Eccellenza italiana e sport
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Eccellenza italiana e sport
Un incontro tra tecnologia, medicina e sport per esplorare come l'innovazione migliora la qualità della vita e la bellezza etica.
La Sala di Sala di Sala Buonasera a voi qui in sala e buonasera a chi ci ascolta in collegamento streaming in questo momento. Sono felice di dare il benvenuto su questo nostro palco del Festival dell'Economia di Trento al Castello del Buon Consiglio a Simone Barlam, uno dei più grandi atleti paralimpici italiani, potete anche applaudire se volete, è concesso. E a Franco Molteni, specialista in fisiatria che non dice nulla, è troppo poco, direttore scientifico di Villa Beretta del Rehabilitation Research Innovation Institute di Costa-Masnaga a Villa Beretta che detto, non così per esteso ma nello specifico, è il più importante centro di riabilitazione italiano e quindi è davvero un piacere particolare averlo qui con noi oggi al Festival dell'Economia. Il Festival dell'Economia è un festival dell'economia all'interno di un pallin sesto che si intitola Economia della Bellezza e quindi c'è da chiedersi perché mai parliamo di medicina, di bioingegneria e di sport sotto questo cappello di economia della bellezza. Chi segue e ha seguito negli anni questo pallin sesto sa che in realtà il tema della bellezza qui è affrontato in tutte le sue sfaccettature con l'idea proprio che il bello fa bene, non è solo bello estetico ma è bellezza etica, è bello inteso come investimento in cultura. In Italia abbiamo ancora un po' il difetto di considerare la cultura umanistica per la gran parte, si tende a pensare che la cultura è la grande tradizione dell'umanesimo, del rinascimento ma proprio se andiamo lì, lì nell'umanesimo del rinascimento la cultura univa perfettamente scienza e scienza umana e tecnologia. Quindi è da questo punto di vista che noi condurremo questa nostra conversazione e da un altro punto di vista è un orgoglio del Made in Italy tutto il settore biomedico. Io mi sono segnata perché sapete che a noi del sole piacciono i numeri quindi qualche numero ve lo devo dare per forza ma il cosiddetto Made Tech occupa 120 mila addetti e il giro di affari è di 12 miliardi l'anno pensato e quindi è veramente un settore estremamente strategico per la nostra economia ed estremamente strategico per il sistema sanitario nazionale. Non solo, siamo come Paese dei grandissimi produttori di brevetti o quantomeno depositiamo moltissimi brevetti ancora una volta nel settore dei dispositivi medici e ci sono dei veri e propri distretti di eccellenza. Ecco questo era solo un'introduzione numerica per spiegare il perché. Abbiamo qui due figure così specialmente diverse rispetto alla tematica di investire in bellezza e come insiamo a loro attraverseremo questo aspetto interessante. Io comincerei da Franco Molteni che ha il compito più difficile nel senso che ci deve spiegare in termini molto facili che cosa fa e cosa fa è estremamente complesso e partirei proprio da una domanda semplice appunto e da non addetto ai lavori. Mi sembra che oggi la medicina sia sempre più orientata a utilizzare la tecnologia, l'innovazione tecnologica e poi magari vediamo che cosa è l'innovazione tecnologica in questo campo per la cura, per la prevenzione e ancora più per la riabilitazione che non è solo riabilitazione, anche livello eccellente di qualità della vita che poi si garantisce. Quindi a lei il compito arduo di spiegarci questo connubio di scienza per l'uomo? La medicina riabilitativa è davvero scienza per l'uomo, io non lo definirei come ricostruzione, è una ricerca continua di senso per riaccoppiare l'intenzione di movimento della persona alla capacità di interagire con se stesso e con il mondo che sta intorno. Quindi ritrovare questa connessione fra voler fare e poter fare. La tecnologia è una estensione dell'intenzione della persona di svolgere un compito e dell'intenzione di chi vuole curare questa persona per far sì che questa modificazione di capacità di agire diventi realtà. Il bello della medicina riabilitativa in questo momento è che stiamo vedendo che la tecnologia sta cambiando la biologia dei sistemi con cui interagisce, cioè il cervello impara di più attraverso la tecnologia a ricostruire le migliori connessioni fra intenzione di muoversi e muoversi, fra voler fare e fare e soprattutto essere una persona in grado di decidere quello che fa. Intanto questo tema di dare possibilità all'intenzione mi sembra bellissimo, anche da un punto di vista filosofico, però è bellissimo che si cali in una realtà molto concreta. Mi sta dicendo che attraverso la tecnologia io che non posso più muovermi penso di muovermi e riesco a farlo. Mi perdoni, forse è una banalizzazione, ma per arrivare a spiegare molto bene un concetto tutt'altro che semplice da capire. Ha centrato il concetto di kobot, indossare un vestito tecnologico che è un robot che collabora con la persona. Si muove quando la persona sposta il corpo in un modo tale da innescare i movimenti utili aiutati del robot. Quindi non è una meccanizzazione del movimento, ma è rendere davvero la persona in grado di svolgere dei compiti altrimenti impossibili. Ecco, questo mix di voler fare e rendere possibile l'impossibile con la tecnologia vuol dire che la stiamo umanizzando. Non stiamo robotizzando l'uomo, ma stiamo mettendo la tecnologia al servizio dell'uomo con le migliori intenzioni. Ecco, anche questo va sottolineato. Cosa vuol dire con le migliori intenzioni? Con le migliori intenzioni perché si è usciti completamente dalla logica degli oggetti tecnologici che sostituiscono l'uomo. Qui siamo di fronte a oggetti tecnologici che diventano un soggetto di cura e che agiscono insieme all'uomo e per l'uomo. Non stanno sostituendo nessuno. Ma quanto l'oggetto soggetto di cura contribuisce a far funzionare la tecnologia? Mi spiego meglio. E' davvero una compartecipazione che consente via via di affinare la tecnologia? Sì, questo è il punto fondamentale. La tecnologia evolve solo se apprende dalla persona. E quindi, riuscire a connettere persona e tecnologia attraverso sistemi elettroencefalografia, elettromiografia, sistemi di stimolazione elettrica funzionale, fa sì che anche la tecnologia prenda al meglio come la persona vorrebbe effettuare un movimento e cerca di adeguarsi. Dietro la tecnologia che si adegua ci sono stuoli di ingegneri, stuoli di ingegneri meccanici, elettronici, bioingegneri, adesso chi si occupa di intelligenza artificiale, chi si occupa di biologia, chi si occupa di biologia del recupero, che sono i medici fisiatri. Quindi, la medicina con la tecnologia a strettissimi rapporti, la persona che è il soggetto che deve essere curato, è un protagonista assoluto di questo fenomeno di collaborazione continua. Le faccio ancora una domanda tecnica per cercare di capire meglio come si parla questo, dovrei chiamarlo robot, per diventare cobot, cosa usa? Impulsi elettrici? No, per esempio, se io non riesco a stare in piedi perché ho una paralisi delle gambe, vesto un robot che avverte quando sposto in avanti il tronco, quando sto spostando il mio peso da un lato dall'altro, e in funzione del recepire questo movimento che inizio, svolge armonicamente, la bellezza è questa, cioè dà l'armonia del movimento alle gambe che non hanno in quel momento il controllo volontario. E attraverso questa nuova informazione, il cervello può riapprendere come migliorare il controllo delle gambe. Non so voi, ma io sono davvero affascinata da questo, perché troppe volte quando si parla di tecnologia lo si fa o in maniera avveniristica, appunto sembra di essere in un film di fantascienza, ma in una distopia di fantascienza, non in un bel film di fantascienza. E se pensiamo a quanti falsi racconti ci sono sull'intelligenza artificiale, anche quanta paura c'è rispetto a qualcosa che invece, certo, è uno strumento come tutti gli strumenti, può avere conseguenze positive o negative, ma è anche un bacino di potenzialità. Io spiego perché sono molto felice di avere qui con noi Simone e lo spiego facendo ancora una domanda che però non è tecnica, però è proprio sul tema della compartecipazione, perché poi alla fine è l'umano al centro, mi sembra lei l'abbia ribadito con forza. Mi ricordo di avere un paio di anni fa, incontrato e chiacchierato lungamente in un contesto simile a questo, con Bebevio, che mi raccontava che sente su di sé una grossa responsabilità, non come simbolo di atleta, anche perché è un modello da tanti punti di vista, ma soprattutto rispetto agli ingegneri e ai medici che lavorano con lei. Perché dice, in qualche modo io ho detto a loro, usatemi il più possibile, perché io ho bisogno di tali performance, di mobilità del polso, della mano, insomma, per fare quello che faccio, che se riuscite a farmi fare quello che io voglio, figuriamoci, appunto, una persona che non è un atleta e che deve semplicemente ritornare ad avere una qualità della vita normale. Quanto collaborare con personalità di questo calibro, e poi faccio parlare anche te, serve alla scienza, ma in funzione poi delle persone normali che non fanno i record di Barlam nei quelli di Bebevio. Importantissimo perché è come collaborare con i piloti di Formula 1 e quindi siamo ai livelli più alti di ricerca della miglior performance possibile. Però questo è molto concreto, cioè per esempio noi stiamo usando dei sistemi di monitoraggio della capacità di concentrazione e di rispondere a uno stimolo con dei sensori indossabili molto particolari, che riescono a detettare l'inconscio del paziente, diciamo, il sistema nervoso-autonomo. O perso la parola. Riescono a monitorare la risposta inconscia. È una sorta di macchina della verità appoggiata sulla tua pelle che capisce se sei stressato, se ti stai concentrando. Per i nostri pazienti è importantissimo perché è legato alla flessibilità cognitiva e alla possibilità di imparare. Per un atleta vuol dire capire se sei in grado di concentrarti. La capacità di concentrarti e di rispondere super come risposta emotiva ma anche fisica a uno stimolo è la base per avere importantissime reazioni nell'ambito di un'attività agonistica. E quindi stiamo sfruttando le due esperienze insieme e stiamo vedendo cosa sta succedendo. Le parole di un professore, un medico, su di te. Le trovo molto interessanti perché ha tirato fuori dei temi a cui tengo. Innanzitutto ne avete parlato un po' anche parlando del tuo episodio con Bebevio. Mi rendo conto di quanto sia importante spesso questo connubio tra chi andrà a utilizzare un determinato prodotto, un determinato che sia una protesi, che sia qualcosa di più elaborato e di chi lo produce. E' anche molto bello quello che fa il dottor Molteni perché si lega all'inizio della situazione che è stata in grado di essere un attivista. Inizialmente erano tutti riducci di guerra e lo sport era un modo per dare a loro una seconda vita. Più che puoi parlare anche tanto si parla sempre di inclusione. Ho rivisto un po' nelle tue parole delle parole che mi dice spesso il mio allenatore che secondo lui la cosa più importante per una persona con disabilità è l'autodeterminazione più che sentirsi inclusi. Perché potersi essere padroni del proprio destino, un po' un po' canzi, essere in grado di pensare una cosa e poi il tuo corpo in grado di farla è un privilegio che spesso diamo per scontato ma non per tutti così. Quindi sono veramente estasiato e tutto orecchia nell'ascoltare veramente queste parole. Sarà anche interessato di scoprire di più, di vedere di persona il vostro lavoro però è veramente incredibile. Senti, quello che dicevi è essere l'autodeterminazione come poter decidere che voglio fare una cosa e il mio corpo risponde. Lui ci ha detto addirittura di più essere padrone delle proprie intenzioni che è ancora più forte. Senti, tu citavi appunto il tema delle Paralimpiadi. A me sembra che nell'ultimo periodo ci sia stato proprio un crescendo di attenzione che probabilmente tu hai iniziato a 17 anni. Ecco probabilmente quando hai iniziato non c'era ancora tutta questa attenzione. Tu l'hai sentito proprio nel tuo percorso di carriera, questo crescendo e anche questo pubblico intorno a te che via via aumentava. Sì, io ho esordito con la nazionale a 17 anni, quindi la mia carriera internazionale è iniziata lì. Nel mondo paralimpico sono entrato a 14 anni, quindi più o meno nel 2014. Sì, stanno crescendo i numeri del movimento come iscritti alle varie federazioni anche se vai nei vari eventi in giro per le città italiane. Anche come il Festival delle Recognomia di Trento è più facile trovare un atleta paralimpico rispetto a qualche anno fa, quindi c'è sempre più attenzione. C'è sempre più attenzione nei nostri confronti e anche basti guardare alle Paralimpiadi di Parigi che probabilmente sono state le seconde. Secondo me hanno anche battuto come numero dei biglietti venduti le Paralimpiadi di Londra 2012 che all'epoca erano state uno svolta. Nel nostro caso la piscina era sold out tutti i giorni, ce l'hanno 17.000 persone la mattina, 17.000 persone il pomeriggio. Noi che siamo abituati a gareggiare con pochissime persone sugli spalti è una bella emozione. E' importante questo non solo per soddisfazione personale nostra in quanto atleti, ma dato che si stima che il 15% della popolazione mondiale abbia una disabilità, qualsiasi essa sia. Lo sport paralimpico per me è un importantissimo strumento di autodeterminazione. Infatti sarebbe interessante poter creare delle aree di dialogo con le varie aree di riabilitazione, le varie terapie negli ospedali. In molti paesi come in Ucraina per esempio fanno così, i spalti buttano le persone che per un motivo o nell'altro finiscono in ospedale e devono avere un processo di riabilitazione, le buttano direttamente nello sport per fargli trovare quello che gli può piacere e anche magari creare una riabilitazione un po' più ludica, se così si può dire, un po' più divertente. Poi quando si parla invece di magari nella zona più pediatrica, più di bimbe e bimbe, lo sport è un modo, come ho sempre detto, molto potente per renderli più inclusi nel testuto socio-connettivo del nostro paese, in generale del mondo, perché comunque grazie allo sport magari loro si sentono un po' più sicuri nei propri mezzi, quindi nasconderanno meno la propria disabilità, perché capita spesso di ragazzini anche amputati a un braccio che lo tengono la manica lunga, dove non c'è la mano nella tasca per non farla vedere, grazie allo sport dove, come nel caso del nuoto, ti devi mettere a nudo, diventi più sicuro anche del tuo corpo, è più probabile che tu abbia relazioni sociali con i tuoi compagni di classe, che tu sia più invogliato a studiare, a uscire di casa, poi diventerai quindi una mattonella più importante per il nostro paese, studierai, lavorerai e da una cosa che può sembrare fine a se stessa come lo sport un po' vince tutto il paese, vinciamo tutti noi come società. Certo, questo è più che mai vero, poi non solo acquisisci così tanta dimestichezza col tuo corpo che diventi anche modello di Armani, così io ti faccio questa battuta e vai a sfilare sulle passerelle come candidato a te. Un po' di fortuna, un po' di come mamma ti ha fatto, un po' di persone giuste al momento giusto, però ogni tanto capito. Perché Simone Berlant parla così come se fosse la cosa più naturale della terra, battere tutti i record, poi trovarsi per caso su una passerella, sfilare, eccetera, cioè questa è la bellezza di rendere naturali. Ogni tanto nelle pagine di autospendita anche nei vari settori autogravati. Sì, sì, sì, così è tutto assolutamente normale, non è così normale, dietro ovviamente c'è un gran lavoro. Torno a lei, perché anche fare i medici oggi non è tanto naturale, tanto facile, tanto scontato, no? Perché mi sembra, allora, diciamo, nessun mestiere oggi è più quello che era e devo dire che in ambito di formazione, se c'è una cosa che molte università dicono e raccontano, è che formiamo giovani per fare mestieri che non sappiamo ancora cosa saranno, no? Cioè li formiamo a fare un mestiere che ancora forse non esiste e quindi l'importante è dare una buona formazione per poi appunto seguirli nelle loro intenzioni. Ecco, la medicina di vent'anni fa era tutt'altra cosa, no? Rispetto oggi, io mi sono segnata, e poi le lascio alla parola perché è lei che ci deve spiegare, soltanto la quantità di cose che con la medicina non c'entrano niente, con cui voi collaborate, il Dipartimento di Bioenergia del Politecnico di Milano, non sono tutte, è solo Venezia qualcuna, il CNR, l'Istituto Italiano di Tecnologia, l'Istituto di Bio-Robotica di Pisa, poi Vancouver, Hamburgo, Losanna, Filadelfia, cioè una rete di ricercatori internazionali non in ambito medico, ma in ambito, direi, del sapere scientifico. Da sole non si fa più niente, quindi la prima cosa che devono imparare i medici è aderire al concetto di team sempre, avendo grande responsabilità critica perché lavorare in team non vuol dire che si delega sempre qualcuno, ma che bisogna essere protagonisti insieme agli altri. E pensiero critico che viene influenzato dal contaminarsi con la bioingegneria, l'elettronica, la biologia, la genetica, l'epigenetica. Lei pensi che una delle collaborazioni più interessanti che abbiamo è con l'Università di Hamburgo, dove c'è Cristina Becchio, che è professoressa di Neuroscienze, essendo laureata in Filosofia. E con lei, per esempio, tutti i temi dell'intenzione del movimento e la traduzione di questo attraverso la tecnologia in movimento voluto li abbiamo affrontati in modo molto specifico. Ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di biologia di base, perché quando Simone fa un allenamento lui sta lavorando sul suo corpo e lo sta cambiando. E l'allenamento epigeneticamente cambia come lui è nato. Il nostro lavoro in medicina riabilitativa è cambiare, in senso positivo, di nuovo con le migliori intenzioni, la condizione di una persona. E abbiamo capito che non basta più concentrarci sui primi mesi dopo un evento, ma è la continuità. La continuità deve rientrare in un'abitudine di vita. E il movimento come abitudine di vita è un farmaco potentissimo. Simone ha aperto gli atleti paralimpici al CYBATHLON, cioè la tecnologia che fa svolgere compiti sportivi in modo combinato. C'è in questo momento un'attività che abbiamo con il Centro di Biogeneria del Politecnico di una squadra di CYBATHLON per fare record di pedalata in bicicletta con stimolazione elettrica funzionale di persone che non possono muovere le gambe. E stiamo avendo dei risultati bellissimi da questo punto di vista. Ma muovere le gambe attraverso la stimolazione elettrica migliora il tono dell'umore, migliora l'osso, riduce il dolore, migliora la funzione dell'intestino. Vuol dire che il corpo è davvero un tutt'uno. E la tecnologia continua a aiutare il corpo a ritrovare un'unità e un'armonia. Questa è la bellezza di quello che si sta facendo. E poi lavora anche su meccanismi inconsci. Questo che trovo estremamente interessante. Assolutamente. Una delle cose interessantissime è vedere come migliora il riposo notturno nel momento in cui ci si muove bene. E come se riposi bene di notte apprendi meglio di giorno. Quindi muoverti, ti fa riposare, ti fa funzionare meglio il cervello. Abbiamo sempre messo i muscoli da una parte e il cervello dall'altra. No, non è così. Il muscolo produce sostanze facendo allenamento che migliorano il cervello. Questo vale per tutti noi. Adesso usciamo di qui, Trento è meravigliosa. Finito questi incontri dovremo almeno andarci a allenare un po' tutti. Simone, ritorno da te. Una cosa che mi capita spesso, tutte le volte che intervisto un atleta, di uno sport individuale, qual è il nuoto, qual è quello che tu fai, e che faccio la domanda più sciocca del mondo, come ce l'hai fatta, che sforzo. L'hai esposta sempre, devo questa vittoria alla mia squadra. Siccome è stato evocata l'idea da solo non si fa più niente, secondo te, perché? È davvero la prima risposta, è curioso. Perché comunque chi taglia il traguardo, sei tu, chi fa quel record, sei tu in vasca alla fine. Se sei di cattivo umore, se ti viene un crampo, in quel momento lì sei solo. Quanto però la squadra ti porta lì? Ti porta lì perché ti mette nella posizione di fare quello che fai e di essere lì. Per carità, magari ci possono essere degli atleti che si allenano da soli, però la vedo dura, soprattutto per mantenere la concentrazione, perché rimanere sul pezzo da solo è molto complicato. Anche perché semplicemente io ormai mi alleno da tantissimo, ma l'avevo accennato poco fa dal punto di vista dell'allenamento che cambia il tuo corpo. Io non saprei organizzare per me stesso, anche se mi conosco, una settimana di allenamento passando dall'allenamento più aerobico a quello di VO2 Max, a quello di forza, a quello di lattato. Ci sono tutti questi processi, penso, chimici del nostro corpo che vanno allenati e io non ho le competenze, come molti dei miei colleghi non hanno. Quindi c'è il team di allenatori, c'è il team di psicologi dello sport che collaborano con noi che sono molto importanti, perché anche lì un atleta che sta bene, una mente che sta bene, il corpo è più facile e che performi meglio. Ho avuto anche la conferma anche io su di me, quando stavo meglio di testa, sono le gare che ho fatto meglio nella mia vita. Poi c'è tutta la società, c'è chi organizza, nel nostro caso, gli spazi d'acqua, perché comunque le piscine ci sono, ma c'è qualcuno che deve andare lì alla piscina, dire da quest'ora a quest'ora, dobbiamo allenare qui, abbiamo bisogno di questo. Quindi sì, il traguardo lo tagli tu, ma lo tagli così come hai fatto, grazie a te stesso, ma anche grazie alle persone che sono dietro di te, alle persone che ti hanno messo in condizione di essere lì. Poi, certo, alla fine la gara la puoi sbagliare tu, la puoi beccare tu, però è un lavoro a tantissime mani, non a dieci, a venti, a tantissime mani. A tantissime mani e tantissime teste. Senti, ma tu quante ore ti alleni? Intanto ti alleni tutti i giorni? Sì, tranne domani. Infatti mi hanno proposto di allenarmi alla palestra dell'hotel qui, ma non lo farò, perché anche il riposo parte anche lì, dell'allenamento, il dormire. Anzi, adesso che mi sto riabituando ad allenarmi le mattine, il mio corpo si deve un attimo riabituare a cercare di dormire 8 ore, nonostante la sveglia presto, quindi è un attimo un po' scosto. Però adesso mi alleno a settimana, dieci volte in piscina e tre in palestra. Quindi il lunedì, il mercoledì e il venerdì c'è un allenamento dal mattino in piscina, seguito da un allenamento in palestra, dal pomeriggio, la sera, un altro allenamento in piscina, martedì, giovedì e sabato, invece, sono un allenamento in piscina al giorno. E' un lavoro a tutti gli effetti. Riposo è importante. È vero, da medico questo chiedo, è vero che il muscolo dopo un grosso allenamento si sviluppa in fase di riposo, non in fase di allenamento? Certo, ci sono dei meccanismi che devono essere innescati dall'allenamento, ma che davvero incidono quando hai terminato di fare l'allenamento. Questo è assolutamente vero. Il che rende ragione, per esempio, del perché è meglio alternare una serie di lavori e non eccedere anche perché non è che fare tantissimo è uguale grandissimo risultato. C'è molta qualità e densità nell'esercizio e nel riposo fra un esercizio e nella differenzia fra il tipo di esercizio per ottenere il risultato. Quindi anche quello che succede fra due allenamenti è cruciale da un punto di vista biologico. Per esempio, quando noi abbiamo un paziente ricoverato, quello che fa la mattina del giorno prima produrrà un effetto due giorni dopo. Qui lo devi seguire da un punto di vista biologico. Adesso ci sono delle cose nanoparticelle che modifichano le nostre vite. Si chiama il microRNA. Nello sportivo, il microRNA sarà uno dei modi per verificare se si allena bene Simone, a brevissimo, ad usarlo magari addirittura dalla saliva e neanche dal sangue. Contenniche di microfluidica che possono riuscire a fare questo. Quindi la tecnologia ti aiuterà ad allenarti meglio. Mi fa sto ridere perché sembra di parlare un allenatore. È veramente tutto correttissimo. Siamo al Festival dell'Economia e quindi è doveroso fare anche qualche domanda economica su queste tematiche. Perché abbiamo finora parlato di tecnologia che lavora a favore dell'uomo. Ma per arrivare a questo c'è bisogno di grandi investimenti. Dicevo prima che l'Italia è comunque un'eccellenza. Non tutti i grandi cervelli sono in fuga, per fortuna. Qualcuno c'è o quantomeno qualcuno ritorna a portare avanti. Ma dicevo anche che è una voce economica importante, vero. Ma quanto investimento c'è? Quanto queste ricerche sono davvero supportate? E quanto si possono offrire questi servizi col sistema sanitario nazionale? Che è il vero tema. È un argomento complesso e delicato al tempo stesso in questo momento. Però per non continuare a piangere addosso e dire semplicemente che le cose devono cambiare, vanno male, va venga, far così sono capaci tutti. Però, primo, l'Italia ha una tradizione di sistema sanitario che da migliorare, da modificare, da attualizzare. Però ha delle fondamenta di rispetto per la persona che per la medicina riabilitativa sono importantissime e fanno sì che la medicina riabilitativa in Italia è a livelli top in giro per il mondo. Perché ha dietro un certo tipo di organizzazione sanitaria. Uno. Due, certo che c'è bisogno di investimento in nuova conoscenza, in nuove tecnologie. Il PNR ci ha aiutati. Noi siamo parte di un importante progetto che si chiama Fitform e Drop, cioè praticamente tecnologie per la riabilitazione, che ha avuto dietro un finanziamento estremamente rilevante, vicino ai 100 milioni di euro. E sta coinvolgendo una rete importante di centri italiani per migliorare le tecnologie al servizio della persona. Quindi gli investimenti ci sono. È difficile attrarre investimenti? Sì. È necessario attrarne molti di più? Sì. Però bisogna avere anche una concreta capacità di calarlo nella realtà che dobbiamo affrontare. Quando sappiamo che in Italia oggi una persona su quattro ha più di 65 anni e che ci sono più persone sopra gli 80 anni rispetto alle persone fra 1 e 10 anni, qualunque organizzatore di sistemi sanitari capisce che, uno, bisogna cambiare i modelli organizzativi, due, ci vorranno tecnologie, tecnicamente si dicono Disruptive, che cambino il paradigma. L'intelligenza artificiale per forza dovrà entrare. È inutile che continuiamo. Per forza dovrà entrare, come vediamo. Però abbiamo motivo per farlo, teste per farlo, relazioni personali per farlo e 15% della popolazione con disabilità lo moltiplichi per quelli che tecnicamente vengono chiamati Caregiver. Ogni persona ne avrà di fianco minimo uno, probabilmente due. Quel 15% sono il 45% della popolazione. Vogliamo non avere attenzione per il 45% della popolazione? Siamo sicuri? E che più invecchia, quindi, avrà bisogno di... Certo, quella questione della Silver Economy va bene, va bene la Silver Economy, però insomma, diamo dignità alla persona in qualunque età della vita e in qualunque condizione. Questi sono gli investimenti veri che nel tempo generano risultati importanti. Ruolo del terzo settore, degli enti, io lavoro in un ente non-profit, è una congregazione di suore. Il ruolo degli enti non-profit in questo tipo di sviluppo sarà fondamentale. Bisogna che ci si parli tra chi fa profitto e chi lavora non per il profitto, ma per il servizio preciso di chi è davanti. Questo è assolutamente vero e anche la collaborazione fra pubblico e privato è sicuramente un tema quando si tratta di grossi investimenti. Perché c'è una dimensione di privato che può non solo investire, perché ci sono certo grossi investimenti anche privati a livello di filantropia, ma non è solo questo il ruolo del privato, è farsi appunto motore di credibilità per coagulare altri investimenti, questo è il tema forte. Lei dice che è difficile attraverre investimenti, come ci siete riusciti? Il progetto che fa la differenza, mi spiego, è il contenuto del progetto, la sua proiezione invece di risultato. Quali sono le leve forti su cui voi avete agito? Perché la cifra è ragguardevole, è probabilmente non sufficiente per fare tutto quello che si vorrebbe fare. Lei immagini che solo nell'ospedale di riabilitazione dove lavoro, io lavoro con circa 200 persone, quindi già un bel gruppo di persone, però abbiamo la fortuna di essere in un territorio veramente ricettivo, dove non hanno solamente creato il Manzoni, i promessi sposi e quant'altro. È un territorio che ha dentro università, il Politecnico, ha un campus molto importante all'ECO e una rete di istituti riabilitazioni in quell'area che hanno cominciato a collaborare tutti insieme. Quindi, per attraverre i investimenti bisogna creare un network che è in grado di dare una visione di qualcosa che ha una progettualità di lungo periodo, non di breve periodo. Lavorando in network si possono avere obiettivi molto ambiziosi. Noi abbiamo un pool di bioingegneri interno che collabora con almeno 100 ingegneri fuori. Noi siamo un gruppo di tutto quello che vuole, che collaboriamo con 211 fuori. Quindi, per attraverre i investimenti ci vuole ambizione, volume e struttura. Fortunatamente nell'area dell'ECO in questo momento ci sono tutte e tre le cose e cerchiamo quindi di spingere al massimo l'acceleratore per arrivare dove vogliamo arrivare. Siamo stati i primi a testare esoscheletri indossabili in Europa per il cammino di persone con lesione midollare. Il nostro ospedale è il primo ospedale che ha utilizzato un esoscheletro francese che permette di camminare senza il controllo delle gambe, senza appoggiarsi a nulla. Quindi abbiamo ricercatori italiani al top nella progettazione di impianti per la stimolazione midollare, per la produzione di movimento attraverso la stimolazione elettrica. Bisogna collaborare, bisogna crederci fino in fondo, ma non è solo crederci, realizzare delle cose. Qui la filantropia ci ha dato un aiuto importantissimo. E credo, per seguirla su questo discorso, che anche noi i midi abbiamo una grossa responsabilità, nel senso che molte di queste storie non si conoscono, non si conoscono così bene. Quindi raccontarle e capire che è giusto ed è fondamentale anche denunciare tutto quello che non va, ma c'è poi anche tutto un racconto di quello che va. E devo dire che quest'idea di raccontare l'eccellenza italiana, quest'idea di raccontare la bellezza italiana nasce da qui. Certo ci sono denunce da fare, ma poi c'è tutta una parte di eccellenza che forse neanche noi sappiamo, da vere. Si sente molto più spesso parlare dei cervelli in fuga o del pover'Italia, il passato era eccellente, adesso no. Invece abbiamo veramente, poi guardandolo nella singola territorialità, ogni angolo del nostro territorio ha delle realtà interessanti, e non solo dell'epoca rinascimentale o dell'epoca medievale, non sono solo reperti archeologici, ma abbiamo la migliore industria spaziale, abbiamo appunto dei centri di eccellenza medica e potrei fare un elenco, ma non è questa la sede. Faccio parlare anche a Simone Barlandi elementi economici, perché questo è il contesto. Faccio una domanda secca, un atleta paralimpico, come si pone nel gap economico rispetto a un atleta olimpico? Parlo ovviamente non soltanto del guadagno rispetto alla prestazione, ma tutto l'indotto che c'è, le sponsorizzazioni, sappiamo bene che lo sport si regge di molte cose. Inanzitutto un atleta olimpico o paralimpico che sia italiano non è considerato dalla legge un professionista, non è come un calciatore, come un giocatore di basket o un pallavolista, perché non è associato a una squadra di club che lo stipendia, almeno nella maggior parte dei casi. Quindi nella carriera di un atleta la maggior parte degli indotti vengono qualora questa atleta vinca meraglia alle Olimpiadi o alle Paralimpiadi. Nel caso delle Paralimpiadi i premi sono sempre stati un po' più bassi delle Olimpiadi e credo che il motivo dietro a ciò è il fatto che alle Paralimpiadi ci siano molti più eventi dello stesso tipo, quindi molti più 100 metri piani, 50 metri stili libero, ciò dovuto al fatto che ci sono molte categorie che rappresentano diversi tipi di disabilità o di abilità a motori e residui. E quindi questo sia penso il motivo dietro anche se forse per Milano-Cortina cercheranno di equipararli, non lo so, questo non stai neanche a me a deciderlo, a discuterlo. Perdonami se ti interrompo, quanto è rilevante questa differenza? Nell'ordine della metà, nell'ordine della... No, se non sbaglio, direi che se 100 è la percentuale olimpica forse 65 è quella paralimpica e sono comunque cifre che sono pubbliche, adesso non me le ricordo neanche, non sono pubbliche, non sono cifre astronomiche da calciatore, probabilmente il calciatore panchinaro più scarso della serie A prende più cifre di soldi del campione olimpico, del campione paralimpico in questo. Questo lo sappiamo, che il modello del calciatore è inarrivabile per qualsiasi atleta. È anche normale a seconda di quanti soldi girano in determinati contesti. E fino a qualche anno fa era molto più complicato per un atleta paralimpico sostenersi e quindi la maggior parte degli atleti lavoravano e facevano altro nella loro vita che da un lato magari è ammirevole, perché è ammirevole allenarsi e usare così tanto tempo della propria quotidianità per allenare il fisico e poi anche lavorare per portare a casa la pagnotta. Però da pochi anni a questa parte, grazie a anni e anni di lotta del presidente Luca Pancalli, anche gli atleti paralimpici adesso possono entrare a fare parte dei gruppi sportivi militari che in Italia stipendiavano e stipendiano i colleghi olimpici, adesso lo fanno anche quegli atleti paralimpici, quindi per chi non lo conoscesse ci sono polizia di stato, guardia di finanza, polizia penitenziaria, carabinieri, eccetera, eccetera, che assumono degli atleti come agenti semplici per fare gli atleti, rappresentare i colori del loro gruppo sportivo militare e una volta finita la carriera l'atleta può decidere di rimanere nel corpo per fare o lavoro d'ufficio o allenare i giovani del stesso gruppo sportivo o anche uscire e fare altro nella vita se ha delle competenze o dei titoli di studi in altra parte. Quindi da questo punto di vista siamo molto equiparati alla contraparte olimpica mentre nella parte degli sponsor le cose le deve andare a cercare, non è che cascano dal pero. Adesso ci sono atleti paralimpici che collaborano con dei brand molto importanti, molto prestigiosi e che hanno anche dei contratti degni di questo nome. Questa è una parte che sta avvenendo, adesso bisognerebbe forse cercare di capire come far crescere anche le varie società del nostro territorio perché le varie federazioni hanno tanti sponsor e stanno giustamente crescendo. Anche le società del nostro territorio devono crescere assieme agli atleti Quando diventi grande e entri in un gruppo sportivo militare loro pensano alle trasferte, a pagare tutto però quando un piccolino o un ragazzino che sta iniziando a queste cose ci pensa o alla società o ci dà un pensare mamma e papà. Quindi è un mondo grande dove pian piano si stanno accendendo sempre più fari di interesse e si sta pian piano comprendendo l'importanza di tutto ciò In Italia rispetto ad altri paesi non ci possiamo lamentare Ci sono paesi che non ti aspetteresti molto meglio e paesi dai quali ti aspetteresti molto meglio invece sono... Per esempio? Faccio qualche esempio. Per esempio la Gran Bretagna non paga i medagliati olimpici né i paralimpici non prendono nessun premio i loro stipendi forse mensili sono leggermente più alti a seconda ma anche lì della tua classe di merito perciò ti devi riconfermare, non è come in Italia se magari sei un atleta e riesci a trovare il posto fisso e rimani dentro perché comunque prima di entrare nel gruppo sportivo militare se sei dal quarto alla prima posizione della ranking mondiale sei inserito in ciò che è il club paralimpico quindi il comitato italiano paralimpico a seconda di che anno del quadriennio è e a seconda della tua posizione del ranking mondiale ti stipendia un po' per esempio so che la Croazia e la Grecia hanno premi molto alti non ti aspetteresti forse perché hanno un numero di atleti molto minore rispetto a noi e quindi magari i investimenti possono essere maggiori e anche di più nei confronti degli allenatori perché gli allenatori in Italia nel mondo paralimpico non prendono tanti premi poi secondo me c'è stato qualche proraccordo ma non così tanto, abbiamo fatto un calcolo che ci sono allenatori che hanno all'estero che hanno premi forse equiparabili a quelli degli atleti come su quelle cifre lì quindi siamo messi bene anche perché poi come nazioni siamo tra le nazioni più forti al mondo nonostante questo piccolo stivale che ci ospita siamo lì tra i primi posti mondiali tra America, Cina che hanno ovviamente un bacino di utenza enorme rispetto a noi e questo perché secondo te? Perché siamo così forti? perché ci sono strutture come quella di LECO? no adesso ovviamente l'ho detto volutamente con una battuta ma siamo così forti perché i nostri allenatori sono più bravi? perché siamo più talentuosi? ovviamente sarà un mix di cose però il tuo punto di vista qual è? c'è sicuramente tanta passione e per quanto il progresso tecnologico sia una parte fondamentale del nostro lavoro c'è anche tanto, forse non è la parola giusta, martigianato perché se si parla di sport paralimpico le disabilità sono una varietà infinita quindi un allenatore deve avere le competenze di un allenatore quindi saper allenare il metabolismo umano un essere umano poi però deve capire anche tecnicamente come adattare per esempio nel caso del nuoto a seconda di ogni patologia e cercare di minimizzare il drug, cercare di rendere l'abbracciata più efficiente per l'atleta quindi nel caso di atleti con lesioni midollari capire come superare il drug delle gambe che vengono trascinate atleti con disabilità come la mia ho amputazioni, cercare di bilanciare un corpo che è asimmetrico per ovvie ragioni quindi c'è tanta passione e tanti interessi e questo è una cosa che secondo me è uno dei vanti perché le strutture qualche mese fa faccio questo esempio ero a Tokyo su invito della nazionale giapponese di nuoto paralimpico e sono stato al loro centro di preparazione nazionale che è un po' fuori Tokyo sono questi quattro palazzoni da sette piani l'uno dove dentro ci sono le strutture per tutti gli sport la maggior parte degli atleti olimpici e paralimpici alloggiano lì una struttura incredibile che non avevo mai visto la piscina hanno penso tre piscine da 50 metri, la piscina dove ci allenavamo ha per ogni lato otto telecamere collegata dagli schermi fuori dalla piscina che sono in ritardo di 30 secondi quindi tu finisci di nuotare puoi alzar la testa e guardi te che passi nello schermo per avere un feedback in tempo reale e quando mi hanno chiesto dove ti alleni io ho fatto delle foto e sono rimasto un attimo scioccati perché si aspettavano chissà cosa dei centri in una navicella invece sono dei centri molto umili e spesso anche non accessibili quindi un po' forse perché ci piace nonostante le difficoltà andiamo avanti e perché c'è tanta passione e poi magari stiamo vivendo un momento particolarmente fortunato con per quanto riguarda gli atleti chissà che in un futuro magari tra vent'anni saremo scarsissimi spero di no però secondo me questi sono un po' i fattori che ci caratterizzano nel mondo Guardo il nostro cronometro perché anche se non siamo in vasca dobbiamo rispettare dei tempi avevo ancora due domande una per lei e una per ancora il nostro campione che ha parlato poco di sé ha fatto più discorsi teorici quindi l'ultima domanda ti tocherà parlare di te ma prima invece faccio una domanda al medico depurato diciamo di tutte le collaborazioni Alla fine in ambito chirurgico io penso non tanto in ambito chirurgico finirà che è meglio che ci facciamo tutti operare da dei robot invece che dagli esseri umani perché sono più affidabili scusi la apparente domanda sciocca ma mi spiego In qualche modo il fattore umano credo sia fondamentale e imprescindibile in tante delle cose che abbiamo nella maggior parte delle cose che abbiamo detto ci sono alcuni ambiti in cui forse la precisione e l'assenza di emotività che può essere invece un valore di sicurezza In questo senso ho fatto l'esempio della chirurgia che forse per l'ammirazione sconfinata che nutro per chi fa il chirurgo e non si fa sopraffare dalle emotività ogni volta che lavora appunto su un corpo umano questo era il senso della mia domanda Allora sicuramente saremo sempre più aiutati dalla tecnologia, noi siamo abituati come primo impatto a pensare al chirurgo come alla persona che deve essere precisa, il medico non chirurgo deve diventare sempre più preciso attraverso un incremento veramente importante di conoscenza Per decidere delle cose che non sono chirurgiche ma per sapere che cosa devi fare devi sapere e quindi imparare a conoscere sarà il punto cruciale che mette la persona che deve aiutare un'altra persona curandola ad usare la tecnologia del modo migliore E questo sarà un'attenzione al particolare perché quando Simone prima diceva perché gli atleti giapponesi che hanno una piscina così non nuotano più veloci di Simone che lavora perché probabilmente c'è un'attenzione al particolare umano che supera quello che la tecnologia può dare E' anche vero che della tecnologia non potremo farne a meno e a brevissimo è inutile pensare che siamo onniscenti se non avremo dei supporti decisionali attraverso la tecnologia non potremo usufruire di tutta la massa di conoscenza che ci sta creando La bottega della conoscenza sarà una bottega della conoscenza con l'intelligenza artificiale. Immagini che quasi vent'anni fa ero a New York al centro IBM dove avevano fatto Watson Computer e avevo incontrato lì un filosofo di Trento di fondazione Bruno Kessler che era stato assunto per studiare la semantica del testo che doveva l'intelligenza artificiale imparare per dare senso a quello che faceva Quindi vuol dire che alla base ci sarà ancora la persona. La tecnologia per forza sarà con noi. L'attenzione al particolare umano sarà la vera differenza Questa è bellissima, l'attenzione al particolare umano e quindi l'attenzione anche alla storia singola che è diversa dalla storia di tutti gli altri e per cui ci racconti di nuovo la tua storia Simone Raccontiamo in breve da dove devo partire Da Nemo Da Nemo, ok. Io ovviamente sono un atleta paralimpico, penso se si sia capito, un notatore e sono nato con quella che in termine tecnico si chiama ipoplasia del femore e coxa vara congenita della testa del femore In pratica un'ipoplasia è quando durante la crescita del feto un arto mi corregga, se sbaglio, a rimanere un po' sottosviluppato sia muscolarmente che come ostia, infatti una gamba più corta dell'altra E di lì si sono susseguiti un po' di interventi chirurgici per stabilizzare questa situazione e poi in acqua sono sempre stato, a me è sempre piaciuta l'acqua perché mi dava questo senso di libertà, di leggerezza, di agilità che la terra ferma però ha via ragioni dove sono sempre stato goffo e maldestro non mi ha mai dato Anche lì molta di riabilitazione che ho fatto partiva dall'acqua, dalle piscine, in giro per i vari ospedali Nel 2014 sono venuto a conoscenza del mondo paralimpico, ho visto questi atleti che si stavano preparando, che adesso sono i miei compagni di squadra, che si stavano preparando per le Paralimpiadi di Rio 2016, sono rimasto affascinato da quello che queste persone con disabilità facevano e mi si è aperto un mondo Hanno visto del potenziale in me, ho avuto delle persone che credevano in me e quello per un bimbo, per un ragazzo è molto importante perché tu puoi credere in te stesso ma quando sei piccino, se qualcuno crede nelle tue potenzialità è lì che veramente sblocchi quel super potere che magari ti può spingere a fare qualcosa di più Quindi nel 2017 brevemente ho fatto il mio esordio con la nazionale maggiore, ho partecipato a Tokyo, a Parigi come Paralimpieri e adesso siamo qua Diciamo quante medaglie abbiamo vinto Quello aspetta alla controparte giornalistica se ci sono però Le ho contate Di controllo su scritto bene Le ho contate perché le medaglie non sono neanche a casa mia, non ce l'ho dietro però per le interviste dopo Parigi le ho dovute contare, ad oggi sono 45 medaglie internazionali di cui 35 d'oro tra Paralimpiadi mondiali ed europei Quindi ho avuto la fortuna di vincere tanto E niente, stiamo qua a chiacchierare Allora per mettere una nota, una nota non da Festival dell'Economia ma me lo permetto in finale di questo incontro vi ha detto appunto quante medaglie, 19 titoli mondiali e anche 9 record del mondo, questo non l'hai detto Ecco, e allora cito una sua che vi consiglio, una sua bellissima intervista di un po' di tempo fa Fata dal milanese imbruttito Dove il commento, qui a Trento non so se tutti sapete cos'è il milanese imbruttito ma fa lo stesso Venono presi in giro i classici cliché appunto dei milanesi eccessivamente frenetici ed editi al lavoro e frettolosi, eccetera eccetera Ma la battuta è, parlava mai il classico che potrebbe menarsela di brutto e invece uno che non se la mena per niente E io credo che questo sia il bello l'idea che appunto siamo qua a parlare con uno che ha stravinto e che però appunto ce lo racconta ancora un po' con questa aria sorpresa E questo mi consente di richiudere il cerchio di quello che dicevamo perché credo appunto che questa dimensione di stupore poi, di continuare a stupirsi Questa forse l'intelligenza artificiale non ce l'avrà la capacità di stupore Se c'è una dimensione dell'umano che mi sembrava da preservata e quel tipo di entusiasmo che resta quando appunto resta la capacità di emozione che dà il fatto di dire Sono stato capace di fare questo e posso fare ancora quest'altro non so se condividete con me questo commento Non so se dal pubblico c'è qualche curiosità che è sempre difficile per rompere il ghiaccio ma se qualcuno ha piacere di chiedere Ripeto solo la domanda perché senza microfono da fuori non la sentono la domanda è secca e se c'è differenza a livello riabilitativo fra uomo e donna in pratica Da un punto di vista delle cose che si fanno bisogna stare molto attenti ad ogni singola persona e quindi la capacità di rispondere fisicamente a quello che viene richiesto La risposta è sì ma sì soprattutto personalizzando non solo per sesso maschile o femminile ma per tipologia di problema che c'è davanti Poi un discorso ancora più complesso il vissuto di una persona di sesso maschile o femminile rispetto a determinate situazioni ma questo è un argomento estremamente interessante in tema di personalizzazione della cura Deve essere continuamente personalizzata la cura Abbiamo recuperato un microfono per cui se c'è qualche altra curiosità possiamo Se no è vero vi abbiamo già trattenuto tale era perché bisogna sempre lasciare almeno un attimo di spazio Ebbene allora faccio io l'ultima domanda con cui vi congedo Chiedo in realtà al dottor Franco Molteni qual è il suo prossimo obiettivo Obiettivo so, volevo usare la parola sogno poi mi sembrava troppo aleatoria rispetto ai discorsi che abbiamo fatto per cui il suo prossimo obiettivo Due obiettivi, uno rapidissimo riuscire a capire come funziona il cervello durante il movimento attraverso l'elettroencefalografia e lo stiamo facendo E la seconda cosa è riuscire a supportare le persone che si rivolgono a noi come stile di vita Un buon stile di vita che dia non solo benessere ma anche senso alla vita vissuta che una persona deve ricostruire dopo un periodo di riabilitazione Quindi riuscire a stare vicini alle persone con grande rispetto della privacy ma anche dopo, continuità di rapporto umano con le persone che seguiamo Simone Barlam, il tuo prossimo obiettivo Mi piacerebbe andare negli ospedali dove lavorano per vedere un po' ciò che fanno di persona perché sono veramente rimasto affascinato da questa chiacchierata E invece sportivamente parlando mi spiace perché abbiamo alzato la conversazione dei temi così alti poi si torna all'auto celebrativo, all'auto però lo diciamo dal 21 settembre al 28 settembre ci saranno i mondiali nuotoparalimpico a singapore Quindi quello è l'obiettivo di questa stagione agonistica e quindi da lunedì si torna in Basca Grazie Simone Barlam e Franco Molteni, grazie a voi che ci avete seguito e a questo punto si congediamo per l'aperitivo o per la cena Ma felice di aver fatto questa conversazione davvero su tematiche che sono molto centrali per tutti noi e lo saranno ancora di più, grazie Grazie Grazie
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