EU Competitiveness Compass: competitività e innovazione nell’era dei dazi
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EU Competitiveness Compass: competitività e innovazione nell’era dei dazi
Analisi del piano europeo per rafforzare la competitività in un contesto geopolitico e commerciale instabile, con focus su tecnologia, sostenibilità e sicurezza.
Buon pomeriggio, buon pomeriggio a tutti, benvenuti a questo nostro appuntamento, un panel molto interessante, molto attuale in cui appunto analizzeremo il tema della competitività europea e il recupero di competitività in uno scenario che cambia continuamente per i rischi geopolitici, per il tema dei dazi. Ringrazio quindi i nostri ospiti, Dimitri Lorenzani, membro della Task Force competitività della Commissione Europea, Wolfgang Dinochenzo, esperto energia del Ministero delle Imprese del Made in Italy e Stefania di Bartolomeo, CEO di Physis Investments. Inizierei proprio da Dimitri perché il Competitiveness Compass ha creato, diciamo ha delineato una roadmap di quella che è il percorso per il recupero di competitività dell'Unione Europea e soprattutto col mare e il divario con le altre economie. Tu hai avuto il privilegio e l'opportunità di lavorare con Draghi per mettere a punto il rapporto e poi proprio per mettere a punto questo percorso. Quindi ti chiedo, qual è la strada per recuperare la competitività? Grazie Alessandra e benvenuti a tutti. È un piacere essere qui per discutere anche del Competitiveness Compass, di qualcosa che mi ha accompagnato, direi, ormai nell'ultimo anno e mezzo, da maniera molto vicina. Il Competitiveness Compass ormai non è più così recente, è stato adottato nel gennaio del 2025, quindi mi piace parlare sia della sua agenzi, sia anche un pochino della sua attuazione. Cosa abbiamo fatto finora e cosa resta da fare? Ovviamente il punto di partenza è il rapporto Draghi, come hai detto, a cui stesso ho contribuito nel 2024, che ha tracciato un pochino la strada con 176 raccomandazioni specifiche, che hanno dato voce in qualche modo e sostanza a quello che era un sentore già rifuso nel dibattito, direi, pubblico, politico ed economico, ma che forse non era stato ben delimiato, ben approfondito fino a quel momento, quindi questa idea che l'Europa stesse perdendo competitività nella corsa rispetto ad altre potenze, ad altri competitor internazionali. Un rapporto molto citato, che ha avuto molto affortuna, e che ha anche generato, nel momento in cui è stato presentato, la domanda fondamentale, rimarrà nel cassetto o la Commissione avrà la forza politica, il coraggio politico di trasformarlo in azione, in una strategia. La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha dissipato i dubbi già quando ha presentato le sue political guidelines, Europe Choice, in cui ha messo come prima priorità questo nuovo piano per la competitività sostenibile e la prosperità europee, e ancora di più ad Avos, nel gennaio 2025, in cui ha detto, presenteremo una bussola per la competitività, un Competitiveness Compass, che sarà la prima grande iniziativa della nuova Commissione. Cos'è questo Compass? Io amo definirlo una meta strategia, comparabile a mio avviso a quello che l'European Green Deal fu nella prima Commissione europea. Un pochino una carta di viaggio che accompagnerà la Commissione nei prossimi cinque anni, attraverso una serie di quelle che chiamiamo Flagship Initiatives, una serie di azioni politiche di policy fondamentali sulla base dei tre pilastri fondamentali che il Professor Draghi avrà delineato nel suo rapporto. Quali sono questi tre pilastri? Colmare il divario di competitività dell'Europa rispetto ad altre economie internazionali, specialmente nelle nuove tecnologie. Il secondo, unire decarbonizzazione e competitività, quindi fare in modo che in questa traiettoria verso un'Europa più verde, la capacità di offrire energia pulita, vada, e parlo guardando il mio collega che è l'esperto di energia, mano per mano con la leadership europea in quelle nuove tecnologie competitive che siano in grado di produrla, e poi l'aspetto di sicurezza. È impossibile pensare a prosperità e competitività sostenibile europea in un continente non sicuro. Quando parliamo di sicurezza parliamo di defense, ma parliamo anche di sicurezza economica. Ci siamo resi conto sempre di più e ce ne rendiamo conto anche in questi giorni. Il dibattito, infatti, è integrato il competitiveness compass nell'era dei dazi che le lunghe catene di approvvigionamento e del valore mondiale possono creare delle dipendenze strategiche che possono essere usate per percizione economica. Questo chiaramente richiede, come terza gamba di questa strategia, di intervenire adeguatamente. Un ultimo aspetto che voglio sottolineare, quindi, la strada da percorrere, quindi questi tre imperativi categorici, questi tre pilastri della competitività, ma il rapporto Draghi, e quindi anche il compass che ne fa proprio l'analisi, considera cinque aspetti di enabling, cinque fattori orizzontali che sono indispensabili per assicurare la competitività attraverso tutte le politiche europee. E li vorrei riassumere così. Il primo è una revisione della governance europea, del modo di lavorare, basato su due aspetti. Uno è la semplificazione, ridurre il peso delle regole, per esempio, sulle imprese. Abbiamo qui Stefania, che ci dirà il suo punto di vista, il punto di vista del business, ma anche quello di un miglior coordinamento delle politiche europee e delle politiche nazionali. Il secondo aspetto è quello dei soldi. Essere capaci di finanziare le politiche di competitività e soprattutto i grandissimi investimenti di cui l'Europa avrà bisogno per essere competitiva. Il professor Draghi penso che si è stato citato in tutti i giornali del mondo quando ha stimato gli 800 miliardi di investimenti aggiuntivi per anno richiesti per raggiungere gli obiettivi del rapporto Draghi. E da ultimo la nostra capacità di sfruttare il mercato unico europeo per raggiungere la scala che è indispensabile al fine di essere competitivi nel mondo attuale in questa corsa per la competitività a livello internazionale. Questo è un pochino quello che stiamo facendo nella task force della competitività creata a partire dal 1° febbraio nella Commissione Europea, seguire queste iniziative di flagship attraverso questi tre pilastri, attraverso questi elementi di enabling, questi fattori orizzontali. Questo penso che sia un pochino la strada da percorrere. Mi sposterei da te. Da una dimensione più europea ci spostiamo a una dimensione più italiana dato anche il ruolo e il percorso del Ministero. Il recupero di competitività è un'emergenza anche per le imprese italiane. Parlo di industria ma anche di piccole e medie imprese. Quindi ti chiedo, in Italia, che cosa si sta facendo per supportare questo recupero di competitività. Grazie per la domanda. Il tema della competitività è molto ampio. Vorrei focalizzarmi sugli aspetti della competitività intra-way e poi sugli aspetti della competitività a livello globale. Perché vengono affrontati in maniera diversa. Innanzitutto, la competitività industriale dipende dagli investimenti innovativi delle aziende, la capacità di innovazione delle aziende. Su questo abbiamo messo in campo da tempo, già prima del 2020, l'abbiamo messo in piedi l'industria 4.0, ora la transizione 4.0, la transizione 5.0, che sono degli strumenti che supportano gli investimenti innovativi tramite il meccanismo del credito di imposta. Investimenti innovativi sia materiali sia immateriali. Per entrambi gli strumenti, transizione 5.0 rispetto a transizione 4.0 introduce anche una premialità, per cui aumenta il credito di imposta al crescere dei risparmi energetici ottenuti. Un sistema innovativo molto complesso, infatti finora l'utilizzo, il tiraggio della misura è stato sotto le attese, ma anche perché bisognava anche il sistema industriale si doveva adattare. Per entrambi gli strumenti e anche altri strumenti, per le piccole e medie imprese come il fondo di garanzia per le PMI, un tema molto importante è l'intensità dell'aiuto che lo Stato può fornire. L'intensità dell'aiuto è molto importante perché sul vuoto per pieno è l'intensità di aiuto che fornisce alla Commissione Europea, che poi è la guardiana del trattato, dei trattati, l'indicazione se l'aiuto all'investimento sia ammissibile o meno, e quindi ogni misura che viene notificata va concordata sostanzialmente con la Commissione Europea, con gli uffici competenti. Quello che abbiamo visto, e questo è un po' il dibattito si apre qui, nell'ambito del Clean Industrial Deal che è stato un po' un po' un po' un po' nell'ambito del Clean Industrial Deal che è stato annunciato poco fa, e non solo il Clean Industrial Deal ma anche il quadro di aiuti specifico del Clean Industrial Deal che verrà approvato entro fine giugno, parliamo veramente di poche settimane, il tema dell'intensità di aiuto che possiamo fornire. Su questo il dibattito è aperto con la Commissione Europea, soprattutto perché dal nostro punto di vista, il punto di vista nazionale di un paese con una tradizione e una capacità industriale di tutto rispetto, finora abbiamo osservato come, ad esempio, la maggior parte degli strumenti di incentivo erano in centivano o il consumo o, ad esempio, essenzialmente il consumo, mai la produzione vera e propria. Ad esempio, nell'ambito delle nuove politiche per la competitività, l'Europa, come sapete, ha perso quasi tutta la produzione, la capacità produttiva di pannelli fotovoltaici, per intenderci. Quando iniziano gli anni 2000, fino al 2010 eravamo leader mondiali. Ora, gli incentivi e le politiche che sono state adottate hanno fortemente incentivato produzione di pannelli, parlo di pannelli, non la produzione di energia dai pannelli in questo caso, quindi l'afflusso di prodotti a prezzi più bassi che però hanno spiazzato la produzione europea. Ora, con la Commissione, ha aperto un dialogo su come aiutare, ora non la produzione di energia, ma la produzione delle tecnologie che abilitano la produzione di energia. E quindi è un cambio di paradigma. Il dibattito si è aperto in questi due mesi, il dibattito è aperto e su questo dobbiamo andare avanti. Stefania, prendo spunto da un paio di temi che sono emersi dagli interventi. Mi focalizzerei su due tematiche, la capacità delle imprese di innovare e il contesto e gli aiuti. Quindi ti chiedo, tu che ci puoi portare la testimonianza di un'esperienza, di un'impresa all'estero. Per un italiano è più facile quindi innovare all'estero che in Italia? Buon pomeriggio. Vorrei prendere giusto un minuto per apprezzare questa sala e il contesto del Festival di Trento, perché è un evento bellissimo e noi da italiani troppo spesso non riusciamo a valorizzare delle eccellenze che abbiamo. Vi faccio un esempio, io ho la fortuna di viaggiare tanto e partecipare a tantissime conferenze. In America quasi il 60% delle conferenze di grandi dimensioni si tengono a Las Vegas. Chi di voi è stato a Las Vegas? Io da italiana dico che non so se imbarazzarmi per questa copia un po' da Gardaland che hanno fatto di Venezia, di Roma, oppure sentirmi orgogliosa. Certo è che il contesto è molto meno raffinato di questo che abbiamo qui in Italia e attenzione anche le idee purtroppo in America, soprattutto negli ultimi anni, non sono più raffinate così come nel contesto europeo. La prima volta che sono andata negli Stati Uniti è stato nel lontano 2004 e sono andata a studiare lì. Poi sono cresciuta, sono cresciuta un po' in America, un po' in Italia. A un certo punto, qualche anno fa, ho deciso di creare la mia società e mi sono fatta questa domanda, avrò più successo in Europa o in America? E ahimè la risposta da italiana che ama l'Europa e l'Italia ho dovuto rispondere a me stessa con realtà e dire in America. E questo perché? Innanzitutto in America c'è la cultura dell'imprenditore. L'imprenditore è visto come un eroe sociale, come colui che all'interno di un contesto anche territoriale porta valore, lavoro, innovazione e quindi viene anche protetto. Non viene visto come colui che sfrutta i lavoratori, non viene visto come colui che a priori non paga le tasse e questo paradigma culturale è fondamentale per avere successo. Un altro aspetto fondamentale del successo e della facilità di fare imprese in America è l'accesso ai capitali. Tu puoi avere qualsiasi idea, ma se non hai qualcuno che ti supporta e ti aiuta soprattutto nelle fasi iniziali quando ancora non riesci a fare, devi creare, non riesci a fare revenue, ricavi, fatturato, hai bisogno di capitale. In America è molto più facile accedere ai capitali perché la versione a rischio è molto più bassa. Tutti, dagli investitori istituzionali, agli investitori retail come possiamo essere noi, detengono un pacchetto in fondi o addirittura in azioni dirette di società startup. Un altro aspetto importante è la burocrazia. Da start-upper io ho studiato finanza e poi mi sono specializzata in finanza sostenibile. Quindi non conosco tassazione, non conosco leggi, non conosco tutta la parte di impiego, quindi tutta la parte char. Quando hai una start-up, soprattutto i primi anni, devi arrangiarti e devi fare un po' tutto e devi sapere un po' tutto. Pur essendo l'America uno stato federale, in realtà è un grande paese ed è molto più facile da un punto di vista di burocratizzazione anche iniziare un'attività a Miami, a New York, registrare gli impiegati a Miami, a New York, piuttosto che fare la stessa cosa in Europa, tra i diversi Stati. Quindi un processo di burocratizzazione semplificato aiuta tantissimo perché ti salva tempo, ti salva costi, ti salva energie mentali che devi proiettare sul business. E poi è un grande mercato perché ha un'unica tassazione, un'unica legislazione, un'unica lingua. Quindi fare la fase, che di solito è la terza fase, quella di scale-up, ti facilita tantissimo un unico mercato. Attenzione, in Europa noi diciamo che abbiamo un mercato unico, ma in realtà no, noi abbiamo una moneta unica, è diverso. Questi sono alcuni degli aspetti. E poi ce n'è un altro che io ho scoperto facendo impresa. Ed è fondamentale per il successo, perché tu puoi essere un grande imprenditore, puoi avere un'ottima idea, ma hai bisogno non solo di capitale, ma di un ecosistema che ti supporta. In America esistono degli ecosistemi che ti supportano. Io ho creato una mia azienda all'interno del laboratorio di innovazioni di Harvard. Purtroppo penso che molti di voi oggi hanno letto quello che sta succedendo alla mia università, ed è terribile. Però all'interno del laboratorio di innovazione dell'università crescono tantissime idee e vengono supportate prima dall'università, poi dalle aziende e dai finanziatori. Perché è importante questo ecosistema? Perché io ho bisogno di parlare con il professore per capire e fare innovazione. Ho bisogno di sperimentare una parte della mia tecnologia con un'azienda, per capire anche dove sbagliare, e l'azienda c'è. Da soli non si può fare mai nulla. Noi abbiamo purtroppo una cultura qui in Europa che non incentiva l'imprenditore a realtà. E non parlo solo dell'Italia, un po' ovunque. E non incentiva la possibilità di fare scale up a livello europeo. E soprattutto non esistono ancora, ma iniziano a nascere, però siamo in ritardo, degli ecosistemi di supporto. Dimitri, vengo inevitabilmente, passo inevitabilmente da te, perché questo ecosistema manca, questo supporto manca in Europa, quindi per l'innovazione, per la politica industriale, la Commissione, l'Europa sta facendo qualcosa, riesce ad aiutare le realtà, la voglia di fare qualcosa? Questo è un tema molto importante, devo dire che abbiamo condotto tantissimi colloqui con CEOs e imprese nel momento della stesura del rapporto Draghi. Il professore ha ricevuto questa settimana un premio dal Politecnico di Torino intitolato Foresight Innovazione, e ha detto, io sto ricevendo questo premio, ma in realtà questo premio lo state dando agli imprenditori che ho intervistato, agli economisti, ai colleghi che hanno contribuito a scriverlo, e quindi effettivamente tante persone che abbiamo intervistato ci hanno dato un'analisi molto simile a quella di Stefania, abbiamo anche chiesto loro che cosa vorreste per tornare in Europa. Quindi che cosa sta facendo la Commissione? Qui penso che la lezione del rapporto Draghi sia importante, e questa è anche pochino la novità, e credo anche il motivo del successo del rapporto Draghi, questo modello di produttività basato sull'innovazione, questo è molto importante, è un messaggio abbastanza nuovo, non è più l'idea l'Europa rimane indietro perché protetta da leggi sociali troppo pesanti, è l'idea che si possa apprezzare il modello sociale ed economico europeo, ma che per finanziarlo e per preservarlo sia fondamentale ottenere questi incrementi di produttività che possono derivare soltanto dall'innovazione tecnologica, dall'innovazione digitale, dal supportare in realtà come quella che Stefania ci ha raccontato. E questo lo abbiamo visto nei dati, eravamo tutti d'accordo nel dire che negli ultimi 20 anni la performance macroeconomica dell'Europa ha un po' deluso rispetto a quella di altre superpotenze, Stati Uniti, Cina, dite chi volete, per esempio se guardiamo al PIL reale il gap rispetto agli Stati Uniti nel 20 anni è raddoppiato al 30%, quello con la Cina al favore dell'Europa si è chiuso, quindi la Cina ha superato l'Europa, ma se andiamo a guardare meglio, qual è la causa di tutto questo? Scomponiamo il PIL e scopriamo che il 70% di questo gap è dovuto alla diversa crescita della produttività, ma se togliamo il settore high tech, il settore tecnologico, questa crescita della produttività improvvisamente in Europa, negli altri settori è sostanzialmente equivalente. Se guardiamo a noi, all'Europa, notiamo che tra gli Stati membri che sono più produttivi ci sono quelli nordici che hanno una legislazione sociale più avanzata. Ed è proprio per questo, per questa nuova idea, questo nuovo modello che nel rapporto Draghi e quindi anche nel competitiveness compass che è il nostro foglio di Freud e Rutt per i prossimi anni mettiamo al primo posto questa idea di chiudere o di colmare il divario di innovazione. Cosa vuol dire concretamente questo? Vuol dire tre aspetti, prima quello che ha detto Stefania, cioè permettere a nuove imprese, a nuove startup di formarsi in Europa, di portare quella che chiamiamo breakthrough innovation, innovazione distruttiva, e di crescere nel mercato unico. Il secondo, quello di permettere alle innovazioni marginali, marginal innovation, incrementali, di esistere, di avere luogo per nelle grandi imprese, in settori anche più maturi. E il terzo, quello di permettere alle deep techs di diffondersi in tutti i settori dell'economia. Per esempio, pensiamo alla intelligenza artificiale, cosiddetti vertical AI use cases. Qui abbiamo alcune, abbiamo una serie di compiti a casa molto precisi e mi permetto di delinearli brevemente. Per esempio, per quanto riguarda il primo aspetto, la commissione sta lavorando all'acremente su una nuova strategia per startup e scale up che cerca di affrontare alcuni di questi temi che Stefania ci ha raccontato. Questa uscirà a breve, in realtà nei prossimi giorni. Include anche una riflessione sulla disponibilità dei capitali. Questo è un aspetto molto importante. Sappiamo che l'ecosistema di finanziamento del viaggio di innovazione che va dalla ricerca fondamentale fino alla commercializzazione e alla diffusione dell'innovazione potrebbe essere migliorato. E poi c'è un lavoro molto importante che sta avvenendo su un'idea di cui sono molto fieri, in realtà, del rapporto Draghi, che è quello del 28esimo regime. L'idea di un regime unico per le imprese che possano in questo modo agire in tutta Europa con un regime semplificato. E poi due parole devono essere dette sull'aspetto invece dell'innovazione digitale. Il 9 aprile abbiamo presentato una strategia per trasformare l'Europa in un continente per l'intelligenza artificiale, l'AI continent action plan. Questo comprende due gambe fondamentali. La prima è una apply AI strategy, quindi applicare l'intelligenza artificiale nei settori di forza dell'economia europea, pensate alla robotica. Il secondo aspetto è quello delle AI factories. A volte parliamo spesso degli svantaggi, delle debolezze dell'Europa, non parliamo mai dei punti di forza che all'Europa. Uno di questi punti di forza è una rete di supercomputer pubblici unica al mondo, disponibile, accessibile per i ricercatori, per le startup, per le imprese in Europa. E questo è qualcosa, chiaramente, su cui continueremo ad investire sempre di più, al punto che la strategia parla adesso di muoversi verso il nuovo step, che è quello delle AI gigafactories, non so tradurlo in italiano, questo scusatevi, cioè centri di calcolo con una scala giga, 5 volte maggiore rispetto a quello dei supercomputer attuali, che ci metteranno alla pari degli Stati Uniti in questa innovazione digitale. Ora, non voglio dire che questa sia la fine del viaggio, questo è soltanto il work program, diciamo il compitia casa per il 2025, altri aspetti arriveranno, c'è tutto il lavoro per esempio sulle skills, le competenze, che è anche molto importante, c'è il lavoro legato anche all'insolvency nel 28esimo regime, c'è il lavoro sull'unione degli investimenti e dei risparmi e anche sul nuovo MFF, sul nuovo quadro di finanziamento pluriennale, che verrà una parte importante dedicata all'innovazione. Dico un'ultima parola, so che sono stato un pochino lungo. Un altro aspetto quando parliamo di nuova strategia e visione industriale europea nel rapporto Draghi è l'aspetto del coordinamento. Gli Stati Uniti e l'Europa investono la stessa quantità di PIL in ricerca e innovazione, i risultati in Europa sono minori e più deludenti, perché? Perché negli Stati Uniti è tutto coordinato, è 100% federale, in Europa è 10% federale, europeo, 90% nazionale. L'Europa non riesce ad ottenere quello per cui spende, perché c'è una frammentazione degli strumenti, una frammentazione degli obiettivi, una frammentazione delle politiche. E quindi quello su cui stiamo lavorando, su cui sto lavorando in questi giorni, è un nuovo competitiveness coordination tool, un nuovo strumento di coordinamento delle politiche di ricerca e industriali, comprese quelle di innovazione, che ci permetterà di avere la scala giusta grazie al coordinamento delle politiche europee e nazionali per fare in modo che le persone brillanti come Stefania e le loro aziende possano voler tornare in Europa e non soltanto perché le condizioni negli Stati Uniti stanno degradandosi. Grazie. Allora cambierei un attimo il nostro ordine di interventi, perché poi con Wolfgang vorrei soffermarvi un po' sul tema dell'energia data, insomma l'esperienza. E quindi vado su Stefania per agganciarmi a questi compiti a casa che ci ha raccontato Dimitri per chiederti, è effettivamente la strada, dall'esperienza di chi fa business, che va perseguita? C'è una priorità? Ci sono delle... affinché l'Europa possa attrarre effettivamente questi investimenti innovativi, devono in qualche maniera essere rimodulate o comunque dare una scala a questi interventi? C'è un fattore che noi non valutiamo mai, è il tempo. Allora, tutto questo è perfetto, forse, sulla carta, forse. Ma il tempo, con che tempistiche li portiamo avanti? Perché tu hai detto una cosa, c'è il programma da quei prossimi tre anni di equiparare gli Stati Uniti nel cloud... esatto. Perfetto, da quattro anni, chissà che cosa succede però da quattro anni in Stati Uniti, quindi saremo indietro. La tempistica è fondamentale nell'innovazione, fondamentale. Io credo che noi come italiani e come europei dobbiamo innanzitutto iniziare a sentirci europei e a comprendere che la competitività non è tra Francia e Italia, ma è tra Europa e Cina e Stati Uniti e India, ragazzi, e anche India, che ora non si percepisce, ma da quei prossimi cinque anni parleremo tantissimo dell'India. Io mi sento europea, perché sono anche un'altra generazione come te, Dimitri. Noi siamo nati all'interno dell'Europa e ci crediamo. Crediamo tantissimo nei valori europei. Forse serve un po' di cambio generazionale, perché riusciamo oggi noi a programmare il futuro e a volerlo eseguire con una velocità diversa da ancora quelle che sono le figure che sono decision maker, cioè che prendono effettivamente le decisioni. Competitività a livello europeo. Oggi noi abbiamo tanta frammentazione. Questo significa che i capitali stranieri non arrivano in Europa e noi abbiamo bisogno per portare in innovazione e per accelerare, perché il tempo è fondamentale, questa innovazione di capitali stranieri. Quindi dobbiamo trovare una strategia, io onestamente non ce l'ho, una strategia per fare arrivare i capitali stranieri. E attenzione, il capitale straniero non è la Cina che viene e compra la Bialetti. No, quella è un'acquisizione. Il capitale straniero vuol dire che arrivano fondi stranieri che vanno a finanziare idee e progetti sul territorio europeo. Tra le idee che mi vengono, credo ci sarà forse nel vostro rapporto, tassazione unica, legislazione unica, semplificazione della legislazione, perché non è possibile che se qualcuno a me, azienda, mi fa un torto, io ci metto 3 anni, 5 anni ad arrivare a un giudizio. Questo è un fattore importantissimo, che se ne parla poco, se ne parla poco, del potere della giustizia. E poi serve molto più collaborazione tra le università e le aziende, perché le innovazioni nascono dai dei brillanti e molto spesso tra individui che sono sotto i 30 anni, perché oltre i 30 anni iniziamo a adattarci allo status quo. Oltre i 50, cerchiamo di mantenerlo lo status quo, che è terribile. Quindi noi dobbiamo renderci conto di un po' di cose. Uno, effettivamente oggi siamo indietro. Due, la nostra competitività può arrivare solo al livello europeo. Tre, bisogna agire con tempistiche rapidissime. Dopo questa sollecitazione, diciamo, giunta da Stefania, io aprirei un attimo una parentesi con te, soffermandoci sul tema delle problematiche energetiche per le imprese, visto che appunto il ministero ha dedicato un fischio per analizzare. Le imprese ovviamente lamentano tantissimo questo tema dell'energia e soprattutto dei prezzi dell'energia, che a livello di competitività è indubbiamente un ostacolo. Quindi ti chiedo, quali sono le problematiche che emergono di più e che cosa si sta facendo, se qualcosa si sta facendo? Sì, sì, assolutamente, si sta facendo. Il punto di partenza è molto complesso perché in Italia, vuoto per pieno, abbiamo l'energia più cara d'Europa. E quindi, riferendomi sempre al settore, diciamo, ai consumi energetici industriali, il ministero non si occupa strettamente di policy, perché poi per quello c'è il ministero, l'ambiente della sicurezza energetica. Però noi vediamo i consumi energetici dell'industria, su quello ci focalizziamo. Ora, il punto di partenza sono costi energetici molto molto elevati. Siamo esposti alle fluttuazioni dei mercati mondiali e abbiamo anche un gap di competitività uno spread positivo, purtroppo, in termini di prezzo con il resto d'Europa. Ora, credo che qui sia opportuno distinguere anche un prima e un dopo, perché il prima è, diciamo, prima del 2021. Il sistema energetico europeo è entrato in una modalità di crisi a partire dall'estate, diciamo, settembre del 2021, che poi è stato aggravato con l'invasione russa dell'Ucraina a febbraio del 2022, con le esplosioni del Nord Stream a sempre settembre del 2022, così via. Inizia a aumentare i prezzi. E ecco, distinguiamo fra il sistema energetico europeo in modalità di crisi e quello, diciamo, in modalità regolare, normale. Allora, ci troviamo ancora in una situazione di crisi, ecco, questo vorrei sottolineare, perché i prezzi non sono tornati ai livelli del 2019, che potevano essere quelli di riferimento. Oggi il prezzo del gas è fra i 35-40 euro a megawatt-ora, nel 2019 era sui 20 e già all'epoca ci si lamentava che i prezzi erano alti. Il prezzo dell'energia elettrica in borsa è sopra i 100 euro a megawatt-ora, sempre nel 2019 ci si muoveva fra i 50, 60, 70 euro, 90 quando era tanto. Oggi siamo regolarmente sui 100, 120, il doppio sostanzialmente. Allora, qui bisogna vedere, l'Italia da un punto di vista strutturale, dobbiamo colmare il gap con il resto d'Europa, perché anche in questi prezzi alti, poi noi abbiamo comunque uno spread positivo, purtroppo, con il resto d'Europa. E quindi investimenti in reti per migliorare l'interconnettività sia con l'Europa, sia all'interno del Paese, perché comunque abbiamo un'orografia complessa, geografia complessa, isole, catene montuose e quant'altro, che siamo uno dei pochi Paesi europei ad esempio ad avere ben sei zone di mercato per il settore elettrico, cosa simile c'è solo la Norvegia e la Svezia per dire, dove hanno Paesi molto molto grandi ma poco popolati, mentre noi siamo un Paese più o meno delle stesse dimensioni geografiche ma molto densamente popolato. Quindi investimenti in infrastrutture e questo a regime comporterà auspicabilmente la chiusura del gap o comunque l'assottigliamento del gap. Invece per quanto riguarda l'esposizione poi dell'Europa ai mercati internazionali, lì bisogna fare una riflessione. La riflessione del 2021 e poi confermata anche nel 2022 era che il mercato energetico europeo, sia quello gas sia quello elettrico, funziona bene quando tutto va bene. Quando tutto non va bene e quindi c'è uno shock esogeno, il mercato non è in grado di assorbire lo shock. Il mercato non fa altro, per come è disegnato, amplifica lo shock e lo trasmette al consumatore finale, all'industria, all'utility che ti rivende energia elettrica, oppure allo Stato che se ne deve fare carico poi alla fine. All'epoca, e questo è stato anche certificato dall'Associazione dei Regolatori Energetici Europei, però purtroppo l'unica azione che è stata proposta e che è passata poi a livello UE è quella di, il mercato ha questo tipo di funzionamento, benissimo, usciamo dal mercato e quindi non trattiamo più il gas o soprattutto l'energia elettrica nella borsa, nelle piattaforme regolate, ma a livello bilaterale, oppure meglio ancora autoconsumo. E quindi adesso stiamo assistendo, peraltro lo facciamo anche noi, lo fanno anche altri stati UE, a nuove tipologie contrattuali, i quali ad esempio i Power Purchase Agreements, quindi i PPA, questa anno diventerà operativa la piattaforma italiana con controparte centrale, quindi sarà possibile vendere o acquistare direttamente alla piattaforma PPA, senza avere il rischio poi di controparte, quindi controparte centrale con fondo di garanzia, se la Commissione ce lo permette, perché anche il fondo di garanzia deve essere concordato, deve essere a prezzi di mercato. E poi quello che abbiamo proposto, in questi giorni verrà ufficializzato l'elenco, l'Energy Release 2.0 con cui incentiviamo l'industria, parlo sempre di energivori, perché poi questo è il mio settore, l'industria energivora viene incentivata ad investire in nuova capacità da fonte rinnovabile, che va a realizzare nei successivi tre anni, e a fronte di questo impegno l'industria energivora sin da subito ha la possibilità di accedere a un'energia a un costo calmirato di 65 euro, che è quasi la metà rispetto ai prezzi di mercato, che però poi, e questo volevo solo rassicurare, che poi dovrà restituire al mercato a quel prezzo lì. Ho capito la questione dei prezzi dell'energia, ma questa energia da dove viene? Siamo sempre noi che la compriamo, perché uno dei fattori importantissimi della competitività e dell'indipendenza italiana ed europea è che l'energia la dobbiamo creare noi tramite il rinnovabile. Quindi quali sono le manovre per far sì, o gli finanziamenti per far sì, che l'energia in Italia venga autoprodotta da fonti rinnovabili? Ad esempio, proprio questo, Energirelisp 2.0, io ti consento di accedere ad un prezzo calmirato dell'energia elettrica, poi lo dobbiamo restituire con un contratto a due vie al prezzo a cui l'ho ritirato, questo per rassicurare Dimitri. Ho un impegno ad investire in nuova capacità e questo viene in aggiunta a tutti gli schemi di incentivo, già che esistono il conto energia, le aste e quant'altro. Quindi questo viene proprio in aggiunta. E parliamo di quantità abbastanza grandi, perché parliamo di 24 Tv adesso, quasi un 10% dei consumi italiani complessivi, quindi in aggiunta. Io spero di riuscire a farvi un'ultima domanda, però prima di passare alla domanda volevo chiedere che potrebbe essere interessante se c'è qualcuno nel pubblico che ha delle curiosità o vuole fare una domanda ai nostri ospiti. Grazie. Vi ringrazio per la vostra presenza a questo panel. Volevo chiedere, in merito soprattutto ai dazze, non c'è chi da Trump, oggi, per giugno 50%, si parla dello strumento anticoaccedizione come possibile retaliation europea. In questo senso mi viene da chiedere, sapendo che il nostro principale deficit è la trumbalità digitale, mettere lo strumento anticoaccedizione e quindi potenzialmente limitare l'accesso a strumenti e servizi tecnologici digitali, non rischia di esporci la nostra dipendenza o è un modo di creare un'ascita industriale in Europa? Grazie. Risponde Dimiterito. Prende una domanda un po' più larga, nel senso che la situazione del 50%, la Commissione non ha ancora commentato quindi non commento nemmeno io. Sai che c'è una discussione in corso, ma quello che voglio dire, e si lega anche un pochino a quello che stavo cercando di raccontarvi, questa strategia cambia col fatto che è arrivato Trump, l'era dei dazi? No, non cambia. No, non cambia perché se tu leggi il Draghi report, il Draghi report comincia dicendo, per tanto tempo l'Europa ha pensato di potersi basare su questa crescita infinita di un libero commercio che è passato dal 30 al 43% del PIL negli ultimi 20 anni, questo motore di crescita è in crisi, non funziona più, occorre una nuova strategia industriale che lo sostituisca. In tutto voglio dire, le raccomandazioni non cambiano, sono sempre valide. Per quanto riguarda, in ragione di questo, la strategia da seguire anche nel contesto digitale è sempre la stessa. Da un lato cercare di diversificare maggiormente i nostri approvvigionamenti, le nostre catene del valore, per le materie prime critiche che sono importanti anche per la transizione digitale, per la transizione verde attraverso questi partnerships for clean investments, mi sembra che li abbiamo chiamati. Dall'altro, sviluppare maggiormente, nel breve e meglio termine, le nostre capacità interne, le nostre capacità domestiche, questo è chiaramente molto importante perché un aspetto non può prescindere dall'altro, come lo fai, in alcuni settori puoi pensare recycling per esempio, dual use, in altri settori puoi pensare domestic mining and refining. Il digitale è un discorso abbastanza complesso perché anche lì stiamo cercando di sviluppare le nostre capacità, ha senso in alcuni settori di più, in altri di meno, ha senso un cloud europeo molto difficile con Amazon, con i 3 hyperscalers, ma puoi pensare per esempio di sviluppare una tech stack sicura a livello europeo in cui i tuoi dati che hanno un valore che sono uno dei fattori di produzione rimangano in Europa e tu possa fidarti di questi dati. Ma quello che voglio dire è che quello che la lezione del nuovo contesto internazionale, chiamiamolo così, senza fare nomi di Presidenti, ci ha insegnato e che è quello che ha detto Stefania è importante. Siamo in un contesto europeo in cui le decisioni prendono tempo e Stefania ci ha detto ci serve tutto ora e ha ragione. Quello che semmai deriva da questi annunci è un aumento del senso di urgenza di attuare il rapporto Draghi anche modificando la governance europea perché Draghi ci ha detto facciamolo con chi ci sta e il competitive coordination tool è un primo tentativo perché chiaramente ci sono anche delle difficoltà ma forse con questo senso di urgenza che è creato dalla situazione internazionale sarà possibile creare queste coalizioni e anche accelerare la rapidità di queste azioni che Stefania e che i colleghi ci chiedono. Brevemente lasciamo spazio all'altra domanda. Visto che siamo in un momento in cui l'energia costa molto in Italia, non si pensa di regolamentare la produzione dell'energia elettrica specificamente quella idroelettrica? Sì, la risposta breve è sì e quella più elaborata è che abbiamo diversi strumenti proprio a supporto di varie tecnologie rinnovabili e non solo perché la nostra è tutta legislazione di derivazione UE. Quella UE prevede anche ad esempio questi contratti di lungo periodo per il nucleare, peraltro è stato codificato l'anno scorso, nonché specifiche tecnologie rinnovabili, idroelettrico, eolico e così via. Tutti questi strumenti, ad esempio i PPA che ho citato prima o il Energy Release, sono basati su questo. Ma anche gli schemi di incentivo, quelli tradizionali, quelli che vanno a supportare sostanzialmente la produzione di energia. Anche se poi qui torno al mio argomento iniziale, noi vorremmo invece anche per affrancare l'Europa e quindi creare questa autonomia strategica sulle tecnologie, invece iniziare a cambiare il paradigma e non a supportare la produzione di energia, la produzione di tecnologie che ci consentano di produrre energia. Siamo oltre il tempo, però Stefania vorrei proprio brevemente chiederti, ovviamente tu ci porti la visione dagli Stati Uniti, visto che ne parliamo tanto in questo periodo, ti vorrei chiedere qual è l'impatto che tu avverti. Non è facile parlarne, perché io devo molto all'America, tantissimo mi ha formato, ho studiato lì, la mia società nasce e ancora sta ad Harvard. Noi ci preoccupiamo dei dazi, ma noi dovremmo preoccuparci di un'altra cosa, della perdita della democrazia in America e di che cosa implica questo anche per noi europei. È il dramma più grande e purtroppo mi rendo conto che da europei noi viviamo 80 anni di pace, lo stiamo dando un po' per scontato e per noi sembra tutto paradossale. La comunicazione del governo americano oggi, di tutto il governo americano o degli suoi esponenti più importanti, a noi sembra burlesca, ma in realtà deve farci preoccupare. Quindi non voglio rattristarvi, però devo dirvi ad esempio questa mattina io ho detto ai miei ragazzi di non andare in ufficio, perché ci sono i poliziotti dell'immigrazione che fermano i studenti e chi lavora da Harvard e chiedono i documenti in modo illegale tra l'altro. E Harvard ha mandato informazioni a tutti dicendo che non devono rispondere ai poliziotti. Cioè voi mi rendete conto, ci sono cose assurde che purtroppo qui arrivano fino a un certo punto e che a me preoccupano tantissimo, molto più di questa situazione con i dazi che in qualche modo affronteremo, è una negoziazione, non ad armi pari, ma non perché noi siamo più deboli dell'America, ma perché noi ci poniamo con studi e approcci diplomatici. In questo momento il governo americano non ha nemmeno quella cultura e quindi è difficile negoziare col governo americano, ma soprattutto dobbiamo porci il senso di responsabilità di dire oggi l'Europa, ancora non l'Italia, l'Europa è un baluardo di democrazia. Come facciamo a continuare a mantenere l'Europa in un stato democratico perché deve essere a tutela di tutto il mondo? Grazie. Il tempo purtroppo è finito, io ringrazio tantissimo i nostri ospiti perché appunto ci hanno aiutato a capire che nonostante si parli tanto della situazione geopolitica dei dazi, l'Europa deve sicuramente sforzarsi di creare quell'ecosistema che riesce a dare competitività ai Paesi e a trattenere le sue imprese. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie.
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