Finanziamenti internazionali, ricerca e università
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Finanziamenti internazionali, ricerca e università
La Fondazione promuove libertà, cosmopolitismo e internazionalizzazione nell'università italiana, valorizzando formazione e ricerca globale.
La Fondazione è una produzione di Cine. La Fondazione è un'opera di La nostra priorità è stata garantire libertà e cosmopolitismo per l'università, che non si chiama università a caso, si chiama universitas, perché deve essere libera la partecipazione, deve essere libera la formazione, deve essere libera la manifestazione di qualsiasi pensiero, anche il più urticante, con un unico, invalicabile limite no alla violenza. E questa è stata la linea che noi abbiamo tenuto. Anzi, con Donatella, mi scuso di non chiamarla rettrice, è asciutto, ma diciamo che abbiamo una frequentazione quotidiana, quindi sarebbe una ficzio. Chiamerò Dott. Spezia, Simone Spezia, ma insomma sarà un po' una ficzio anche quella. Devo dire che noi abbiamo cercato di fare esattamente il contrario di quello che sta facendo Trump, cioè la nostra linea per valorizzare non solamente l'università, ma anche la ricerca italiana e l'alta formazione artistica, musicale e coreotica, perché tutto si tiene, noi abbiamo anche accademie conservatori, istituti superiori delle industrie artistiche, abbiamo istituti di design che sono l'oro dell'Italia. La qualità della nostra formazione, comunque configurata della nostra alta formazione, accademica e artistica, è di categoria superiore, perché abbiamo una grande storia, grandi radici che sono le radici del nostro futuro. Quello che noi abbiamo cercato di fare è stato di attirare persone da fuori, ad esempio il Politecnico a corsi in lingua inglese, proprio perché vogliamo, ora stiamo cercando di fare lingua francese, stiamo cercando di diversificare, ci sono scuole per stranieri. Noi vogliamo attirare persone nel nostro Paese, perché secondo noi la ricerca come l'università, come la formazione, non devono avere confini ma connessioni e pensiamo che anche alcuni temi critici della nostra università, del presente e del futuro, che noi non ci nascondiamo, un tema di sostenibilità, passi attraverso tre elementi, il primo è l'internazionalizzazione. Dobbiamo dare e ricevere capitale umano, non capitale politico, gli studenti non vanno trattati come capitale politico, i ricercatori non vanno trattati come capitale politico, le scelte sull'università non devono avere colore politico e su questo, ripeto, chiamo a testimone la mia collega, rettrice Donatella Asciutto, perché questo è l'obiettivo che noi abbiamo sempre cercato di perseguire, come Ministere e come Governo. La flessibilità, esattamente il contrario di quello, l'irrigidimento porta ad una chiusura della conoscenza. Noi cerchiamo di essere flessibili perché in un mondo che cambia ogni secondo non possiamo pretendere di calzare le nostre idee sul principio di realtà, è il contrario, dobbiamo adattare al principio di realtà la nostra qualità formativa perché noi formeremo persone per mestieri e per competenze che in parte ancora non esistono. Quindi dobbiamo essere molto flessibili e molto interdisciplinari. Questi sono stati gli obiettivi che abbiamo perseguiti e che continueremo a perseguire, cioè totalmente contro tendenza rispetto ad una chiusura o a una decisione di non cosmopolitismo. Questo è quello che penso. In una battuta e poi andiamo dalla rettrice Asciutto, gli Stati Uniti si stanno facendo male da soli, secondo lei? Guardi, io posso ragionare dal Ministro dell'Università della Ricerca e dell'Alta Formazione Italiano. Gli Stati Uniti bisogna distinguere, e lo dico anche a titolo personale, ma lo dico anche per la questione israeliana visto che lei ha parlato di propal, bisogna distinguere tra governi e popoli, tra istituzioni, università e persone. Non lo so, non sono in grado di valutarli in questo momento. Nel mio ritorno alle mie competenze ci sono negoziate in corso. Una cosa che a me non piace, credo nemmeno alla rettrice Asciutto, che è una super tecnica, è parlare di cose che non si conoscono. Non posso dare risposte su cose che conosco solo in parte, quindi mi astengo. Rettrice, su una sua valutazione. Non una risposta a questa domanda, oppure se vuole anche a questa domanda, però una riflessione su quello che sta succedendo. La libera circolazione delle idee delle persone è un fattore fondamentale per la ricerca e per la formazione delle persone. Io stessa ho fatto il dottorato negli Stati Uniti con una borsa di studio data negli Stati Uniti. Avevo tanti colleghi, soprattutto sui dottorati, tantissimi colleghi provenivano da tantissimi paesi. Questo è quello che poi ho cercato da quando ho cominciato a lavorare con i precedenti rettori, a portare anche come cultura all'interno del politecnico, sia la diversità delle culture, delle formazioni, dei percorsi, si fa più fatica, che non portano a un beneficio nella generazione delle idee, perché più sei diverso, più è facile che hai idee diverse. E quindi questo è qualcosa che noi abbiamo cominciato a sviluppare appunto con i corsi di laurea magistrale in inglese. Oggi noi abbiamo 8.000 studenti stranieri su 49.000 che vengono da più di 140 paesi al mondo. E quindi per noi è fondamentale. Di questi studenti, quando si laureano, gli studenti stranieri il 50% poi lavora in Italia. Il 50% va via, speriamo di riuscire ad aumentare anche il percorso, così come nei dottorandi. I dottorandi, così come in tutti i paesi, non sono mai i dottorandi che provengono solo dall'istituzione da cui sono usciti come laurea magistrale, ma vengono da moltissimi paesi. Ed è un beneficio per noi, per la ricerca italiana, che dobbiamo assolutamente mantenere, così come, se vogliamo anche andare su tutte quelle azioni che fa la Commissione Europea, le Marie Curie Doctoral Network sono esattamente un modo per attirare studenti stranieri in Italia. Oltre che gli RC anche, così come farli uscire, i nostri, dall'Italia e farsi un'esperienza all'estero, sperando poi di riuscire a riportarli in Italia. Quindi è necessario avere gli strumenti per poter implementare questo tipo di attività e su questo devo ringraziare lo sforzo fatto dal Ministero per poter avere la possibilità di contrattualizzare questi ragazzi che in questo momento non potevano essere. Voleva aggiungere qualcosa Ministra che mi stava dicendo? No, è che sono molto contenta perché le università, come voi sapete le università sono autonome. Al Ministero compete di stabilire delle linee di governance, generali di governance, di organizzazione, ma ciascuna università ha la sua, e ci mancherebbe, lo dice la Costituzione, la sua libertà di definizione dell'offerta formativa, di gestione, di governance. Questo però ha, a mio avviso, in questa fase avuto un'accelerazione, nel senso che ciascuno di loro ha cercato sempre più di aprire una finestra sul mondo e di contaminarci. Perché il fatto di, e poi sicuramente ne parleremo, di avere tanti cervelli italiani che se ne vanno non è una buona cosa, ma quello che noi dobbiamo fare insieme, loro per la loro parte e io per la mia, è creare le condizioni perché ritornino. Se vogliono possono anche rimanere fin dall'inizio, condizioni, perché ritornino significa fare grandi infrastrutture, creare cose che diano loro opportunità di ricerca, di lavoro e di studio qui. Oppure far sì che ne arrivino dall'estero, perché l'importante è che il saldo sia positivo. Adesso non lo è, è altamente negativo e noi dobbiamo lavorare su questo. Quello che noi dobbiamo fare è cercare di portare studenti dall'estero, ancora più di ora però, devo dire che già dal 2023 ad oggi siamo stati complessivamente bravi come sistema perché abbiamo aumentato il numero degli studenti stranieri, merito a loro, merito nostro che evidentemente abbiamo fatto delle buone politiche, del 40%, questo le stavo dicendo. Ed età 50% addirittura. Il mio amministratore di sostegno qui, il mio portavoce mi dice che è del 50%, sì è vero, ha ragione, del 40% all'8% lui arrotonda un po' però sì, del 50%. Allora Ministra, verrei a questo punto all'incontro di ieri, al vertice di ieri a Bruxelles perché è in parte collegato a quello che abbiamo raccontato. Sì, è molto detto, l'Europa deve cogliere l'occasione di un'eventuale fuga, che non sarà mai una fuga di massa evidentemente, però di un'eventuale fuga di ricercatori o docenti dagli Stati Uniti che si trovino in difficoltà per così dire politicamente o a causa di tagli dei finanziamenti. Nel vertice di Bruxelles di ieri ovviamente di questo avete parlato. Tra l'altro vorrei sapere nel dettaglio anche un'altra cosa, so che ieri lei ha avuto un vertice con il collega francese, un bilaterale con il collega francese. Allora dato che con la Francia c'è stato quel certo punto di tensione quando si è svolto... Sì, erano tutti molto preoccupati infatti. Esattamente. Nostro bilaterale. Quando si è discusso a Parigi di Choose Europe con von der Leyen, Macron e via dicendo, però capire come è andata. Inversamente, mi perdoni. Qualcuno mi ha chiesto perché hai deciso di non partecipare a un evento last minute dal titolo Choose Europe, Choose France, perché riassociandomi come stessa e ricordandomi di essere il ministro della Repubblica italiana non mi sembrava il caso di andare a fare promotion agli università francesi. Poi c'è stato un ravedimento operoso ed attivo tra la domenica e il lunedì, che era la giornata sabbate, è stato veramente il last minute, è uscito questo claim, questo invito. La domenica c'è stata una ridefinizione di percorso, si è lasciato solo Choose Europe, si è lasciato cadere l'elemento più nazionalistico, però io ho continuato a pensare prima di tutto e l'ho detto ieri, l'ho detto al collega, bellissima iniziativa, mi congratulo alla Sorbona. È un'università stimabile, certo noi abbiamo quelle buone in Italia, però non so, 1088, apprezziamo molto i colleghi della Sorbona. Peccato avere coinvolto l'università in un'iniziativa così stretta nei tempi e così monodirezionale quando tutti noi contiamo, worldwide, vis-à-vis l'estremo oriente e gli Stati Uniti, solo se uniti da soli contiamo poco, tutti insieme, cioè facendo valere le nostre caratteristiche nazionali in una cornice europea, allora sì che funzioniamo tantissimo. Come dicono i ragazzi, allora sì che spacchiamo rispetto a tutti gli altri, se ci presentiamo in ordine sparso è più complicato, questo io mi sono permessa di dirlo sia in consiglio dove ho detto appunto che apprezzavo lo spirito, l'entusiasmo, ma non apprezzavo la natura troppo soggettiva e last minute dell'iniziativa, l'ho detto al collega francese che ha compreso chiaramente il messaggio, abbiamo parlato di altro, devo dire che la Francia ci uniscono, ci sono radici comuni profondissime sotto profilo scientifico, noi abbiamo tanti progetti molto importanti insieme come progetti sulle onde gravitazionali, sull'astrofisica, sul biofarma, sul life science, quindi siamo andati oltre, diciamo, questa piccola incomprensione e abbiamo continuato a parlare di progetti da sviluppare insieme, tra cui uno in particolare che è il trattato del Quirinale che è una cooperazione rafforzata, quindi diciamo che è stato solo un trailer, abbiamo fatto uno spoiler di quel quello che ci diremo il collega francese Dio a giugno quando faremo una bilaterale rafforzata per perfezionare i contenuti del trattato del Quirinale, però ci tenevo a dire o tutti insieme o niente, cioè choose Europe, choose Europe all together, not one by one, perché se one by one non funziona. Quindi il chiarimento c'è stato in sostanza con... Diciamo Erga Omnes e singolarmente con il collega e anche, l'ho ripetuto perché magari non mi avevano capito, anche al pranzo informale che abbiamo fatto tra i 27, ho detto che insomma la cosa doveva essere chiara, che apprezzavo molto questa promessa dei 500 milioni di euro fatta dalla Fonderlion, noi ne abbiamo messi anche qui, grazie a Dio, la testimonia oculare, ne abbiamo già messi 480 sul Fondo Italiano per la Scienza, già messi, cioè sono a sportello, li stiamo distribuendo adesso, in un anno a parte 500 milioni in tre anni promessi a Parigi, abbiamo messo 11 miliardi sulle infrastrutture, 50 milioni su un bando a sportello, 97 milioni recentissimi sulle infrastrutture, insomma stiamo continuando a investire. Adesso torno alla retrice asciutta, però proprio su questo tema dei 500 milioni... Le chieda conferma anche dei numeri, perché sui numeri con la Cruyè abbiamo avuto un po' di... 500 milioni in tre anni sono pochi, cosa ci fai con 500 milioni in tre anni? Infatti abbiamo chiesto di aumentare... Allora 500 milioni secondo me era il claim... Al livello europeo, naturalmente, cioè 500 milioni... Sono d'accordissimo, era il claim della Sorbona, per quello dico, a mio avviso siamo molto più credibili se facciamo delle dichiarazioni di percorso, non dei claim, Allora se ognuno di noi dice, infatti, la commissaria Zaccarieva, ancora non abbiamo capito come si pronuncia, si chiama E'Caterina, comunque, grazie a Dio ci chiamiamo per nome, E'Caterina è sicuro, che è la nostra commissaria di riferimento, ha detto, ciascuno di noi avrà la legacy, avrà il compito di organizzare iniziative, Però è evidente che saranno cofinanziamenti su cui l'Unione Europea predisporrà fondi più cospicui, una cosa su cui ci siamo trovati tutti d'accordo, E' più fondi per i cofinanziamenti su Horizon, per il nuovo Multi-Annual Financial Framework, cioè la cornice di programmi europeo su ricerca e innovazione, Ho intravisto da qualche parte il presidente Ubertini che è il presidente di Cineca, con cui stiamo facendo tanti cofinanziamenti europei sul Centro Nazionale HPC, Big Data e Tecnologie Quantistiche a Bologna, Abbiamo fatto già un upgrading in cofinanziamento, ne abbiamo fatto un altro ancora, un upgrading, Anzi ti chiederai, cerca Roberto Viola così dopo ci parliamo, perché adesso vogliamo fare anche un'altra application europea sulle gigafactory, Quindi è ovvio che per queste cose non basta, 500 milioni sono il hashtag amalamamma, Però tutto il resto va studiato e soprattutto fatto insieme, cioè le application vanno fatte a 27 con dei fondi cospicui, Perché noi vogliamo essere competitivi rispetto al resto del mondo, possiamo esserlo solo uniti, perché c'è tanta, tantissima tecnologia, tanta ricerca in Europa, veramente tanta, E stiamo creando delle reti infrastrutturali, lo stiamo facendo, dobbiamo rendere queste reti ancora più solide e ancora più durevoli. Rettrice, io la porterei su quello che può fare un singolo ateneo, nel senso che questo è un quadro un po' generale, Cioè ci sono reti da costruire che sono in parte costruite, reti di ricerca da costruire e che sono in parte da costruire, Financiamenti da mettere da parte dei paesi europei, e poi c'è quello che può fare ogni singolo ateneo per portare e attrarre talenti dall'estero, Voi come vi muovete, al di là appunto dei corsi in inglese, che sappiamo perfettamente, E buffo pensare adesso a come siano naturali, viste le enormi polemiche che lei si ricorderanno suscitato un po' scioccamente, Mi pare di poter dire, quando furono varati. Allora, ho detto che è molto diverso se parliamo appunto di attrarre docenti nell'area tecnologica e umanistica, Perché se tu vuoi attrarre un docente americano che viene da di area tecnologica, tu hai bisogno di fornigli dei laboratori, Hai bisogno di fornigli dei finanziamenti e dei contatti con le aziende, perché questo è l'ecosistema americano, oltre al venture capital, Grazie, era, diciamo sì, questo era il sistema americano, sulla parte delle aziende continuano ad averlo e il venture capital continuano ad averlo, Quindi quello che noi abbiamo potuto fare era attrezzarci per dare alcune opportunità, che sono appunto quello, come ateneo, Di attrarre finanziamenti sia di collaborazioni con aziende, con grandi aziende, anche multinazionali, così come dargli la possibilità intanto di insegnare in inglese, Ovviamente di avere ottimi studenti, perché i nostri studenti non hanno nessuna differenza rispetto agli studenti, anzi spesso e volentieri sono anche migliori rispetto alla media americana, Non parlo delle MIT, parlo della media americana e quindi i dottorandi. Il tema grosso che noi abbiamo, in cui ci scontriamo, è la rigidità del sistema salariare, essendo noi un ateneo pubblico. Quindi non c'è la possibilità di contrattare sullo stipendio. Noi abbiamo da tanti anni cercato di dire che il 20% di docenti esterni, che la legge Gelmini, che poi probabilmente diventerà il 25 nel prossimo futuro, Impone di assunzione dall'esterno del proprio ateneo, giustamente, perché altrimenti non scardiniamo una cultura di autorigenerazione, Abbiamo cercato di farlo attirando docenti stranieri. È molto più facile attrarre italiani di rientro, capiscono anche il valore di stare in Italia, rispetto a stare in altri paesi. È molto più difficile attrarre, perché siamo in competizione con l'ETH di Zurigo, il cui offerta mediamente su un professore ordinario, gli stipendio base è 3-4 volte il nostro. Noi su quello non abbiamo margini, se non dare gli strumenti o altre possibilità, quindi compensare in altro modo. Anche ieri abbiamo detto uno dei fringe benefits, oltre al fatto di dover aumentare gli stipendi, e questo era il motivo per cui vi avevo messo il professore aggiunto in quel provvedimento che avete tanto disegnato per poi richiedermelo di nuovo, scusa una nostra polemica interna, però c'è il contesto italiano, se lo chiami tra Zurigo e Siena, che cosa sceglierebbe? Se fosse l'ETH forse l'ETH, però... A parità di qualità, di infrastruttura, di ricerca e offerta formativa. Diciamo che i fringe benefits italiani sono molto apprezzati, ma non lo dico io adesso, non mi sto trasformando in prolocco, cioè passo da Ministro dell'Università alla Prolocco, lo dicono loro. Cioè ieri parlando con i colleghi si diceva è ovvio che non possiamo competere con le fees e con alcuni fringe benefits di alcune università americane. Le università inglesi avevano già molto abbassato, perché gli inglesi hanno fatto un taglio spaventoso sull'alta formazione, cosa che se l'avessimo fatto noi... Quindi già lì avevano, come posso dire, ridimensionato in payus le fees. In America spesso il ritorno, che non è tanto quanto vorremmo, non è stato in passato tanto quanto avremmo voluto, e ha ragione la retriciocciuta a dire che spesso sono i nostri che ritornano, sono dovuti anche al fatto che noi abbiamo una rigidità. Perché ho sempre insistito sul fatto che il contratto di ricerca non fosse sufficiente. Perché il contratto di ricerca, eredità del governo Draghi, con le sequenze sindacali, tutte le contributive previdenziali, magari funziona per un prototipo di ricercatore stimmabilissimo che è nostro, ma non può essere un vestito a taglia unica che funziona per tutti. Non funziona per il professore, non funziona per chi applica i Marie Curie, ci vuole un postdoc. Io ho suggerito, e alla fine siamo riusciti a farlo, con un emendamento parlamentare o chiuto cattaneo, immobilitando tutta la comunità scientifica, ma se ne sono accorti due anni dopo, ribadisco, da due anni sto cercando di convincerli che il contratto di ricerca da solo non basta. Il tema è, non siamo tutti uguali, non sono tutti uguali i progetti di ricerca, non sono tutti uguali le ambizioni, quindi ciascuno deve avere il suo strumento. Poi gli studenti, i ricercatori mi dicono, i rettori li usano malamente. E no, questo è un processo alle intenzioni. I rettori usano solo i contratti che sono più convenienti per loro. No, se noi mettiamo una serie di garanzie e di tutele per cui non possono usare i contratti meno tutelati oltre una certa soglia temporale oltre una certa misura, mi aspetto l'onestà intellettuale dei rettori. In realtà, poi sono i ragazzi che scelgono. Se tu gli fai un'offerta che non ha nessun senso, vanno altrove. La mobilità esiste, quindi è evidente che nessuno di noi almeno ha l'obiettivo di schiavizzare le persone. Per quello l'ho implementato. Quello che avrebbe veramente disincentivato e aumentato ancora di più quella brutta statistica di cervelli in fuga, era un contratto di ricerca incapace di captare dei finanziamenti. Cioè, noi per accontentare le sequenze sindacali avremmo perso un miliardo e duecento milioni di finanziamenti perché i nostri studenti, anche qui ti chiama testimone, non succede niente, non è un fatto politico, è un fatto tecnico, non avrebbero potuto applicare. Cioè, col contratto di ricerca non avrebbero potuto applicare i Marie Curie, altri progetti internazionali di altissimo livello e molto cospicui? Perché quel contratto non era riconosciuto altrove, quindi non avrebbe funzionato. Avremmo fatto il più grande taglio alla ricerca della storia per accontentare le sequenze sindacali. Francamente anche no. Volevo però tornare dalla rettrice, sul tema della gabbia burocratico-salariale, il tema della gabbia burocratico-salariale mi interessa moltissimo. Cioè, al di là di queste modifiche, delle quali ho visto che c'è qualche, mi sembra abbastanza marginale, protesta. Si, qualcuno del PD sta rimasticando delle proteste dicendo che il contratto di ricerca da solo sarebbe stato sufficiente, bastava superfinanziarlo, ma il problema è che, ripeto, non riguarda solo, noi non siamo un'isola, una monade, noi dobbiamo interfacciarci con il resto del mondo. Tutti paesi europei lavorano con il postdoc, che è l'altro contratto che abbiamo proposto, per rendere interoperabili e mobili i nostri progetti di ricerca, i nostri ricercatori, i nostri professori e il nostro personale tecnico-amministrativo. Se non avessimo creato questo modello contrattuale, sarebbe stato un problema. Dicevo, il superare questa gabbia burocratico-salariale, diceva la Ministra, il paragone tra Siena e Zurico, però facciamo un paragone tra Milano e Zurico, nel quale ti trovi comunque due città, un climatico, io ci vivo, Milano l'adoro, la amo da morire, però climaticamente entrambe non straordinarie, quindi con una qualità della vita, a Zurico una qualità della vita alta, una città dove si vive bene, una città internazionale bella, con accesso a tutto, con un aeroporto che ti porta in qualsiasi parte del mondo. Si è offeso sul cotto di Zurico, ha dei parenti a Zurico, è una città bellissima, lo sapevo che lo sarebbe tornato a casa. E quindi questo conta. Però quello che dico, nel momento nel quale l'offerta è paragonabile dal punto di vista della qualità della vita, per intenderci, di lavorare, su cosa si va a giocare? Sulla qualità degli studenti, sul contatto con le aziende, sul fatto di poter lavorare con un ecosistema della ricerca, dell'innovazione con le aziende, perché queste sono le opportunità che tu gli puoi offrire, che sono comunque alla pari di quelle di Zurico. Quindi possiamo giocare soltanto su questo tipo di strumenti, che però sono simili a quelle di Zurico. Quindi sicuramente il tema dello stipendio è un tema fondamentale. Noi abbiamo un sistema sanitario che funziona bene, ma anche la Svizzera non è che sia messa malissimo, per cui non abbiamo tutti questi punti di forza per confrontarci rispetto alle TH. Ci proviamo e continueremo a provarci, cercando di offrirgli il maggior numero di opportunità di lavoro e di collaborazione presso di noi, così anche come gli spazi. Zurico ha qualche problema più di noi di sugli spazi, noi ce l'abbiamo, ci stiamo ampliando adesso, grazie anche al contributo dei ministeri e non solo, perché questo è... Voi, allora, il campus, quello della statale, come si chiama Mind, ha anche le infrastrutture, che in realtà, però, subo visa siamo noi. No, no, c'è anche infrastrutture. C'è anche infrastrutture? In minima parte. Scusate, una domanda per entrambe, ma voi tutta questa emorragia ipotetica di studenti americani verso l'Europa, la vedete davvero, di studenti o di docenti o ricercatori americani verso l'Europa, la vedete oppure no? Allora, in realtà, gli americani sono molto poco mobili, a volte noi non sappiamo nello che è l'Italia, o l'Europa in generale, per cui sono più gli studenti stranieri che sono negli Stati Uniti, che mi sembra più facile che possano muoversi rispetto agli Stati Uniti. Detto che noi abbiamo un vantaggio di costo di vita e dell'università è molto più basso rispetto a quello americano. Harvard deve impegnare 100 mila dollari all'anno per poter frequentare un anno di Harvard tra tasse e tutto il resto. Poi, come risale, naturalmente, dipende molto dal profitto dello studente e il livello di reddito, cioè ci sono un sacco di elementi che giocano. Molto meno per gli internazionali. Molto di più per gli americani. Ministra, lei la vede, questa emorragia di americani o di stranieri che sono negli Stati Uniti verso l'Europa o verso altri luoghi? Non ancora, è molto presto. Stiamo parlando di qualcosa che ha cominciato a succedere non tanto tempo fa. Noi c'eravamo già preparati per... In realtà vedo una categoria che non so se veda anche Donatella. Io ho un'esperienza di vita e non mi ha portato a vivere negli Stati Uniti. Non è stata una scelta definitiva, altrimenti non sarei qui. Ho lavorato per una multinazionale americana. Mi sono resa conto di due cose. La prima è che non hanno la più vaga idea da parte Roma, Milano. Io sono di Bologna. Per loro Bologna era a nice place between Milan and Florence. E quando venivo presentata, insieme ad una mia collega, eravamo le delegates from Balonga, che sembrava più una roba da Piano Mattei. Quindi ha ragione Donatella, ci conoscono poco. Però un'ondata di ritorno sta arrivando da chi, come me, ha lavorato negli Stati Uniti, ha vissuto, ha fatto una famiglia negli Stati Uniti, che magari parla inglese, ma anche italiano, e fa tornare i figli a studiare in Italia, perché in Italia la formazione è altissima e costa tanto, ma tanto, ma tanto di meno. Questo lo vedo, lo sento, lo percepisco, però non è una wave, un'ondata così forte da essere chiaramente percettibile. Stiamo cercando di intercettare degli studenti, è ovvio che molto lo fa la lingua, la lingua inglese, il fatto di avere corsi in lingua inglese. E il fatto di continuare a finanziare nella maniera giusta le università i progetti di ricerca, perché anche quelli parliamo di studenti, anche di researchatori, perché è il movimento, quando qualcosa comincia a muoversi la tendance au vent. L'importante è cominciare a creare l'ondata di arrivo. Secondo me, qualcosa si sta già muovendo, non in maniera così significativa da fare statistica o da invertire la tendenza, che adesso è negativa, dei cervelli in fuga. La mia soluzione è soprattutto fare infrastrutture di ricerca. Loro sono un'infrastruttura di ricerca, non solo un'università, perché hanno un luogo all'interno dell'università dove si fa ricerca di altissimo livello, la si fa stabilmente. Dobbiamo eliminare i limiti che sono burocratici, sicuramente stiamo cercando di farlo per la nostra parte, molto spesso anzi, diciamo che c'è una parte generale in quello che lei domanda all'arretrice asciutto e a me, su cui noi possiamo incidere solo in parte. Per esempio, i salari non sono solamente i salari delle università, sono anche i salari delle imprese. Anche quelli sono considerati troppo bassi, visto che qua siamo nell'empire o dell'impresa, anche i salari delle imprese visti da fuori sono considerati troppo bassi delle imprese italiane. Anche la burocrazia, la pubblica amministrazione è vista un po' troppo indaginosa, un po' troppo complicata, per quello stiamo cercando di semplificare e sburocratizzare. È sempre un modello paese, quello che attira o respinge. Perché poi quando uno fa una scelta di questo genere è una scelta di vita. E nel momento in cui uno fa una scelta di vita non è che valuta solamente la parte economica, che certamente valuta, non valuta solamente. Questo era l'argomento di ieri al Consiglio Europeo, cioè la scelta è multitasking, si fonda come tutto nella vita, è tutto multifattoriale, non esiste... Certo, ci può essere un elemento traente, una forza trainante, però il contesto prima o poi riemerge, quindi tu fai delle valutazioni di contesto che tengono conto di tutti gli elementi di contorno, non solo della forza trainante, però l'infrastruttura di ricerca è importantissima. Di questo mi sono resa conto, in questi tre anni me ne sono convinta profondamente. Il fatto di avere infrastrutture forti, concentrate, non ciascuno al proprio computerino, capito, una grande... Non ci sono mille silicone velli, mille cupertino in America, bisogna avere la capacità, la forza di concentrare la ricerca, poi magari fare spin-off, scale-up e fare soprattutto ecosistema, noi abbiamo fatto molto ecosistema, perché noi siamo bravi, noi italiani siamo sicuramente bravi, sia come imprenditori sia come scienziati, però siamo un po' ecosistemici. Fare ecosistema significa mettere insieme università, enti di ricerca, imprese, imprese, tutti insieme, territori, terzo settore e quant'altro, però questo è molto importante. Un'ultima domanda rapida per tutti e due, anche se richiederebbe probabilmente un'ora e mezza, ed è una piccola riflessione. Ieri è uscito, abbiamo avuto la sequenza di due numeri interessanti in due giorni diversi, il primo è quello dell'Istat che ci racconta della famosa fuga degli studenti, cioè gli italiani che decidono di andare a studiare. Era quello che le dicevo prima, bilancio negativo. Numero uno. Il secondo è invece quella ricerca realizzata da Cida e Censis che è stata pubblicata ieri che parlava del ceto medio, parlava della sofferenza del ceto medio e diceva tra le altre cose, due su tre tra gli interpellati vuole mandare i figli a studiare all'estero. Vorrei una vostra riflessione su questo perché poi il giudizio può essere sia positivo che negativo, nel senso che uno può anche dire va bene, cioè una voglia di mandare i figli fuori e fargli scoprire il mondo, dall'altra parte invece dà l'impressione di un di un gruppo sociale, il cosiddetto ceto medio, che poi è estremamente vago, che però sembra non credere nel Paese per certi versi, quindi o nel sistema universitario del Paese. Una riflessione alla ministra e alla rettrice per chiudo. Molto sinteticamente, io credo che non sia un disvalore il fatto di fare studiare i figli all'estero, però questo non ci esime dal creare le condizioni migliori per farli rimanere qui. Quindi se è un rifiuto preoccupato perché l'offerta formativa agli occhi dei genitori o delle famiglie non è sufficiente, noi ci dobbiamo lavorare. Il modo in cui noi ci stiamo lavorando, tutti, noi per la nostra parte e diciamo i rettori per la loro, nella loro autonomia è cercare di ascoltare di più il nostro benchmark, cioè noi non possiamo creare un'offerta formativa e pretendere che il mondo ci sia adatti. Noi dobbiamo ascoltare i nostri destinatari, capire di che hanno bisogno e questo aiuta anche a risolvere il mismatch tra offerta universitaria e mercato del lavoro. Dobbiamo ascoltare gli imprenditori, dobbiamo capire di che cosa hanno bisogno e dobbiamo costruire la nostra offerta formativa su questo livello e fare tante connessioni, cioè internazionalizzare il nostro ciclo di studi in modo che anche dall'Italia, partente l'Italia, si cominci a lavorare sull'internazionale, non dovendosi necessariamente muovere l'artigianato, ma avendo un corso, le faccio un esempio, abbiamo creato un corso sperimentale in scienze dell'artigianato, un corso economico, management dell'artigianato, inserito nella Facoltà di Economia. Perché? Perché gli artigiani hanno delle skills, magari hanno frequentato gli ITS, hanno skills ancora più tarate rispetto a quelle non parlo del politecnico, ma di alcune università generaliste, ed è giusto che il loro percorso formativo sia manageriale, sia in grado di insegnare loro come usare le nuove tecnologie, eccetera, eccetera, eccetera. E lì connetta con il futuro. Potrei fare mille altri esempi, l'importante ripeto è ascoltare, tenere conto di quello che ti è stato detto, costruire l'offerta formativa e creare connessione internazionale. Questa è la mia parziale ricetta. Allora, sicuramente c'è un'esigenza più forte oggi di avere dei percorsi sin dalla laurea trienali in inglese, così come l'esperienza internazionale. E quindi un modo per noi, oltre che si guardano molto di più anche i ranking nel bene e nel male, questo è un modo di fare delle valutazioni. E quindi lavorare per avere l'opportunità agli studenti di fare anche facendolo sta in Italia di fare esperienze internazionali. Non solo Erasmus, ma anche doppie lauree piuttosto che attività di questo genere. Così come, dall'altra parte, cercare di lavorare per far emergere comunque l'ottima università italiana anche nei ranking che spesso ci penalizzano per motivi non necessariamente legati alla qualità dell'offerta formativa. E poi essere forse anche più chiari nelle modalità in cui ci si propone verso le famiglie. Perché in Italia molto decidono le famiglie e non in realtà i ragazzi. Grazie. Grazie ad entrambe. Alla ministra Anna Maria Bernini, alla reprisa di Mattella Scivio, al politecnico. Grazie. Grazie.
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