Breve storia della velocità
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Breve storia della velocità
Un libro che unisce storia, filosofia e esperienze personali, esplorando la velocità come fenomeno umano e culturale.
Buongiorno a tutti, ben arrivati. Siamo entrati un po' rumorosamente in questa sala che era già pronta, prima eravamo di essere in ritardo. Presento subito il professor Jeffrey Schnapp dell'Università di Harvard. Siamo qui per la presentazione del suo libro, Storia rapida della velocità. Lo leggiamo perché era scritto un po' diversamente. Il professore Schnapp è uno studioso del Medioevo del Novecento, autore di numerosi libri, è stato un precursore nel campo dell'umanistica digitale e nel 2011 ha fondato ad Harvard il Metalab, che è proprio un laboratorio sperimentale dedicato all'intersezione tra umanesimo, design, tecnologia e arte. A proposito di velocità, leggere il suo curriculum richiede veramente tanto tempo ed è una cosa che difficilmente si può fare in tempi rapidi. Professore intanto ben arrivato e grazie. Grazie a voi. Per essere qua con noi. Partiamo ovviamente subito dal libro che è il protagonista di questo incontro. Oggi lei scrive che questo è stato nella sua carriera il libro più lento, perché in realtà è il frutto di un lavoro di trent'anni. Un lavoro che è nato anche, come sempre succede con i ricercatori, da ricerche sul campo. Io partirei dal campo più tradizionale di ricerca, quello che ovviamente è battuto da tutti i ricercatori, ma chi non fa questo tipo di ricerche. Il suo campo di studio è stato il mondo delle corse motociclistiche della West Coast degli Stati Uniti. È un studio sul campo che è durato più di dieci anni, quindi non un amore che è volato via, è leggero. Ha partecipato a campionati di formula 3, formula 2, formula di qualsiasi cosa, sigle che non ho mai incontrato nella mia vita. Le chiederei subito che cosa le ha portato questa esperienza sul campo oltre alle numerose fratture che so che ha partito a casa negli anni. Diciamo che se dovessi esporre le mie clavicole ci sarebbero le tracce di questa avventura. Il libro più lento su cui abbia mai lavorato, nel senso che è nato nel 1997 da un seminario che è tenuto a Stanford, però l'interesse e i campi di ricerca che hanno informato questo libro, che è un libro che devo sottolineare, non è la traduzione di un libro scritto in inglese, in realtà l'ho scritto direttamente in italiano, è la prima volta che lo faccio nella mia lunga carriera da studioso. La carriera di pilota è nata nel mezzo del camino di questo studio. Quindi non era giovanissimo diciamo? No, no, anzi sono stato un pilota a quarantenne che è una categoria abbastanza rara, però infatti i compagni di squadra mi definivano come il professore ordinario più veloce del mondo. Questo non era necessariamente un complimento, attenzione, anche se poteva essere vero, però facevo parte di una squadra di vent'anni che hanno partecipato al campionato della West Coast degli Stati Uniti dove sono riuscito con grande soddisfazione dopo quasi dieci anni di attività di vincere un campionato di classe della supermono, che è una categoria che era molto di moda negli anni e in quegli anni, alla fine degli anni novanta, all'inizio dei duemila. Però questa passione era nata molto molto prima, in realtà il libro Storia rapida della velocità è nato come, già posso rintracciare le sue origini alla mia formazione di medievalista, sono rimasto affascinato dal fatto che un grande filosofo, teologo, come Tomaso da Quino, fosse ossessionato con la questione di come sfiegare la fisica del movimento degli angeli, cioè come si muove un angelo rispetto al movimento di un corpo come i nostri corpi. In tutta la tradizione religiosa antica, nei miti antichi dove le divinità viaggiano alla velocità del pensiero, attraversano i cieli, si trovano presenti in questione di secondi, sorvegliano il campo di battaglia, nessun filosofo si era sentito costretto a raccontare come si muove un Dio, con la sua carrozza, pensiamo a tutti gli aurighi celesti della tradizione classica. Invece Tomaso da Quino dedica una sezione intera della Summa Theologiae a raccontare elemento per elemento esattamente il moto angelico, la velocità relativa degli angeli, come riescono a dare l'illusione di essere presenti in luoghi, molteplici luoghi allo stesso tempo però senza rinunciare al movimento nel tempo e lo spazio. Questo è solo uno dei capitoli, di tanti capitoli, perché questa è una storia panoramica che racconta cinque millenni di storia della civiltà in 220 pagine, per cui rapida in quel senso, però sono delle etappe dove capiamo che la velocità è stata una presenza non limitata all'epoca della motorizzazione o dell'industrializzazione, ma che infonde tutta la storia della civiltà sia come fantasia che come realtà vissuta. Durante le ricerche che poi sono andate a far parte di questa serie di capitoli che compongono la storia rapida della velocità, io mi ero allenato da motociclista, sapevo di essere veloce, l'avevo fatto però non ne avevo mai veramente gareggiato e il mio vicino a San Francisco all'epoca insegnavo a Stanford, che era un pilota aguerrito, stava tornando all'attività dopo un lungo periodo di interruzione, di pausa, e ha detto ma perché non vieni fai un paio di gare, sappiamo che sei bravo, lo sai fare, avevo la moto giusta una priglia tra l'altro. Siamo andati così, avevo la patente da pilota al circuito, ho iniziato la prima gara, sono partito 75°, ho arrivato 12°, lui invece si è spaccato la gamba, sono andato avanti e altri 12 anni lui si è fermato. È stata un'avventura, però quello che ho capito facendo questa esperienza, che era naturalmente il risultato di una passione che ho sempre avuto per le moto, che adesso sono più ciclista che non molto ciclista, però è che anche l'impostazione concettuale di questo libro che cerca di raccontare una storia interna ed esterna, che la partecipazione mi dava una dimensione diversa rispetto allo storico che sta lì solo a consultare l'archivio della civiltà, a leggere, perché crea la possibilità di una storia interna e esterna che dialogano fra di loro. E per cui uno degli elementi importanti di questo libro è che la storia del nostro movimento corporeo, della mobilità umana, è più che umana, delle divinità, dei cavalli, degli uccelli, di tutti gli animali che ci circondano, la cui velocità noi abbiamo ammirato durante tutti i periodi della civiltà umana. Quella storia esterna è correlata alla storia delle accelerazioni mentali, del pensiero, dei nostri processi cognitivi, per cui io cerco di raccontare questa storia con quelli due versanti che dialogano fra di loro continuamente, però è un collegamento che è stato rafforzato anche dalle esperienze vissute, nel campo delle competizioni. Per cui ricerca sul campo assolutamente, però non come punto di partenza, ma come conferma di alcune ipotesi, alcuni intuiti che poi sono andati a dare la forma a questo libro che cerca di raccontare 5 milenii in solo 220 pagine. Magari a fine evento ci racconterà come hanno reagito i suoi colleghi, gli altri ricercatori, gli altri storici quando uno scoperto che lei scorazzava 250 km onari sulle piste. Ogni tanto quando arrivavo a fare una lezione con le stampelle avevano intuito che c'era qualcosa che non tornava. Il professore non ce la racconta. Torniamo al libro. Il suo racconto verte su 5 presupposti. Il primo ce l'ha un po' raccontato cioè che il tema della velocità non è un tema di oggi né di epoca industriale, è un tema che esiste dall'inizio dell'umanità, ha citato Tommaso Daquino. Lei però poi nel libro affronta anche il tema, la relazione tra cultura e le tecnologie. Qual è il modello di questa relazione? Esiste un'interazione? Assolutamente. Cerco di contestare in questo libro una narrativa, un racconto che purtroppo credo sia particolarmente, fortemente presente nelle nostre discussioni contemporanea delle tecnologie. Noi esseri umani tendiamo sempre ad attribuire alle tecnologie, ai congegni meccanici che noi inventiamo un ruolo da protagonista quando siamo noi che siamo sempre al volante, siamo noi a maneggiare questi strumenti e questo vale sia per l'intelligenza artificiale che per le carrozze di guerra dell'antichità remota. Per cui io cerco di dimostrare che un modo molto più maggiore complessità e sfumature di raccontare questa storia è di concentrare la nostra tradizione sul rapporto bidirezionale tra cultura e tecnica. I congegni tecnici sono meccanici, sono l'espressione sempre di una cultura e portano con sé delle forme di cultura, sono portatori di cultura, di modelli di interazione tra persone, modelli di interazione tra persone e ambiente, paesaggio e mondo. Il modello che informa il libro è un modello bidirezionale dinamico dove io cerco di in qualche modo superare questo modello che è nato nella fine in particolare, è stato formulato da Sipis delle due culture, l'idea che ci sia questa cultura umanistica che appartiene al mondo della cultura proprio con C maiuscola e poi il mondo ingeneristico, tecnico, scientifico. E qui in Italia, scusi se la interrompo, siamo dei professionisti nel separare questi due mondi. Infatti, io cerco di presupporre il contrario, che tra cultura e tecnica sono i due versanti della stessa moneta e questo presupposto non è per me una astrazione, è una cosa che vivo, io sono direttore di un laboratorio, noi sviluppiamo piattaforme di software, esperienze interative nel contesto museale, cioè vivo proprio questo connubio e non riesco a fare una cosa che non riesco più a disintreccare dal concetto di cultura e il concetto di tecnica. Per me sono veramente dei fenomeni che possiamo guardare da diverse prospettive, però dove dobbiamo soprattutto focalizzare la nostra attenzione su quanto l'uno implica l'altro e viceversa. Ecco, lei considera anche un solo movimento e due facce della stessa medaglia, non solo diciamo tecnologia e cultura, ma anche il movimento fisico e il movimento mentale. Sì, infatti questa idea che la storia esterna della velocità, quella somatica dei nostri corpi in movimento, dei corpi degli animali, fosse, avesse sempre una componente cognitiva, percettiva, mentale, era un aspetto di questa ricerca che mi aveva affascinato presto nelle mie ricerche e poi ho avuto la fortuna di leggere le lezioni americane di Italo Calvino, dove il capitolo sulla velocità parte proprio da questo punto, cioè Calvino afferma con la sua solita brillantezza che non è possibile pensare alla velocità senza affrontare la velocità mentale e che il mondo della poesia, della letteratura, dei viaggi fantastici è proprio il laboratorio, l'allaborazione di modelli di mobilità mentale. Questo per me è stato utile non solo come conferma, ma per capire anche perché non c'è una tradizione filosofica né in occidente né in oriente incentrata sul pensiero veloce. Le tradizioni filosofiche sono non solo scettiche ma spesso si costruiscono in opposizione con l'idea del pensiero veloce, che è visto come una forma di falso pensiero, di non pensiero, troppo legato agli istinti, al corpo, alle esperienze irvanescenti. Allora, se non si chiede dove è la filosofia che corrisponde al mondo della velocità, questa componente che ha trascinato l'immaginario umano dalla preistoria al presente, è nella poesia. Sono i poeti che invece hanno sempre fatto i campioni, in qualche modo i protagonisti di questa storia e non per caso nella tradizione filosofica e soprattutto sono le trattative della poesia, degli effetti poetici dove si incomincia a ragionare su che forma di sapere è contenuto nelle forme di pensiero acuto, veloce, agile. Per cui c'è un capitolo del libro per esempio che è dedicato alla poetica barocca dove dimostro che c'era una teoria della velocità mentale nei trattati di poetica barocca dove si pensava a modelli di comunicazione fondati sui fuochi d'artificio per esempio. La metafora veloce che sorprende, l'acutezza che è brillante proprio perché salta le connessioni abituali, quelle logiche che di solito strutturano il discorso. Per cui c'è una tradizione alternativa, però non è quella dei filosofi che sono tutti contrari alla velocità, è quella dei poeti. Cosa è che vi aginiamo passeggiare sotto i porticati con lentezza? Il dialogo tra lentezza e velocità è naturalmente un dialogo inevitabile, una dinamica che viviamo adesso, cioè i movimenti di protesta dallo slow food, tutto una serie di… Gli eretici della velocità. Certo. Però questo è un continuo anche nella cultura classica, antica, c'erano questi dibattiti, questi conflitti di valore fra la cultura della meditazione e la cultura dell'accelerazione. Infatti il primo capitolo del libro è proprio incentrato su Pericle, la storia di Pericle, la grande figura ateniese, che era un praticante del multitasking, quello che all'epoca si chiamava la polypragmosine, o polipramusone, che era questa iperattività che Pericle ha identificato come proprio il valore di fondo degli atenesi che li faceva vincere su tutte le altre civiltà. Era una difesa del valore, della loro forza come imperatori potenziali del mondo, come conquistatori del mondo, cioè il multitasking allo stato puro. Questo valore è stato contestato da tutta la tradizione filosofica che era incentrata invece su un modello contemplativo. Per cui in ogni etapa di questo percorso queste battaglie si svolgono come oggi si svolge tra il fast food e lo slow food. Prendiamo un esempio molto banale e concreto. Però naturalmente sono conflitti che assumono una forma diversa in ogni epoca storica. Professore, lei parla nel libro di un cambiamento epocale. Determinato scrive dal crollo delle ideologie che hanno sostenuto la fede nel progresso. E questo perché cresce, per fortuna, non rinungerei la consapevolezza delle conseguenze di tutto quello che abbiamo fatto, dell'industrializzazione. Però lei presenta anche un paradosso perché dice che paradossalmente la crescita della velocità si è fermata e oggi, diciamo, lei cita le strade ma anche il traffico aereo, il traffico navale, è più lento o se non uguale a 50 anni fa. Esatto, in qualche modo questo è questo punto che è stato in qualche modo il punto di partenza per tutte le riflessioni che hanno dato forma a questo libro. Nel senso che io sono medievalista di formazione però ho lavorato, ho curato l'edizione del teatro di Marinetti, ho scritto diversi libri sul primo Novecento, sulle avanguardie. Se pensiamo al futurismo che è stato la prima avanguardia storica, culturale, politico, storica, quella che ha segnato in qualche modo tutta la storia del Novecento e certe mitologie che ci accompagnano oggi. Il futurismo nasce come un movimento che vuole velocizzare tutto, tutti gli aspetti della vita. Il passatismo è il nemico del futurismo, sono i due termini opposti, proprio in funzione del ritmo. Il ritmo è il tempo del civiltà, del pensiero, dell'esperienza, delle forme di interazione, della comunicazione, la poetica, tutto. Quello che mi ha colpito è che questa èpopea dell'accelerazione, che è così un mito centrale della cultura industriale, incomincia ad entrare in difficoltà negli anni 60 e 70, e particolarmente negli anni 70. Basta studiare il settore della mobilità automobilistica, per esempio. L'automobile che era l'icona dell'individualismo eroico delle avanguardie dell'inizio del Novecento, oramai tutti sappiamo che le velocità di attraversamento delle metropoli in tutto il mondo si sono fermate, sono scese anche a partire dalle anni 70. E uno incomincia a guardare tutto l'orizzonte della mobilità corporia. Quelle forme di mobilità che erano state eroicizzate nella cultura del Novecento e nell'Otocento incominciano almeno ad appianarsi, se non a diminuire. Certo, si è democratizzato l'accesso al viaggio in aereo, però le velocità medie degli aeroplani di oggi sono più o meno quelli degli anni 70. Non ci sono stati questi salti che uno immaginava dove si progrediva sempre di più verso velocità maggiori. Questo punto mi ha fatto capire che c'è una componente, siamo arrivati a una fase di saturazione che corrisponde anche a una fase di crescenti dubbi sulle mitologie del progresso infinito che accompagnavano quel modello di industrializzazione collegati agli effetti in particolari ambientali, però anche agli effetti sulla qualità della vita in tante società avanzate. Per cui ho iniziato a riflettere su questo punto in collegamento a quella rivoluzione che sta trasformando ancora la nostra vita, che è quella digitale, che è tuta incentrata sulla circolazione sempre più veloce di informazioni, di comunicazioni, di dati. Questo è un evento senza precedenti nella storia della civiltà. Nella storia della civiltà l'accelerazione dei movimenti corpori e delle persone hanno sempre fiancheggiato delle accelerazioni mentali, nei ritmi cognitivi. La nostra epoca invece a partire dall'anno 70 incomincia a farci vedere una divergenza che io e questo è quello che affermo nel libro, una divergenza che stiamo vivendo sempre in maggiore intensità oggi. Questo è infatti il quinto punto del libro che è proprio questa scissione tra la velocità mentale e la velocità fisica. Lei scrive, professore, c'è però un problema con i futuristi di oggi ed è lo stesso problema dei futuristi di più di un secolo fa. Essi sono presentisti, antropocentristi senza rimorsi che sovrastimano le capacità umane mentre sottovalutano la presenza del passato e il radicamento profondo dell'umanità nel mondo naturale. Sì, i futuristi di oggi sono i nostri tecnologhi della Sile Convali che si stanno sognando la costruzione di colonie su Marte, che sono convinti che noi tutti raggiungeremo la bella età di 220 anni, tra non so quale miracolo della biogenetica contemporanea, che continuano ad espandere quella trama narrativa che era già stata tracciata dai futuristi dell'inizio del Novecento in nuove direzioni per cui credono che la tecnologia non solo ci salvi ma che ci crei una dimensione quasi sempre crescente di vita, esperienza, che supereremo in qualche modo la natura. Io da storico sono molto scettico, non solo da storico ma anche da tecnologo e cerco nel libro di dimostrare perché questo inghippo, questo sforzo, questo ci deve portare a riflettere veramente su cosa sono queste tecnologie, non sono un rimedio magico a tutte le realtà inesorabili del fatto che noi siamo degli animali, abbiamo tutta una serie di poteri ma anche di limiti che fanno parte della nostra natura stessa e che questi sogni di superamento la storia dimostra quanto siano dei sogni, fino a che punto fanno parte di un immaginario sia religioso che tecnoreligioso per cui in alcuni personaggi io prendo di mira in particolare Ray Kurzweil che è una persona che io ammiro molto perché è un inventore straordinario, ho lavorato con alcune delle sue tecnologie negli anni, però Kurzweil che è l'autore della Singularity, la Singularity è questa idea che ci saranno questo momento in cui le macchine diventano intelligenti e noi diventiamo nelle macchine, una specie di fusione che in robotica è stato sognato già nel IV secolo d.C., cioè questo momento magico, questa è una teologia, non è una teoria dell'evoluzione della tecnica per me, essendo un medievalista credo di avere le antenne molto sensibili a quando si incomincia a fare un passaggio tra un dibattito tecnico e delle credenze invece che sono infuse di fantasie di sovraumanità. Tornando alla velocità, professore, mi sembra di capire che lei ci stia dicendo che la velocità non è un valore assoluto. Ecco, alla luce di questo io vorrei capire come lei vive personalmente la velocità, perché io sono rimasta veramente commossa leggendo il suo curriculum, le cose che lei ha fatto, il numero di libri che lei ha scritto, la velocità che ha raggiunto in moto, quindi qual è il suo rapporto personale con la velocità? Beh, questa è una bella domanda, ma è un rapporto sicuramente complesso perché quello che si intende per velocità sono spesso dei ritmi simultanei che sono molto diversi l'uno dall'altro, cioè la velocità di scrittura di un libro e la velocità con cui uno deve adempiere una serie di compiti durante la giornata, cioè sono due cose completamente diverse. Questo libro che ci ha messo praticamente 30 e più anni per raggiungere la sua forma attuale per tutta una serie di ragioni, è invece un compito che deve essere realizzato in questioni di 5 minuti. Io credo che come tutti noi che viviamo in questa epoca in cui abbiamo queste macchine intelligenti che ci fiancheggiano in ogni momento della nostra vita, almeno vita attiva, che sono quei piccoli super computer che portiamo nelle nostre tasche, i nostri cellulari, con essi 24 ore al giorno ad una rete sempre più veloce, capace di trasmettere dati sempre più complessi, tutti gli aggiustamenti cognitivi che noi dobbiamo per forza mettere in atto è veramente un work in progress, gestire questa realtà che ci stimola da una parte, io sento lo stimolo di quello, però non è che lo stessi tempo crea nuove forme di fatica, nuove forme di patologie sociali, come sappiamo per cui io lo vivo come credo che lo viviamo tutti come uno sperimento, non so l'esito. Ci sono degli aspetti potentissimi che trasformano il rapporto che possono avere con il tempo e lo spazio, con le altre persone, con i processi di creazione e allo stesso tempo che escludono le possibilità per cui ci mettono davanti a delle scelte di vita e portano anche a delle forme di fatica. Direi che è una questione complessa. Uno dei punti cruciali dell'argomento del libro riguarda quello che io descrivo come una specie di sorpasso, perché in tutta questa storia plurimillinaria, il rapporto tra noi e i congegni meccanici che l'umanità ha inventato, tutto quel mondo di macchine era un mondo dove le macchine ci permettevano di muoverci con più velocità o di sognare di muoverci con più velocità, però le macchine non ci sorpassavano. Invece, le tecnologie di comunicazione dell'elettronica attuali ci hanno sorpassato già 30 anni, 40 anni fa. Si muovono a velocità che sono 100 volte, 1000 volte più veloci della velocità di pensiero. La velocità di pensiero era lo standard oro per il concetto di velocità per l'umanità durante quasi tutta la sua storia. Adesso siamo circondati, non ce l'ho circondati, ci hanno invaso delle tecnologie che sono mille volte più veloci di noi. Per tornare alla domanda, vivere un mondo così espanso è veramente un'avventura molto particolare che diverge da l'esperienza dei nostri predecessori in tutti i secoli. Le farai l'ultima domanda, poi coinvolgerei il pubblico perché sarei curiosa di capire che tipo di attività fate nel Metalab e anche nel corso di questi anni che differenze ha visto lei negli studenti, nei ricercatori che vi lavorano? Cioè tutta questa velocità e tutta questa tecnologia come sta cambiando anche il nostro modo di percepire la realtà e la velocità? Questa è una domanda importante perché incide proprio sulla questione della formazione in un contesto dove noi viviamo questo campo esperienziale che è stato trasformato dalla iperconnetività continua. Prima di passare al tipo di attività che svolge il mio laboratorio a Harvard, risponderei come professori di letteratura, di storia della cultura, tutti i miei colleghi si lamentano del fatto che è diventato sempre più difficile insegnare per esempio il romanzo come una forma di comunicazione, cioè un genere letterario che è stato al cuore della storia della cultura per secoli e secoli, cioè un romanzo come Guerra in pace di Tolstoi non lo si riesce più ad insegnare perché i giovani, gli studenti che sbarcano alle porte di anche una grande università come Harvard non hanno mai fatto l'esperienza, hanno delle grosse difficoltà proprio cognitive di affrontare un'esperienza letteraria che supera i confini di magari cento venti pagine, cioè proprio per la lunghezza, il grado di concentrazione, la forma di attenzione soprattutto, cioè noi abbiamo una certa economia e forma di affrontare queste esperienze interative, loro si trovano in difficoltà, non è che non riescano a farlo poi, però quello che è il sintomo di un mutamento, in tutte le forme culturali della nostra epoca vediamo questo passaggio verso forme dove almeno il primo impatto è veloce, è più contenuto nel tempo e nello spazio e magari poi questo primo contatto può portare ad ulteriori approfondimenti a tutto un altro orizzonte di attenzione, però il punto di partenza è più la tavola di antipasti che non la portata, cioè il secondo come tipo di esperienza, questo è importante perché ci riporta alla prima parte della sua domanda, almetta noi siamo una piattaforma di sperimentazione, ci immaginiamo come una fucina di idee, un laboratorio del design del sapere e studio di produzione, per cui un mix di elementi tra il mondo ideale, cioè il mondo di un'esperienza, il mondo di un'esperienza, il mondo di un'esperienza di un mondo ideale, cioè proprio di ideazione e quello della realizzazione e quando c'è Giuseppe Ferrandi qui, il mio collaboratore qui alle Gallerie di Piedi Castello, abbiamo per esempio voluto raccontare cent'anni di storia olimpica come parte di una sequenza di esposizioni, ci sono i dati che raccontano tutte le attività di ogni sportivo, di ogni squadra, le squadre nazionali di cui fanno parte, il loro genere, tanti aspetti di quella realtà, però come si fa un racconto collettivo di 20.000 atleti attraverso di un secolo? Beh, ci sono delle nuove forme di storytelling che sono molto affascinanti, ancora in evoluzione, come le visualizzazioni dei dati, cioè è un settore dove noi lavoriamo moltissimo nel Metal Lab, però una visualizzazione dei dati di per sé non risponde alla questione di quale è la storia che vogliamo raccontare o che più interessa il nostro pubblico, ancora queste forme non è che loro rispondano a cosa è un'efficace o seducente o affascinante versione di cent'anni di dati olimpici, se tutto rimane un'astrazione all'essere umano medio interessa zero, se invece uno riesce a trovare dei filoni che poi uno isola, diventano l'oggetto proprio del lavoro di elaborazione dei dati, riesce a tracciare una forma di storytelling che non è guerra in pace, cioè perché non dura mille pagine o l'equivalente, però che incomincia a crearci, aprirci degli orizzonti di approfondimento tramite un punto di accesso che ci seduce, che ci trascina, per cui la visualizzazione dei dati è una delle modalità di storytelling della nostra epoca su cui noi lavoriamo, che mi sembra anche un settore interessante e importante, questo lo cito spesso, però se voi andate su New York Times ogni anno pubblica un elenco, una gradatoria dei articoli più di successo dell'anno, che sono stati più letti e più seguiti dal loro pubblico. Negli ultimi vent'anni le visualizzazioni dei dati hanno vinto quasi sempre quella gara, per cui fatti bene diventano una modalità fondamentale della comunicazione, però ha una forma di aritigianato, non è la tecnica che risolve questi problemi, ci vanno designers, persone che conoscono questi dati, tutte le abilità critiche, analitiche che corrispondono al buon giornalismo, al buon racconto, per cui non è un out out qui. Però professore, lei parla di una parte di accesso, quindi un modo per catturare l'interesse per poi usare le tecniche di conoscenza che sono le stesse, cioè di acquisizione delle nozioni e di elaborazione dei dati, quindi cambia solo la porta d'accesso oggi probabilmente? Sì, cambia, però non è che si arrivi esattamente allo stesso punto, nel senso che c'è un mutamento anche a livello di quello che potrebbe essere definito come approfondimento, perché quando si tratta di dati per esempio, i dati, questo è un po' un mio light motivi, dati non sono dati, nel senso latino della parola, sono costruiti, sono delle astrazioni, chi li costruisce? Con che criteri? Sono delle astrazioni, per cui se uno non è presente alla scena dove si decide quali sono i dati e non vengono architettati, costruiti con un senso critico, analitico, una conoscenza di cosa sono i dati e cosa devono fare, non si riesce a fare queste operazioni critiche, analitiche di alto livello o di racconto, per cui c'è una nuova area di expertise, di formazione che si apre e che diventa necessaria per una società digitale. Allora apriamo le domande, chi si lancia per primo, chi voglia di fare una domanda al professore, non siate timidi, professore non posso farle anche un'altra domanda, qualcuno dal pubblico, chi rompe il ghiaccio, prego. Allora un attimo che raggiunge un gelato, così la possono ascoltare tutti. Tra le attività che esegue, parlava di design del sapere, mi ha incuriosito molto e mi piacerebbe che approfondisse il tema. Una definizione. Previamente, almeno di cosa si trova. Grazie per la domanda, perché è una frase che lo confesso apertamente ho inventato, perché quando uno lavora in uno spazio di sperimentazione tra arte, cultura e tecnologia, viene chiesto in continuazione, ma cosa fate veramente, qual è il vostro campo? Cioè questo è il problema dell'innovazione, è facile attaccare delle etichette a tutte le forme conosciute, consolidate di ricerca, investigazione, eccetera. Quando uno innova si apre uno spazio non mapato, non definito, per cui trovandomi in difficoltà a rispondere alla domanda ho inventato questo concetto del design del sapere, knowledge design, come tutte le etichette, è un'etichetta imperfetta, però è utile per due aspetti a mio avviso. Uno c'è la parola design che per me vuol dire problem solving, il fatto che il design non parte con una tabula rasa, ma parte sempre con una serie di elementi che vanno affrontati in qualche modo, cioè un problema di ricerca, un'idea, una cosa che non funziona. E poi sapere che una parola ogni comprensiva, però che ci fa capire che questi processi di problem solving, risoluzione di problemi sono in dialogo con la scienza, con la ricerca, con il sapere per cui ogni questione di ricerca diventa una questione di design e viceversa. Nella tradizione universitaria, quella novecentesca che abbiamo ereditato, la risposta a cosa è il knowledge design sarebbe, beh, questo è il knowledge design, il sapere cos'è, sono i libri, però quella è una risposta molto incompleta, poi storicamente è molto limitata. Nell'ottocento, se io avessi detto ad un professore ordinario, lei sarà valutato per la promozione, per lo stipendio, in funzione di quanti libri produce, si sarebbero spaventati, perché nell'ottocento i grandi eruditi dell'epoca facevano delle conferenze, i libri non contavano, avevano un peso molto minore rispetto alla cultura orale e alla performance del sapere. Nel novecento, con la crescita dell'industria editoriale, è stata la stampa che è stata lo standard, adesso siamo andati oltre, per cui il design del sapere per me è anche questo spazio che si apre dove ogni volta che vogliamo affrontare una questione di ricerca dobbiamo anche affrontare la questione del canale, della forma che assume, perché non si dà per scontato che sia una pubblicazione in una rivista specialistica e questo vale, la visualizzazione dei dati è un esempio perfetto, cioè come si pubblica una visualizzazione dei dati? Beh, ci sono mille modi di pubblicarlo, posso pubblicare su un mio cellulare, o installare come una installazione in un museo, per cui è questo orizzonte a cui vorrei puntare con la scelta di quella formula. Allora, se non c'è nessun altro dal pubblico e vuole fare una domanda, ne approfitto io con una domanda che mi sta molto a cuore, è che spazio esiste oggi all'innovazione del pensiero e con grande dolore lo chiedo a un professore della Harvard University. Che spazio c'è oggi di innovazione di pensiero? Sì, ma per dei motivi anche del tutto nobili e intelligibili, le università guardano indietro, si parla molto di innovazione, però structuralmente parlando, le discipline hanno una loro ragione anche per essere, perché sono delle strutture che ci guidano nella valutazione della qualità dei contributi, cioè la disciplinarietà per me ha un valore sempre, però deve essere messa sotto pressione e lì che arriviamo a quelle forme di sotto pressione, a cercare di capire dove l'innovazione, non l'innovazione che produce la novità che poi non trasforma, non cambia niente, che diverte ma che non lascia una traccia, ma la vera innovazione è quella che è fondamentale per il progresso sociale, che ha un impatto vero e duraturo e lì credo che le nostre istituzioni si trovano in grande difficoltà, sia su questa sponda dell'Atlantico che su quella americana. Ne mio piccolo io ho cercato di creare questi spazi laboratoriali proprio per andare oltre i modelli di organizzazione a base di dipartimenti, di aree disciplinare e consolidate, proprio per questo a Stanford avevo creato un laboratorio, lo Stanford Humanities Lab, che aveva l'ambizione di creare veramente una struttura a duratura è fallito completamente, per cui la lezione che ha portato con me a Harvard è fare una cosa leggerissima, non cercare di cambiare il mondo ma sempre semplicemente di praticare quel futuro alla cui creazione vorrei partecipare. Allora io chiuderei con la sua definizione della storia della velocità. Si tratta di una danza antica che si snoda da millenni tra zampe, piedi, ruote, pattini, ali, sensori, sentieri, strade e paesaggi. Un equilibrio in continua evoluzione in cui nessun partner ha mai davvero lasciato la pista da ballo. Su ogni sprinter che vola sullo stadio, ogni auriga con le radini in mano, ogni messaggero dai piedi a lati e ciclista sfrecciante, ogni pilota e corridore incombe la figura del pedone che conosce l'universo stesso come una strada, come tante strade, come strade per anime in viaggio, eseguendo lo stesso copione di istruzioni conscie e inconscie con cui i nostri antenati hanno programmato il nostro corpo circa 200 mila anni fa. La storia, invece di rivelarsi un trampolino di lancio per chi sogna di cambiare tutto, si conferma invece come un percorso lento e lungo dove ogni fine incontra un nuovo inizio e ogni inizio una nuova fine. La storia, invece di rivelarsi un trampolino di lancio per chi sogna di cambiare tutto, si conferma invece come un percorso lento e lungo dove ogni inizio una nuova fine incontra
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