrebbero sostenuto entrambi una regola d'oro che escludi gli investimenti strategici del calcolo del deficit, una fieschialità comune, la creazione di un tesoro europeo che emette Eurobond per finanziare i beni comuni, una forza di difesa integrata con bilancio comune sotto controllo parlamentare e una politica macroeconomica coordinata e rafforzata per pesare di fronte agli Stati Uniti o alla Cina nella regalazione, nella politica industriale e nell'innovazione. Per concludere, ciò che avreste detto insieme, non sono ancora convinta, è che l'Europa non va semplicemente riorientata, ma rifondata politicamente. Fin dal d'inizio, l'Europa è stata concepita come un spazio governato da regole automatiche, vincoli di bilancio e dalla convinzione che il mercato avrebbe prodotto coesione, prosperità e legittimità. Ma un mercato senza guida, un ordine senza scelta, un sistema senza finalità politica chiara, non può né unire né ispirare. E quando le decisioni sfugono alla deliberazione collettiva, non siamo più realmente in democrazia. Papà, ricordavi che il problema dell'Europa non è l'eccesso di deficit, ma il deficit di politica. Dinunciavi una tecnocrazia che confisca le scelte in nome della razionalità, trasformando la politica economica in un automatismo privo di responsabilità. Per te, la democrazia non si limita a una procedura elettorale. Dicevi, la democrazia è un processo di deliberazione collettiva. Se le scelte vengono fatte al trove, non è più una democrazia. Ned, da parte sua, defende una concezione esistenziale del progresso, ciò che rende una società fiorente la capacità degli individui di impegnarsi nella novità, innovare, immaginare. Critica la società dominata dalla rendite o dalla stannazione come economia e morte dall'interno, prive di senso per chi ci vive. Phelps insiste sulla fusione emancipatrice del capitalismo quando è ben orientato. Il capitalismo è morale solo se è accessibile a tutti. Tutti e due avreste anche detto che il tempo della politica non può essere dettato dalla logica di breve termine dei mercati. Che la crescita vale solo se libera le potenzialità umane, che il debito è un peso solo se finanzia lobby di io, non il futuro. E avreste formulato un'esigenza comune a tutte le società democratiche, se ce ne sono ancora, dare a ciascuno una voce, una capacità e una sperenza. L'Europa deve smettere di essere un regime di gestione disincarnato, deve tornare a essere un progetto politico attivo, un progetto di civiltà, quello di una potenza giusta, fondata non sul dominio ma sull'emancipazione. E avreste potuto concludere con una sola voce, l'Europa non può vivere senza giustizia sociale, senza direzione politica, senza strumenti di sovranità. Può durare solo se diventa una scelta. Per dire l'attualità di questo mio discorso e di queste idee, Giovanni Treia ne parla in un articolo del sole 24 ore del 18 maggio scorso intitolato grande confusione sotto i cieli d'Europa. Non è un rimpiento dal passato, è una promessa da mantenere, una promessa democratica ancora più nell'era dei social network, dell'intelligenza artificiale e della frammentazione informativa, dove lo spazio pubblico si diluisce, il dibattito si frammenta e tenere tutto insieme diventa più difficile. Sta a noi nonostante tutto assumerci questa responsabilità perché non ci sarà rinascita l'Europa senza rifondazione politica e democratica. Grazie. No, no, va benissimo. Edmund Phelps. Edmund Phelps. Grazie, davvero un piacere, un onore per me tenere questa lettura su Jean-Paul Fittusse. E ringrazio gli organizzatori, soprattutto Luigi Bonatti e Lisa, Lisa Fittusse, per la sua presentazione a proposito della nostra fantastica amicizia. Ho incontrato Jean-Paul Fittusse per la prima volta nel 1984. E diventammo buoni amici quando ho insegnato all'Università Europea a Fiesole nel 1985-86. E negli anni seguenti la nostra amicizia si è approfondita. Lui ed io eravamo diversi. E' un americano che veniva dai soborgi di New York fino ad arrivare all'università e ad una carriera nell'Accademia americana. E Jean-Paul era un tunisino che veniva dalla Gullet, l'università di Strasburgo, e poi una carriera a Science Po. E' una differenza nel nostro background che ci ha reso reprocicamente interessanti. La nostra presenza a Fiesole e a Parigi ha portato alla nostra prima collaborazione. Scusate, nell'86 abbiamo scritto il Brookings Paper dove si parlava della caduta recessiva negli anni 80 in Europa. Io ero un teorico dell'economia e gli effetti dei cambiamenti nelle misure politiche interne sulla situazione esterna erano cose che non conoscevo. Fittussi pensava che ciò che aveva aumentato i tassi di interesse in America avrebbe portato a una riduzione della domanda aggregata in Europa. Io ho cominciato a pensare che un aumento del tassi di interesse mondiali avrebbe ridotto la fornitura aggregata in Europa. Quindi Jean-Paul si preoccupava dell'aumento continuo della disoccupazione e la rapida disinflazione in Europa. Io invece mi occupavo del fatto che questa nuova teoria forse non sarebbe riuscita ad avanzare procedendo con una ricerca piuttosto approfondita delle cause della recessione in Europa. Volevamo capire entrambi perché la capacità non è stata sufficientemente redditizia per espandersi e funzionare. Questo nostro lavoro congiunto è stato pubblicato da Basil Blackwell nel libro dell'88, la recessione europea The Slump in Europe, la ricostruzione dell'economia aperta. Il libro iniziava evidenziando degli errori nella debolezza delle spiegazioni più limitate della recessione europea. Una spiegazione popolare, una che piaceva all'economia keynesiana, puntava all'austerità fiscale in Europa, alla riduzione dei servizi pubblici e del settore pubblico, delle spese in conto capitale e della manutenzione di tassi di interesse a livelli elevati come quelli prima della recessione. Questa ipotesi si dimentica di alcuni meccanismi che controbilanciano la situazione. La teoria è che innesiana riduce la spesa pubblica o aumenta i tassi fiscali quando ci sia un'economia aperta, dove ci sono tassi di cambio che fluttano liberamente, oppure in un'economia poteticamente chiusa, dove si riduce l'occupazione soltanto se si riduce il tasso di interesse, riducendo così la velocità di movimento del denaro. Però non c'erano prove di questi due punti. Il nostro libro contribuisce a sottolineare l'importanza di una nazione rispetto ai tassi di interesse che vengono determinati dal resto del mondo principalmente. La recessione europea, dicevamo, deriva in buona misura, dicevo, la recessione in Europa, dicevamo, dipende principalmente da forze che hanno aumentato i tassi di interesse reali. Gli anni 80, l'era di Reagan, hanno portato a politiche monetarie piuttosto tight, a delle strette sulle imposizioni fiscali e ad un aumento dei tassi di interesse reali veramente significativo. E questi shock naturalmente hanno colpito tutta l'Europa. Questa era la nostra tesi centrale. I mercati dei capitali globali e soprattutto i tassi di interesse reali hanno un'influenza fortissima sulla occupazione a livello nazionale. Quando i tassi di interesse reali aumentano, le aziende vedono la forza lavoro come un bene in conto capitale, o quasi un bene in conto capitale. Questo l'incoraggia a ridurre i tassi, a ridurre l'occupazione e addirittura a licenziare i lavoratori. E questo lo abbiamo visto chiaramente in Europa nell'81 e nell'82, quando c'è stata una riduzione della forza lavoro e il salario è aumentato. Ci sono stati dei tagli dei costi per sopperire ai costi di capitale più elevati. La nostra visione metteva in dubbio il modo in cui si considerava il modello di Mandel-Fleming. Secondo l'economia aperta ortodossa, uno stimolo fiscale americano o una stretta monetaria avrebbero dovuto essere a favore dell'Europa, spingendo le esportazioni attraverso una svalutazione del dollaro e un aumento dei movimenti monetari. Ma questa teoria non spiegava però ciò che stavamo osservando, perché abbiamo scritto, sembra necessario concludere, che la spiegazione chinesiana proposta, cioè la stretta fiscale, sia davvero qualcosa di incompleto, o che la teoria ortodossa di come le politiche fiscali impattano sull'economia è un qualche cosa di assolutamente inadeguato. Un'implicazione dell'analisi che segue è che in effetti entrambe le conclusioni sono in realtà corrette. Queste note di Jean-Paul sono davvero eccellenti. Il punto era che una recessione chinesiana risulta tipicamente da uno spostamento verso il basso della curva IS che porta l'economia a ridursi. E questo sarebbe risultato chiare in una riduzione del tasso di interesse. Però questa caduta dei tassi di interesse non è avvenuta. Non abbiamo osservato una riduzione dei tassi di interesse in Europa durante gli anni 80. Il materiale introduttivo al libro sottoline un altro punto. La stessa teoria dice anche che le nazioni con una austerità fiscale più elevata potranno soffrire più di tutte le altre. Però l'Italia aveva una austerità fiscale limitatissima e ciò nonostante non era stata salvata dalla recessione. Il mio contributo al nostro libro fu principalmente quello di dimostrare che un qualche sviluppo all'estero prova un aumento dei tassi di interesse reali nei mercati finanziari in tutto il mondo e induce le nazioni e i mercati ad aumentare i margini e a ridurre il numero di dipendenti, esacerbando naturalmente il rischio di un'economia. Esacerbando naturalmente il tasso di disoccupazione a livello nazionale fino a quando quel tasso raggiunge un nuovo equilibrio. Si sarebbe potuto dire che l'aumento dei tassi di interesse reali a livello mondiale a livelli elevatissimi abbia portato ad una riduzione dei prese delle azioni nel mercato azionario utilizzato dalle aziende per naturalmente aggiungere valore per nuovi progetti di capitale e anche le valutazioni. E che le valutazioni delle aziende che hanno lanciato nuove attività hanno ridotto ulteriormente sia l'attuale disponibilità di posti di lavoro che le prospettive di creazione di nuovi posti di lavoro nel prossimo futuro. E questo meccanismo è stato spiegato dalla produttività per lavoratore. E questo meccanismo spiega perché la produttività per lavoratore in Europa, mi correggo, con l'aumento della disoccupazione negli anni 80 si poteva spiegare. Comunque uno stimolo coordinato europeo, dicevamo, avrebbe potuto rompere questa stagnazione ridando vita alla reddittività e agli investimenti. Queste idee sono state davvero importanti. Durante la crisi dell'Eurozona degli anni dieci il ruolo dei tassi di interesse reali e la loro distribuzione transnazionale erano già cose visibili. Le politiche di contrazione in una regione potevano effettivamente ridurre l'inflazione e l'occupazione altrove attraverso flussi di capitale e canali relativi ai tassi di interesse. La Banca Centrale Europea decise di aumentare i tassi nel 2011 in un periodo di grande incertezza. Questo fu criticato perché si è detto che si stavano ripetendo gli errori dell'inizio degli anni 80, quando i tassi di interesse reali infine si sono ridotti nel 1986 in parte a causa della risoluzione del deficit dell'era di Reagan. Noi abbiamo anticipato una ripresa nel tasso di occupazione europeo e in effetti c'è stata una ripresa. Però con cautela perché questi miglioramenti potrebbero non cancellare i danni già fatti, data la persistenza della disoccupazione che c'era. Questa preoccupazione sfortunatamente si è dimostrata accurata in molte economie europee. La campagna per i sussidi ai salari più bassi. Subito dopo la mia attività a Fiesole sono stato invitato da Jean Paul a visitare dal 1990 al 1993 l'università a Parigi e poi ancora una volta dal 2000 al 2013. È stato un periodo stressante. Durante gli anni 70 si era aperto un divario tra i salari di coloro che ricevono un salario molto basso e le classi medie sponsorizzato dalla recessione economica allora iniziata in Europa. E poi ha proseguito negli Stati Uniti all'inizio degli anni 80. Questa preoccupazione aveva portato a proposte per rimediare la situazione in America nel 78 e nel Regno Unito. Richard Laird nel 1986. John Rawls un teorico della giustizia cominciò ad occuparsi dei poveri del mondo e della ingiustizia esistente al mondo. John Paul Fittussi si è sempre preoccupato della coesione sociale e della disoccupazione. Negli anni 90 spesso le nostre conversazioni si riferivano all'aumento della differenza tra lavoratori ben pagati e lavoratori mal pagati. Io la prima discussione su questo argomento l'ho pubblicata nell'ottobre del 1990 con un documento per la giustizia economica per i lavoratori poveri per una lettura tenuta al collegio Bard negli Stati Uniti. Ho lavorato durante l'estate nel 1996 e ho completato il lavoro in autunno per poi pubblicare il libro Rewarding Work, Pagare il Lavoro Harvard 1997, dove ho proposto dei sussidi per sostenere i lavoratori e ripristinare la partecipazione della forza lavoro al mercato. Anche se il libro non aveva coautori, il supporto morale e intellettuale datomi da John Paul in questo progetto e a questo argomento sono state cose essenziali per me. Gradatamente mi è sembrato che John Paul si lasciasse coinvolgere sempre di più nella causa della giustizia economica. Alcuni funzionari dell'Oxie, dopo aver saputo che avrei lavorato lì nell'estate del 2000, mi hanno invitato a tenere la presentazione d'apertura dell'idea dei sussidi al governo all'occupazione con basso salario, cosa di cui appunto avevo scritto già nel mio testo. Abbiamo concluso che questo divario salariale alla fine lascia aperta tutta una serie di diverse possibilità. Ora potrebbe essere per esempio che vi fosse stata una discesa nei prezzi reali dei beni di investimento, questo a partire dagli anni 80, questa poteva essere un'ipotesi. Questa di per sé ovviamente tende ad aumentare appunto il product wage, quindi questo divario salariale, ma l'effetto alla fine è stato un po' diciamo controbilanciato da questo aumento nei mark-up. Ora l'idea dei sussidi salariali, questa idea è stata nutrita praticamente, oppure è cresciuta nel suo interesse, perché appunto soprattutto per quanto riguarda l'ICC, abbiamo visto che sono partiti diversi schemi di benefit in Europa, che da allora quindi hanno guadagnato terreni e sono diventati proprio dei pilastri di quella che può essere una politica inclusiva dell'occupazione. Recenti studi appunto di Rothstein per esempio continuano ad affermare e a sottolineare l'efficacia che questi possono offrire, soprattutto aumentare la partecipazione della forza lavoro senza deprimere i salari. La controversia sulla austerity fiscale che poi è insorta diciamo, si è alimentata successivamente nel periodo quindi successivo. Ecco mi ha molto colpito il riferimento dell'austerity fiscale che è stata citata prima, possiamo dire che negli ultimi decenni per esempio Yanis Faroufakis ha scritto sulle pagine del sito Internet Project Syndicate, ecco Yanis ha detto, ha chiesto al governo greco praticamente di gestire questi deficit fiscali importanti e questo per un futuro indefinito, credendo che appunto i deficit consentendo un aumento della domanda dei consumatori, e pure finanziando anche più spesa governativa, alla fine avrebbero fatto servire i salari e anche l'occupazione della popolazione greca. Io ho fatto delle obbiazioni a Faroufakis a questa proposta che veniva da lui sostenendo che l'accumulo del debito pubblico risultante causasse un importante aumento nel diciamo, che è la ricchezza su carta delle persone avrebbe orientato le risorse verso il consumo allontanandolo, allontanandolo invece dall'accumulo di capitale e questo avrebbe portato ad una perdita crescente di quello che è il welfare economico e il benessere economico generale. Le persone avrebbero orientato più il consumo dal punto di vista anche di risparmiare meno, quindi consumare di più a costo di risparmiare meno, ecco l'avrebbero fatto considerata questa cosa. E quindi diciamo che mi sembrava che ci fossero delle politiche migliori e dopo di tutto questo è diventato proprio un tema che io più volte ho sottolineato anche nel mio primo libro, si chiama Fiscal Neutrality of Economic Growth. Io qui ho teorizzato in questo libro che un'iniezione di debito pubblico aggiunge sicuramente alla ricchezza ma crea questo divario tra l'accumulo di ricchezza e l'accumulo di capitale e lo stock di capitale. Davide Riccardo, Franco Modigliani entrambi sierono opposti al questo debito pubblico sostenuto. Io vedo adesso che in termini generali ci sono anche altre cose da dire su questa questione. Vediamo per esempio parlando dello sviluppo che può andare a minacciare, quella che è una perdita temporanea dell'occupazione e dei redditi. Ecco, quando si verifica questo c'è un accordo tra gli economisti che il governo, cosa dovrebbe fare? Dovrebbe decidere di fare degli aumenti nelle spese governative oppure tagliare appunto le tasse nonostante le prospettive dei deficit fiscali che perdurerebbero per un certo periodo di tempo. Io sono d'accordo che una politica di danaro facile non basti, ma da questo punto di vista alcuni di noi avrebbero forse approvato di più quelli che sono stati i tagli fiscali che Farouk Fakhis proponeva. Li avrebbero sostenuti di più se ci fossero state però alcune speranze, alcune aspettative che il problema sarebbe poi sparito, questo nel futuro prevedibile. E' proprio la mancanza di queste aspettative, di queste speranze che avrebbero reso questa proposta se adottata qualcosa da abbandonare ad un certo punto del futuro. E quindi naturalmente è per questo che alcuni di noi si sono posti a questa idea, l'hanno un po' respinta anche perché queste sono anche queste teorie, invece ha incoraggiato Jean Paul ad approvare questa idea. Ora nel mio libro del 2013 io dico che una buona economia è un'economia che offre una buona vita, ecco. Quindi Jean Paul ed io magari qui avevamo punti di vista un po' diversi, come tanti sapranno, tanti economisti come anche Jean Paul, tra cui Jean Paul propongono un concetto, un concetto che adesso è conosciuto come qualità di vita. Vita di alta qualità, che cosa intendono per vita di alta qualità? Magari appunto tanti consumi, tanto tempo libero e per tanti anni loro hanno sottolineato appunto tanti beni pubblici anche, per esempio un cibo sano, l'aria pulita, strade sicure e anche diciamo altre possibilità da avere come cittadini, come i parchi, piuttosto che dei campi sportivi, ecco tante di queste strutture. Ora naturalmente io apprezzo molto questi servizi, queste strutture, assolutamente non sono contrario al fatto che debbano essere forniti ed offerti dallo Stato. Però non sono esattamente il concetto, ma una buona vita non è solo questo da un punto di vista anche filosofico. Un filosofo, infatti, un filosofo economista, Sen, caro amico mio, dice che tutto è consumare per appunto il bene della qualità della vita. Tutto il consumo per il bene della vita poi lascia anche un'altra cosa, lascia, diciamo non c'è più il bisogno per le persone di fare qualcosa e questo allarga il concetto di quelli che sono i desideri dell'essere umano. E tuttavia appunto le persone alla fine vogliono di più rispetto ad essere invischiati in un programma di lavoro dove non hanno nessun tipo di autonomia, non vogliono semplicemente questo. Per avere una buona vita le persone devono avere anche un grado, per esempio, adeguato di agenzia, del poter agire nel loro lavoro. Quindi in questo senso, quindi... Ma cosa vogliono fare esattamente con questa agenzia, con questo agiro? Come è stato detto da tanti filosofi, le persone apprezzano molto il fatto di avere un certo spazio, di avere uno spazio per potersi esprimere, per poter intraprendere delle iniziative, per poter dare voce ai loro pensieri, per poter anche dare prova dei loro talenti. Come peraltro è stato detto anche da tanti altri. Le persone danno valore al saper raggiungere alcune dei risultati grazie ai loro sforzi, grazie a quello che sanno. Io ho usato prima la parola prosperare, appunto da prospera in latino, che significa come si sperava o in base o in linea con le aspettative. Quindi riferirmi all'esperienza di avere successo nel proprio lavoro. Per esempio, l'artigiano riesce a perfezionare le sue capacità, piuttosto che l'imprenditore che riesce a lanciare una nuova impresa, piuttosto che l'academico che riesce ad approfondire un'idea. La prosperità è proprio quella dinamicità creativa della nostra società, di una società che crede nel potenziale individuale. Come Giovanni Pico della Mirandola ha sostenuto secoli fa naturalmente, se gli esseri umani fossero creati a immagine di Dio, a questo punto dovrebbero condividere anche la capacità divina di creare della creatività, almeno in una certa misura. Possibilmente anche dovrebbero condividere anche questo desiderio di poter esercitare questa creatività e sapere creare. Quindi le persone valorizzano l'esperienza di crescita personale che può derivare dal lavoro e dall'avere una carriera. Seguendo alcuni altri, io ho usato la parola prosperare, fiorire, che significa proprio alla soddisfazione che puoi trarre da un viaggio nell'ignoto, quindi il fascino dell'incertezza e tutto l'entusiasmo che è appunto di agire nel mondo, di poter fare qualcosa, quello che i greci chiamano judomonia. Quindi la gioia proprio del prosperare nel perseguire uno scopo, un obiettivo. E tra l'altro vorrei anche sottolineare che riuscire a prosperare, a fiorire, ecco tutto questo si riferisce a delle ricompense esperienziali, quindi non semplicemente danaro o ricompense appunto pecuniarie che possono derivare dall'esperienza. Quindi che tipo di economia potrebbe offrire una vita così bella, così buona? La storia suggerisce che dovrebbe essere un'economia piena di persone che sono lì, pronte a cogliere opportunità, che cercano modi migliori per fare delle cose, che vanno ad esercitare anche la loro iniziativa per anche sperimentare cose nuove. O ancora meglio, potrebbe essere un'economia piena di persone innovative, persone che esercitano per esempio la loro creatività, le persone che possono arrivare ad immaginare cose nuove, le persone che poi possono anche sviluppare dei nuovi concetti per creare nuovi prodotti, nuove metodi e per poterli commercializzare affinché possano essere utilizzati nella società. Per esempio, la ha contribuito a quello che è la commissione di Fittus e Stiglitz e ha identificato otto dimensioni chiave per poter misurare la qualità della vita. Salute, istruzione, quelle che sono le attività personali, voce politica, connessione con il sociale, quelle che sono le politiche, la qualità ambientale, sicurezza economica e anche naturalmente la sicurezza fisica e personale. Soprattutto questo era vero per Jean Paul. Jean Paul è un appunto che ha sottolineato queste dimensioni. Jean Paul ha criticato queste cose convenzionali perché ignoravano fattori come per esempio i legami all'interno della comunità piuttosto che anche la sostenibilità ambientale. Ecco, forse la questione morale di come riuscire a bilanciare, a avere un equilibrio quando si persegue la qualità della vita, che significa appunto perseguire questa qualità a livello globale, ecco questo poi però è una domanda forse molto ampia, a cui ognuno di noi potrebbe rispondere in maniera personale. Durante la sua carriera Jean Paul sicuramente ha tenuto tantissimi discorsi, ha pubblicato innumerevoli saggi e studi e sarebbe strano se non ci fosse in tutto questo lavoro qualcosa con il quale io oppure altri potrebbero trovarsi in disaccordo. Sarebbe molto strano che ne essere d'accordo proprio su tutto. Magari eravamo in disaccordo su alcuni di queste questioni filosofice sottostanti, però lui ed io non abbiamo mai consentito alle diversità di opinioni di impattare, di influenzare la nostra amicizia. Lui era assolutamente brillante, era generoso, era veramente un campione nel campo della giustizia sociale e nutriva per questo una forte convinzione. Non so se alla fine lui sia riuscito a vedere, a interpretare una buona vita come la interpreto io, ma so sicuramente che i nostri 40 anni di amicizia sicuramente si basavano su quello che era un impegno condiviso a rendere il mondo, un mondo equo, un posto equo e un posto prospero e fiorente. Jean-Paul Fittussi ha lasciato un segno indelebile nel pensiero economico europeo e nelle sue politiche e per me personalmente è stato un collaboratore critico, una fonte di ispirazione, ma soprattutto un grande amico e mi manca tantissimo. Grazie, Grazie mille. Grazie a tutti, grazie anche a Lisa Fittussi, grazie ad Edmonds Fans. Grazie a tutti, grazie a Lisa Fittussi, grazie ad Edmonds Fans. Grazie a tutti, grazie ad Edmonds Fans. Grazie a tutti, grazie ad Edmonds Fans. Grazie a tutti, grazie ad Edmonds Fans. Grazie a tutti, grazie ad Edmonds Fans.
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