Il prezzo della felicità
Incorpora video
Il prezzo della felicità
Analisi critica del capitalismo naturalizzato e dell'esclusione del lavoro domestico femminile nel PIL. Patrizia Galvani e Anna Lisa Monfreda esplorano le conseguenze di questa scissione sociale e economica.
La mia Buongiorno a tutti, sono Patrizia Galvani, sono presidente del Consiglio di gestione di Fondazione Caritro, che è l'ente che ha proposto questo evento all'interno del Festival dell'Economia. Innanzitutto buon inizio festival a tutti, il tempo non è clemente però insomma gli argomenti sono molto interessanti. Il Festival dell'Economia come saprete tutti ha un appuntamento ormai costante a Trento e riesce a catturare l'attenzione anche di realtà non solo provinciali ma nazionali e internazionali. Questo è un prezioso anche partire in cui si possono confrontare temi non solo economici ma anche temi di utilità sociale per la quale Fondazione Caritro è particolarmente sensibili. In particolar modo Fondazione Caritro è partner di Fori Festival e questo è appunto l'evento che propone fondazione all'interno di questo tema. Quest'anno siamo anche particolarmente orgogliosi di accompagnare insieme a Peltrinelli Education Anna Lisa Monfreda della quale mi permetto di dare una breve descrizione per ricordarla. Ha già partecipato all'interno di progetti che Fondazione Caritor magari conoscete che è appunto Paride e è una giornalista, è una scrittrice e si tratta di temi che riguardano l'economia ma con una visione anche di utilità sociale. Quindi tratta profondisci temi di educazione finanziaria e li tratta in maniera credo avendo un approccio anche rispetto agli aspetti quotidiani, quelli magari più importanti più impegnativi che riguardano i nostri risparmi, gli investimenti, il lavoro ma anche tutte quelle che riguardano le questioni quotidiane. Quindi io vi auguro buon ascolto, chiedo ad Anna Lisa se può venire e presentare il suo libro. Grazie, grazie mille, buongiorno a tutte e tutti. Allora, grazie, non stavo aspettando l'applauso. Quando avevo 18 anni, quindi praticamente l'età della maggior parte di questa sala e ho deciso di iscrivermi a lettere filosofia e questo vivetelo come un come in out, quindi non sono un economista, sono un umanista, dicevo mi sono iscritta a lettere filosofia perché avevo intenzione di diventare una giornalista, in quel momento stesso ho abdicato a tutta una serie di conoscenze profonde di tutta una serie di materie. Ancora oggi io non so come funziona un motore, non so come funzionano neanche i freni della bici con cui faccio lunghissimi viaggi, non so come si possano fare le previsioni del meteo, ne tanto meno so come delle sostanze combinate poi abbiano degli effetti sul mio corpo. Diciamo che come tutti nella nostra contemporanea età, io ho deciso di specializzarmi in una cosa e di affidarmi per tutto il resto ad altre persone che si erano specializzate in quelle cose. Non è sempre stato così perché i nostri antenati, i cacciatori, i raccoglitori avevano una conoscenza molto più holistica, però nella nostra contemporanea età ci specializziamo. I saperi su cui ho deciso di affidarmi pressoché in maniera incondizionata sono i saperi scientifici, le cosiddette scienze esatte, cioè lì dove si procede per sperimentazioni e siccome la scienza ha un potente meccanismo di autocorrezione interna, questo mi fa sentire al sicuro, anche la scienza fa tantissimi errori, ma c'è un meccanismo per cui riesce a correggersi. Tutti quei saperi che non sono scienze esatte, ma le cosiddette scienze umane, cioè saperi dove si entra nel campo delle narrazioni, cioè noi costruiamo delle teorie a partire da una certa visione del mondo, ecco anche se non mi sono specializzata ho sempre cercato di farmi un'opinione. Non sono un'esperta di politica, ma ho costruito una mia idea politica sulla base della mia visione del mondo. Non sono una pedagoga, ma ho fatto delle scelte educative molto precise rispetto a come cresce delle mie figlie in base alla mia visione del mondo, quindi mi faccio un'opinione e mi comporto in maniera consapevole. Ora, in questa scissione che c'è nella mia testa tra i saperi del mondo, io ho sempre messo l'economia dentro la prima stanza, quella delle scienze esatte, e facendolo mi sono seduta sulla poltrona dell'aspettatrice, cioè in qualche modo vedevo i fenomeni economici come si vedono i fenomeni naturali, quando cercavo di dire, li devi capire meglio i giornali, ok, mi approcciavo allo studio dell'economia come ci si approccia allo studio della scienza, cercavo di capire i meccanismi, cioè non ho mai messo in discussione per dirvi che in caso di inflazione occorra alzare i tassi di interesse, mi interessava solo capire perché succedeva quello, perché andava fatto. Non ho mai messo in discussione che un insegnante di scuola dovesse guadagnare meno di un trader, mi sembrava una verità brutale, crudele, ma neutrale, scientifica, veniva fuori da delle leggi matematiche. Le regole del mercato per me erano come la fotosintesi crolofiliana, cioè un fenomeno naturale che date certe condizioni era ineluttabile, non cercavo mai di farmi un'opinione solo di capire i meccanismi. Clara Mattei, che è un'economista italiana che insegna a New York e che vi consiglio tantissimo di leggere, ha cognato una definizione per questo fenomeno, lei l'ha chiamato naturalizzazione del capitalismo, cioè il modello economico capitalistico sostanzialmente via via per tutti quanti noi è diventato il modo in cui naturalmente funziona l'economia. Chiaramente lei lo dinuncia questo fenomeno perché lei dice che il fatto che l'economia indossi le vesti di una scienza naturale fa sì che noi in qualche modo tutte quelle che sono delle scelte politiche le consideriamo scelte tecniche, scelte che si possono fare solo in quel modo, non scelte che possono essere A che possono essere B e questo fa sì che noi deleghiamo tantissimo ai tecnici dell'economia lì dove invece potremmo avere un'opinione e potremmo scegliere. Ora il sospetto che questa scientificità dell'economia fosse un abbaglio a un certo punto mi è venuto, stavo lavorando a un libro sul carico mentale delle donne e stavo studiando la storia del lavoro non pagato delle donne come in qualche modo questo lavoro non pagato delle donne viene istituzionalizzato a metà 800, guarda caso proprio il momento in cui nasce il modello economico in cui siamo oggi. Che cosa succede all'epoca? Che ci si rende conto che per il nuovo sistema economico che si stava delineando era molto più conveniente avere in una famiglia una persona dedicata al lavoro, l'uomo, e una persona dedicata a procreare nuovi lavoratori e a occuparsi, prendersi cura dei lavoratori attivi, la donna. Quindi questa scissione è stata proprio come ci racconta tra l'altro una grande studiosa italiana Silvia Federici, è stata proprio un'opera di design sociale finalizzata a tirare fuori le donne dalle fabbriche e a tenerle in casa ma non per niente perché il loro lavoro in casa era essenziale al funzionamento dell'economia. Ebbene se questo lavoro domestico era così importante come è possibile che nel PIL non venisse calcolato? Questa cosa mi faceva uscire pazza proprio perché dicevo ma non c'è logica se il PIL è un dato, un indicatore così importante a cui affidiamo così tanto valore nel raccontarci lo stato di salute dell'economia come è possibile che questa cosa così importante manchi completamente? Quello è stato il momento in cui appunto ho scoperto, diciamo per me è stato il momento proprio buongiorno analisa in cui ho scoperto che il PIL come gran parte degli indicatori economici in realtà non è una formula perfetta, non è un teorema, non è una costante matematica, è una storia che noi ci raccontiamo per la quale abbiamo scelto dei personaggi e ne abbiamo buttato fuori degli altri, abbiamo deciso di mettere nel PIL alcune voci e ne abbiamo tolte completamente delle altre. In compenso però voi pensate che addirittura l'economista che aveva ideato questo indicatore Kuznets lui stesso aveva detto attenzione ragazzi ma non potete usare questo indicatore per stabilire il benessere di una nazione, in questo indicatore non c'è niente che ci possa dire come vive un popolo, non ci dice come è distribuita la ricchezza, ci dice soltanto quanta ricchezza viene prodotta, nessuno lo ascoltò, ancora oggi le mie figlie a scuola quando erano alle medie imparavano delle varie nazioni il PIL, ancora oggi noi sentiamo i giornalisti, i telegiornali sui giornali dire che un PIL positivo è indubbiamente il segnale di buona salute di un'economia e non importa che in quel PIL manchi tutto il lavoro non pagato delle donne, non importa che in quel PIL manchi tutto l'impatto sulla natura che noi abbiamo e non importa se in quel PIL come segno positivo ci sia la produzione di armi e quindi tutto ciò che in realtà rende la nostra vita poco vivibile. Adentrandomi quindi a quel punto della materia economica ho scoperto che così come il PIL non è l'unico indicatore ma tutti gli altri indicatori alternativi rimangono un po' in esperimenti secondari, così come il PIL appunto non è l'unico così anche la scuola economica vigente oggi, la scuola economica che noi consideriamo scienza in realtà non è l'unica, ci sono tantissime scuole economiche e soltanto una di queste scuole economiche, quella neoclassica, si traveste da scienza, soltanto una ha questo approccio modellistico, matematico che ci crea il grande ingano di non farci mai mettere in discussioni le leggi dell'economia. Quindi per farla breve ho scoperto che l'economia non è una scienza neutrale ma che è molto più parente della filosofia, della politica, cioè è un insieme di principi, di idee, di convinzioni sui quali noi stessi basiamo i nostri comportamenti, cioè se l'aumento del tasso di interesse provoca un certo risultato è perché tutti quanti noi siamo convinti che lo provochi e ci comportiamo in quella determinata maniera, è una sorta di profezia collettiva. Quindi le leggi dell'economia funzionano soltanto se tutti quanti noi crediamo che funzionino. Ora a questo punto mi sono chiesta ma come ha fatto una disciplina umana, una scienza umana, qual è l'economia a farsi passare per scienza esatta da gran parte della popolazione che non la approfondisce perché è chiaro che gli economisti lo sanno bene, io sto parlando dall'altra parte di tutta l'altra metà del mondo che non ha studiato questi temi. E a questo punto mi si è panesato questo personaggio che è l'homo economicus. Ora l'homo economicus è un modello matematico di uomo, cioè se il comportamento dell'uomo è quello che fa sì che le scienze umane non siano scienze esatte, allora ci si è detti io costruisco un modello di uomo che si comporta sempre nello stesso modo e in questa maniera io riesco a costruire praticamente delle leggi matematiche per il funzionamento dell'economia. Ora questo uomo economicus quindi ve l'ho rappresentato come l'uomo vitruviano perché esattamente come l'uomo vitruviano di fatto raffigura i rapporti delle parti del corpo così come li aveva descritti l'architetto romano vitruvio così l'homo economicus di fatto descrive il comportamento dell'uomo quando si trova in un contesto di mercato, cioè quando ha a che fare con il denaro e descrive questo comportamento in una maniera standardizzata, cioè si stabilisce che l'uomo si comporta sempre così. E' un personaggio semplificato, prevedibile, cioè è quello che permetta all'economia di trasformarsi in scienza. Quindi a partire da questo uomo economicus tu puoi creare tutti i modelli matematici del mondo, la legge della domanda dell'offerta, tutte quelle che noi chiamiamo leggi sono basate sul comportamento di quest'uomo qui e come si comporta quest'uomo qui? Proviamo a vedere com'è quest'uomo, proviamo a descriverlo. Io quando ho studiato un po' la descrizione di quest'uomo ho detto, Caspita non deve essere bello incontrarne uno sulla propria strada perché l'uomo economicus è un tipo gretto, solitario, calcolatore, insensibile. La sua relazione con i soldi ha senso unico, accumularne sempre di più e fare solo il proprio interesse. È una specie di automa che pensa solo a se stesso, non lascia spazio a alcuno per l'empatia, la collettività, l'altruismo. Diciamo che se volessimo individuare tre caratteristiche dell'uomo economicus sarebbero il desiderio di ricchezza pressoché insaziabile, il lavoro ideato soltanto come mezzo per massimizzare l'utilità e l'amore sconfinato per il lusso. Inoltre, quest'uomo economicus è incredibilmente preveggente, cioè riesce a prevedere il futuro in una maniera incredibile. Ora, conosciuto l'uomo economicus sui libri di economia, mi sono guardata intorno e ho detto, ma io non ne conosco tanti di uomini esattamente così e non mi sono guardata intorno soltanto nella mia cerchia ristretta. Considerate che con il mio progetto RAME io da tre anni ogni mercoledì intervisto gente comune e mi faccio raccontare da queste persone la loro storia di soldi, cioè la loro relazione con i soldi. Quindi ho un repertorio di ricerca sociale vastissimo, centinaia di storie di persone e delle loro relazioni con i soldi. E in tutte queste storie è veramente raro che io abbia visto la gente muoversi per massimizzare il profitto. L'ho vista muoversi con i soldi in maniere incredibili, completamente diverse. Ve ne racconto qualcuna giusto per farvi capire di cosa sto parlando. Lorenzo è un ragazzo omosessuale che vive a Milano. I suoi genitori non hanno mai ancora accettato la sua omosessualità e quindi tendono ad ignorare quella parte della sua identità. Non so se avete presente quelle famiglie in cui con chi sei uscito, col tuo amico, ok, questa è la famiglia di Lorenzo. Eppure questo è un ragazzo omosessuale che nonostante Lorenzo ormai abbia 40 anni, ad ogni occasione gli prendono la macchina e gli fanno il pieno. Vanno a casa e gli riempiono il frigo. O quando Lorenzo deve comprarsi il computer nuovo gli dicono no questo te lo regaliamo noi. Voi direte tipica infantilizzazione della generazione attuale di genitori. Sì, però è anche vero che Lorenzo interpreta questo passaggio di soldi da parte dei genitori come una forma grezza, involuta, ma una forma di accettazione. È come se i soldi oggi sono l'unica forma di dialogo presente in quella famiglia, l'unica forma di relazione che riescono ad avere. Andrea invece mi ha raccontato che quando si era trasferito a Siena dalla Sardegna per studiare ogni mese suo padre gli mandava un vaglia con 300 mila lire. All'epoca dietro i vagli si potevano scrivere dei messaggi e il padre ogni mese gli scriveva un messaggio d'amore e lui oggi, anche lui, ha quasi 50 anni e conserva in una scatoletta tutti i vagli di suo padre con tutti questi messaggi. Ecco, vedete, in queste storie il denaro è linguaggio affettivo, è quello che permette di colmare i vuoti, di colmare le distanze. Voi direte va bene, non fa testo come usiamo il denaro con i nostri figli, è chiaro. Allora ascoltate questa storia. Monica nascere una famiglia poverissima, sono quattro figli, due genitori che lavorano, si e no. Sperimenta proprio la fame da ragazzina, ma la fame è vera. Sperimenta la fame ma sperimenta anche la solidarietà. La solidarietà non delle persone ricche ma del vicino di casa che magari coltivava i broccoli e il broccoli in più lo passava a sua mamma. Poi cresce e fa una vita disgraziata perché si sposa a due figli e il marito muore presto, quindi la scarsità è proprio il fil rouge della sua vita. A un certo punto, a 60 anni, ha un'intuizione, dice mi metto a studiare puericultura e poi mi propongo a queste agenzie che offrono tate ai ricchi del mondo. Sono tate molto colte, chiaramente, disponibili a viaggiare sei mesi a Dubai, due mesi alle sei Shell. Lei non ha più legami, le figlie sono grandi, ci prova, viene presa nel giro di pochi mesi, è una persona ricca per la prima volta nella sua vita perché queste tate sono pagate tantissimo e cosa fa appena diventa ricca? No, non si toglie tutti gli sfizi di una vita di scarsità. Lei decide di restituire, non alle persone da cui aveva ricevuto solidarietà, lei decide di restituire a tutti coloro persone sconosciute che incontra lungo la strada e che probabilmente stanno affrontando le sfide che lei ha affrontato nella sua vita, creando una catena di amore i cui anelli sono fatti di monete. Questa catena fatta di soldi esisteva anche in Lazio qualche anno fa, me l'ha raccontato Michela, lo facevano i suoi genitori, si chiamava buffo circolare, cioè si chiedevano soldi in prestito ad un amico e poi per restituirla a quell'amico si chiedevano piccoli prestiti ad altri amici, per cui tu entravi in questa catena di prestiti dove ogni tanto eri tu quello che prestava, ogni tanto eri tu quello che riceveva. Contesto completamente diverso, borghesea milanese, Sofia, i suoi genitori non possono permettersi di farle fare le rasmus, capita una sera a cena di parlarne con degli amici, questi amici chiedono ma quanto costa queste rasmus? Tre milioni di lire, glielo paghiamo noi e i genitori di Sofia? Va bene, grazie, senza sentirsi in difficoltà, senza sentirsi in debito inferiori, perché non è strano che in una comunità il surplus venga rimesso in circolo considerandolo come un patrimonio collettivo. Ecco in tutte queste storie che vi ho raccontato il denaro diventa una valuta comunitaria, cioè una moneta che circola non per essere accumulata ma per tenere viva la reciprocità. Anche i soldi che spendiamo in realtà sono molto di più di quello che sembrano. Vi racconto un'altra storia, Shoji Morimoto è un ragazzo di trent'anni giapponese che a un certo punto dopo un grave burn out si ribella alla cultura della performance che in Giappone è davvero molto molto faticosa e nel 2018 fa questa provocazione social e dice mi offro in affitto per non fare assolutamente nulla. Come succede, spesso succede questa cosa, diventa virale e lui comincia effettivamente a ricevere delle richieste di affitto. Queste richieste di affitto sono incredibili, lui anni dopo, qualche anno fa, ci ha scritto un libro. Ebbene, la tipologia di richieste che riceve non sono altro che una lista di relazioni perdute, cioè la gente era disposta a pagarlo per essere l'unico pubblico di un musicista di strada in difficoltà. Lui doveva ricevere la foto di un animale domestico e rispondere oh incredibilmente carino, doveva condividere una torta con una persona sola nel giorno del suo compleanno, doveva osservare uno scrittore pigro affinché finisse il suo compito, doveva aspettare un maratoneta al traguardo, la gente lo pagava per avere una relazione. Ma anche i soldi che spendiamo noi per comprare cose in realtà, ci sembra di voler comprare cose ma in realtà quello che stiamo cercando di comprare è l'appartenenza ad un gruppo, ad una comunità. Questa cosa per primo l'ha detto Marcuse negli anni 60 che è stato il primo a riflettere sul fenomeno del consumismo che all'epoca proprio stava emergendo e lui raccontava che questo fenomeno era di fatto la conseguenza di uno sfilacciamento delle comunità di origini e il tentativo di costruire nuove geografie, nuove appartenenze attraverso l'acquisto. Tutti quanti noi quando compriamo cose in realtà quello che cerchiamo è qualcosa di immateriale, connessione, appartenenza, sentirci parte di una comunità però lo strumento verso cui cerchiamo di raggiungere questo obiettivo è l'acquisto. Nella lettera a suo figlio Morgan Housel che è l'autore di Psicologia dei soldi, un testo che consiglio a tutti soprattutto ai ragazzi, scrive forse penserei di volere un'auto costosa, un bello orologio, una casa molto grande ma fidati non è vero quello che vuoi è il rispetto e l'ammirazione degli altri e pensi che quegli oggetti costosi te li precureranno, non va quasi mai così soprattutto con le persone da cui vuoi essere rispettato e ammirato. Ora cosa ho voluto dirvi con tutti questi esempi che alla fine se andiamo a scavare noi tutti usiamo i soldi in un modo o nell'altro per costruire relazioni, per testere collettività. Lo facciamo in maniera non consapevole, lo facciamo in maniera istintiva e lo facciamo perché noi siamo convinti che la ricetta vera della felicità sia avere delle relazioni autentiche quindi dentro di noi lo sappiamo e siccome tutti quanti noi cerchiamo di usare i soldi per essere felici in un modo o nell'altro facciamo questo. Tra l'altro la scienza, quindi degli studi scientifici, sempre appartenenti però alle scienze non esatte mi raccomando, quindi degli studi ci dicono che effettivamente il modo migliore di spendere il denaro è proprio questo, cioè è proprio per avere delle relazioni. Pensate che Elizabeth Dunn e Michael Norton, lei professoressa di psicologia e lui di business administration 15 anni fa si erano chiesti questa cosa. Ora noi sappiamo che i soldi non fanno la felicità, cioè l'addetto, il paradosso di Easterly negli anni settanta, lo sappiamo tutti, vediamo tantissima gente ricca e infelice e questa cosa l'abbiamo capita. Ma loro si sono chiesti ma se i soldi non possono fare la felicità, proprio non ci possono riuscire, non è che noi li usiamo male, cioè non è che se li spendessimo meglio ci potrebbero portare la felicità. E allora che cosa hanno fatto? Hanno passato i rassegni a tutti gli studi accademici in psicologia, economia, comportamentale, neuroscienza e loro stessi hanno fatto poi degli esperimenti che sono diventati esperimenti famosi, esperimenti proprio che hanno fatto scuola e volevano capire quali soldi ci rendono felici, cioè come spendere i soldi per essere felici. Cosa hanno scoperto? Primo, che ci rende molto più felice spendere i soldi per comprare esperienze piuttosto che per comprare cose, perché le esperienze a differenza delle cose funzionano da collante sociale, viaggiare, andare a un concerto e scriversi ad un corso generano ricordi condivisi con le persone con cui ci siamo stati, ci creano una sensazione di appartenenza che è una felicità molto più duratura. Secondo, ci fanno molto felici i soldi che spendiamo per comprare tempo. Cosa significa comprare tempo? Faccio un esempio che molte donne probabilmente potranno capire, se decidiamo di farci aiutare in casa da qualcuno, cosa stiamo facendo? Stiamo comprando del tempo che noi invece di trascorrerlo a fare attività domestiche, potremo spendere con i nostri figli, con i nostri amici. Quei soldi là che spendiamo sono soldi felici, penso che tutti quanti, le persone che li spendano, lo pensino. Terzo, cosa più importante, hanno dimostrato che ci fa felice spendere i soldi per gli altri e questo lo hanno fatto con un celebre esperimento, quello dei 5 dollari felici. Ci hanno preso delle persone, gli hanno dato 5 dollari da spendere liberamente, però entro la mattinata e hanno visto che tutti coloro che spendevano i soldi per gli altri e non per loro stessi riportavano dei livelli di felicità significativamente più alti. E' questo perché la sensazione di calore, di collante sociale, di connessione che ti dà l'aver speso per gli altri è molto più forte di quella gratificazione e donistica dell'aver acquistato un qualcosa per te, un qualcosa che dura nel tempo. Quindi, insomma, tutto bene, no? Allora, se noi già istintivamente usiamo i soldi per testere relazioni e se la scienza ci dice che questo è il modo giusto di spendere i soldi per essere felici, cos'altro vogliamo aggiungere? E qui viene il bello, cioè aggiungiamo il fatto che noi sì, istintivamente spendiamo i soldi per testere relazioni, ma lo facciamo male. La maggior parte delle storie che vi ho raccontato, in realtà, o sono diciamo storie eccezionali, come un po' delle lucciole in una notte oscura, non sono in grado di illuminarti la strada se non c'è la luna piena, oppure sono la dimostrazione di un obiettivo non proprio chiaro, però di un obiettivo che lì è sfocato, ma di una strada per raggiungerlo completamente sbagliata, che ci porta anzi lontanissimo dalla meta, quando cerchiamo di sentirci parte di qualcosa comprando un oggetto. Quindi sì, è vero che noi abbiamo questa tendenza a comprare i soldi per testere relazioni, ma è vero che non lo sappiamo fare. E perché non lo sappiamo fare? Perché viviamo dentro una narrazione che quotidianamente ci convince ad utilizzare il denaro in maniera diametralmente opposta a ciò che veramente è in grado di renderci felici. E anche quando istintivamente proviamo ad utilizzare i soldi per essere felici non abbiamo gli strumenti per farlo, non ce l'hanno insegnato, non abbiamo la consapevolezza. E la narrazione che ci spinge a usare male i nostri soldi qual è? E' la narrazione dell'homo economicus. Perché vedete, quell'homo economicus lì non è stata un'allucinazione collettiva, ma è stata una profeziauto a verantesi. Perché in questi due secoli in cui noi abbiamo delineato questo modello base che è poi all'origine di tutte le leggi dell'economia, di fatto abbiamo cominciato ad assomigliare a questo homo economicus. L'economia non si limita a descrivere il comportamento umano, l'economia lo modella, perché quando assumiamo che l'uomo tipo, cioè la tipologia di uomo di riferimento è egoista, allora noi costruiremo istituzioni, contratti sociali, incentivi, tutti basati su quella tipologia di uomo. Le narrazioni producono comportamenti, perché il nostro cervello è l'organo più plastico che esiste. Si vive immerso in una società dove il modello economico ci dice che l'uomo quando manegge il denaro è egoista, accumulatore, senza scrupoli, il nostro cervello finisce per assomigliare a quell'uomo, anche se quel comportamento va contro la nostra felicità, anche se quel comportamento va contro la sopravvivenza del genere umano. Succede soprattutto alle persone che sono più esposte a questa narrazione dell'homo economicus, infatti gli studi ci dicono che gli studenti di economia sono più homo economicus degli altri studenti. Voi direte probabilmente si scrivono ad economia perché sono già così, no perché gli studi ci dicono che gli studenti di economia del terzo anno sono più homo economicus degli studenti di economia del primo anno. Quindi questo vuol dire che l'esposizione ad una narrazione ci fa assomigliare ad essa. Insomma, a furia di dipingere l'uomo, così noi abbiamo finito per assomigliarli e questo non soltanto quando studiamo economia o quando stiamo investendo. Guardate, tutte le volte che l'elemento monetario entra in una relazione, subito la mentalità del mercato e dell'homo economicus si appropria di quella relazione non per colpa del denaro che è un oggetto neutro, ma per colpa di questa narrazione che noi abbiamo costruito attorno al denaro. Io l'ho visto succedere in casa mia, ho due figli adolescenti anche abbastanza collaborative, devo dire, e hanno sempre un po' aiutato in casa quando vedevano soprattutto che eravamo particolarmente stanchi, quando glielo chiedevamo. A un certo punto ho deciso di iniziare a pagarle per questi lavoretti in casa. L'ho fatto per un motivo ideologico, volevo dimostrare loro che in realtà anche se questi lavori appartengono all'economia non pagata hanno un valore economico. Nel momento stesso in cui ho iniziato a pagarle hanno cominciato a farli più spesso, questo è vero, ma l'economia di mercato si è appropriata della loro logica e quando loro non hanno bisogno di soldi mi dicono no grazie mamma non lo faccio. Quindi la motivazione intrinseca che le muoveva prima, quella di dare una mano, la solidarietà, la collettività, siamo un team, siamo una famiglia, ognuno fa la sua parte, nel momento in cui ho introdotto il pagamento è scomparsa del tutto. Kate Raworth, altra grande economista che vi consiglio di leggere scrive, abbiamo sprecato 200 anni osservando il ritratto sbagliato di noi stessi. Il risultato di questi 200 anni in cui abbiamo modellato il nostro modo di spendere sull'homo economicus, legittimando quindi l'egoismo, penalizzando la collettività, è una società profondamente infelice, una marea di individui che non sanno più spendere soldi per essere felici, che credono che la ricerca del lusso, la soddisfazione di ogni desiderio sia proprio il fast track per la felicità e invece questa ricerca del vantaggio personale ci ha portato dentro la società più diseguale di sempre e la disuguaglianza economica è una delle maggiori cause di infelicità dell'umanità. Perché ci dicono di studiosi, ecco vedete la felicità è sostanzialmente una frazione, nel numeratore c'è quello che noi abbiamo e nel denominatore c'è ciò che noi desideriamo e se viviamo in una società in cui siamo di fianco a persone che hanno molto più di noi e che ci dice continuamente che abbiamo bisogno di molte più cose per essere felici, vedete che quel denominatore diventa enorme, la nostra felicità diventa una frazione minuscola. Quando guardiamo i nostri figli adolescenti, li vediamo scontenti e diciamo ma caspita tu hai molto di più di quello che avevo io alla tua età, dovremmo chiederci che cosa la società gli sta facendo desiderare non che cosa hanno perché probabilmente la società gli espone ad un desiderio talmente sconfinato che non fa che erodere le loro dosi di felicità. Provate a guardare quanto sono infelici i quartieri gentificati, io vivo in uno di quelli, sono quartieri lacerati dalla disuguaglianza perché la disuguaglianza non rende infelici soltanto chi ha di meno, rende infelici anche chi ha di più perché in una società diseguale chi ha di più deve sempre stare in guardia, deve sempre guardare l'altro come nemico che potrebbe togliergli quello che ha. Le società diseguali sono società infelici, quindi proviamo a riallacciare i fili, il tentativo di assomigliare all'homo economicus ci ha portato a credere di trovare la felicità lì dove non c'è, nell'accumulo di ricchezza, nel possesso di cose come mezzo per appartenere. Ma cosa possiamo fare allora per cambiare le cose? Dovemmo aspettare che una nuova scuola economica prenda il sopravvento, che disegni un nuovo Homo economicus, che questo nuovo Homo economicus condizioni il nostro comportamento? Sì, possiamo aspettare questo e vi devo dire è un fenomeno in atto perché tutte queste economiste che vi ho citato, ve ne citerò ancora, sono portatrici di un'idea nuova di economia che potrebbe a un certo punto diventare un'idea più popolare, più vincente, però ci vuole tempo per questa cosa. Nel frattempo noi possiamo fare la nostra parte, cioè possiamo cominciare a comportarci consapevolmente in maniera diversa dall'Homo economicus. Vi ho già detto, lo facciamo già a sprazzi, in maniera istintiva, dobbiamo farlo con convinzione, con intenzione. Provate immaginare se lo facessimo in tanti. Faremmo sballare completamente le leggi dell'economia che si basano su quel modello economico. Non funzionerebbe più niente, i modelli matematici sarebbero tutti sballati. Chiaro che dovremmo essere in tanti, ma anche se cominciamo singolarmente, questa cosa funziona perché non c'è naggio più potente della relazione. Quando ciascuno di noi comincia a comportarsi in modo diverso, è al centro di una rete di persone che possono essere influenzate da questo modo di comportarsi. Quindi abbiamo tutti quanti un grandissimo potere. Ma come si fa a comportarsi in maniera diversa dall'Homo economicus? Come vi dicevo, non dobbiamo inventare nulla, dobbiamo seguire il nostro istinto, ma farlo con più intenzione. Io vi do un paio di ispirazioni. La prima arriva dai due studiosi di prima, Dan e Norton, quelli dei 5 dollari felici. Nel loro libro danno tantissimi consigli per cominciare a investire, a usare soldi in maniera felice. Uno di questi consigli è quello di pianificare un budget felicità. Che cos'è un budget felicità? Una piccola somma alla settimana che noi destiniamo al dono, a darlo agli altri. A furia di farlo ogni settimana, il dono in questo modo diventa un'abitudine. Voi pensate, adesso noi abbiamo bisogno di creare un'abitudine sul dono, perché l'economia di mercato l'ha reso obsoleto, ma il dono è stato un modello economico per gran parte della storia dell'umanità. Voi pensate che quando sono apparsi i primi soldi, che poi erano chicchi di riso, grano, non venivano usati nelle transazioni commerciali, venivano usati per altre cose, per i crediti, debiti, per ostentazione. Nelle transazioni commerciali l'unico modello economico funzionante era il modello economico del dono, cioè io oggi ti do qualcosa consapevole che tu quel qualcosa me lo ritornerai sotto un'altra forma in un altro momento. Nel momento in cui è entrata in gioco l'economia di mercato, il dono è stato completamente cancellato perché aveva fondamentalmente una debolezza, cioè prevedeva l'esistenza di una relazione. Il dono è una catena che non si ferma mai. Nel momento in cui noi paghiamo per qualcosa, invece, stoppiamo immediatamente la relazione, non dobbiamo più niente a quella persona, però si stoppa la relazione e finisce anche il beneficio, in realtà, di quella transazione. Nel dono il beneficio rimane in eterno. Però non basta ricominciare a donare, c'è un'altra cosa importante che tutti quanti noi possiamo fare con i nostri soldi che è comprare diversamente. Come dicevamo prima in questo ultimo settantennio ci siamo convinti che per appartenere dobbiamo comprare. Questa convinzione vi dicevo è andata di pari passo con lo sfilacciamento delle reti sociali, abbiamo abbandonato le nostre comunità di origini per cercare lavoro nelle città, abbiamo costruito famiglie sempre più piccole, famiglie mononucleari, abbiamo perso la ricchezza del villaggio, delle comunità allargate, delle grandi famiglie e abbiamo cercato di compensare creando nuove comunità attraverso l'acquisto. Ma come ci dice lo storico Arari, queste comunità create dall'acquisto sono comunità immaginate, non sono basate su legami reali, non sono in grado in realtà di darci nessun beneficio che normalmente viene dalla comunità. Molte delle comunità a cui crediamo di appartenere sono come illusioni collettive e anzi finiscono ancora di più per sfilacciare i pochi legami reali che noi abbiamo. E allora come si fa a spendere in modo diverso rispetto all'Homo economicus? Io propongo sempre con Rame questo esercizio cioè il disaccoppiamento tra prezzo e valore. Noi viviamo in una economia dove il prezzo è deciso da queste presunte leggi del mercato, quindi il prezzo di un qualcosa che noi compriamo di fatto riflette più il carico simbolico che ha quella cosa, lo status che ci dà nel momento in cui la compriamo. Il valore è tutta un'altra cosa, c'è un valore soggettivo che è quello che noi attribuiamo a quell'oggetto, quello che significa per noi quell'oggetto e poi c'è un valore oggettivo che è proprio il costo che ha la produzione di quell'oggetto ma non il costo solo del materiale delle persone che ci hanno lavorato, il costo, l'impatto che la produzione di quell'oggetto ha sull'ambiente e anche sulla società. Quindi capite bene che prezzo e valore sono due concetti completamente diversi però noi l'Homo economicus quando compra qualcosa come si comporta? Lo guarda, guarda il prezzo, a quanto costa? Me lo posso permettere, fa due valutazioni, sì lo compro, questo è il nostro modo di comprare in questo modello economico. Se noi invece di comportarci così ci chiedessimo che valore ha questa cosa, che valore ha per me, che valore oggettivo ha, che impatto ha la sua produzione, allora vedremmo subito che cambierebbe completamente il nostro modo di decidere lo compro oppure no. A quel punto saremmo noi al timone della nostra vita, non i soldi che abbiamo, cioè non è che decidiamo di comprare una cosa in base a se ce lo possiamo permettere, decidiamo di comprare una cosa in base al valore reale che ha. Quindi prezzo e valore sono due cose completamente diverse. Mariana Mazzucato, altra grandissima economista italiana nel suo ultimo libro dice proprio questo, dobbiamo fare un'inversione, non chiederci quanti soldi ho ma di cosa ho davvero bisogno. È una rivoluzione di pensiero che lei propone nel mondo del pubblico ma che in realtà potremmo fare anche delle nostre vite private e non fatevi ingannare da chi vi dice che se cominciamo a comprare di meno l'economia crolla. Ricordatevi che l'economia non è una scienza esatta, non è una formula. Nel momento in cui tutti compriamo di meno viene governato quel cambiamento dalla politica e se quel cambiamento viene governato non soltanto si mitigano eventuali effetti negativi ma si migliora di gran lunga la situazione ambientale, si migliora moltissimo anche il benessere delle persone. Siamo alle conclusioni, proviamo a ricapitolare tutto quello che abbiamo visto. Abbiamo visto che contrariamente a quello che ci racconta l'Homo economicus noi già usiamo il denaro in maniera diversa non sempre per massimizzare un profitto ma per testere relazioni, per prenderci cura, per sentirci parte di qualcosa, per essere felici. Lo facciamo però in modo disordinato, poco efficace, inconsapevole perché ci muoviamo dentro una narrazione che ci tira continuamente dalla direzione opposta, una narrazione che salta l'interesse individuale, il successo personale, il consumo come forma di appartenenza. Il passaggio decisivo quindi è imparare a usare il denaro consapevolmente per fare ciò che ci rende felici, testere relazioni. A questo punto rispondo finalmente alla domanda di partenza, quanto costa quindi la felicità? Se noi cominciamo a spendere per essere felici veramente quanto costa? Mi piacerebbe potervi rispondere che la felicità costa pochissimo perché tutto ciò che conta nella vita costa poco, le relazioni ci basta uscire con gli amici, una birretta, siamo tutti contenti, in parte così, ma la verità che emerge da questo esercizio di consapevolezza purtroppo è che la nostra felicità costa tantissimo perché le cose che oggi per noi sono indispensabili per una buona vita, io personalmente non riuscirei a vivere senza viaggiare, io non riuscirei a vivere senza uno smartphone che mi risolve tantissimi problemi, tutte queste cose valgono infinitamente di più di ciò che le paghiamo, hanno un costo incredibilmente alto, cioè dobbiamo essere consapevoli che gran parte della nostra felicità è costruita sull'infelicità di qualcun altro che noi non vediamo ma che lì nelle cave a prendere i materiali speciali che servono per tutta la tecnologia e questa è una presa d'atto importante che non ci deve portare a dire ok non uso più quello che non faccio più quello, no no ci deve soltanto portare a dire la mia felicità costa tanto ma almeno devo fare in modo che sia vera felicità perché allora sarà valsa la pena di quel costo che sto pagando e che sta pagando il pianeta per la mia felicità, il messaggio con cui vi vorrei lasciare è che il denaro è il nostro strumento più malinteso, noi lo immaginiamo freddo, egoista, tecnico, in realtà è caldo, è personale, è relazionale, in una società totalmente monetizzata come la nostra noi con i soldi ci prendiamo cura, ci scusiamo, ci teniamo in contatto con i soldi noi costruiamo legami quindi il denaro che nasce come storia condivisa come atto di fede collettiva è una storia che noi possiamo continuamente riscrivere, noi possiamo decidere che il significato dei soldi non sia potere e profitto ma sia invece riconoscimento, reciprocità e relazione. Grazie mille.
{{section.title}}
{{ item.title }}
{{ item.subtitle }}