Portami là fuori – rap e teatro negli istituti di pena per minori
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Portami là fuori – rap e teatro negli istituti di pena per minori
Un evento esplora come musica e teatro aiutino i minori in carcere a esprimersi e trovare una seconda opportunità.
La Fondazione è una fonte di livello. Benvenuti a tutti a tutti a questo incontro intitolato Portami da fuori, rap e teatro negli istituti di Pena per i minori. È per me davvero un piacere, io sono Simona Rossito, giornalista del Sole 24h Radio Cor, moderare questo incontro in cui parleremo di musica, parole, teatro, di arte come mezzo di riscatto. L'arte è fondamentale per esprimere le emozioni, per esprimere se stessi, per riposizionarsi se ci si trova in situazioni di disagio o di detenzione. Purtroppo i numeri sui detenuti minorenni nelle carceri sono in aumento. Secondo l'ultimo rapporto sono 532 a fine del 2024 e sono aumentati rispetto a pochi mesi prima. Quindi è davvero molto importante lavorare con i giovani, dare loro modo di esprimere se stessi, dare loro un'altra chance, perché anche se fosse uno su mille che ce la fa, come dice Kento, è comunque giusto provarci fino alla fine. I progetti che ci sono per le carceri e i peni minorenni sono tanti, sono diversi. Spicca il progetto Presidio Culturale Permanente, che è stato fondato da Luca Cagiazzo in arte lucariello, nelle 2013, quindi sono già diversi anni che è attivo, e che è anche socio di crisi come opportunità, che è un'associazione che lavora nelle carceri da diversi anni. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Kento, rapper e scrittore, poi abbiamo con noi Adriana Foglieri, regista e pedagogista teatrale, e avremo anche l'esperienza, la testimonianza e soprattutto la musica di Totò. Io vorrei impostare questo nostro incontro come una chiacchierata, quindi spero che ci siano anche interventi dal pubblico, se avete delle domande, delle curiosità, potete intervenire quando volete. Comincerei con te Kento, per iniziare la nostra chiacchierata, chiedendoti qual è la tua esperienza come formatore, perché tu sei formatore da diversi anni nelle carceri, e che cosa per te nella tua vita ha rappresentato il rapporto con la musica e con la musica rap in particolare? Sì, dici bene Simone, io sono 15 anni che tengo dei laboratori di scrittura all'interno delle carceri minorili d'Italia, di tanti luoghi d'Italia e di tante regioni in Italia, tra l'altro sto lavorando attivamente nell'unico carcere del minorile, del triveneto, che si trova a Treviso, quindi è quello che per competenza territoriale serve anche il Trentino, se si può dire che è un carcere serva. In questi anni mi sono reso conto che il rap è uno strumento espressivo straordinario per questi ragazzi, perché è lo strumento che permette ai ragazzi di passare dalla parte della capsula del microfono, mi spiego meglio. Questi ragazzi per 16 ore al giorno si sentono dare degli ordini, dei consigli, dei suggerimenti, delle indicazioni, per 16 ore al giorno non sono coloro che dicono, ma coloro ai quali viene detto. Farli passare da questo lato del microfono è un cambiamento di prospettiva rivoluzionario, è la parte più difficile ma anche più bella e più necessaria del mio lavoro, dire a un ragazzo che non ha mai messo la penna sul foglio, dire a un ragazzo che non ha mai fatto sentire la sua voce, dirgli ciò che tu dici è importante, dirgli accidenti, tu hai il diritto di essere ascoltato. E poi il rap è uno strumento eccezionalmente accessibile e democratico. Tu pensa se io dovessi fare un laboratorio di musica rock all'interno di un carcere minorio, dovrei portare dentro gli strumenti, dovrei collegarli, dovrei accordarli, ci vuole chi sa cantare, ci vuole chi sa suonare, magari pure chi sa leggere la musica. Mentre per il rap io arrivo con il computer portatile, una cassa bluetooth e facciamo rap, poi i bit già scaricati sull'hard disk, le basi scaricate sull'hard disk e facciamo rap. Se ci pensate, per fare rap non serve nemmeno saper leggere e scrivere. Io ho dei ragazzi che sono completamente analfabeti purtroppo, eppure fanno rap come delle frecce, perché tutto quello che ti serve è la testa e la bocca che ti funzionano. Sapete, c'è questo ragazzo con cui lavoro che a 16 anni non è ancora compiuto i 17, il quale fa rap in 3 lingue diverse, parla 5 lingue diverse e accidenti, è analfabeta in tutte e cinque le lingue. La qualcosa ci fa fare un sorriso fino a quando noi non ci riflettiamo e diciamo, ma che significa? Se questo ragazzo ha imparato da solo per strada 5 lingue tra l'altro molto diverse tra di loro, significa che ha un'intelligenza e una prontezza straordinarie, significa che questo ragazzo ha delle doti intellettuali molto belle, molto importanti. Però dall'altro lato il fatto che sia analfabeta in tutte queste lingue, significa che quando questo ragazzo era un bambino di 5, 6 o 7 anni, nessun adulto l'ha seduto a tavolina e gli ha detto, bello mio, oggi impariamo a leggere e scrivere. Sai, è difficile guardare il carcere minorile senza vedere la responsabilità degli adulti. E qui, se mi consenti, vorrei prendere uno spunto che tu hai dato in introduzione. Rieducare, reinserire, rintegrare, sono tanti i verbi che si utilizzano nei confronti dei ragazzi del muti e hanno tutti la nobilissima origine dell'articolo 27 della nostra Costituzione, quello che dice che grossomodo le pene devono tendere alla rieducazione. Torniamo lì, rieducazione, reinserimento, rintegrazione. Quindi il cittadino era integrato, poi per qualche motivo si è disinserito e noi lo dobbiamo reintegrare, rieducare. Ma che succede se il cittadino non ha mai avuto una prima integrazione, una prima educazione? Allora è il carcere che la deve fare la prima educazione, non credo. Eppure a me è capitato in questi 15 anni di esperienza, ci sono capitati dei ragazzi ai quali in carcere si è dovuto insegnare a farsi una doccia, perché erano cresciuti in strade e non sapevano come funziona il soffione della doccia e come ci si lava. E questo tipo di prima educazione la deve fare il carcere, non credo. Io penso che sia vero che il carcere è una seconda opportunità, però in tanti casi non è una seconda opportunità per il ragazzo, è una seconda opportunità per noi, Società degli Adulti, che abbiamo fallito la prima. Grazie soprattutto anche di aver richiamato quello che è scritto nella nostra Costituzione, quindi quello che deve fare lo Stato italiano e le istituzioni. Ti volevo chiedere però una cosa in particolare, un aspetto in particolare, cioè volevo farti una domanda sul linguaggio, il linguaggio del rap e anche della musica trappa, anzi se poi riesci anche a spiegarci bene la differenza. Perché? Perché il linguaggio è stato molto criticato, in quanto ci sono parole violente, parole che lette così sembrerebbero offensive, anche tante parole misogenee. Quindi capisco che magari è un modo per far esprimere ragazzi, le loro emozioni, eccetera, ma poi sono musiche che vanno anche fuori, che vengono ascoltate dai bambini, dalle bambine. Volevo la tua opinione su questo. Allora su questo io ho un'opinione molto netta, che ogni genere musicale e culturale, quando diventa mainstream, quando diventa enormemente diffuso, finisce per rispecchiare la società in cui si iscrive nel bene e nel male. Così come nella nostra società c'è il bene e c'è il male, nel rap c'è il bene e c'è il male, c'è l'attività che facciamo con i ragazzi detenuti e ci sono tanti testi volgari, tremendi, sessisti, intollerabili dal mio punto di vista. Però, perché ci sono questi testi? Perché un ragazzino di 15 o 16 anni scrive delle cose violente, misogenee, che saltano il denaro, il consumismo degli stili di vita superficiali? Questa secondo me è la domanda che da adulti dobbiamo fare ancora prima di scandalizzarci. E la risposta secondo me è che un ragazzo che alla fine è arrivato l'altro ieri su questo pianeta, eredita un mondo che noi adulti gli consegniamo e che è esattamente un mondo fatto di violenza, un mondo fatto di sessismo, un mondo fatto di misoginia e un modo fatto di esaltazione del denaro e degli stili di vita superficiali. Signore e signore, questi testi sono tanto più inaccettabili e tanto più fanno schifo, quanto più sono lo specchio preciso della società che noi andiamo a trasmettere a questi ragazzi. Più non ci piacciono, più ci rivoltano lo stomaco e più li dovremmo conoscere e più li dovremmo studiare. E lasciami aggiungere un'altra cosa, determinati testi che per me sono inaccettabili non giustificano comunque la censura. Io sono contrario alla censura in ogni sua forma, penso che ognuno debba avere il diritto di dire delle stupidaggini, però dall'altro lato io sono fortemente a favore dell'educazione all'ascolto consapevole. Non è mai troppo presto per insegnare ai ragazzi, alle ragazze, accidenti, ai bambini, alle bambine, di pensare con la propria testa, di saper rifiutare e ripudiare determinati tipi di testi e determinati tipi di canzone. Mi capita molto spesso di parlare con i bambini e con le bambine anche molto piccoli e di dirgli quando il tuo cantante preferito dice qualcosa con cui non sei d'accordo, fai sentire la tua voce, esprimi il tuo dissenso, non andare al concerto, non dargli lo stream, non cliccare il click. Quello che dico ai ragazzi è molto spesso purtroppo, questo è un messaggio molto difficile da far passare, e che alla fine sono i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, ad essere i datori di lavoro dei rapper, senza gli stream, senza i like, senza quelli che si comprano le magliette che vanno ai concerti, quelli starebbero nella migliore delle ipotesi a girare gli hamburger al McDonald's. Educare all'ascolto consapevole, al pluralismo e a pensare con la propria testa è sempre un ottimo antidoto a determinati disvalori e non è mai troppo presto per spingere, per educare e per insegnare l'ascolto critico e il pensiero indipendente. Restiamo sul tema del linguaggio, dalla musica alle parole, al teatro per tirare fuori le emozioni ed aiutare questi ragazzi ad avere una seconda chance. Adriana, tu sei anche pedagogista, ci vuoi spiegare meglio qual è il tuo ruolo di formatrice nelle carceri? 15 anni fa, ormai quasi 16, ho incontrato il teatro in carcere, venevo dal teatro, facevo l'attrice, l'autrice, quindi dramma turga, e a un certo punto ho incontrato il teatro, ho incontrato precisamente a Volterra la compagnia della Fortezza, Armando Punzo, forse la più straordinaria realtà di teatro carcere in Italia, e quando sono entrata all'interno della Fortezza era il 2009, ho visto un brulichio di artisti numerosissimi che collaboravano per lo stesso obiettivo, per la creazione di uno spettacolo teatrale, era un centro d'arte, un centro culturale, e puri venivo dall'esperienza nei teatri stabili, nei teatri nazionali, questo in Italia non l'avevo mai incontrato, l'avevo incontrato in Francia, e poi in Italia l'ho visto accadere in un carcere, e dunque mi sono detta se il teatro riesce a fare questo miracolo, questa meraviglia all'interno di un carcere, attori, attrici, scenotecnica, musica dal vivo, costumi, un intero carcere che diventa un teatro, allora il teatro può fare qualsiasi cosa, da quel momento qualcosa è scattato in me, e quindi ho cominciato anche a realizzare dei progetti di teatro in carcere, io nel 2009 al ritorno da Volterra fondo l'associazione Manovalanza, che è l'associazione di cui sono vice direttrice, con cui porto avanti, di base a Napoli ma anche in giro, i progetti teatrali anche nelle carceri, in questi anni ho incontrato le carceri per adulti, maschili, femminili, altra realtà incredibile, perché le donne detenute hanno un portato creativo ed emotivo molto molto significativo, singolare e diverso da quello che si trova nelle carceri maschili, e poi a un certo punto anche l'esperienza nelle carceri minorili, devo dire che i minori e i giovani adulti sono gli interlocutori più complessi, ma poiché il teatro mi ha folgorata da ragazzina e continua a folgorarmi ogni giorno, e continuo a ritrovare poi nella pratica di formazione, ricerca e creazione teatrale anche negli istituti penali per minorenni una possibilità di lettura della realtà e trasformazione della realtà, ma adesso non abbiamo strumenti per nominare e codificare, per radurre le nostre emozioni, anche noi liberi e cittadini, chi si trova all'interno di un istituto di pena ha sicuramente una complessità, una difficoltà maggiore, una volta derivante da una scarsa formazione culturale intesa in senso classico, altre volte perché l'emotività è una emotività burrascosa, turbolenta che non riesce a sciogliersi in relazioni sane, e dunque che cosa accade col teatro? Che iniziamo a leggere dalle storie, dai grandi temi, grandi drammi, tragici, comici, tutti coloro che ci hanno preceduti e che in qualche modo ci accompagnano qualcosa che intanto parla anche di noi, perché i grandi classici continuano a essere tali perché ci parlano, parlano di noi, riescono a raccontare, a trasformare anche l'indicibile, dunque incontrare queste grandi storie ci fa sentire meno soli e questo accade all'interno degli IPM. E poi accade un altro passaggio, che è quello di leggere questa realtà, che è una realtà che quasi sempre non ci piace, che è una realtà piena di brutture, piena di incongruenze, e provare attraverso l'arte a costruire un'altra realtà. Non è solo un esercizio onirico, un esercizio dialettico, è proprio trasformare se stessi attraverso la pratica artistica, perché conoscere le arti, conoscere il teatro è acquisire un linguaggio espressivo, e allora con un nuovo linguaggio espressivo abbiamo un altro vocabolario, forse ci riusciamo a dire qualcosa in più, qualcosa di più profondo, riusciamo ad entrare davvero in profondità nella lettura di noi stessi, degli altri, delle dinamiche, e anche a dire cosa non ci piace. Nei testi classici e nelle vite dei ragazzi e delle ragazze detenute spesso esiste una sorta di oracolo, una predestinazione, tu sei così, sarai così, questa è la tua strada, non immaginare niente di meglio di questo. Se l'oracolo ha detto che io morirò giovane o che andrò incontro a un destino tragico, allora la mia vita dovrà andare necessariamente in quella direzione? Beh attraverso il teatro e attraverso la pratica che è la realtà noi proviamo a ragionare su un altro concetto che è quello del libero arbitrio, forse noi qualcosina possiamo fare, non è detto che se l'oracolo ha parlato, oppure il territorio da cui vengo, la mia famiglia, il background, la storia, hanno già deciso io chi sono, forse io posso costruire un'altra realtà, per costruirla devo sognarla, devo immaginarla. Se posso vi racconto una storia, magari, proprio una fiaba, c'era un uomo, un uomo povero, molto povero, abitava in una piccola casa e in questa casa c'era soltanto un tavolo, una sedia, un letto e una piccola stufa a legna. Questo uomo è solo, una notte va a dormire e fa un sogno, sogna che all'altro capo del paese c'è una stazione dei treni, che all'uscita della stazione c'è un ponte, che alla base del ponte c'è un terrapieno e che sotto questo terrapieno c'è un tesoro. Questo uomo alla mattina si sveglia e decide di vendere tutto quello che ha per comprare un biglietto di andata e di ritorno per la stazione che ha sognato e una pala, quindi vende il tavolo, vende la sedia, vende il letto, compra un biglietto di andata e di ritorno e una pala, prende il treno. E durante il viaggio il paesaggio che vede dal finestrino è esattamente come il paesaggio che lui ha sognato, vede davanti ai suoi occhi tutto quello che ha visto in sogno e quando arriva alla stazione vede il ponte esattamente come lui l'ha sognato. Sotto il ponte c'è il terrapieno, scende e comincia a scavare, scava, scava, scava a lungo, scava per molte ore, fa una buca molto profonda, a un certo punto comincia quasi a tramontare il sole. L'uomo è stanco ma scava ancora, scava quasi sfinito, a un certo punto sente ridere, alza la testa e sul ponte c'è un uomo che lo guarda e ride. Lui continua stancamente a scavare e alza la testa e dice perché ridi e l'uomo lo guarda continuando a ridere e dice ma tu perché scavi? Io scavo perché ho fatto un sogno, ho sognato che alla stazione c'era un ponte e poi c'era un terrapieno e sotto il terrapieno c'era un tesoro e quindi scavo e l'uomo ride ancora più forte. Cioè tu sei scemo, pure io ho fatto un sogno, pure io ho sognato che all'altro capo del paese nella casa di uno c'era un tesoro ma io mica sono scemo, io mica ci sono andato. L'uomo, sconfortato, scava ancora, ancora, ancora finché il sole non tramonta, tesoro non c'è. Per fortuna ha il biglietto di ritorno, quindi va alla stazione e prende il treno e torna a casa. Torna a casa e la casa è ancora più spoglia di come lui l'ha lasciata, non c'è più il tavolo, non c'è più la sedia, non c'è più il letto e fa freddo. Quindi l'uomo decide di staccare dal pavimento della sua casa le assi di legno per alimentare la stufa a legna. Stacca queste tavole di legno e sotto il suo pavimento trova un tesoro. A volte noi il tesoro ce l'abbiamo proprio sotto i piedi, però per trovarlo ci serve il sogno di un altro. Questo è quello che noi facciamo, mettiamo insieme sogni diversi e cerchiamo di creare un sogno che sia il tesoro, che sia la realtà che vogliamo costruire. Adriana, grazie intanto per la tua testimonianza. Ti volevo chiedere, nella tua esperienza ci puoi raccontare qualche caso di riscatto che attraverso il teatro davvero è andato a buon fine? Mi fa piacere raccontare ciò che sta accadendo proprio in questi mesi. Tre anni fa con CCO, crisi come opportunità, entro a Dairo, la provincia di Benevento, carcere minorile per un laboratorio teatrale all'interno del carcere. Faccio un anno di lavoro lì con i ragazzi, entro delle studentesse di un liceo del territorio a lavorare insieme ai ragazzi, facciamo uno spettacolo che si chiama Disadirare, un lavoro sull'ira e sulla possibilità di lasciare andare l'ira. Debuttiamo al Campagna Teatro Festival, siamo entusiasti del percorso, ma sento che qualcosa ancora non è abbastanza. Perché all'interno di questa compagnia integrata di studentesse, giovani detenuti, alcune attori e attrici della mia compagnia, c'è un ragazzo che mi colpisce particolarmente, un ragazzo detenuto. Un ragazzo molto talentuoso, molto silenzioso, un ragazzo che suona il guzheng, l'arpa cinese, mai avrei pensato di entrare in un carcere e trovare un giovane suonatore di guzheng. Lui è stato il primo Achille di questo progetto sull'ira, su Disadirare, anziché la ceh, l'arpa suonava il guzheng. Abbiamo sognato insieme e adesso è da quasi due anni che con questo giovane attore lavoriamo all'esterno del carcere. Credo che sia il primo caso, smentitemi se avete informazioni e testimonianze diverse, di un giovane attore detenuto in IPM, istituto minorile, che esce per permesso di lavoro artistico. Lui esce come attore, ha fatto formazione e poi viene retribuito per lavoro esterno. Andiamo al mattino a prenderlo in carcere, chiaramente con il grandissimo contributo, fiducia, collaborazione del magistrato di sorveglianza, della direzione del carcere. Altrimenti non sarebbe possibile, se la società civile, i detenuti, le istituzioni non lavorano insieme, queste occasioni non si possono realizzare. Quindi il dialogo è a più voci. Quindi la mattina Andrea esce dal carcere, viene a Napoli dove noi abbiamo la sede, fa un'intera giornata di prove. Vi parlo di orari che vanno dalle 10 del mattino all'una di notte. Quindi lavoriamo fino alle 11 di sera, mangiamo un boccone e poi rientriamo in carcere. Questo accade per 5-6 giorni a settimana, a volte per intere settimane quando siamo in residenza. Andrea è un attore professionista, quindi l'incontro con il teatro non è più soltanto un'attività trattamentale, così vengono definite le attività in carcere, ma è opportunità professionale. Questo giovane attore ha acquisito un mestiere, è diventato anche autore, perché il lavoro che noi facciamo è sempre di scrittura e composizione collettiva. Insomma, probabilmente non solo con me, non solo con Manovalanza, ma nella sua vita potrà fare di questo mestiere davvero una possibilità una volta fuori. Quindi credo che sia importante raccontare che anche queste occasioni poi sono delle possibilità reali. Ecco, da un caso di successo che ci hai raccontato così bene, a un caso, una testimonianza che abbiamo qui con noi. Abbiamo Totò, giovane artista, 20-21 anni, e ti volevo chiedere cosa è stata per te la musica rap, cosa ha significato nella tua vita? Beh, sicuramente una valvola di spogo, quello poco ma sicuro. Poi è anche uno strumento, come diceva Francesco, per portare fuori comunque le realtà che si vivono sia all'interno delle strutture, che abbiamo vissuto i ragazzi che siamo finiti all'interno delle strutture, un po' rispecchiare la società, una valvola di spogo principalmente. Maglia, posso fare io una domanda a Totò? Certo, devi. Vorrei chiederti com'è cambiata la tua scrittura da quando hai iniziato ad adesso? Domande facili non te ne faccio, lo sai. Dovo pensarci. Io facciamo un applauso intanto. Che non è gratis questo applauso, se lo dovrà meritare dopo con il rap dal vivo. Beh, sicuramente è diventata molto più introspettiva, molto più sentimentale come scrittura. Mentre prima era una scrittura un po' in style, un po' al gioco dai. Ora invece è diventata più sentimentale, più mirata come cosa. Non lo so, è cresciuta comunque. Grazie. Inserisco io con un'altra domanda, sempre ricollegandomi un po' alle critiche che si fanno al linguaggio della musica rap. Volevo sentire anche da te la tua opinione, che cosa ne pensi tu, quali sono le tue scelte quando scrivi testi? Io faccio anche molti testi senza appunto parolacce, non solamente testi violenti. Ovviamente ho anche dei testi violenti perché rispecchiano ciò che ho vissuto. Però faccio anche testi non violenti. Il rap secondo me non è solo parole violenti, c'è il bene e il male. Poi comunque ci sono appunto i testi con determinati termini, che a parte rispecchiano il linguaggio giovanile, cioè ormai anche a gioco tra amici ci si offende, cioè così gratis. Però oltre appunto rispecchiare il linguaggio dei giovani, spesso sono delle parolacce, consentitemi il termine, un po' di ira, dipende anche da molte cose in che contesto la stai utilizzando quella parola. A questo punto vorrei sapere dal pubblico se ci sono delle domande, delle curiosità per i nostri ospiti. Ciao, intanto complimenti per tutto il tuo percorso, per le cose che hai detto. Io ero curiosa di sapere tre artisti italiani che ascolti e magari un paio di nomi invece di artisti a cui ti ispiri. Quindi comunque immagino ascolterai, però che sono per te punti di riferimento, non per forza rap, trap. Allora, diciamo che non ascolto più tanta musica, non so perché, prima molto di più rispetto ad ora, ho preso prevalentemente Basie e Tracce Mere. Però tre artisti... Allora, Califano. C'è un altro artista che mi piace molto, Zoda, che non è molto mainstream come artista. E poi c'è Guepé Kenio che è comunque... Tanta roba. Tra l'altro c'è una cosa molto interessante del percorso di Toto che forse non sa nemmeno Simona. Toto è stato recentemente selezionato a livello europeo tra i giovani artisti più interessanti in vari paesi europei ed è reduce da un bootcamp di una settimana in Belgio dove ha scritto, registrato e performato dal vivo insieme a tanti altri artisti più o meno sui qualitari di vari paesi europei. Io ancora non ho ascoltato tutto perché il materiale deve uscire, però da quello che ho sentito devo dire che ha tenuto alta la bandiera. Ciao Toto, ti faccio anche una domanda. Fare l'artista è un impegno quotidiano ma è anche una responsabilità nei confronti di te stesso ma anche delle persone che ti ascoltano. I tuoi fan, quelli che ti ascoltano, cosa gli vorresti dire? Una cosa che vorresti dire ai ragazzi o agli adulti che ti ascoltano un po' anche della tua esperienza e di quello che fai e che magari porti in musica ma non tutti capiscono, vogliono un messaggio visto che siamo in un festival dell'economia e siamo in un forifestival che parla ai giovani. Quello che vuoi dire, cosa vorresti dire, cosa vorresti trasmettere che magari nei tuoi testi è un po' nascosto? Tante cose, non c'è una cosa specifica, mi ha messo in difficoltà, onestamente. Allora, di quello che vuoi. Scusami, non volevo, ero curiosa. No, è meglio. Tante cose, non puoi fare l'artista se vuoi dire una cosa sola. Beh, questa mi sembra una grande risposta, grazie mille. Tante cose. Ci sono altre domande? Tipo un ragazzo più giovane, sicuramente di andare a scuola, poco ma sicuro, che è una realtà che io ho ripreso nella struttura perché prima era una cosa un po' trascurata anche perché sei piccolo, sei un bimbo, ti vedi soldi facili in tasca e non pensi a scuola. Cioè, ci andavo giusto così, cioè, più per le ragazze che per andare a scuola. Poi invece ho iniziato a studiare di nuovo, adesso studio l'università. Quindi, uno, di andare a scuola, due, di tenere gli occhi aperti perché ormai il male è ovunque. Cioè, anche dietro all'angolo magari sei tranquillo, esci e può succedere qualsiasi cosa, quindi sempre occhi aperti, sempre. Buonasera e grazie a tutte e tre per quello che avete detto, per le parole. E la domanda che faccio la faccio a tutte e tre. Portami là fuori. In realtà portami là dentro, dovrebbe essere, no? Per il discorso della consapevolezza e del dialogo con chi non è stato capace o non ha voluto, non lo so, percorrere quella socializzazione necessaria dei giovani, dei giovanissimi, per poi consentire loro di non fare anche piccole cose, perché dentro non sempre si finisce per grosse cose, no? Si finisce anche per piccole cose, ma poi si rimane in qualche modo ingabbiati dentro un sistema, conoscendo storie più forti, conoscendo violenze diverse. Quindi, nella vostra esperienza, portami là dentro, c'è stato, c'è la comunità, in qualche modo la società civile, per far aumentare questa consapevolezza che non è necessario ri, ma è necessario educare e basta. Grazie. Vado io, vado io. Grazie della precedenza. Se vuoi, sennò. Io personalmente vorrei che ciascuno di noi entrasse in un carcere, in più carceri per vedere cosa succede, per proporre delle attività, per fare i conti con una parte di noi stessi. La dialettica domatore Belva non mi piace, la trovo veramente inaccettabile. Quindi anche il concetto di rieducazione, ma per fortuna Francesco Cantola ha risolto in maniera magistrale, abbiamo una grossa responsabilità, ciascuno di noi ha una grossa responsabilità. Non è possibile schermarsi dietro il concetto di bontà, per cui io sono evidentemente una brava persona e non ho niente a che vedere con la parte cattiva, non è così semplice, non esiste questa separazione. Chi ha paura o ha un'idea leggendaria di ciò che accade all'interno delle carceri farebbe bene a trovare delle occasioni per entrare. Lo sforzo che noi facciamo è uscire fuori perché non ci sia alcuna distinzione, e torno alla questione artistica, alla questione dei linguaggi, tra il teatro che si fa dentro e il teatro che si fa fuori, per cui in uno spettacolo diretto da me non è assolutamente riconoscibile un attore detenuto da un attore non detenuto, non c'è una sottolineatura, non c'è un lavoro sulle biografie, ma noi come individui della società civile faremmo bene a entrare dentro quella parte fragile che è nostra e che è delle persone che hanno commesso degli sbagli e che stanno pagando perché esiste la giustizia, c'è chi fa il lavoro per bene e noi abbiamo un'altra parte, abbiamo la parte di connessione. Dunque se esiste una curiosità che non è quella delle fiction, che non è quella delle serie tv, ma è quella dell'incontro vero, provate ad entrare nelle carceri, provate a chiedere dei momenti di incontro o a partecipare agli eventi d'arte che sono molti in Italia, noi ne rappresentiamo una fetta ma ce ne sono tanti perché attraverso questo incontro si appiattisce la voragine incredibile che si è creata tra queste due parti della società e quello che lei diceva benissimo nel porre la domanda, raccontava molto bene un inaspimento della parte dolente che ci porta poi in errore, quindi entriamo là dentro, entriamo. E allora io le vorrei rispondere raccontandole una storia, la storia di uno dei ragazzi con cui ho lavorato più a lungo all'interno del mio percorso in carcere. Questo ragazzo arriva in Italia da solo a 13 anni e mezzo sui barconi e finisce a dormire alla stazione di Roma Termini e a fare tutto il peggio agli altri e a se stessi che potete immaginare, forse pure un paio di cose che non potete immaginare, si droga, spaccia, fa le rapine, si prostituisce nei bagni pubblici della stazione, tutto il peggio. La prima volta che questo ragazzo dorme con un tetto sulla testa in Italia, quel tetto appartiene al carcere minorile di Roma ed è lì che io lo incontro, perché l'educa-trinio mi dice sai questo ragazzo ama il rap, gli piace scrivere e questo ragazzo veramente gli piace scrivere, veramente ha questa passione, lavora questi testi con una dedizione, accidenti, con un amore che raramente io ho visto anche all'interno, anche insomma tra i rapper professionisti. Alto 2 metri, un pochino gobbo, quasi come a doversi scusare di essere così grande, no, così evidente. E questo ragazzo nella vita ha due sogni, il primo l'avete capito è fare rap, il secondo è fare il barbiere, infatti arriva con i capelli sempre precisi e perfetti e lui immagina uno dei suoi sogni è che un vecchio barbiere lo prende a bottega, gli insegna tutti i trucchi del mestiere, gli insegna a tagliare i capelli e lui sarebbe disposto a fare tutto, a pulire per terra, a scaldare gli asciugamani, a fare di tutto pur di prendersi questo salone da barbiere una volta che il vecchio barbiere sarebbe andato in pensione. E c'è un po' che continua a scrivere, questo ragazzo scrive bene, lo iscriviamo a un concorso letterario, vince il secondo premio, ma borbotte perché dice, eh mannaggia, potevo fare un po' meglio, noi e l'educatrice ci guardiamo e ci mettiamo a sorridere. Sempre ottima condotta, per cui quando l'Italia viene chiusa per la pandemia, questo ragazzo lo si riesce a mandare in comunità, il passaggio dall'IPM, Istituto Penale per Minorenni, alla comunità è un bel passaggio di qualità per un ragazzo detenuto. La struttura dove lui stava per essere andato era bella in mezzo alla campagna con gli alberi, il verde, gli animaletti, qualche ragazza, il cellulare per qualche ora al giorno, insomma un salto di qualità veramente importante. E io mi sono detto, ecco, per una volta la vita gli sta dando tregua, e invece no. Il ragazzo arriva là, si guarda intorno, si ferma qualche giorno e non resiste. Scappa per farsi riprendere dai carabinieri Italia chiusa, due metri di Cristiano a Lobeck alla prima pattuglia, e lo rimandano in carcere. In carcere mi chiama la psicologa, mi fa, senti, perforo, vieni che questo vuole parlare solo con te. Io mi faccio la giustificazione che si usava ai tempi, prendo il raccordo anulare completamente deserto, io arrivo al carcere minorile di Roma e lo trovo là, alto due metri un po' ingobbito, che tipo mezzo non mi guardava perché si vergognava. E gli dicevo, io ho disgraziato che hai fatto. E lui mi risponde, eh ma là in comunità non mi facevano fare rap, eh ma là in comunità non c'erano i miei amici, il cibo era strano, eravamo in carcere, eravamo quindi in mezzo alle grade al filo spinato. Lo guardo io e gli faccio scusa, ma mi vuoi dire che stai meglio qua? Lui mi guarda, non dice niente e fa così con le spalle. E poi come se niente fosse, comincia a parlarmi dei suoi testi delle cose che aveva scritto. Di solito quando racconto questo aneddoto, lo chiudo con una domanda che è, secondo voi adesso che esce questo ragazzo che cosa succederà? Tornerà a dormire alla stazione Termina, a rubare, a spacciare, a prostituirsi nei cessi pubblici? Ecco adesso questa domanda oggi non ve la posso più fare, perché so come è andata a finire la storia di questo ragazzo. E' stato trasferito in varie carceri minorili non trovando mai più una continuità, è diventato maggiorenne, è stato scarcerato perché nel frattempo la pena era finita, è tornato a fare la vita, l'unica vita che conosceva qui in Italia e al momento si trova detenuto nel carcere per adulti di Regina Celi a Roma, o almeno lì si trovava l'ultima volta che ha avuto sue notizie. Ora se un ragazzo è finito a 15, 16, 17, 18 anni, tanto vale che gli spariamo un colpo in testa, no, ci voglia il pensiero. Se noi diciamo no a quell'età un ragazzo non solo non è finito ma a cittadini nemmeno ha cominciato a vivere, allora è una responsabilità che ci riguarda tutti come società, non soltanto i rapper figuriamoci ma non soltanto il teatro, non soltanto i direttori dei carceri, poliziotti, gli educatori, gli psicologi, ci riguarda tutti come società perché dal punto di vista strettamente giuridico questo ragazzo i reati li ha fatti, dal punto di vista giuridico certo che è colpevole ma nei suoi confronti noi altri, noi adulti, noi società siamo innocenti. Grazie, grazie soprattutto per aver sottolineato più volte quelle che sono le responsabilità degli adulti e aggiungerei delle istituzioni a questo punto. Se c'è un'altra domanda dal pubblico abbiamo tempo? Io lavoro in una comunità residenziale per minori e ho coordinato un centro di aggregazione qui in Trentino in una realtà molto piccola e parlando di responsabilità della comunità io nel contesto dove lavoravo avevo davvero supporto mi sento di dire di tutta la comunità nonostante fosse un paesino molto piccolo quindi è difficile anche trovarla e mi sono interrogata anch'io su quello che è l'importanza dei cantanti attuali, dei rapper e ho contattato anche dei personaggi per cercare di organizzare dei laboratori all'interno del centro di aggregazione perché riconosco che attualmente questi sono i loro punti di riferimento e non ho mai ricevuto risposte. Ma lei doveva contattare Kento? Mi è dispiaciuto anche perché due ragazze in particolare, io sono di Milano, frequentavano la mia stessa scuola quindi ho detto so benissimo da dove arrivano quindi mi aspetto un pochino di solidarietà e un po' di responsabilità. Volevo sapere se esistono dei progetti sia teatrali di sicuro ma magari anche sul rap prima di entrare in carcere quindi in centri di aggregazione educativa di strada perché secondo me davvero adesso siete voi i punti di riferimento quindi anche se siamo tutti uniti per loro non ci ascoltano, questa è la mia esperienza. Non solo esistono i singoli progetti ma esiste anche una rete nazionale di più di 60 professionisti che utilizzano il rap in questa forma, una rete nazionale che si chiama Kipit Real e assolutamente sarò ben felice di darle tutte i riferimenti o anche in mente sinceramente chi in Trentino potrei coinvolgere quindi se tutto va bene riuscirò ad aiutarla. Ci sono altre domande? Prego. Allora una domanda a Kento, volevo sapere se c'è un messaggio tra le cose che hai scritto di cui ti sei pentito e invece quello che non hai ancora scritto ma vorresti scrivere? Oh madonna, allora di roba che ho scritto di cui mi sono pentito ce n'è parecchia, secondo me se sei contento di tutto quello che hai scritto significa che ancora non hai scritto abbastanza. Cioè è meno male che alla mia venerandetà non assomiglio più a quando avevo 15 o 16 anni, per alcuni versicini per altri molti quindi sì ci sono delle cose di cui sinceramente mi pento abbastanza, non troppe però qualcuna c'è che oggi proprio non avrei scritto, magari anche qualche canzone d'amore non avrei dedicato ma questo è un altro discorso che teniamo per un altro momento. In realtà c'è una canzone che ho già scritto ma non ho ancora pubblicato e probabilmente sarà la più difficile e dura della mia carriera, è una canzone che ho scritto sulla Ocean Viking mentre ero in missione di salvataggio nel Mediterraneo centrale in quest'inverno appena finito, è un'esperienza che mi ha rivoltato dentro più volte, ho partecipato a una missione di salvataggio in cui abbiamo salvato 48 ragazzi, tutti adolescenti e il concerto più bello, assurdo e incredibile della mia vita è stata una notte d'inverno sul ponte della Ocean Viking di fronte ai ragazzi che 48 ore prima erano convinti di morire in mezzo al mare e poi erano con me a fare Den Sol quella sera, quindi non so ancora come affronterò l'uscita, non riesco tanto a riascoltarla questa canzone però sì, questa è la prossima. Non so Toto se la canzone di cui ti sei pentito è quella che ancora devi scrivere. Ma pentito un po' di tutte. E' lo spirito giusto, io la provo questa cosa, ha avuto critica, è bene, bullismo nei confronti dei giovani rapper. Tu non sei meglio degli altri comunque a livello paranoico ci siamo, sì perché grazie a lui mi trovo qua, ho fatto tutte le mie esperienze, non fosse stato per lui che veniva in struttura zero. Si trova qui grazie a lui, io sono solo quello che gli ha rotto le scatole, però non gliela diciamo questa cosa, teniamola tra di noi. Sì, c'è qualcosa ma ancora non so, però c'è qualcosa che vorrei dire, ancora non so cosa. Sono molto, però è così. Non ci sono altre domande, io vorrei ringraziare sentitamente Adriana Foglieri, Kento, Toto per aver condiviso con noi pensieri, parole, le loro storie, storie tante volte davvero positive perché siano di esempio. No, diciamo prima con Kento è importante la testimonianza di Toto perché può essere d'esempio per altri ragazzi che si trovino nella sua stessa situazione, usare la musica per esprimere le proprie emozioni e per rimettersi in gioco come forma appunto di rieducazione. Però adesso vorremmo concludere nella maniera più bella, cioè dando il microfono a Toto stavolta per cantare e per cantare la sua canzone Inferno. È una vita, è una vita, è una vita che parlo solo, parlo solo ma ancora non mi sento, parlo solo ma ancora non mi ascolto, non mi ascolto sono vuoto nello specchio, sono vuoto non provo più sentimento. Pure se nello suo nuovo appartamento verranno a trovarmi solo i mostri che c'è dentro, mi sento buccoschi ma sprofondo nell'inferno, se sono dannato ti ci accompagni a Virgilio. Il fuoco non si spegne, è come un verme, sempre vivo vivo, teno il bene eterno come il pianto di un bambino, nei miei occhi trovo inverno, lacrima ancora a veleno, vedo solo il cielo spento sotto il parco baleno, tu vedrà se ci muoio, resterà tutto sereno, sono quasi indigeno, mi riscaldano solo cantanti e ce l'ho fanno, muoiono a squillare le fane, girano nel mondo, mi sento minivan, killer mi sento kim van, la vita sono solo, solo nelle mie paranoia, senza nessuno, nessuno. Lacrimomio, di matti odiavo prima io, sono io quel bastardo senza Dio, se ti tradirò tu mi chiedi amore, bevo le lacrime amore, vivo senza sole, solo nel dolore morirò, quando ogni mio sogno è nel tuo rincubo, a 33 dalla croce scenderò, poi ti ucciderò, però poi, però poi, non mi perdonerò.
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