Cambiare narrazione: dall’ecologia al viaggio di Ulisse
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Cambiare narrazione: dall’ecologia al viaggio di Ulisse
Esplora come arte, economia e cultura si intrecciano per generare cambiamento. Stefano Accorsi e il Festival dell'Economia di Trento spiegano il ruolo dell'economia nella società e la potenza dell'arte come motore culturale.
Buongiorno a tutti voi in sala e buongiorno a chi ci segue da remoto in streaming. Benvenuto sul palco del Festival dell'Economia di Trento a Stefano Accorsi. Grazie, ciao buongiorno a tutti. Grazie davvero di essere qui con noi oggi fra un treno, un volo, perché so che hai parecchie cose in movimento in questo periodo e magari qualcosa oggi cercheremo di raccontare. Perché Stefano Accorsi al Festival dell'Economia di Trento, io invece di fare come mi ero ripromessa un'introduzione in cui spiegavo un po' il perché delle nostre motivazioni, lascio subito a te la parola e ti chiedo perché sei qui, perché al di là del fatto che hai accettato il mio invito e ti ringrazio moltissimo, ma perché lo hai accettato? Perché ha così senso parlare di cinema, parlare di teatro, parlare di festival? Essere a un festival come questo per parlare di economia e quindi per creare appunto generare una ricaduta economica positiva per il nostro Paese. Io penso che l'economia, a parte che sono fan della vostra radio, dei vostri media in generale e ti ringrazio molto per questo invito, credo che veramente l'economia sia dietro a tante cose che succedono nel nostro mondo e da quando appunto la mia insegnante, la mia professoressa di storia alle media, che era una professoressa molto intelligente, molto moderna, ci parlava della Prima Guerra Mondiale e ci disse, ricordatevi, non è per quel colpo di pistola che parte la Prima Guerra Mondiale, ma è perché dietro ad ogni guerra ci sono sempre delle motivazioni economiche. Quindi da lì ho cominciato a rendermi conto che veramente l'economia muove, muove tantissimo. Ho fatto un esempio sicuramente dei meno felici dietro ad una guerra, voglio dire siamo testimoni di situazioni che ormai conosciamo bene purtroppo, però anche dietro a tante cose positive, come quando tu dici la ricaduta economica su una regione, su una zona o in zone del nostro Paese. Credo veramente che l'economia sia, a parte che sono appassionato di geopolitica, ma credo che l'economia sia davvero un grande motore, anche culturale. L'economia è stata davvero importante, se pensiamo a tante opere importanti del nostro passato, erano finanziate, sponsorizzate grazie a dei mecenati. Se pensiamo a tanta arte, davanti alla quale possiamo testimoniare, se pensiamo a Firenze, era una grande famiglia che gestiva un'economia importantissima e che in qualche modo si rendeva conto che era un investimento l'arte, la cultura in generale. Paderemo di Ulisse, paderemo anche del tema della narrazione, ma io credo veramente che l'arte come risultato, l'arte anche come motore dell'economia che diventa a sua volta ulteriore motore. Insomma, davvero penso che ci siano molte attinenze. Chiudo dicendo una piccola cosa, la musica in alcuni sportagonistici a livello professionale non si può ascoltare perché è equiparata al doping. Questo fa pensare alla potenza dell'arte e l'arte secondo me è incindibile dall'economia. Credo che tutto sia più o meno incindibile dall'economia e quindi è questo l'aspetto che mi affascina tantissimo, che è sempre un passo dietro alle cose che ci circondano. Grazie, e io credo, è verissimo quello che tu dici, ma mi piace anche vederlo dall'altra parte, che non c'è economia senza arte. Le due cose tu dici c'è sempre l'economia, certo, ma per fortuna c'è sempre anche questa spinta al bello che pervade ed è il vero motore, la forza come esemplificavi con questo tema del doping che sinceramente ignoravo. Ma faccio un passo indietro perché noi ci siamo dati un titolo importante, che è cambiare narrazione dall'ecologia al viaggio d'Ulisse. Un titolo importante perché in realtà volevo condensare in un titolo tutte le tappe di un percorso che tu stai facendo. E il passo ancora indietro che faccio è al titolo generale di questo nostro Festival dell'economia che compie vent'anni e che per scelta del direttore del sole 24 ore Fabio Tamburini sei scelto questo tema difficile, questo tema che è la crisi, il bivio, il momento delle scelte difficili perché tutti noi sappiamo che il periodo è complesso. L'angolo visuale da cui come Autospendit abbiamo scelto di analizzare questo tema del bivio, della svolta, è proprio il tema del cambiamento. Ed è una ragione in più per avere qui Stefano Corsi su questo palco perché davvero tu incarni tanti ruoli e moltissimi cambiamenti nel tuo percorso. Un po' scherzando all'intervista che abbiamo fatto prima del nostro incontro su questo palco, gli ho detto insomma se ti si cerca online sei ancora il sex symbol del cinema italiano. Aiutatemi con un applauso, sex symbol del cinema italiano. Poi c'è scritto anche attore di talento, sex symbol del cinema italiano. Questa è la definizione più ricorrente, proprio statisticamente sapete che al sole piacciono i numeri. E tu hai fatto anche il giovane Casanova quindi rinforzando questo tema. Poi però nel frattempo fai il produttore, fai sempre l'attore perché continui a farlo, fai il direttore artistico. Tu sei inventato un festival per promuovere in maniera molto nuova il tema della sostenibilità, che è un tema noiosissimo, poi ci dirai come fai invece a renderlo appetibile. Poi hai messo in scena l'Orlando Furioso, altra impresa encomiabile perché l'Orlando Furioso fa trema ripolsi e adesso ti riproponi un'impresa che fa ancora più trema ripolsi che è Ulysses. E questo è tutto quello che io vi dirò perché adesso come capite deve parlare lui per capire che cose da raccontare. Quindi andando con ordine, ecologia, cambiare la narrazione della sostenibilità. Cos'è Planetaria e perché hai sentito il bisogno di inventartela? Planetaria, intanto mi sono un po' agitato da questa presentazione, un attimo agitato. Allora Planetaria è un festival appunto, su tre giorni, la prima edizione l'anno scorso a Firenze al Teatro della Pergola, in un fine settimana. Perché dico un fine settimana? Perché è per tutti. Nel senso che ci sono spettacoli per i bambini, ci sono degli incontri che in quel caso erano moderati da Will e la sera c'era lo spettacolo in sala e poi delle esperienze, sempre per le famiglie, anche con assieme adulti e bambini, i ricercatori della Bicocca che facevano fare degli esperimenti alle famiglie e in particolare ai bambini. Perché ci tengo a dire questa cosa? È tutto gratuito, grazie agli sponsor e grazie al supporto logistico del teatro. Perché credo che, allora, intanto abbiamo unito arte e scienza. Sul palco ci sono attori e ogni volta uno scienziato e c'era un tema. Voi avete qua quest'anno Stefano Mancuso, l'anno scorso era con noi, e poi fra Planetaria e il Festival dell'Economia ha scelto il Festival dell'Economia. Però lo convinceremo a tornare... No, sto scherzando. Ma stiamo facendo un ponte in realtà in questo momento. No, ma sto scherzando, anzi, io credo che più si parli di certi temi, in un certo modo, più importante sia. Unire scienze e arte e immaginarsi degli scenari futuri possibili, immaginati da scienziati e raccontati da un dramaturgo e da attori che, insieme allo scienziato, fanno una narrazione. Quindi puramente teatrale, perché il teatro è luogo dell'empatia. È luogo dove l'altro da noi stessi diventiamo noi. E quindi è luogo dove è più facile immaginare, dove è più facile sentire. E crediamo molto che, più che attraverso mille informazioni, delle giuste emozioni oggi creino, che creino, come dire, possano creare una forza per le persone, in questo caso anche per le famiglie, che diventano a loro volto un piccolo motore di informazione, però che è passata attraverso un'emozione, per cercare di cambiare nel nostro piccolo delle cose. Ecco. Perché, guarda, io andavo, io sono appassionato di montagna, ci vado spesso d'estate, e vedere questi ghiacciai che ogni anno erano più piccoli era una cosa che mi angosciava moltissimo e non mi bastava fare la piccola campagna, partecipare, aderire in quanto personaggio pubblico alla piccola campagna, per me piccola magari, volevo fare qualcosa di più. E lì abbiamo messo insieme questi elementi e credo che sia veramente, è stata una bellissima edizione. E soprattutto cambiare narrazione, perché spesso purtroppo è una narrazione catastrofista quella che passa su questi temi, perché c'è una parte di chi comunica quei dati, che giustamente comunica solo quei dati, senza pensare, forse veramente, questo è più un mestiere nostro di chi fa comunicazione, che quei dati arrivano delle persone, devono arrivare a delle persone in una maniera che poi queste informazioni si trasformino in qualcosa, non in ecoansia, non in depressione, non in senso di impotenza. Per fortuna c'è tutta una parte della scienza che fa un grande tipo di comunicazione, ma questo non lo dico io, ci sono degli studi che parlano di come sia controproducente comunicare il cambiamento climatico in un modo catastrofico, e da lì che noi siamo partiti. E abbiamo trovato l'aderenza di una grandissima parte della scienza che invece aveva voglia proprio di comunicarla in un modo diverso. E questo unire arte, scienza, teatro abbiamo visto che è un modo molto molto efficace e soprattutto propositivo. Proponiamo scenari da cui a 100 anni, immaginati da scienziati e raccontati da attori, di possibili convivenze con il mondo che sta cambiando intorno a noi. Scusami, ti ho interrotto, ma quest'anno il tema è corretto, storie che parlano di futuro. Esatto, esatto. Quindi questa proiezione, appunto, racconto l'oggi ma per guardare il futuro. Quindi già trasmettete l'idea che un futuro c'è per questo pianeta. Sì. Nonostante i catastrofismi. Nonostante i catastrofismi, un futuro c'è. E quando sai la retorica anche un po' facciamolo per i nostri figli, facciamolo per i nostri nipoti, facciamolo per noi stessi anche, facciamolo per tutti quanti noi. Cioè, io credo che oggi veramente questa ecoansia, questo caricare i ragazzi da un lato di un futuro veramente scuro e dall'altro anche di responsabilità, ah, ma i ragazzi sono... non è vero. I ragazzi, sia per motivi economici, possono permettersi molto meno di fare attenzione all'ambiente e anche, e anche, io vedo un sacco di ragazzi, evitando vicino ad un'università di Milano, che buttano i mozziconi per terra, mancano una serie di informazioni. Noi le diamo per scontate, idealizzando. Io sento dire un sacco di cose sui ragazzi più giovani, sento sempre gente della mia età che parla dei ragazzi più giovani, in positivo, in negativo, sulla brutta musica che ascoltano. Però sento poco parlare i giovani. E questa cosa devo dire che mi dispiace abbastanza. Forse parlano, siamo noi che non riusciamo a intercettare o non ci piace come ci stanno parlando, però togliamo un po' di questa retorica, de-responsabilizziamoli, facciamolo per noi innanzitutto, salviamoci noi, la pelle salviamo il nostro ambiente, perché altrimenti, altrimenti davvero si rischia che ci sia questo senso di... Non vale niente di quello che faccio. Invece è importante anche il mozzicone buttato nella spazzatura, secondo me è importante fare attenzione all'acqua. Queste sono delle piccole cose. Poi è chiaro che ci deve essere una volontà politica per cambiare. Però i dati dicono che ci sono stati dei miglioramenti negli ultimi anni. E nonostante le politiche di alcuni grandi paesi occidentali che conosciamo bene, che vadano un po' verso il negazionismo, ma mi sembra che chi ha abbracciato un certo tipo di discorsi, e anche dal punto di vista economico credo che sarà fruttifero farlo, continua ad abbracciarli con ancora più forza, perché si rende conto che magari questa tendenza negazionista a un certo punto passerà, ma quello che resterà sarà il nostro pianeta e noi è quello che facciamo per il pianeta. Mi sollecitevano due riflessioni nei tuoi ragionamenti. Intanto una proprio relativa a questo festival. È vero che troppo spesso noi raccontiamo i giovani e non lasciamo loro la facoltà di raccontarsi. E quindi mi fa piacere che in questa edizione, che è proprio l'edizione dei vent'anni del festival, sono stati creati moltissimi appuntamenti invece con giovani che parlano e raccontano le loro imprese, perché è fondamentale, perché dobbiamo conoscerci. La conoscenza intergenerazionale non è così scontata. L'altra cosa, a proposito sul tema della salvezza del pianeta, già detta così è troppo enfatica, perché giustamente tu dicevi che è un problema enorme, che cosa posso fare io? Ti fa sentire impotente. Ma l'altro tema è che secondo me, e qui davvero noi media abbiamo una grossa colpa, tutte le volte che parliamo di temi ecologici ne parliamo dal punto di vista del dovere, delle buone pratiche, di quello che bisogna fare, di quello che non bisogna fare, quindi divieti. La componente che io vedo nel tuo festival, dimmi se sbaglio, e che dovrebbe essere incentivata a livello proprio di comunicazione, è la componente del piacere. Nel momento in cui essere ecologici, passatemi la genericità della definizione, è divertente, è bello, è attraente. E nel momento in cui siamo nel festival dell'economia, ti conviene essere ecologico? Forse con queste due leve qualcosa riusciamo a cambiare. Non so se sei... probabilmente sul tema del divertimento sì, ci aggiungo il tema del ci deve convenire. Io sono d'accordo su entrambi i temi, anche su questo. Io credo che ci siano molte aziende che hanno capito, al di là del fatto, ecco, ci sono alcune aziende che devono attingere ad un bacino di potenziali lavoratori molto giovani e alto specializzati. Hanno tutto l'interesse, perché oggi è discriminante. Se tu sei un'azienda che non ha attenzione all'inclusività, alla sostenibilità, ecc., rischi veramente di perdere la prima scelta dei ragazzi che poi vengono a lavorare da te. E questo determina o meno la sopravvivenza di quell'azienda. Ma anche a livello ecologico-ambientale. Io credo che le aziende che hanno fatto attenzione in passato ai depuratori, gli scarichi, ecc., oggi hanno sicuramente una vita più facile delle altre, perché a un certo punto i nodi vengono al pettine. Quindi economicamente io credo che non sono... guarda, è come quando si dice soldi spesi in cultura. Sono soldi spesi in coscienza, secondo me, nella formazione della coscienza delle persone, quando la cultura è fatta bene. La stessa cosa, i soldi investiti in queste aziende, è un investimento. Non so come dire, non è una spesa, è un investimento per il futuro sicuramente dell'azienda, ma anche del paese e del mondo nel quale viviamo. Questo è vero. Noi che appunto, come Autospendite, ci occupiamo di quel segmento del mercato, che è quello alto di gamma, lì davvero il prodotto, se non è sostenibile, non entra più neanche sul mercato. Cioè non si giustifica un prodotto di lusso se non garantisce anche la sua sostenibilità. Però a cascata, questo ovviamente si deve allargare a tutto. Ti tengo ancora un attimo sull'argomento dell'economia, ma poi parliamo di Ulisse, che mi sta molto a cuore. Tu pensi di avere capacità imprenditoriali? E mi spiego, quando si arriva al tuo livello di notorietà e anche a tutto questo percorso di carriera, in qualche modo ti fanno accorsi anche un brand, perdonami la definizione riduttiva. Però sì, la gestione della tua immagine è quasi la gestione di un'azienda. Ci vogliono capacità imprenditoriali o basta essere molto creativi, molto inventivi? Allora, guarda, io credo che entrambe le cose servano, credo che ci siano indoli diverse. Io sicuramente mi riconosco molto in un approccio creativo, però è vero come dici tu che comunque ogni volta che fai una scelta, al di là di una scelta artistica, ma una scelta di partecipare ad un certo tipo di iniziative, di fare un certo tipo di interviste, di essere o non essere in un certo contesto, stai gestendo, diciamo fra virgolette, come tu l'hai definito, un brand. Essendo te stesso il brand, anche se poi è una sorta di promulgazione pubblica di quello che sei tu, è chiaro che c'è una parte istintiva, c'è anche una parte razionale. Quindi sì, in qualche modo, diciamo, se il tuo obiettivo è quello di durare nel tempo e di continuare a divertirti, perché poi fondamentalmente io faccio un mestiere che se piace, e ribadisco se piace, e si riesce a lavorare, è estremamente divertente. Molti dei miei amici si fanno un'idea sbagliata del mio mestiere, insistono per venirmi a trovare sul set, e dopo un quarto d'ora appunto al mente mi dicono, ma fino a che ora fai la stessa scena? E tu dici, quattro ore tutta la mattina? Questo è il tuo mestiere? Loro pensavano che io andavo lì e facevo il film. Invece no, su una scena ci stai due ore, tre ore, quattro ore, ma per me è divertente quello, è divertente trovare la sfumatura, cercare assieme al regista, con gli altri attori, è chiaro, era una parentesi, però insomma io credo che sì, ci vogliano anche delle doti in qualche modo imprenditoriali, poi c'è chi li ha più spiccatamente imprenditoriali, ed usa il suo nome e si usa più come brand, il mio specifico forse è un po' diverso, a me piace molto, non so, anche essere motore di progetti, come adesso si parlava di Ulisse, quindi non so, piuttosto che le serie che ho fatto da 92, 93, 94, Ha un amore, però mi piace collaborare poi con altre persone, non mi metterei anche dietro la macchina da presa, mi piace che ci sia un regista dietro la macchina da presa, mi piace che ci sia un produttore, non produrrei io, ma non perché credo che comunque l'arte ha bisogno di un confronto creativo, e credo nella pluralità dodecafonica di creativa, non so come dire, non vorrei accentrare tutto, quello sarebbe più imprenditoriale, però diventerebbe troppo business secondo me, per come la concepisco io, ecco. Sì, e poi anche a livello imprenditoriale, ormai invece stanno passando dei modelli per usare, per citare Mancuso, più reticolari, ormai anche lì si inizia a parlare appunto di intelligenze condivise, non necessariamente il sistema gerarchico è l'unico che funziona, sicuramente quello non gerarchico è più lento in certe strutture, quindi non altrettanto efficace. Ultima cosa, i produttori fanno un mestiere che è molto diverso da quello che faccio io, ci vogliono grandi doti da produttore per fare quella cosa lì, è proprio un altro mestiere, ma stessa cosa il regista. E quindi, come quando mi dicono, ma perché non fai un film? E io dico, ma perché devo fare un film? Se un giorno sono folgorato da una storia e sento che la devo raccontare, lo prendo in considerazione, ma altrimenti farlo per non annoiarmi, preferisco cercare altre strade, non so come dire, e poi veramente credo che chi fa il regista, chi ha scelto quella strada, io quando parlo con i registi bravi mi dico, ecco perché lui fa il regista e io faccio l'attore, e lui probabilmente penserà la stessa cosa, però sono proprio due specifici diversi secondo me. Senti, a proposito di progetti per divertirsi, ma anche per sfidarsi, direi in questo caso, Ulisse, l'abbiamo citato tante volte, ma adesso forse è il momento di dire qualcosa al pubblico, perché è davvero un anteprima, poco se ne sa ancora di questo tuo nuovo progetto. Allora, noi ci stiamo lavorando, non dico poco ne sappiamo anche noi, perché non è vero, però ci stiamo lavorando, ma l'Odissea è un testo incredibile, meraviglioso, e Ulisse effettivamente è un personaggio che ha continuato a pungolare l'immaginazione dell'uomo attraverso i secoli, i millenni, questa cosa è incredibile anche se uno ci pensa, la potenza della narrazione. E non è solo perché ce lo fanno studiare a scuola, sicuramente questo contribuisce, ma come tante cose che si studi in una scuola non è facile godersene nel modo più opportuno, prima parlavi dell'Orlando, l'Orlando Furioso è un testo clamorosamente ironico, fa ridere, e quindi portarlo a teatro fa anche molto ridere il pubblico, è chiaro che era stato rimaneggiato per quanto fosse inversi, però si creano sempre una sorta di preconcetti, di stereotipi su certi personaggi, la stessa cosa su Ulisse, è diventato un eroe, la curiosità, l'intelligenza, è tutto vero, però c'è un aspetto che a noi ha colpito tantissimo, la maggior parte delle avventure di Ulisse nell'Odissea le racconta Ulisse stesso ai Feaci, è il primo approdo sicuro che lui riesce ad avere dopo una serie di avventure che noi conosciamo solo attraverso la sua testimonianza, tutti i suoi compagni sono morti, quindi è il tema della narrazione nella narrazione, cioè non è raccontata tutta quella parte delle grandi avventure in modo oggettivo, ma in modo soggettivo, è come se noi ci fidassimo di una persona che è il miglior narratore di se stesso, ed è incredibile, cioè Ulisse, grande narratore, ha attraversato i millenni, quindi la narrazione, il modo in cui si racconta se ne dà una complessità, cioè non è un eroe raccontato dall'esterno e quindi imitizzato, tutto sommato il fatto per carità c'è un autore o tanti autori che hanno raccontato, perché Omero non è veramente esistito, e se fosse esistito e avesse scritto l'Iliade difficilmente avrebbe potuto scrivere anche l'Odissea, però la cosa interessante è che è come se la narrazione ha reso Ulisse immortale in qualche modo, il fatto di come lui si narra, e questa cosa ci ha affascinato tantissimo, dicoci nel senso non pluralis majestatis, ma a me è l'autore, è il mio produttore, e quindi ci siamo messi a lavorare su questo aspetto, nel senso che ancora oggi se uno pensa a Pascoli che citavi tu, ma Dante, James Joyce, ma quante, anche non so, credo che ci siano delle astronavi che si chiamano Ulisse, in realtà Ulisse poi era un uomo che voleva tornare a casa, lui in guerra non ci voleva andare, è incredibile, è uno dei personaggi appunto che più conosciuti e come sempre in questi casi essendo lontani, più noti e forse meno veramente conosciuti, lui non ci voleva andare in guerra, lui si finge pazzo per non andare in guerra, viene beccato, gli fanno uno stratagemma, lo scoprono, la persona che lo scopre anni dopo durante l'assedio di Troia, lui lo farà ammazzare, non era un tipetto proprio così, e poi si inventa il cavallo di Troia, il cavallo di Troia che poteva essere la più grande vagianata della sua vita, se uno ci pensa, questo si inventa, questo cavallo, loro ci vanno dentro, chiuso dall'esterno, sono in gabbia, arrivano i Troiani, prima cosa che dicono, bruciamolo, uno sta lì dentro in silenzio così, ci sarà quello che la guarda e gli dice, lo sapevo, lo sapevo, è una cazzata, qualcuno gliel'avrà detto, l'avrà guardato e dovrebbe dire, ma porca mia, e lui che doveva tenerli calmi tutti, sssh, calmi tranquilli, è la più grande idea della storia, cavallo di l'E, poi per carità avevano un rapporto con la divinità particolare, poi ci avevano anche un elemento esterno, arriva Elena, la rapita, quella per la quale c'è stata la guerra di Troia, cosa fa? Personaggio ambiguissimo, comincia a imitare le voci delle mogli dei soldati che potrebbero essere dentro, per fargli parlare e lui gli tappa la bocca e fa, cioè è una roba che, arriva lao conte, il famoso lao conte e dice, ma voi siete pazzi, questo lo dobbiamo distruggere, poi gli hanno dato una piccola mano agli dei, hanno mandato questi serpenti, però gli è andata veramente bene, se uno pensa, se quelli accendevano un fiammifero, Ulysses non si sapeva più niente, perché poi la sua grande storia oltre alla guerra è soprattutto il suo ritorno, è l'eroe del ritorno a casa, quindi mi affascinavano tutti questi anfrati psicologici, emotivi della storia di Ulysses, che poi sono quelli che lo rendono profondamente umano, contemporaneo e moderno, non è per niente. Se sia più che mai un personaggio, un personaggio, non fermami perché su Ulysses non ho freni i vittori. Vedi, già ci davi qualche anticipazione. Senti, questa è una piccola domanda in realtà personale, però appunto Ulysses lo dice bene, continua a trovare ostacoli, a superare ostacoli per tornare a casa, Itaca è diventata il simbolo di tutti i ritorni a casa. Tu cosa definisci la tua Itaca? La mia Itaca, guarda io direi, la mia Itaca è la mia famiglia, sì, se devo proprio andare partagé, come direbbero in Francia questa applausa. No, nel senso che ho vissuto in tante città diverse, adesso vivo felicemente a Milano, però mi rendo conto che per me è un tornare, sì, effettivamente quello è per me insomma. C'è anche un po' la moto, però meno, più famiglia, meno moto. Questo perché la famiglia sta ascoltando, si presume. Però ammetto che sì, per me è quello, non è che tutto idilliaco, le famiglie sono cose bellissime, complesse da gestire, le famiglie, i bambini, l'educazione, eccetera, però nella sua grande complessità per me è veramente la cosa da la quale sento di appartenere. E fondamentalmente alla quale torno sempre, non so, io lavorando torno tutti fine settimana, a teatro invece di un giorno fermo, ne ho chiesti due perché sennò non riuscivo mai a tornare a casa, ma non perché penso che chiaramente è una cosa che va, cioè nutre me ma bisogna alimentare anche. Senti, ti ho chiesto Itaca e giusto appunto citavi Pascoli, se c'è una cosa delle tantissime riletture che sono state fatte del mito e della figura di Ulisse, quella di Pascoli racconta la vecchiaia di Ulisse, vecchiaia dell'epoca quindi probabilmente aveva quaranta anni, ma comunque, cioè quello che dice Pascoli è che Ulisse finalmente, l'Odissea finisce quando lui arriva in fondo, quindi noi abbiamo tutta questa meravigliosa avventura, poi finalmente a casa e poi non ne sappiamo più niente, Pascoli parte di lì e dice che dopo un po' questo uomo che è il simbolo di tutta la gioia del conoscere, del viaggiare, non ne può più di stare a Itaca, di stare lì fermo e quindi ricomincia il viaggio, riparte e in realtà riparte e va proprio a rivedere un po' come ogni tanto facciamo noi, andiamo a rivedere dei luoghi che sono stati importanti nella nostra vita e niente è più come prima, ma niente, non c'è nessuna delle cose che lui ha conosciuto, ecco questo futuro che ha una forma completamente diversa dal passato, tu come te lo immagini il tuo futuro di qui a dieci anni? C'avevo fatto questa lunga premessa su Pascoli poi volevo arrivare a te in realtà, 43 di carriera posso dire, non lo posso dire, ma guarda, non so, io devo dire che, allora faccio sicuramente un mestiere che mi appassiona molto, che insomma con le dovute cautele ma si può continuare a fare per tanto tempo, non lo so, credo che questo, parlo del mestiere innanzitutto perché effettivamente per me raccontare storie devo dire che è una delle cose che mi dà veramente senso anche, ripeto, oltre alla famiglia, ma anche per una sorta di gioia personale mia intima mi rendo conto che raccontare storie per me è qualcosa di centrale nella mia vita, quindi continuare a raccontare storie sicuramente fra dieci anni mi ci immagino ancora, anche perché l'Orlando Furioso l'ho portato in giro circa sette o otto anni, quindi insomma, gli Ulisse, 10 tutti, almeno 10, No, la cosa incredibile di quello che tu dici dell'Ulisse di Pascoli è che veramente è come se lui si attaccasse a un certo punto ad una nostalgia, di una sensazione che ha provato quando però aveva un obiettivo, che era quello di tornare a casa, mentre in realtà giustamente è come se in questa fase, una volta raggiunto il suo obiettivo, il suo grande desiderio, come poi alle volte viene detto anche da grandi letterati o da grandi saggi, e poi dov'è il senso? Ed è come quindi se lui partisse alla ricerca di un senso a un certo punto, di sé, di identità, la ricerca nostalgica di un certo tipo di sensazioni, è tristissima quella cosa, è bellissima, fragilissima, cioè l'oppone veramente è ancora una volta un personaggio che si presta ad essere moderno, contemporaneo, a raccontare proprio le fragilità dell'essere umano, che poi sono quelle interessanti, ecco, perché a me piace tanto raccontare storie? E non mi piacciono gli eroi senza macchie, senza paura? Perché gli eroi senza macchie, senza paura, finché non gli succede qualcosa, tipo l'Orlando, non sono interessanti, sono interessanti perché l'Orlando innamorato, tutto sommato, non ha avuto il grande successo di diffusione dell'Orlando furioso, perché tutto sommato Ariosto racconta un Orlando che è un personaggio monolitico, il più forte, ma faceva delle robe, cioè sradicava gli alberi con le mani, cioè era proprio una sorta di supereroe, trova questa donna, se l'innamora preduttamente, la vince a un torneo e per lui è automatico se lui la ama, anche lei lo riamma, invece no, lei non lo amerà mai, e lui è un uomo così, nel momento in cui lui scopre che lei si è innamorata ad un altro, lui impazzisce, si infrange, e lì la crepa, la fragilità, ed è lì che il personaggio diventa narrativamente interessante, nelle sue inquietudini, ed è la stessa cosa secondo me per Ulisse, ma anche il rapporto con la divinità, scusami, poi chiudo Ulisse, ma è bellissimo, perché è un uomo amato da Athena, ma odiato da altri dei, erano dei super umani, con gelosie, amori, odi, fastidi, invidie, era veramente interessante il rapporto con la divinità, e quindi per me raccontare questi personaggi è veramente qualcosa di super interessante, perché non esiste personaggio, i personaggi quindi un po' monolitici, si, magari possono essere, come si dice tanto tanto adesso, aspirazionali, però sono anche inarrivabili, e invece per me raccontare è proprio raccontare le crepe che ognuno di noi si porta dentro, e che sono anche poi quelle, si parlava di crisi, io i progetti ai quali ho cominciato a lavorare con più passione sono stati tutti momenti di crisi, anche da 92, 93, 94, 92 è nato da un profondo momento di crisi, per esempio, e secondo me è un progetto, io lo amo tantissimo, ma è stato un progetto abbastanza laborioso, però è un progetto che è nato da un momento di crisi, e quindi alla fine i momenti di crisi, quando non sono così diffusi, magari così, bisogna cercare di farli fruttare in qualche modo, e anche vedi Ulisse, che ha uno dei ritorni più difficili della storia e della letteratura, ancora oggi noi lo citiamo come un emblema, ci hanno fatto le canzoni da Lucio Dalla, Ica, ma quante canzoni, quante opere si ispirano, perché veramente è nella difficoltà che l'essere umano si scopre per quello che è fondamentalmente. Sì, in qualche modo è davvero l'emblema di tutti noi, di questa continua ricerca di qualcosa che si sposta sempre un po' più in là, e quindi più cerchi e più in realtà continui a cercare. Un critico di arte di D. Uberman diceva che in fondo l'arte deve restare una domanda che resta tale, e io la trovo forse una delle più belle definizioni dell'arte, e credo in questo senso, quello che tu dici, davvero l'essere un canta storia, perdonami se uso questo termine antico, ma parliamo appunto di Ulisse, e forse davvero il tuo ruolo sociale, perché in questo narrare storie davvero si narra il cambiamento e si fa domande, ci si fa domande su di sé, ma anche domande scomode, ma più domande si fanno più si innessta credo il cambiamento, in questo senso credo che un canta storia abbia il potere di eccitare l'immaginazione, tu prima parlavi di emozione, oltre all'emozione io credo che il vostro compito sia proprio quello di innescare l'immaginazione, tu immagini Ulisse in un modo, io ti guardo e me ne viene in mente un altro ancora, e così via, a cascata. Io in questo sono perfettamente d'accordo, anzi il termine canta storie lo trovo bellissimo, perché noi veniamo dalla tradizione orale tra l'altro, ma anche tutta l'opera l'Iliade e l'Odissea, vengono dagli aedi che erano questi cantori di queste grandi opere, che poi a un certo punto sono state messe nel rosso bianco, ma erano tra l'altro sono stati dei romanzi di formazione, anche di formazione proprio sociale, l'Odissea è uno di quei romanzi presi perché ci sono un sacco di informazioni su come ci si comporta in società, quando lui arriva, come deve essere trattato l'ospite, come l'ospite deve rispettare chi lo ospita, erano importantissimi a livello sociale in quel caso, erano cantati in versi, ci si dava il ritmo con un bastone, una cosa molto più vicina come metrica alla musica contemporanea che non alla musica melodica faccio per dire, e però radunavano persone, creavano comunità, quindi in qualche modo certo sono storie che per certi aspetti potevano essere emblematiche, ma per altri veramente sollevavano tante questioni, ed erano anche lì motori che si accendevano e che continuavano a propagarsi attraverso le persone, attraverso il dialogo fra persone, attraverso uno scambio di opinioni su quello che si era sentito, e secondo me essere cantastori in questo senso è bellissimo. Ed è bellissimo avere un pubblico che ti segue, che poi rimanda le tue storie. Senti, dici che appunto ti piacciono i personaggi scomodi, e quindi io ti riporto, l'hai citato più volte in realtà il progetto, ma Leonardo Notte. Leonardo Notte è un personaggio che forse definire a morale è poco, però è un personaggio veramente molto complesso che ci riporta un po' da dove siamo partiti, al tema dei poteri forti, al tema di che cosa fai quando hai in mano un potere, come lo gestisci, come a volte il potere dà alla testa. Come ti è venuta in mente questo? Ulysses e Leonardo Notte? Leonardo Notte devo dire che in buona parte è nato dalla fantasia degli autori con i quali che stavano sviluppando il progetto, perché io portai un'idea che era quella di raccontare dei personaggi di fantasia ad una stretta di mano dai personaggi storici, in modo da poter raccontare quel grande cambiamento antropologico che è stato la seconda repubblica da un certo punto di vista. E da lì piano piano si sono delineati i personaggi. Poi vedi la creatività, le volte avevamo un problema in quel periodo, nel senso che c'era il processo a Dell'Utri, era ancora in corso, e buona parte del suo castello difensivo si basava sul fatto che l'idea di Forza Italia non fosse nata nel 92. E quindi noi abbiamo trasferito l'idea a Leonardo Notte, che diventa il grande artefice di quel progetto, poi in sinergia con tutti gli altri. Però vedi, alle volte la creatività si nutre anche di paletti, ostacoli, anzi, quando ti dicono sei libero di fare quello che vuoi, oh mamma mia, quello fa paura, invece sapere che devi stare dentro una certa durata, che è un certo tot di mezzi, è fondamentale per la creatività. Perché la creatività si sviluppa anche all'interno di un certo limite, poi decisi tu se superarlo, quando superarlo o meno, ma secondo me quella cosa è abbastanza importante. Quel personaggio, come tutti gli altri, nacque dal fatto che ci piaceva molto vedere la storia con la S maiuscola che si incontrava con le storie di questi personaggi normali, e piano piano questa specie di ideatore, di manovratore un po' nell'ombra ha preso sempre più forma, insomma. Io trovavo anche la scrittura, anche questi dialoghi come se fossero un po' di genere, mi piaceva molto. A proposito di quel personaggio c'è uno strano parallelismo secondo me con Ulisse in quest'immaginazione di Pascoli appunto, di questo uomo che cerca in un modo quasi sclerotizzato di riprodurre la ricerca di emozioni che ha già vissuto. Il finale di 94, mentre vede non so la coppia, era bellissima quella coppia, quella recitata da Leonardo Caprino e Miriam Leone che si ritrovano a quel tavolino, invece mio personaggio approda al movimento 5 stelle dopo la Lega. E lo vediamo camminare soddisfatto per una strada di Roma con un sorriso che a me metteva una tristezza infinita perché comunque vedi un cercare di replicare qualcosa che ha già successo, che ti ha fatto sentire vivo, che però non potrà mai più essere come prima. E questo è un po' il viaggio finale di Ulisse immaginato da Pascoli, cioè chi lo sa come è morto Ulisse se sulla sua isola pare che fosse andato, ma non si sa insomma, poi non è neanche potuto vivere all'infinito insomma. Però è un piccolo parallelismo che mi ha interpellato in qualche modo. Quindi non c'è questa distanza che io invece coglievo tra i due personaggi, speravo nei due personaggi perché Leonardo Notte è un personaggio scomodo a proposito di domande scomode anche da fare immagino, da impersonare. Però sono quei personaggi anche estremamente liberatori perché nel momento in cui ti consentono di fare certi personaggi, delle cose che non hai mai fatto sono profondamente liberatori. Ma Ulisse ne ha fatta, ripetevo prima ha fatto ammazzare quello, è stato uno per carità, era un estremamente intelligente, un po' cinico, scaltro. E ormai noi lo ammantiamo un po' di questa aura eroica, ma in realtà è il risultato di certe epurazioni della coscienza che nell'arco dei secoli si sono avvicendate, ma stupravano le donne. Eramo sicuramente, parliamo di più di 2.000 anni fa, ma i valori erano profondamente diversi. Essere scaltri, essere furbi, essere anche spietati all'occorrenza in quel caso poteva essere una cosa che ti aiutava non solo a sopravvivere ma che ti dava anche grande autorevolezza. Allora, a proposito di limiti, il nostro contatore ci dice che il limite lo abbiamo raggiunto. Volevo sapere, appunto, dandoci un limite stretto, anche perché Stefano Corsi ci ha fatto il piacere di essere qui, ma deve ripartire perché c'è un altro set che lo aspetta, insomma non sto a dirvi la sua agenda che è piuttosto complessa, però se avete qualche curiosità mi piacerebbe raccogliere un paio di domande dal pubblico. Se ci sono, io faccio un po' fatica, sì, non so se abbiamo la possibilità di portare un microfono in modo che si senta anche con lo streaming. Se c'è già qualcun altro che vuole fare, magari si prenota e ne raccogliamo due. Prego, intanto. Questa era una mia curiosità. Io ho seguito Stefano Corsi perché siamo più o meno coetanei, quindi dai primi film li ho guardati quasi tutti, penso. Se hai venuto all'Overe, che è il mio paese nativo, provincia di Bergamo, a fare l'Orlando Furioso in una versione incommiabile, sei stato bravissimo, mi chiedevo perché ormai i film li scelgo sulla base di chi vedo, che li interpreta, dico se li fa Stefano Corsi sono tutti belli, per cui questo mi chiedevo. Quindi la domanda è perché sceglie questi ruoli? Se ha libertà nella scelta, se è l'attore che sceglie, mi incuriosiva sapere con quale meccanismo decide di iniziare un progetto. Intanto ti ringrazio davvero tantissimo, ma guarda, ammetto che sì, scelgo sempre e fondamentalmente ho sempre scelto. Non ti so dire, sicuramente non scelgo un progetto solo perché mi colloca o mi posiziona dal punto di vista dell'establishment cinematografico. Questo non sono mai riuscito a farlo e devo dire che è una cosa che mi fa anche piacere perché ho sempre dato la priorità a quello che leggevo all'incontro con il regista e quindi in qualche modo una parte di me che come pubblico si pone davanti a quel progetto. Una parte perché l'altra è quella anche dell'attore e quindi ha il piacere che posso vedere a interpretare un certo tipo di ruolo. È molto difficile leggere dei copioni scritti bene, perché è un mestiere in cui qualcuno diceva fare un film è una cosa difficilissima. Farlo bene è una cosa eccezionale, fare un film riuscito è praticamente un miracolo. Perché è una materia misteriosa, il film. Tutte le cinematografie del mondo più o meno hanno una percentuale di film riusciti che sta intorno al 10-15%, più o meno tutte. Quando noi diciamo eh ma il cinema francese noi vediamo solo una piccolissima parte del cinema francese o di quello americano anche o di quello tedesco o di quello spagnolo. Se uno pensa al contrario e uno pensa ai nostri film riusciti che sono quelli, cioè noi siamo il paese straniero, non americano al mondo che ha vinto più Oscar di tutti. Grazie sicuramente a Fellini e De Sica che ne hanno vinti quattro per uno, ma poi abbiamo Benigni, Salvatores, Sorrentino, eccetera. Spesso, come anche quest'anno con Martone, abbiamo film in concorso ai festival più prestigiosi europei mondiali e spesso, non lo diciamo adesso, hanno vinto dei premi importanti. Cioè la nostra cinematografia è una cinematografia molto riconosciuta a livello internazionale. È chiaro che se uno guarda il complesso dei film ce ne sono una parte che non sono perfettamente riusciti, ma ripeto fare un film riuscito è qualcosa di estremamente misterioso. Quindi l'unica cosa che uno può fare è seguire l'istinto, anche un pensiero rispetto a quello che per te può essere divertente come attore, però cerco sempre di scegliere delle cose nelle quali credo veramente, perché so che comunque fare un film, poi difenderlo in promozione, eccetera, è già un impegno forte. Almeno tu ci credi e credi in quello che fai, poi sai se il film sarà riuscito o meno, se la gente andrà o meno a vedere quel film, davvero è un grande mistero. Nessuno, ma neanche gli americani, chiaro che adesso è uscito l'ultimo Mission Impossible, ma è l'ottavo film, mi sembra, di una saga, è come una super serie. Cioè non so come dire, crei un'affezione nel pubblico, davvero eccezionale. Altrimenti io come te ragiono, io scelgo i film in base agli attori e al regista, molto spesso. Ogni tanto c'è il film che ti sorprende, ma molto spesso noi andiamo su un certo tipo di attori e di regista perché appunto la prendiamo come una garanzia. Ma infatti non è un caso, se tu guardi come vengono presentati sulle piattaforme film, se c'è un attore di fama, vedrai anche la sua faccia. Altrimenti vedrai una locandina più generica perché è un criterio di scelta abbastanza diffuso. E si spera sempre che l'attore non abbia detto, ma sai che c'è? Ma questo lo faccio, ma che me frega. Cioè si spera sempre che sia così. Però è talmente complesso fare un film che secondo me scegliere una cosa che ti piace è importantissimo. Grazie mille. Grazie, io ho promesso Stefano Corsi che tenevo io i tempi e riuscivo a fargli prendere il treno che deve prendere. Io ti ringrazio, mi dispiace. Io avrei potuto continuare a rispondere alle domande veramente per tanto, una cosa che mi piace molto quando si riesce a creare un dialogo, il problema che appunto un treno. E questa sera devo essere in un'altra città perché domani abbiamo Planetaria appunto a Bologna. Il famoso link che creiamo fra Trento e Planetaria. Grazie a Stefano Corsi e il seguito di questo nostro racconto lo troverete ovviamente su tutti i mezzi del sole. Così le curiosità che vi sono rimaste cercheremo di togliervele raccontandovi un pezzo in più. Grazie. Grazie, ciao, arrivederci. Grazie, ciao, arrivederci. Grazie, ciao, arrivederci.
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