L'Impresa del melodramma. L’editore Ricordi, l’impresario Barbaja, il maestro Verdi
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L'Impresa del melodramma. L’editore Ricordi, l’impresario Barbaja, il maestro Verdi
Un viaggio attraverso l'Italia dell'Ottocento, tra politica, musica e eroismo, con focus su figure chiave come Mameli, Mazzini, Garibaldi e Verdi.
In questa serie si r viutra anche la 데 lapace M Extra Per favore Ora? Ora. L'Italia sedesta. Funtare! Da l'ordine. Siete un cretino, tenente? Volete sperare sulla Madonna e uccidere un crete? Abbassate le armi! Siete un cretino, tenente? Siete un cretino, tenente? Siete un cretino, tenente? Siete un cretino, tenente? Abbassate le armi! L'applauso è all'inno, naturalmente. Buongiorno, sono Piero Maranghi. Grazie al sole 24 ore, al Comune e all'Università di Trento e ai sostenitori del festival. È sempre una boccata d'aria freschissima. Un'aria frizzante. Oggi cercherò di raccontarvi la storia di tre italiani partiti dal basso, anche dal bassissimo, che sono diventati dei campioni d'Europa e del mondo, in un ambito che è quello del teatro musicale. Ho deciso di iniziare con questo filmato, tratto da un film dedicato a Goffredo Mameli, l'uomo che ha scritto il testo del nostro inno, perché questa vicenda accade a Roma nel 1849. Si chiama la Repubblica Romana. È un momento straordinario e glorioso della nostra storia. Perché penso che partire da quel momento ci aiuti a comprendere che cosa è successo nell'Ottocento, soprattutto nell'ambito della musica. In quei giorni a Roma, oltre a Mameli, che muore, per intenderci, a 21 anni, dopo una cancrena, una gamba che gli viene amputata per un'infezione, e dopo aver combattuto con un coraggio pazzesco, non dimentichiamo mai queste cose, oltre alla G di Goffredo, ce ne sono altre tre di G, che sono le G dei tre grandi Giuseppe della nostra storia. Perché in quei giorni a Roma, durante questa repubblica, che dura poco, ma è un atto di straordinaria portata politica e sociale, c'è Mazzini, che è il capo politico di questa repubblica, che fa tempo a abolire la pena di morte, per intenderci in quel momento un solo stato al mondo l'aveva abolita, ed era il Grand Ducato di Toscana. Quindi noi, che parliamo sempre male di noi stessi, dovremmo anche ricordarci che due stati italiani hanno abolito la pena di morte prima che lo facessero tutti gli altri. C'è appunto Mazzini, c'è un altro Giuseppe, che è Garibaldi, e la sua esperienza sarà una esperienza terribile, perché lui sarà costretto a scappare, braccato dai reazionari di mezza Europa, e vedrà morire per la febbre Anita, che portava in grembo un bambino, la dovrà seppellire in fretta e furia sotto la sabbia nelle valli di Comacchio, e pensate alla crudeltà, quando le guardie papali troveranno il cadavere di Anita, sosteranno che lei era stata strangolata, e metteranno in giro questa calugna terribile dicendo che Garibaldi pur di salvarsi aveva ucciso la sua donna, cosa assolutamente falsa. E la terza Gi, il terzo Giuseppe, è Verdi, perché Verdi in quei giorni a Roma ha presentato una nuova opera, che è la battaglia di Legnano, che suo malgrado poi sarebbe diventata un simbolo del risorgimento. Allora, che cosa voglio provare a raccontare oggi? Che in quell'Italia che è sconvolta da continue battaglie, guerre di indipendenza, tradimenti, delazioni, atti di eroismo, un'Italia a cui io sono molto affezionato anche, in qualche modo l'unica materia in cui ho raggiunto il 6 con una certa fatica nel mio terribile corso scolastico è stata la storia. Avevo questa delusione da bambino, perché alle medie e anche alle elementari l'800 venivrei accontato con una certa enfasi, poi arrivi al liceo, all'università, e ti dicono che è stato un disastro. Che anche quando vincevamo non eravamo noi a vincere. Questo racconto di quest'Italia ci abbattona, vile, sempre traditrice. In realtà io non penso sia così vero. Io penso che l'800 italiano abbia prodotto delle cose pazzesche. Certamente le ha prodotte nella musica, ma non solo le ha prodotte nell'arte, nella letturatura, nella politica, anche in tutto quello che è il mondo femminile. Le ha prodotte anche a Trento, perché nell'800 sono nati Cesare Battisti e Alcide de Gasperi, giusto per ricordare due nomi. Bene, in quell'800 la musica diventa protagonista con delle rivoluzioni, delle vere e proprie rivoluzioni, e l'opera si afferma come il più bello spettacolo del mondo. E tutto questo avviene molto grazie, quasi non dico esclusivamente, ma molto grazie agli italiani. È una definizione banale? Forse sì, il più bello spettacolo del mondo. C'è una cosa che avviene tutta insieme, nello stesso momento con la musica dal vivo, i cantanti, le scene, le luci, i costumi, i ballerini, i mimi. Forse è banale, però a me piace essere banale oggi. E quindi voglio introdurre il primo dei personaggi di cui vi parlerò, con un song molto banale, che però grazie alla voce più bella del mondo è il song più eseguito, più ascoltato al mondo. Prego la regia. Eh sì, questa è la Turandot. Partiamo dalla fine della prima storia. La Turandot va in scena nel 1926 al teatro Alla Scala, due anni dopo la morte del suo compositore, il genio di Giacomo Puccini, e restituisce a Puccini tutto quello che gli aveva tolto, perché Alla Scala Puccini aveva avuto solo dolori, solo fiaschi. Pochi anni prima, una sera era entrato in teatro per assistere alla prova di un'opera di Boito, il Nerone, e Toscanini aveva detto ai custodi di non farlo passare, perché non voleva nessuno alle prove. Puccini era uscito in via filodramatica, aveva sputato per terra, aveva detto questo porco teatro, non mi ha dato che dolori in tutta la vita. E da morto lui non può godere il suo più grande trionfo. Ora, partiamo dalla fine, perché Turandot va in scena nel 1926, tra i sette anni dopo che il quarto membro della casa della famiglia, Ricordi, si è ritirato, Tito II. E noi andiamo cent'anni prima per raccontare la storia di Giovanni Ricordi, che è il fondatore di questa meravigliosa casa discografica, editrice, questo editore musicale. Giovanni Ricordi era il figlio di un vetraio nato a Milano, che a un certo punto, avendo studiato un po' di musica, decide di fare un viaggio per andare a trovare lavoro in Germania e va a Lipsia da un grande editore musicale tedeschi e gli austriacinari erano più avanti di noi in questo. Guarda, osserva, aveva fatto il copista, cioè quelli che trascrivevano le partiture per le esecuzioni. In quel momento, cosa succedeva? L'opera andava in scena e poi, di fatto, le partiture venivano messe nelle cantine, marchivano, alcune volte venivano riprese, le più delle volte finivano nell'oblio. Questo Giovanni Ricordi dalla Germania torna con una macchina, una macchina in grado di produrre copie, diciamo, e si ingegna e un giorno va da chi gestiva la scala, a un certo punto della sua vita da imprenditore, e chiede di dargli tutte le partiture che marchivano in cantina in cambio della stampa dei manifesti. Alla scala accettano, pensando di averlo gabbato. In realtà è l'inizio di una avventura editoriale e imprenditoriale incredibile, perché quest'uomo diventerà di fatto quasi monopolista in Italia, poi ci sarà il caso del suo grande rivale Son Zogno, aprirà sedi in tutto il mondo, prima in Europa, poi fino agli Stati Uniti, a New York, e soprattutto sarà lui a far sbocciare al mondo quei nomi che ancora oggi sono i nomi che tutti conosciamo come i campioni del melodramma, prima i tre moschettieri, Rossini, Donizetti, Bellini, e poi anche il giovane Verdi. E in questo avrà una sapienza e un metodo davvero insuperabili, perché si ingegnerà in tutti quei momenti che costituiscono la produzione di un'opera. Voi dovete pensare che fino all'arrivo di Giovanni Ricordi era un po' come negli anni 80, quando c'era la televisione albanese. La televisione albanese negli anni 80 trasmetteva tutti i programmi che andavano in onda sulle nostre televisioni, senza pagare diritto, perché era impossibile rivalersi con il soggetto. O come Telecapri. Io una volta su Telecapri ho visto un James Bond, quando ancora i 007 non erano neanche stati trasmessi da Sky. Perché c'era una disinvoltura, siccome l'Italia era divisa in tanti stati, ognuno faceva quello che voleva. Ricordi è il primo a occuparsi anche del tema della tutela dei diritti. Quindi promuove leggi, fa firmare allo stato piemontese un accordo con quello austriaco e incomincia a creare una sorta di tutela giuridica per la ripresa delle opere, capendo anche che non si possono fare solo opere nuove, ma vale la pena riallestire quelle che hanno funzionato di più. Beh, pensate, quando la Ricordi si affaccia verso la fine dell'Ottocento, quindi 70 anni dopo la sua fondazione, ogni anno produce 25 milioni di fogli con note musicali. E quando lui muore, a metà degli anni 50 dell'Ottocento, ha 25 mila titoli in repertorio. Quindi, quest'uomo, davvero da niente, è stato un geniale promotore, non soltanto della materia sua, ma anche della vita degli artisti stessi, perché prima di lui gli artisti ricevevano un cachet quando consegnavano l'opera e poi non prendevano sostanzialmente più una lira. E questa avventura, quella di Giovanni Ricordi, è proseguita oltre lui per altre tre generazioni. Suo figlio Tito è stato certamente un importante protagonista e oltre a Tito, fra poco vi parlerò di Giulio Ricordi, però prima voglio farvi sentire una testimonianza del tutto particolare. Beh, l'è tornato a casa con questo mostro di macchina, il torchio calcografico, che era Brü, nigger, de Ferro, e pareva che parlava tedesco. Ma lui? Vedeva in grande. E agli uomini così bisogna lasciargli fare le cose che sennò si immalinconiscono. Oggi faccio la zuppa di risola milanese, che va tanto di moda. E mi dice, ecco, con questa abbiamo finito di tribolare. Che lui ci passava le notti a copiare i documenti a mano. Là. E poi, il Giovanni è andato alla scala e ci ha detto, io vi faccio i manifesti gratis, ma voi mi date tutti gli spartiti che stanno ad ammuffire sotto negli scantinati. E quelli pensavano che l'avevano fatto loro l'affare. Ed allora sono venuti tutti. Giovanni, fammi questo. Giovanni, ce l'hai, quello. E Giovanni ci aveva per tutti. Venivano anche un sacco di giovani su. Giovanni ve lo compra, lo spartito. Ecco, abbiamo ascoltato, questa è una bravissima attrice che ha interpretato un film sulla storia della scala. Abbiamo detto, la vita dei ricordi va avanti, prosegue e continua a crescere sempre. Il figlio di Giovanni, a punto Tito, mantiene quello che il padre aveva creato e poi arriva Giulio, figlio di Tito, Tito I, che è una figura pazzesca. Nel senso che era un uomo coltissimo, molto bello. Se qualcuno di voi passasse da Milano, c'è una bella statua che è stata messa proprio in piazza della scala per ricordarlo. Era un uomo che amava molto la musica, la bella vita. Era un grandissimo donnaiolo. Si racconta sempre delle donne che uscivano trafelate dal suo ufficio a Milano. E quest'uomo si trova in un momento in cui bisogna continuare a spingere, continuare a innovare ed è capace di farlo in una maniera davvero sorprendente. Pensate, la ricordia a un certo punto diversifica e tutta quella cartellonistica meravigliosa che vi capita di vedere, non soltanto in ambito musicale, diventa una delle nuove pedine della casa. Lui faceva i manifesti per le sue opere, ma li faceva anche per il Corriere della Sera, per l'Acqua Oliveto, per la Campari, per la Rinascente. E metteva in questa squadra degli artisti meravigliosi, Orenstein, Metlikovits, Dudovits, dei nomi di artisti primari della storia del nostro paese. Ebbene, quest'uomo era anche un grande scopritore di talenti e a dimostrazione di come nel sangue di questa dinastia ci fosse sempre, come dire, il sacro fuoco della musica, lui riesce nella sfida più impervia, perché a un certo punto il Maestro Verdi incomincia ad avere una certa età e bisogna trovare qualcuno che possa raccogliere il testimone, un'impresa davvero titanica. Ebbene, la costruzione di questo passaggio di testimone da parte di Giulio Ricordi è un autentico capolavoro. Lui individua... Ci sono un po' di candidati, poi a un certo punto capisce che l'uomo giusto è Giacomo Buccini. E la costruzione, diciamo, di questo passaggio è un capolavoro, da un punto di vista culturale, politico, sociale, del costume. Cioè, lui capisce esattamente come e quando far sovrapporre per un attimo le due figure e di come difendere il giovane Buccini perché non cada, perché possa, come dire, formarsi e al tempo stesso continua a onorare e glorificare il mito di Verdi. E c'è un episodio in particolare che merita di essere raccontato. Cosa accade? Buccini ha avuto un po' di travagli nella sua gestazione. Finalmente va in scena un'opera con un buon successo che si chiama Manon, Manon Lescaut. E già qua Giulio Ricordi dimostra la sua scaltrezza, il suo intuito, perché per evitare che Buccini sia surclassato da Verdi negli stessi giorni, stava per andare in scena l'ultima opera, l'ultimo capolavoro di Verdi, il Falstaff, prende l'opera di Buccini e diceva, non facciamola alla scala di Milano, la piazza è un po' difficile, poi c'è Verdi, e la porta a Torino. A Torino l'opera va in scena con un ottimo successo e pochi giorni dopo invece alla scala debutta il Falstaff. E succede un caso di telepatia musicale incredibile. Perché Buccini sente di avercela fatta, prende il treno per andare a Milano a sentire l'ultimo componimento di Verdi. Arrivato a Milano va in galleria, dove c'erano i caffè dove si incontravano tutti gli intellettuali, i musicisti. Entra in un caffè e incontra un suo amico, Ruggero Longavallo, quello che ha scritto I Pagliacci, che l'aveva tra l'altro aiutato a finire il libretto della Manon. E dice, ah, Ruggero, come va? Come non va? Finalmente ho trovato il soggetto per la mia nuova opera. E Longavallo lo guarda e dice, qual è? E Puccini dice, è la Bohem. Longavallo trasecola e dice, la sto scrivendo anch'io. E inizia una battaglia musicale che ci dà il senso di quanto questi editori fossero svelti, spregiudicati anche, e scaltrisimi. Longavallo aveva Sonzogno, che era il grande rivale, e Puccini aveva appunto ricordi. Il giorno dopo, Sonzogno fa uscire un articolo sul Corriere della Sera, sul Secolo, in cui dice, è stato le un cavallo a iniziare prima il componimento della Bohem. Nel frattempo ricordi, corre a Parigi per cercare di comprare i diritti del libro e quindi impedire all'altro di scriverla. Ma Henri de Murgé, l'autore del testo di Bohem, è morto da più trent'anni senza i re di, e la legge del diritto d'autore del tempo prevede che siano in pubblico dominio. A quel punto inizia una guerra, senza veramente risparmiare colpi bassi, tra i due, che viene vinta da Puccini, anche perché Puccini fa scrivere il libretto a due grandi librettisti, Illica e Giacosa, le un cavallo, che era più borghese, si adagia, va a Parigi, prende una casa nel quartiere latino per respirare l'atmosfera, scrive il libretto. Però non è finita, perché quando finalmente Puccini è pronto per presentare la sua opera, arriva a Milano e dice, questa volta la faccio alla scala. Ma in quel momento la scala è più potente sonzogno, e dice, no, la scala è chiusa. E anche questa cosa però non funziona, perché a quel punto dicono, vedi, torniamo a Torino. E a Torino c'è un direttore d'orchestra che, diciamo, tra virgolette, passa di lì e si chiama Arturo Toscanini. Per cui la Bohem di Puccini va in scena a Torino, con un successo pazzesco, e pochi giorni dopo incomincia a essere ripresa in tutti i teatri d'Europa e poi del mondo, e quell'altro arriva con un anno di ritardo, e la sua Bohem, diciamo, non ce la ricordiamo più, non l'abbiamo neanche mai sentita. Ecco, questo per farvi capire come si sia giocata questa partita e per dare veramente il senso che un compositore come Verdi o come Rossini ce l'abbiamo solo noi. Cioè, tornando al discorso iniziale, appunto, quest'Italia, sempre un po' a naspante, questo 800 che non si capisce se sia stato veramente un grande secolo o se non lo sia stato, questi campioni li abbiamo avuti solo noi, soltanto noi. E voglio farvi... C'è una deviazione adesso, c'è un ascolto che è una deviazione, perché voglio farvi vedere e sentire come è finita poi anche la vicenda di questa famiglia straordinaria, la famiglia Ricordi. Alla fine tu trascini la nostra vita senza un attimo di respiro per sognare, per poter ricordare quel che abbiamo già vissuto. Non mi importa della luna, non mi importa delle stelle. Tu per me sei la stella, tu per me sei il sole cielo, tu per me sei tutto quanto, tutto quanto voglio avere. Senza fine, tu sei un attimo senza fine. Ora ieri non hai, mi mangi tutto ormai nelle tue mani, mani grandi... Sì, perché ve l'ho detto, la Ricordi non è più dei ricordi dall'inizio degli anni 20 del Novecento, ma è giusto parlare... L'ho conosciuto, era un uomo molto simpatico, Giovanni Carlo Emanuele, Ricordi detto Nanni, perché tutto quello che avete visto l'ha fatto un ricordi. L'azienda non era più loro, ma lui viene chiamato come direttore artistico e gli dicono, ad un certo punto, era stato in America, gli dicono, ma dovremmo cominciare forse a fare dei dischi. Si, facciamoli i dischi. E decidono di fare un disco celebrativo per la Medea, con la Medea della Callas, che celebrava i 150 anni, nel 1958, i 150 anni dalla fondazione. Ricordi, però, va da quelli del... Ricordi Nanni va dai manager della Ricordi e dice, ma fare un disco celebrativo è una stronzata. Dice esattamente questa cosa. Dice, facciamo dei dischi. Io la sera vado in giro a Milano, vado al Jamaica, che è un bar dove si trova un po' di bella umanità, vado al Santa Tecla, che era un locale dove si esibivano tutti quelli che avete visto alle mie spalle. Di fatto è un Ricordi che fa nascere al mondo Gino Paoli, Lavanoni, Gaber, Iannacci. È un Ricordi che incide, fa incidere, il disco Ungelato al limon di Paolo Conte. In quel disco lui canta. C'è una canzone bellissima di Paolo Conte che si chiama Dallogione e la voce tenorile che si ascolta è la voce di Nanni Ricordi. E di lui tutti questi musicisti hanno detto sempre quanto sia stato fondamentale, quanto sia stato decisivo per le loro carriere. E quando a un certo punto i suoi scontri con la Ricordi diventano troppo accesi, lui se ne va e ha una seconda vita. È l'uomo che ha scoperto Luce Dalla. Per dare il senso di quanto questa famiglia sia stata capace di creare delle fortune nella musica italiana, davvero qui si va da Rossini a Tenco, tutto attraverso una sola famiglia. Adesso vi faccio vedere un breve contributo che introduce il secondo personaggio dei tre di cui vi parlo oggi, quello che mi è più affine, perché la sua è una vita molto claudicante, un po' come la mia. Prego la regia. È molto simpatico. Ho fatto tanti mestieri. Cameriere, mercante d'arme, il copier. Anche io. E alla fine l'impresario d'opera. Cosa strana e singolare, dato che io sono un malapena scrivere, gli spartiti musicali per me sono come dei geroglifici, però io ho sempre avuto naso. I bellini. Timido, ragazzone, timido, timido. Ho messo subito sotto contratto. Anche Donizetti. Sacramendo un bergamato. Perché il barbaia Domenico, magari non sa cos'è un solfeggio, ma la grande musica la capisce subito. Con il Rossini era tutto diverso. Giochino era un mio amico e quando mi ha portato via Isabella, la mia amante, io non mi sono arrabbiato. Vai, Gazzaladra, vai, vai. E Bebostorti. Bravissimo, devo dire, bravissimo. Ecco, questo era il mondo prima di ricordi. Cioè il mondo degli impresari. E gli impresari erano questa cosa qua. Ma nessuno, nessuno, è stato capace di fare quello che ha fatto questo signore. Ripeto, analfabeta, quasi analfabeta. Appunto, come dice lui, ha fatto il mercante d'armi, ha gestito il gioco da zardo, ha fatto anche il barista e si narra che il cappuccino l'abbia inventato lui. Cioè lui a un certo punto ha mescolato un po' di crema, un po' di cacau, ha del caffè e a Milano è nata la barbaiada, che è stata una bevanda molto di moda fino agli anni venti del Novecento. Quindi è durata più di un secolo. Bene, questo signore a un certo punto in cominci a, era nato a Milano, tra l'altro era nato a Milano sette giorni dopo l'apertura della scala. La scala apre il 3 agosto del 1778 con l'Europa riconosciuta di Salieri. Lui nasce in provincia di Milano il 10 agosto, segno leone. E non si sa come, o si sa forse, lui stando nel bar vicino al teatro, vedeva passare cantanti, ballerine, gli piacevano molto le donne, e in più sentiva questa cosa del gioco d'azzardo. Per cui a un certo punto riesce a entrare da una porta, diciamo, di servizio, in teatro e pian piano diventa, di fatto, l'amministratore dei tavoli da gioco. Ma è talmente svelto e talmente scaltro che di lì a poco il teatro più importante del mondo in quel momento, o uno dei, cioè il San Carlo di Napoli, lo chiama e gli affida tutto. Gli danno non solo il gioco d'azzardo, non solo la gestione delle feste, ma gli danno la gestione artistica a quel signore lì, perché aveva un intuito straordinario. E lui, guarda un attimo i conti, licenzia un Spontini che era molto esoso, incomincia a prendere delle opere di repertorio e soprattutto riempie gli spettacoli di ballerine. E il teatro si riempie, gestisce il gioco d'azzardo, che per un certo tempo funziona molto bene, e poi fa un viaggio. Parte da Napoli e va a Bologna, perché ha sentito parlare di un giovanissimo compositore che si chiama Gioachino Rossini. Va a Bologna e lo convince, gli dice, vieni a Napoli con me, io ti faccio fare due opere all'anno, ti copro d'oro, ti do anche le percentuali sull'incasso del gioco d'azzardo. E Rossini accetta questa proposta, entrambi erano amanti del cibo, ancora sempre delle belle donne, e del vino, e diventano molto amici, forse troppo però, perché a un certo punto l'amante di Barbaia, la Colbran, che era una delle più grandi cantanti del momento, in gran segreto lo molla e sposa Rossini. Barbaia però non fa un plissé, va avanti, a lui questa cosa non lo tocca più di tanto, se non che a un certo punto litigano per un problema di soldi, sempre soldi, il titolo su cui litigano è la Zelmira. E uno direbbe, va be', ha litigato con Rossini, basta. No, quest'uomo ha ancora la forza di prendere, mantenendo Napoli, di andare a Vienna. A Vienna dove c'era la restaurazione, c'era Metternich, e diventa il padrone del teatro di Porta Carinzia, e Porta torna a Napoli, fa la pace con Rossini, e dice, senti, vieni a Vienna con me. Rossini ci va e lui mette in scena l'opera per cui avevano litigato la Zelmira, e vi garantisco, Vienna impazzisce. Ma Vienna impazzisce al punto che Beethoven e Schubert, a Vienna, vengono surclassati da Rossini, lo stesso Metternich è felicissimo, perché dice, beh, Beethoven mette in scena delle opere, il Fidelio, sulla libertà, e questo Rossini, in fondo, ci parla del Barbiere di Siviglia, della Cenarentola, tutti ballano, tutti sono contenti, è perfetto per il nostro regime, e tutto questo lo fa un signore che aveva fatto il mercante d'armi e che sapeva a malapena leggere e scrivere, ma che era un genio, non è finita, prova a prendere anche un teatro a Parigi, non ci riesce, prova a prendere il King's Theatre di Londra, non ci riesce, ma a un certo punto gli danno anche il teatro alla scala di Milano. Quindi quest'uomo, quasi contemporaneamente, gestisce il San Cremo di Napoli, il teatro di Porta Carinzia, Vienna, e il teatro alla scala di Milano, ed è lui che fa nascere al mondo Bellini ed Onizetti. Quindi dietro a questa creazione artistica, a questa capacità compositiva sublime del Bergamasco e del Catanese, però c'è l'ingegno di questo signore della provincia milanese. Poi a un certo punto Barbaia è stanco, è stanco, non ne può più, allora con una fatica incredibile, dopo essere stato il padrone della musica in Europa, e forse è anche conscio che sono cambiati i tempi, che appunto è arrivato quello della prima storia, cioè ricordi, che tutto non è più come quando aveva iniziato, decide pian piano di ritirarsi, fa ancora tempo, lo racconta la seconda moglie di Rossini, andare a trovare Rossini, a riceverlo nella sua villa di Ischia, e questi due vecchi signori si raccontano le loro imprese, attraverso aneddoti, per un'amicizia che poi alla fine è stata un'amicizia di una vita, e poi si spegne lavorando in un campo relativamente giovane, e al suo funerale c'è una partecipazione popolare a Napoli straordinaria, di un mondo che forse si era reso conto di aver perso una gemma, una gemma della nostra vita, della nostra vita artistica. Allora a proposito di funerali vi faccio vedere un documento abbastanza eccezionale, perché c'era un signore con una cinepresa a Milano nel 1901. Questo filmato è un filmato del 1901. Guardate che cose abbastanza sulle alberi. Anche qui partiamo dalla fine. Nel 1901 Verdi muore. Avete visto il film 900 di Bertolucci, quando c'è la figura di Rigoletto che arriva nei campi vicino a Parmeni e dice «Morto Verdi!» Nel 1901 Verdi muore. Ma Verdi è talmente Verdi che devono fargli due funerali, perché il primo è in esecuzione alle sue direttive, un carro con un cavallo, una barra semplice. Poi però fuori di popolo tutti vogliono il funerale di Verdi. Allora nel momento della traslazione, lui era stato messo nel cimitero monumentale di Milano e a un certo punto viene il momento di trasferirlo nella casa di riposo che lui ha costruito edificato in piazza Bonaroti. In quel momento a Milano arrivano 300.000 persone per assistere ai funerali di Verdi. Quando la barra lascia il monumentale c'è un'orchestra diretta da Arturo Toscanini ancora con 800 coristi che cantano Il Vapensiero. Pensate l'emozione! Avete visto le scene di quelli sugli alberi? Perché è morto Verdi! Bene, Verdi è stato tantissime cose e tra queste è stato un imprenditore incredibile. Non soltanto nella gestione artistica, non soltanto nella gestione dei suoi interessi di compositore. È stato un imprenditore meraviglioso anche dal punto di vista agricolo, per esempio, anche dal punto di vista immobiliare. Un uomo scaltrissimo che aveva certamente imparato molto dai ricordi, ma che è stato capace nella sua vita di creare una fortuna davvero strabiliante, un patrimonio difficile da quantificare, da calcolare. Però ha fatto tutto questo senza mai dimenticarsi dei suoi ultimi. Nello stesso modo in cui ha creato la sua fortuna è stato sempre un uomo riconoscente e attento. Ci sono degli episodi davvero sorprendenti nella storia di quest'uomo. Voi pensate, anche Verdi è nato poverissimo, sappiamo. A un certo punto arriva Milano, viene rifiutato dal Conservatorio che oggi porta il suo nome, il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Scrive due opere, una un buon successo, l'altra no, e nell'arco di pochissimo tempo perde due figli e la moglie e rimane solo. E la vita è finita. Gli viene dato da un impresario un testo. La leggenda vuole che lui, disperato una sera in casa, lanci questo libretto del Solera, Temisto Cle Solera, e questo libretto si apra sul Vapensiero. E lui decide che non è venuto il momento di lasciare tutto, ma anzi è venuto il momento di continuare. E scrive il suo primo successo pieno, il Nabucco, e entra in quella fase produttiva frenetica. Nei primi dieci anni Verdi scrive 13 opere, nei secondi ne scrive 10, e poi nel resto della vita ne scriverà 4. Cioè, a dimostrazione del fatto che Verdi è l'uomo che trasforma il compositore da manovale a padrone della sua arte. E lo fa nel corso di un secolo, con un'intelligenza, a incominciare dai contratti. Per esempio, se noi andiamo a leggere i contratti che Verdi stipola, stipola con la Ricordi, all'inizio lui prende il cachet molto alto e lascia abbastanza mano libera sui diritti futuri. Poi, pian piano si vedono questi contratti in cui incomincia a chiedere le royalties per le ulteriori messe in scena. Poi a un certo punto dice, voglio anche le royalties per gli affitti delle partiture. Poi a un certo punto ha un'idea geniale e dice, facciamo le disposizioni sceniche. Vale a dire, quando mettiamo in scena un'opera, io vi scrivo le disposizioni sceniche. Così quando tutti gli altri teatri vorranno rimetterle in scena, dovranno affittare anche le mie disposizioni sceniche, arrivando ad avere royalties che toccano il 50%. Però vi ho detto, è un compositore che non dimentica mai gli ultimi. Per esempio, c'è un episodio nella vita di Verdi, degno di nota. Lui a un certo punto non si capisce se voglia ancora comporre, il mondo è lì che aspetta, lui non trova un soggetto che lo convinca, poi aveva un problema enorme coi librettisti che lo lasciavano sempre insoddisfatto. E il Chedivet, il Chedivet d'Egitto, per l'inaugurazione del canale di Suez, ha fatto costruire un teatro e vuole una nuova opera. Vanno da Verdi, Verdi sdegnosamente, dice, ma io figura se scrivo musica su commissione, io sono Verdi, e li manda a stendere. Però, intelligentemente, un amico di Verdi si ripresenta, non sono i soldi probabilmente ad averlo convinto, ma la paura che andassero da Wagner, perché effettivamente questa cosa viene messa in giro, e lui a un certo punto dice, no va bene allora l'opera la scrivo io. Gli portano il soggetto della ida, gli piace, e decide di scrivere quest'opera. Prende un cachet di 150.000 franchi, io credo stiamo parlando forse di milioni di euro mal contati, più tutte le future royalties. Lui scrive e decide di preparare le scene che devono partire per il Cairo a Parigi. Ma scoppia la guerra franco-prussiana, quella che vedrà la più grande sconfitta della storia di Francia, la città e la caduta dell'impero di Napoleone III. Verdi riceve una lettera in cui gli dicono che l'opera a Garnier è diventata un ospedale, dove hanno ricoverato i soldati. Quindi le scene non possono partire. Il suo agente a Parigi, Dulocle, è scappato con una mongolfiera, perché la città era assediata dai prussiani. Voi pensate alla vita di questi uomini? Incredibile, scappare in mongolfiera. E Verdi scrive una lettera e dice che l'anticipo che mi avete dato, lo verso per i soldati feriti che sono all'opera a Garnier. E questa è un po' la grandezza di Verdi. Verdi sarà sempre così, non si dimenticherà mai degli ultimi, degli altri, per tutta la vita. Ed è qui che voglio arrivare per concludere. Verdi, ripeto, è stato un imprenditore incredibile. Pensate, a un certo punto lui decide di accettare l'offerta di un posto in Parlamento. Prima è nel Parlamento di Cavura, Torino, e poi è in quello dello Stato Unitario, a Roma, come Senatore del Regno. Ma lo fa per scrivere la legge sul diritto d'autore. Il motivo principale. Ma non solo per se stesso. Lo fa per se stesso e per gli altri. Nella sua geniale creazione del mito che poi è stato consegnato agli italiani, quello del Viva Verdi, Vittorio Emanuele Redditalia, lui ha costruito davvero in maniera capillare una narrazione di sé che è servita poi per esaltare la figura di Verdi. C'è una lettera che certamente è una lettera che lui ha pensato di scrivere per colui che poi sarebbe andato a studiare le sue letteri, a scrivere la sua biografia. Scrive a un amico e dice, parla in terza persona di sé, e questo è il debole del signor maestro. Se tu gli dici che il Don Carlos non va niente, non gliene importa un fico. Ma se tu gli contrasti la sua abilità nel fare il Magut, se ne ha male. Cioè Verdi di sé dice, se mi dicono che il Don Carlos non è una bella opera, chi se ne frega? Ma se mi dicono che non so fare il Magut, allora la prendo malissimo. Ed è una doppia bugia, perché il Don Carlos è il suo più grande capolavoro, quello che lui considerava l'opera più bella. E in questa cosa lui è davvero, davvero, davvero geniale. Beh, a un certo punto, pensate, viene fondata quella che oggi si chiama SIA, credo, al tempo, non c'era ancora la E. C'era la Società Italiana degli Autori, non c'erano gli editori. E chi è uno dei fondatori? È Giuseppe Verdi. Pensate, vi leggo i membri del Consiglio di Amministrazione della SIA. Giuseppe Carducci, Francesco de Santis, Ed Mondo de Amicis. E tra i co-fondatori ci sono Arrigo Boito, Urico Eupli, Edoardo Sanzogno, Giovanni Verga, Pasquale Villari e Giuseppe Zanardelli. E diciamo, quest'uomo è riuscito davvero a costruire un impero, ma, come vi ho detto, non ha mai dimenticato gli ultimi. C'è un ultimo contributo, prima di leggervi una breve frase e congedarmi da voi. Prego. E poi il 30 di gennaio è arrivato il carrafone. Ma, mica gran cosa, eh, una carrozza di terza classe. Trinata da un cavalluccio piccolo, piccolo, magro, magro, perché così voleva il maestro. E c'era un silenzio totale. Tutti zitti. Tutti volevano vederlo passare per l'ultima volta perché gli volevano bene al maestro. Con tutto il ben che la fa. Qualche giorno dopo ne hanno fatto anche i funerali di Stato. E c'erano lì, anche lì tante persone, ma noi milanesi, il maestro Verdi, lo avevamo già salutato. Allora, Verdi lascia un ingente somma agli istituti di Genova per l'assistenza ai rachitici, ai sordomuti e ai ciechi. Regala al comune di Villa Nova sull'Arda un ospedale. Poi dà delle disposizioni. Dispone un'elemosina di 30 lire una volta all'anno in perpetuo per i 100 più poveri di Leroncole, dove era nato. Una pensione di 70 lire mensili per 4 anni ai giovani di Busseto e di Villa Nova che dimostrino attitudine negli studi. E infine costruisce, compra il terreno, affida a Camillo Boito, l'architetto scapigliato, l'autore di Senso, il progetto, il fratello di Arrigo, per la costruzione della casa di riposo per musicisti che ancora oggi ospita dei musicisti in pensione, che sorge appunto a Milano, la Casa Verdi. E si congeda al mondo autorizzando che la struttura entrasse in servizio solo dopo la sua morte per non peccare di vanità. La vita escrive, escrive, meraviglioso. Delle mie opere quella che mi piace di più è la casa che ho fatto costruire a Milano per accogliervi i vecchi artisti di canto non favoriti dalla fortuna o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio, poveri e cari compagni della mia vita. Grazie. Grazie. E viva la musica! Grazie.
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