Scuola, lavoro, formazione in carcere e fuori con l’obiettivo recidiva zero
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Scuola, lavoro, formazione in carcere e fuori con l’obiettivo recidiva zero
Renato Brunetta affronta il tema del carcere e della formazione attraverso il lavoro, sottolineando l'importanza di agire a livello locale per risolvere problemi sociali.
Allora buongiorno, diamo il benvenuto anzi il ben trovato al Festival dell'economia di Trento a Renato Brunetta, presidente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, professore ordinario di economia del lavoro, tre volte ministro per la funzione pubblica, deputato, un lungo Coursus Honorum politico e parlamentare, europarlamentare, una persona a cui io sono particolarmente legata, perché ho avuto l'onore di lavorare con lui durante i venti mesi che hanno cambiato l'Italia, per citare il titolo del suo libro, cioè durante l'esperienza unica del governo Draghi. Oggi Renato Brunetta è con noi per parlare di un tema sociale, un tema fondamentale per la civiltà di un paese, che è il tema del carcere, e in particolare della scuola del lavoro e della formazione attraverso il carcere. E quindi la prima domanda che io faccio al presidente Brunetta è perché al Festival dell'economia il presidente del CNEL ha voluto essere qui a parlare del carcere e del sistema delle carcere in Italia. Grazie, avete qui la più brava giornalista economica che ci sia in questo momento. Leggete il Sole 24 Ore, lei è caporedattore al Sole 24 Ore ed è la più brava. E di fatti lo sentirete. Allora, perché? Perché mi piace andare controcorrente, perché mi piace non farmi condizionare dai momenti. Oggi geopolitica, tazzi, Trump, Putin, la guerra, tutte cose straordinariamente importanti, tutte cose che ci colpiscono, ci fanno sentire male, irrecquieti, male, pensiamo che non ci sia futuro, soprattutto la guerra. E pensiamo tutti che le soluzioni debbano essere a quel livello, che siano le mani di Putin, siano le mani di Trump, che siano le mani dell'Unione Europea, Ursula von der Leyen, che sono le mani di Netanyahu o dei palestinesi, cioè che siano le mani dei grandi giocatori. Chi siamo noi per poter pensare di incidere sui grandi giochi? Il grande gioco, i grandi giochi, si diceva nell'Ottocento. Ed è vero, è così. Non è che non sia vero. L'addovi invece poi, se la riflessione si fa un po' più puntuale e precisa, e pensiamo, ieri sera, alle 10 e mezz' di sera ne abbiamo parlato noi due, e l'idea è sua. Se pensiamo psicanaliticamente, se pensiamo dal punto di vista delle nostre coscienze, come questa distopia globale sia nata o nasca, ovviamente questa distopia globale, questa negatività che noi vediamo proiettata nel mondo, da dove viene? Viene da noi, ovviamente. Viene dagli umani, non può venire dalle piante, non può venire dal sole, non può venire dagli animali, dal mio cane che non c'è più straordinario, soggetto di amore, come tutti i nostri cani. Viene da noi, dal nostro buio che abbiamo dentro, il cuore, le coscienze, della nostra ombra, junghiana e anche freudiana. Nace da noi. La sommatoria, vero dico, banale, di tutte queste nostre ombre, di tutti questi nostri bui non risolti, delle nostre coscienze, delle nostre negatività che non vogliamo neanche ammettere, che non vogliamo conoscere o che se conosciamo ci fanno tanto del male. Proiettata via via, sommata e proiettata, producono le distopie globali, le guerre, il razzismo, gli egoismi della geopolitica, gli imperialismi della geopolitica. E allora non serve sempre stare su quei livelli, ma per trovare soluzioni, io ho fatto il ministro un po' di anni, ho fatto il parlamentare europeo, il parlamentare italiano e quando uno fa il ministro, fa il parlamentare, è chiamato non al filosofeggiare, è chiamato a fare le leggi o a farle applicare o in parlamento o come governo. Ma quando uno è chiamato a risolvere problemi, i problemi sono qui ed ora. E allora mi sono chiesto, visto che nessuno di noi qui ha voce in capitolo sui macro temi globali, sfide, ma mentre noi possiamo, noi tutti, voi tutti, chi è giovane, chi è meno giovane, chi è funzionario, chi è militare, abbiamo invece il qui ed ora che è a nostra disposizione. E se abbiamo il qui ed ora, da dove cominciare? E allora cominciamo dalle nostre proiezioni distopiche che ci sono vicine. Ve ne cito un po'. Gli anziani non autosufficienti nelle residenze per anziani. Fate tutte le eccezioni, quasi sempre, luoghi di abbandono, di dolore. I nostri nonni o i nostri padri non autosufficienti se non hanno soldi, finiscono nelle residenze per anziani. La residenza per anziani una volta si chiamavano recovery, adesso si chiamano RSU o la RSA. E sono normalmente, con tutte le eccezioni non voglio generalizzare, ma sono dei luoghi di abbandono e di dolore. Basti pensare che la più alta mortalità durante il Covid sia avuta nella RSA. Questa è un'area di distopia, di tragedia, e quella non dipende da Putin, non dipende da Trump, non dipende dalla geopolitica, dall'imperialismo, ma da noi, da noi cittadini, da voi giovani, da, ovviamente, con gradazione di responsabilità, giovane poco, chi è più vecchio, di più. Ma pensiamo agli ospedali che non funzionano, alle liste d'attesa, per cui se hai un principio di tumore che cresce, che monta, e ti dicono che le terapie, piuttosto che le analisi, te le fanno tra un anno, due anni, tre anni. Immaginatevi quando succede una cosa di questa, è la follia. E anche questa non dipende da Putin, non dipende da Trump, non dipende da Netanyahu, non dipende dalla geopolitica, dall'imperialismo, non dipende da noi. I tanti giovani che sono costretti ad andarsene, perché non trovano futuro qui, e vi guardo in faccia, vi guardo in faccia me stesso, il nostro fallimento di adulti, per andarsene, ma non per studiare, andarsene per non tornare più. Ecco, potrei andare avanti ancora, ma non voglio perdere tutto il tempo su questa, come dire, provocazione iniziale. Sono cose che dipendono da noi, e sono slegate dal tema, ecco questo è il punto, dal tema del festival, no, sono un segmento, un pezzo della staffetta, come ho cercato di dire all'inizio. Per cui dal buio, dall'ombra dentro di noi, dalla proiezione di quest'ombra nel nostro intorno di vita, che poi si trasforma in guerra, razzismo, antisemitismo, imperialismo, tutti gli ismi che abbiamo conosciuto. E allora mi sono chiesto, quando sono diventato Presidente del Cnell, Consiglio nazionale delle comuni di lavoro, organi di eleganza, insomma, sarebbe anche una cosa importante. Io sarei anche la sesta carica dello Stato, uno se li deve guadagnare poi l'importanza, ma mi sono chiesto, da dove comincio? Ebbene, c'è tutta la tematica dei salari, della produttività, dei contratti che non si rinnovano, della sicurezza nei posti di lavoro, le troppe morti, eccetera eccetera, ma da dove comincio? Tutte queste cose le sto facendo un po' per caso, perché il Ministro Nordio me l'ha chiesto. La prima risposta, mi sono detto partiamo dalla cosa più difficile. Perché è arrivato a 75 anni tra quattro giorni. Volete che parta dalle cose facili? No, si parte dalle cose più difficili. Allora, la cosa più difficile, a naso, e poi mi sono reso conto che avevo ragione, è scuola, formazione, lavoro in carcere e fuori dal carcere. È uno dei temi più difficili, più complessi, paradossalmente più difficili e più complessi, perché vedete, noi siamo un paese di 60 milioni, qualcosa di meno, di abitanti. Un PIL straordinario, un prodotto interno a 2 mila miliardi, un debitone enorme per cui abbiamo fatto debiti, però riusciamo anche a pagarli. 24 milioni di occupati, 4-5 milioni di immigrati, più o meno regolari, più o meno clandestini. Cioè un paese ricco, un paese meraviglioso, un paese pieno di contraddizioni, pieno di tutto, e un paese così ricco, così potente, così bello, abbiamo il 70-80% dei beni artistici del mondo. E' un paese così, culla della civiltà, e mi fermo anche qui, non riesce a rispondere al dettato costituzionale, l'articolo 27 della Costituzione, che le carceri non devono essere afflittive e quindi non devono produrre trattamenti degradanti e soprattutto che hanno come obiettivo il reinserimento, la rieducazione. 61 mila sono i dettenuti, 61 mila, non 6 milioni e 100, sono 61 mila. Bene, questi 61 mila sono affetti da sovraffollamento, qualità indecente, toltere tutte le eccezioni di alcune carceri. Le carceri sono 189 in tutta Italia, poi ci sono le giovani, quelle per i minori. Ecco, tolte alcune, normalmente la vita in carcere è non degna di essere vissuta dai servizi igienici, ha la mancanza di speranza, ha la mancanza di futuro e non metto in discussione le carceri, la pena o non la pena, scontare la pena, non metto in discussione nulla di tutto questo, dico solo l'articolo 27 della Costituzione. Quello che vi fa studiare la Costituzione, quello che impone la scuola dell'obbligo, l'educazione, la solidarietà, la Repubblica fondata sul lavoro, che ci dà le regole della vita bene. Una di queste regole, l'articolo 27, è questa e non siamo capaci di ottemperare l'articolo 27 della Costituzione in tema di scuola, lavoro, formazione in carcere e fuori dal carcere. Allora la domanda che mi viene, che mi è venuta è, ma perché? Paese straordinario, tanti cervelli, tanta gente per bene, tanta burocrazia di qualità, tanta qualità del nostro capitale umano di questo paese e non riusciamo a onorare l'articolo 27 della Costituzione sul carcere. Cosa abbiamo di sbagliato dentro? Perché tutto questo? Ecco, io sono due anni che mi sto rompendo la testa su questa cosa. Vi faccio un po' ridere. C'era il mio vecchio professore, bravissimo, che si occupava di mercati immobiliari, immobili e mi diceva sempre, se li chiamano immobili, una qualche ragione ci sarà, perché le case non si muovono, si chiamano immobili perché non si muovono. Ecco, e se li chiamano carceri, una qualche ragione ci sarà, che evidentemente sono dei concentrati di negatività, sono i concentrati della nostra negatività, perché non è che qualcuno da Marte ha imposto quelle regole, quelle condizioni di vita, quella difficoltà di dialogo. Non c'è nessun marziano, i marziani siamo noi. L'insieme delle nostre cattive coscienza, delle nostre ombre, delle nostre oscurità hanno prodotto questa distopia vivente, questa negatività vivente. E guardate che non è un altro mondo, eh, può capitare a tutti, può capitare a tutti. Ecco, allora mi sono detto, smontiamo il problema, basta filosofeggiamente, facciamolo a fette, facciamolo a fette questo problema, perché se uno dice no, la negatività, no, abolire le carceri, no, alla fine non si cambia niente. Allora, facciamolo a fette. Una delle prime cose su cui mi sto occupando, e non mettetevi a ridere, è dentiere, occhiali, apparecchi acustici. In carcere, chi ha bisogno di queste cose e non ha i soldi per comprarseli, non le ha. Vi pare possibile? Gli occhiali costano due lire adesso, le dentiere pure, e gli apparecchi acustici anche. Ecco, chi non può comprarsi in carcere queste tre cose, vive dentro un carcere, magari all'ergastolo o vent'anni, venticinque anni, non può mangiare perché non ha i denti, non ci sente o non ha i soldi. Non può leggere perché non ha gli occhiali. E questa è una cosa quasi da sorriso, no? Ma è solo un piccolissimo esempio. E allora mi sono messo a prendere a fare a fette il problema e cominciamo a ragionarci. Ci sono due momenti fondativi di questo percorso. Il primo è stato l'incontro con il ministro Nordio, di cui ha già parlato, proprio a giugno del 2023, e poi nell'aprile del 2024, una grande giornata al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, in cui si è riuscito nell'impresa di mettere attorno al tavolo tutti i protagonisti del sistema carcerario italiano, del sistema della giustizia italiana e del sistema dell'associazionismo, su cui poggia il tentativo. E quindi avete denominato il progetto? Reci di Vazero. Allora, io sto facendo a fette il problema. Allora prima cosa, partiamo, io faccio l'economista di mestiere, dall'utilitarismo. Spendiamo un bel grumo di miliardi per tenere in piedi il sistema carcerario. Chi è d'accordo, chi non è d'accordo, io non voglio entrare su questo punto. Lo considero un dato. Uno disse, ma funziona almeno? Cioè, ottengo i risultati? Cioè, spendo 7 miliardi, 3 miliardi, 5 miliardi per confinarvi dentro gli antagonisti sociali, gli antagonisti civili, gli antagonisti umani, i devianti, tutti chiamateli come volete, quelli che sbagliano. Ripeto, può capitare a tutti, a tutti, lo dico a me stesso, ma lo dico a tutti, ma almeno funziona. No, non funziona, perché il 70% di chi è stato in carcer ci ritorna. Si chiama recidiva. Altri studi dicono, mi sono messo a studiare, che se nel periodo della privazione della libertà questi individui, noi, cioè quelli a cui capita, hanno dell'esperiente di scuola, formazione, lavoro, in carcere e nel periodo magari in cui fanno un po' carcere un po' fuori, la recidiva precipita al 2% e anche a 0%. Quindi vuol dire, teniamo pure in piedi il sistema, a regole date, poi vi dirò anche come la penso, perché poi non è che mi nascondo, vi dico anche come la penso. Teniamo pure in piedi il sistema, spendiamo pure questi 3, 4, 5 miliardi, però almeno, rispondendo al dettato costituzionale, diamo la speranza, perché se si fa scuola, formazione, lavoro, in carcere e fuori dal carcere, la recidiva precipita dal 70% mediamente al 2%. In casi più nobili al 0%, Cisco che fa formazione professionale d'alto livello informatica, anche perché informatici sul mercato non se ne trovano, io mi sto litigando un carcerato in quel di Venezia, un informatico, e me lo sto litigando con un'altra istituzione a Venezia, perché non ci sono informatici e quei pochi che ci sono, vero comandante? Ce li stiamo litigando, chi ne ha bisogno, anche se trovassi già che lo squartatore me lo prenderei subito, non farei problemi, perché se devi ancora un po' te ne faremo una ragione, scherzo naturalmente, ma è così, la situazione è questa oggi. Allora, detto questo, le analisi scientifiche e statistiche ci dicono che se tu fai scuola, formazione, in carcere e fuori dal carcere, il lavoro, la recidiva precipita, che vuol dire che quei miliardi che tu spendi per questa funzione hanno un senso, cioè che una volta fuori non tornano in carcere subito dopo. Allora, mi sono detto, allora tagliamo delle altre fette, scuola, scopro che tra i 60.000, va be', vi dico un po' di numeri divertenti, una parte pesante, un terzo o anche di più, sono stranieri, e degli stranieri sappiamo quasi nulla. Magari questi non parlano italiano, arrivati dalle varie parti del mondo, non sappiamo che mestiere avessero fatto, semmai avessero avuto un mestiere, una formazione, una parte consistente di questi 61.000, e sono stranieri, quindi un problema a sé stante. Poi ci sono quelli, chiamiamoli pericolosi, o che hanno gradi di devianza molto elevati, per cui hanno bisogno di trattamenti speciali, ma poi c'è una quantità di persone che pensano di ritornare tranquillamente nella vita di tutti i giorni, magari anche condannati a pene importanti e così via, ma che devono trovare e continuare ad avere speranza. Ecco, e su questi ovviamente per primi si dovrebbe intervenire. Fate un po' di conti, 6-7.000 hanno una pena residua di un anno, e che vuol dire? Che questi sono dei degenti, chiamiamoli così, dei degenti che stanno per uscire, e che quindi se si sono rotti la gamba, la gamba dovrebbe essere messa a posto, perché una volta usciti, ecco, su questi 6.000, non sono pochi, 6-7.000, che hanno una pena residua di un anno, quindi si dovrebbe intervenire immediatamente, perché se su questi gli si fa un corso di formazione, gli si fa un titolo di studio, gli si dà una speranza, gli si dà un lavoro, questi, quando anche avessero fatto i truffatori, i borseggiatori, i rapinatori, che si sono scontati la pena, gli manca solo un anno, non tornano più, e la recitiva per ciascuna categoria scende verso zero. Allora, vedete, facendo a fette il problema, diventa anche, non ha più 60.000, intanto ne parliamo di 6.000, 6.000 che hanno una, e quindi bisogna fare le cose analiticamente puntuali, 6.000, pena residua, un anno, e il primario dice, ma guarda che questo te lo rimettiamo nella vita sociale, civile, subito, e così via, gli devo dare qualcosa da fare, perché immaginatevi uno che si è stato dentro 6, 7, 8, 10 anni, 12 anni, immaginate cosa vuol dire, che gli manca un anno, e che in carcere non ha imparato niente, non ha più famiglia, non ha più casa, non ha più moglie, non ha più figli, non ha più parecchia, ha una cosa enorme, ha lo stigma, sapete cos'è lo stigma? Sapete cos'è lo stigma? Stigmatizzazione, stigma greco, stigma vuol dire un segno indelebile sulla faccia, nel cuore, nei documenti, sei stato in carcere, sei un ex carcerato, sei un truffatore, sei che è stato in carcere, 5.000. Sapete che se vuol dire lo stigma? Che nessuno ti vuole, vai a cercare lavoro, presenti i tuoi documenti, le tue cose, viene fuori lo stigma e nessuno ti vuole, ecco il buio, perché hai le belle anime, le belle coscienze, no mi prendo io, a parte l'informatico, ma normalmente nessuno ti vuole, sai sono un cuoco, sono stato in carcere 10 anni, tu te lo prendi nella pizzeria di famiglia? Ci cominci a pensare, ecco lo stigma sì, c'è, c'è per tutti, è abbondante, il nostro buio, la nostra ombra, e allora si deve cominciare a ragionare su scuola, lavoro, formazione, intanto per chi sta per uscire e poi e poi e poi, e poi si fanno investimenti di più lungo di più lungo andare, ci sono quelli che non escono, perché ci sono anche quelli che non escono, oltre i 10 anni, 15 anni, come dire, magari per un 50enne, un 60enne, non dico niente, è facile, a questi bisogna dare un lavoro dentro il carcere. Attenzione, perché le statistiche dicono sì, il 33% dei detenuti lavoricchia in carcere, non è così, perché sono dipendenti dei dipartimenti della carcere e fanno i lavoretti carcerari, scopini, portaccioli, portantini, infermeria, che non sono lavori, due ore, tre ore al giorno, e sono modi per tenere la disciplina in carcere, tenere gli equilibri di potere in carcere, perché anche in carcere ci sono gli equilibri di potere, guarda te perché hai una divisa e quindi, e quindi, ecco, togliamo questo equivoco, meglio di niente forse, ma non sono certamente i lavori, una cosa che ho già fatto, presentato il disegno di legge, che chi lavora in carcere deve avere un contratto di lavoro nazionale, e deve avere una paga come i contratti di lavoro nazionale prevedono, e non lavoretti due ore, tre ore, perché quella è la negazione del rapporto di diritto e dovere. Ma torniamo al discorso dell'affettato, delle fette, no? Allora intanto, un anno, lì bisogna fare qualcosa. Tra l'altro, leggevo recentemente, mi sembra anche una buona idea, che se c'è un problema anche di sovraffollamento, se noi modificassimo la normativa facilmente, dando una premialità, rispetto alla buona condotta, su chi ha, chi manca un anno o poco più, tu avresti un'accelerazione delle uscite legata a una premialità della buona condotta e tu diminuisci l'affollamento carcerario, che è una delle ragioni della distopia, cioè del malessere, del dolore. Vogliamo sfatare un mito, Presidente, cioè il tema della percezione dell'insicurezza legata a chi esce dal carcere, perché oggi tante resistenze al reimpiego di chi esce dal carcere vengono dallo stigma, ma anche da qualche episodio di cronaca che fa riflettere, che poi fa fare Milano. Allora, è vero. Lo ricordiamo il caso. È un caso di un... Permesso di lavoro. Permesso di lavoro esterno. Lavorare in un albergo. Perché normalmente ci sono queste forme, che si lavora fuori e poi si rientra alla sera per dormire, è una forma intermedia prima dell'uscita definitiva. Giusta, funziona. Questo aveva alle spalle un omicidio, mi pare. E' tornato di rinquere. Questo evidentemente, chiamiamo la patologia, patologia criminale, patologia genetica, non so che cosa, non sono un esperto di tutto questo, certo succede. E lo stigma non è mica un marchio, stigma come marchio. Non è mica un'invenzione, è vero. E ce l'abbiamo tutti. E se qualcuno dice, no, no, no, io non ho lo stigma, mente, sapendo di mentire, ce l'abbiamo tutti. Occorre evidentemente che su questo tipo di percezione ci sia un accompagnamento sociale, un accompagnamento regolativo, un accompagnamento di garanzie e di sicurezza per cui ci sia la possibilità di cancellare lo stigma o renderlo sopportabile. Che poi guardate, è lo stesso, e dico una cosa brutta, che hanno i datori di lavoro sugli handicap. E' lo stesso. Chi si prende un handicapato? Chi si prende... Ecco, se però, anche su questo, cominciamo da dentro di noi a capire di più, a studiare, a capire cultura, formazione, di noi, e capire che chi ha un handicap... Ho avuto addirittura un incidente sul lavoro e non hai più una mano e nessuno ti vuole perché non hai più una mano perché l'hai persa nel tuo lavoro precedente. Ma pensate alla violenza, il buio, l'oscurità che abbiamo dentro di noi, noi persone, noi clienti, noi che vanno a mangiare la pizza e vediamo che la pizza ci viene servita da qualcuno che è stato più sfortunato di noi, magari non ci piace. E guardate che dico cose sgradevoli, eh? Che ci sono proprie, di tutti. Allora, lo stigma, il marchio, anche questo ci vuole cultura, organizzazione, ci vuole informazione, formazione, anche nostra su questo e si può intervenire. Ma vi facevo un altro esempio divertente, se vi faccio anche un po' ridere. Ci sono quelli che stanno dentro perché devono stare dentro. Hanno 10 anni davanti, hanno tempo di studiare, scrivere romanzi, fare quello che vogliono. E uno dice che bisogna farli lavorare. Che gli fai fare dentro? Allora qui vengono fuori le anime belle, gli facciamo fare le confezioni, gli facciamo fare la moda, gli facciamo fare il teatro, gli facciamo fare l'arte, tutte cose belle, importanti, eccetera. Molte di queste improbabili che servono più a quelli che le propongono che a quelli che poi in carcere materialmente fanno. Ci sarebbe qualcosa, e su questo ci sto lavorando seriamente, adesso vi dico anche come, sempre affettando il problema. I call center. Perché i call center? Intanto perché siamo nella tecnologia della modernità. Siamo nella comunicazione, call center, contact center. Intanto perché se io potessi mettere, quello che sto facendo, sto scrivendo un altro disegno di legge su questo, se io mettesse in ogni carcere un call center, un contact center, succederebbero due o tre cose conseguenziali straordinarie. Uno, tutte le carcere sarebbero connesse, cablate, informatizzate. Pensiamo anche dal punto di vista burocratico-amministrativo, sarebbe un grande risultato. Poi, una delle cose che abbondano nelle nostre società ricche e opulente, un po' sprecore, sono i device, le macchine un po' vecchiotte, un po' obsolete, che non sappiamo dove buttarle quando perdono di appeal di efficienza. Ecco, se tutte queste venissero raccolte, rigenerate e mandate negli istituti carcerari, noi avremo device, cioè strumenti su cui lavorare a bilzeffe. Dovremmo costruire dentro le carcere dei luoghi dove fare i call center. Mi dicono, ho studiato, che lo standard base di un call center è di 25-30 postazioni di lavoro e che normalmente servono due turni di lavoro, se non tre. Cominciate a pensare. Due turni di lavoro, tre turni di lavoro, vuol dire 25, 25, 25, vuol dire che 100 persone lavorano. Ma che per lavorare 6, 7, 8 ore nel proprio turno serve l'aria condizionata d'estate, perché sennò non lavori. Allora, con questo tu hai una stanza informatizzata, con la climatizzazione e l'iscaldata l'inverno, ovviamente, hai un salario contrattuale. Impari un mestiere, impari anche l'italiano, e cominci a portare dentro le carcere un barlume di normalità. Se tutto questo, altra regola che mi sono dato, perché sono anche un po' fetente, basta con, facciamo un progetto sperimentale, perché questa è la foglia di fico per non fare un cacchio. Facciamo un progetto sperimentale, fai il progettino sperimentale, lo metti tutti i fiocchetti, eccetera, eccetera, ti metti a posto la coscienza. Hai fatto il progetto sperimentale, hai a posto la coscienza e lì rimane sperimentale. No, io dico ogni cosa che propongo, ogni fetta del mio affettato, io lo voglio moltiplicare per 189, che sono le carcere italiane. Io voglio 189 call center, contact center in tutte le carcere italiane. E come si fa? Vi dico una tecnicalità, lei insegna queste cose, si fa una riserva di legge. Siccome è la pubblica amministrazione che dà, pensate l'Istat, pensate l'Ina e l'Ims, tutti gli enti che fanno le telefonate e servizio cliente, customer satisfaction, l'informazione, cioè la pubblica amministrazione spende centinaia di milioni ogni anno per queste funzioni. Basta fare una riserva di legge che il 5% di questi contratti viene assegnato alle carceri e tu immediatamente hai 10.000 posti di lavoro assicurati, reddito assicurato, faturato. Chi se ne va si sta perdendo una cosa più bella della sua vita, non importa, scherzo naturalmente. E fai 10.000 posti di lavoro veri, con formazione vera, ma poi quelle stesse aure che durante il giorno possono essere utilizzate anche per fare che cosa? Altro tema, la DAD, tutti sanno cos'è la DAD. DAD è la scuola a distanza. Allora siccome ci sono 2-3 mila analfabeti tra i 60.000 e poi ci sono i 10-20.000 stranieri che dovrebbero imparare l'italiano se vogliono, se hanno tempo, se vogliono, eccetera eccetera, si può fare la scuola a distanza. DAD, scuola a distanza, ma si può fare anche licenza media, scuola superiore, ma si può fare anche l'università. Tra l'altro noi abbiamo una bella proliferazione di università telematiche, ti ricordi i nostri tempi alcune buone, altre meno buone, altre così, ma purché mi forniscono un servizio, viva le telematiche, se io scatenassi tutte le telematiche per agganciarmi clienti in carcere, e quindi, come? Beh immaginate cosa viene fuori, viene fuori che 5.000 di qua, 6.000 stanno per uscire, 10.000 con il Cocta Center, i 3.000 la scuola dell'obbligo, e 7.000, 8.000, 10.000 l'italiano per gli stranieri e cominci a fare delle carceri dei luoghi che rispettano l'articolo 27 della Costituzione, in maniera tale che alla fine di una giornata ciascun ospite delle carceri, che non ne può più, e dica vado a dormire. Il letto ce l'ha, il luogo, scherzo naturalmente, un po' di sorriso ci vuole, il luogo ce l'ha, sicuro, non te lo porta via nessuno, magari anche in compagnia, retti multipli a castello, eccetera eccetera, e però ci arriva stanco dopo aver lavorato e dopo essersi guadagnato anche la giornata. Allora sembra tutto facile, fetta dopo fetta, no? Non vi ho raccontato delle cose impossibili che trasformo il piombo in oro, queste cose, ma ci vuole un miracolo, io sono miscredente per cui non... vi ho detto tutte cose percorribili. Pensate, abbiamo 90 università crue, cioè quelle fisiche, poi ci sono 10, 15, diciamo tutte bravissime, bellissime. Ecco, se scatenassimo tutte le università a offrire a 5, 10, 8, adesso c'è già qualcosa, perché tutte queste cose già si fanno, ma troppo poco, troppo poco in maniera non risolutiva. Ma se invece che dovessimo avere uno, due mila studenti universitari, ne avessimo 10 mila, 12 mila, fetta dopo fetta, fetta dopo fetta, alla fine tu avresti scuola elementare, licenza media, scuola superiore, università, e avresti già un'offerta culturale e scolattica straordinaria, speranza, cioè ciascuno di questi che frequenta scuola media, scuola elementare, università, gli ritorna la speranza nel cuore. E vi faccio un discorsetto tecnico, quando esce, se continua a delinquere, ha qualcosa da perdere. Cioè tu devi mettere chi esce nella condizione di, intanto di avere un po' di capitali umani da spendere, guardate che sono informatico, guardate che sono cuoco specializzato, guardate che sono pasticcere, guardate che sono gourmet, guardate che, guardate che, adesso con la carenza che c'è, magari gli va bene. Ma oltre a questo, uno dice, ma io mi sono fatto cinque anni di università in carcere con tutte le difficoltà, mi sono preso un diplomo universitario, un triennale, e che faccio? Adesso continuo a rubare automobili o fare truffe o fare spaccate ai Bancomat? No, perché ci perdo quello che ho accumulato in economia, questo ha un nome, costi e opportunità, e devi dare a questa gente, uno la speranza e l'altro digli, guarda che se rifai quello che hai già fatto per cui hai patito, hai tutto da perdere. A questo punto l'arbitraggio tra quello che può essere e quello che non vuoi più che sia ti porta a far cadere la recidiva, e fetta dopo fetta, vedete che vi sto interessando, fetta dopo fetta ve la racconto, fetta dopo fetta, per cui il problema non è più un problema irresolvibile, dei tempi di beccaria. No, è risolvibilissimo, perché siamo una società talmente complessa, e perché il canal? Perché dentro del canal, forse voi non lo sapete, ma ci sono i datori di lavoro, i lavoratori, c'è il volontariato e ci sono gli esperti, non ci sono i politici. La rappresentanza lì è fatta da tutte le associazioni dei padroni, tutti i sindacati dei lavoratori, tutto il mondo del volontariato, pensate, ve ne dico solo uno, c'è la Croce Rossa, 200 mila, 250 mila iscritti, straordinario istituzione di volontari, quelli con la magneta rossa, quelli che vanno dappertutto, bravi, seri, padri di famiglia, non rambo, non sono mica rambo loro, ma sono volontari che donano il loro tempo. Ecco, e allora se queste risposte le danno questi mondi, e allora io sto battendomi, con Findustria, con Commercio, con Fartigianato, con Fagricoltura, con Diretti, ve ne dico un'altra, studiando questi mondi. Una parte consistente delle carceri del sud e delle isole hanno terreni agricoli incorporati, hanno colonie agricole incorporate, che attualmente servono per coltivare il basilico per il direttore del carcere e per la mensa del carcere, basilico, prezzemolo, aglio, rosmarino e poco più. Da un po' di statistiche fatte sono migliaia di ettari, che attualmente sono sprecati, ma se dentro queste colonie agricole noi mettessimo pomodori piuttosto che mirtilli che vanno molto di moda, tutte le mattine io mi mangio lo yogurt naturale col mirtillo, le serre e così via, e mettessimo tutto questo, non solo utilizzeremo quelle terre, daremo posti di lavoro, faremo reddito, e ci sarebbe un'altra fetta del nostro salame, altra fetta, altra fetta, altra fetta, i che ti dicono hai risolto il problema delle carceri? No! Ho risolto semplicemente il fatto di ottenere, onorare l'articolo 27 della Costituzione, che le carceri non possono consistere in trattamenti inumani e degradanti, testuali, e devono essere finalizzate il reinserimento dei deteluti. L'ampeggia all'orario rosso, però ti volevo sfidare con una provocazione, perché ho letto il tuo articolo su avvenire in cui utilizzavi a settembre scorso una parola che ha utilizzato costantemente Papaleone XIV nelle ultime settimane da quando è stato eletto dal conclave, tu hai scritto che la rieducazione è l'unico strumento che può disarmare la vendetta, la socialità e la devianza, perché il lavoro ha questa straordinaria capacità di disarmare? Eh sì, perché vedete, torniamo allo stigma, torniamo al nostro buio che abbiamo dentro il cuore noi tutti, perché in fondo questo è un problema, perché vi racconto l'ultima, è una bella metafora, ma tu la sai già perché ho il repertorio, sono vecchio, ne ripeto sempre, i giovani magari non l'hanno visto, gli invito a rivedersero, Solaris di Tarkovsky, è la risposta sovietica allora ancora a 2001 o desse anno allo spazio. La trama è presto detta, un ufficiale sovietico ha un lutto in famiglia, il senso che il suo bambino nella sua dacia di campagna, forse per colpa sua di mancata vigilanza, si annega in un laghetto rivicino, la moglie accusa il marito, lui, tutto ufficiale, e qua ne viene distrutto psicologicamente, ed è distrutto, distrutto come padre, come uomo, la moglie lo molla giustamente, ha solo il suo lavoro ufficiale della gendarmeria. Questo viene chiamato, siamo nel, non posso neanche dire il 2010, 2020, perché allora si poteva dire adesso, siamo nel futuro, perché sta succedendo una cosa strana, dentro un'estazione spaziale orbitante sovietica, mi pare, su un pianeta gassoso, stanno avvenendo degli omicidi dentro il pianeta gassoso. Dalla stazione orbitante dicono, no, mandateci un investigatore, perché dobbiamo capire, stazione orbitante è fatta di tanta gente, evidentemente centinaia di persone, quelle del futuro, quelle tonde, che orbitano, che sta stazione orbitava attorno, è una grande metafora, è bellissima, legata alle cose che vi ho raccontato oggi, e questo viene spedito. Arriva, aggancia, entra nella stazione orbitante, si fa dare tutte le carte, fa un'investigazione come fa qualsiasi ufficiale di polizia e vede che ci sono questi omicidi sui tecnici, sugli operatori della stazione orbitante. E non c'è una spiegazione, non c'è una ragione, non c'è un movente, non c'è, e sono tutti gli omicidi. Ve la faccio breve, alla fine si ritrova anche lui che sta per diventare un omicida. Vi scopro subito la spiegazione. Questa stazione orbitante orbitava attorno un pianeta gassoso che aveva una proprietà, quella di materializzare le angosce degli umani, che gli giravano attorno. Se uno aveva angoscia, il buio, dentro, questa angoscia, il pianeta era un pretesto, una metafora, il pianeta la faceva diventare reale, e cioè, diventava un omicido. Ecco, la fine di questa riflessione è questa. C'eravamo dentro noi il male, e noi dobbiamo risolverlo a livello di un'idea, di un'idea di un'idea di un'idea di un'idea. A livello di RSA, a livello di carcere, a livello di ospedali, a livello dei bandoni, dobbiamo risolvere noi queste cose, perché poi risolvendole noi, ci sono due cose che non sono mai fatte. A livello di RSA, a livello di carcere, a livello di ospedali, a livello dei bandoni, dobbiamo risolvere noi queste cose, perché poi risolvendole noi, su su per l'Irami, risolviamo anche il tema più generale, oggetto del Festival di Trento. Grazie mille a Renato Brunetta, grazie a tutti voi che siete qui rimasti ad ascoltarlo, e grazie al Festival dell'Economia che ci permette di sentire queste testimonianze. Chiudi venti. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Grazie a tutti.
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