L’Europa si costruisce a scuola: l’educazione come chiave per l’integrazione culturale e lo sviluppo di competenze chiave
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L’Europa si costruisce a scuola: l’educazione come chiave per l’integrazione culturale e lo sviluppo di competenze chiave
Un discorso sull'importanza della scuola nel costruire identità e competenze europee, ispirato alle dinamiche evolutive e alla collaborazione.
Comodate. Ultima puntora. Buon... Eccomi, ci sono, mi sento. Buongiorno a tutti, benvenuti, buona mattinata, buona bella mattinata di sole. Dunque, io qualche giorno fa, mentre pensavo a questo evento qui, a questo appuntamento qui, sfogliavo i giornali, mi è capitato sottomano un articolo di Thermo Piovani, che in questi stessi giorni parla a dialoghi di Pistoia, a qualche chilometro, a qualche decina di chilometro da qui, e ieri ho ottenuto la lezione inaugurale di dialoghi di Pistoia, che quest'anno hanno a che fare il tema dei dialoghi, e stare al mondo. E già questo tema mi ha acceso una lampadina rispetto a quello di cui parleremo oggi, perché noi parleremo di scuola ed Europa, e quale luogo, se non la scuola, per imparare a stare al mondo, mi sono chiesta. Allora sono andata anche a leggere quello che sarebbe stato il tema della sua lezione introduttiva. Naturalmente, Thermo Piovani è un filosofo della scienza, si occupa di evoluzione della specie, più grande esperto di Darwin che abbiamo in Italia, e lui raccontava uno dei passaggi dell'evoluzione. Raccontava che il nostro primo antenato, l'homo sapiens, originario delle regioni africane, diversi millenni di anni fa, non era un sedentario, l'inizio della nostra evoluzione è fatto di esplorazione. Lui dall'Africa ha cominciato a esplorare altri mondi, a camminare e a camminare, e altri continenti. E ha incrociato altre specie, Neanderthal, Denisova, spostandosi verso l'Asia, sono specie originarie di altre zone del pianeta. Questa esplorazione, ad un certo punto, è diventata coabitazione, hanno cominciato a incrociarsi. Come lo sappiamo? Lo sappiamo perché il nostro patrimonio genetico è un mantello di arlecchino. Non c'è solo l'homo sapiens, c'è l'homo di Neanderthal e c'è la Denisova. Quindi, che cosa ci dice questo? Che la storia umana inizia con una coabitazione, che vuol dire collaborazione e vuol dire cooperazione. Fissate bene in mente queste parole, perché ritorneranno, o immagino, oggi. Poi, cosa è successo? Che questa sua esplorazione, questa coabitazione, ad un certo punto si è rotta e questo equilibrio ha cominciato a vacillare. E dalla coabitazione hanno cominciato a crearsi dei meccanismi di rivalità, tribali, per cui si formavano le tribù, una tribù prevaleva sulle altre, e quindi c'era un noi da difendere contro gli altri. In questa dinamica c'era un altro elemento fondamentale che determinava questi movimenti, che era la creatività, l'immaginazione. Serviva per costruire utensili, serviva per decorare le pareti rupestri, serviva per costruire armi, serviva per prevalere sugli altri. Quindi dinamica costruttiva da una parte, dinamica distruttiva dall'altra. E però anche questo determinava l'evoluzione della nostra specie. Quindi coabitazione, collaborazione, immaginazione, creatività. Ad un certo punto Darwin, che era ben consapevole di quelle che erano state le dinamiche dell'evoluzione della specie, però immagina, fa una previsione un po' romantica e nel volume successivo all'origine della specie, che si chiama L'origine dell'uomo, lo scrive nel 1871, lui si spinge romanticamente più là e scrive verrà un giorno in cui l'umanità, grazie alle sue facoltà più nobili, saprà immaginare un noi sempre più grande. A me questa frase è rimasta impresta pensando ad oggi, perché pensavo come si fa a realizzare questo ideale di solidarietà globale, dove, se non la scuola, possiamo imparare la coabitazione, la collaborazione, ma anche l'immaginazione e la creatività. Allora, la strada per arrivarci a questo ideale di solidarietà globale, secondo noi, è la scuola. Oggi vedremo come si fa e lo vedremo con i nostri ospiti. Allora, io do subito la parola ad Angelo Paletta, che è il direttore del Comitato scientifico di frase. Io sono partita a Paletta con una visione un po' romantico-scientifica, però fissiamo subito i punti. Noi oggi ci interroghiamo su come la scuola, su come e perché la scuola deve essere un'infrastruttura fondamentale per costruire identità e competenze europee. Allora, ce lo dica lei, cosa vuol dire fare della scuola l'infrastruttura portante? Come è l'energia? Come può essere l'economia di una comunità che sia veramente europea? Poi vediamo come fare. Grazie, Paola. Indubbiamente abbiamo, al di là delle ricerche, delle evidenze che si possono portare in termini di dati e di ricerche su questo aspetto, c'è il buon senso di ciascuno di noi. Per molti di noi le scuole e l'università hanno fatto la differenza, hanno generato quel senso di apertura, di comprensione della complessità, soprattutto in questo momento storico dove siamo soggetti a tantissimi stimoli, ad una proliferazione di informazione, alla capacità di discernimento, il senso critico. Pensiamo all'intelligenza artificiale. In realtà l'intelligenza artificiale premia le qualità più umane che abbiamo, la sensibilità, la comprensione, la consapevolezza. Quindi soprattutto in questo contesto l'educazione e l'istruzione è un asset strategico per gli individui e per le società, perché noi portiamo benefici individuali, e questo lo dimostrano i tassi di occupazione, lo dimostra il livello del reddito. Dagli ultimi dati OX sappiamo che avere una laurea magistrale equivale ad avere un 80% in più di retribuzione, quindi c'è una dimensione reale di differenza rispetto al diploma. Fa la differenza individuale in termini di consapevolezza. Ad esempio le ricerche più recenti mettono in relazione l'educazione, l'istruzione con la consapevolezza ambientale degli SDGs per orientare lo sviluppo sostenibile. C'è una relazione a livello di sistema, non solo tra la crescita economica, ma innanzitutto la crescita culturale, la coesione sociale e lo sviluppo, in senso non solo di crescita quantitativa, ma di capacità di intravedere le condizioni di trade-off, le coperte corte, le contraddizioni che viviamo nello sviluppo, perché ogni qualvolta pensiamo a politiche in ambito economico, sociale in un mondo così complesso, se non riusciamo a tenere insieme cose che difficilmente possono equilibrarsi, beh, questo alla fine è qualcosa con il quale dobbiamo fare i conti. Questo deriva dalla nostra capacità di avere una visione sistemica, di anticipare i cambiamenti, e questo è il grande valore dell'istruzione. L'istruzione dubbiamente è un grande ritorno sul piano economico e sociale, non solo sulla sanità, pensate, riduce la spesa sanitaria, perché persone più consapevoli si prendono cura di se stessi, riduce la microcriminalità, e oggi abbiamo sotto gli occhi le notizie del giorno, soprattutto sulla criminalità giovanile, questo evidentemente ha un grande valore. Più complesso è il discorso sulla criminalità dei colletti bianchi, ma questo magari è un altro aspetto. Allora, anche questa è una coperta da costruire, però, io prima parlavo della coperta di Alecchina a proposito di Darwin, c'è da costruire questa coperta, perché i benefici sono sotto gli occhi di tutti, lei ce ne ha ricordato qualcuno da economista, ha buttato lì anche qualche dato, però bisogna prima coordinare tutti questi pezzi, questi sistemi, che abbiamo a livello europeo. Daniele Vidoni fa questo di mestiere, perché alla commissione europea coordina le politiche di valutazione, sta nel luogo, Direzione, Istruzione, Cultura, Giovanie e Sport, dove i sistemi educativi europei arrivano in termini di dati, in termini di rendiconti, vengono valutati, e vengono fissati dei target. Come li fissate e a cosa servono questi target? Grazie Paola, innanzitutto credo sia importante creare un minimo di contesto, qual è il ruolo della Commissione Europea o meglio dell'Unione Europea in istruzione? Il ruolo è un ruolo sussidiario rispetto a quello dei paesi, è definito dall'articolo 165 dei trattati, in cui si dice che l'Unione Europea sostiene la qualità dell'educazione in maniera sussidiaria, stante che la responsabilità per i contenuti e per l'organizzazione è dei singoli paesi. Quindi noi cerchiamo di fare questo, di dare sostegno ai paesi, cerchiamo di fare questo anche in una dimensione quantitativa, nel senso di finanziamenti, con un budget che è 100 miliardi di euro nell'arco di 7 anni, e per dare un metro di paragone il budget annuale dell'Italia è 60 miliardi, circa il budget dell'Unione Europea in termini di finanziamento e dell'istruzione è circa 700 miliardi, e il budget totale dell'Unione Europea in istruzione è circa il 10% del totale del budget dell'Unione. Quindi questo è solo per capire quelle sono le proporzioni e quello che può essere il nostro ruolo. Ora, questo significa che noi non abbiamo un'azione autonoma, ma abbiamo un'azione coordinata con i paesi, coordinata tramite quello che è l'open method of coordination, il metodo aperto di coordinamento, che è un meccanismo di governance che è nato nei primi anni 2000 e in cui sostanzialmente si definiscono congiuntamente degli obiettivi, i singoli paesi definiscono delle strategie per raggiungere questi obiettivi e poi noi proponiamo e definiamo con i paesi dei target, degli indicatori. Per esempio? Che tipo di target? Per esempio riduzione dell'abbandono scolastico, miglioramento o meglio aumento della percentuale delle persone da 16, scusate, dai 24 anni in su con un diploma terziario, riduzione del numero di low achievers nelle materie di base, aumento della popolazione in età prescolare che partece all'istruzione prescolare e ultimamente, più recentemente, dei target in termini di equità dell'istruzione e riduzione dei low achievers in termini di competenze digitali. E sono parametri che servono a definire poi delle politiche, delle strategie? Cosa ne fate? Assolutamente, sono dei parametri, innanzitutto, condivisi con i paesi, cioè sono i paesi che vogliono questi parametri che servono a loro per darsi un rientamento. Per esempio abbiamo parlato innanzitutto di riduzione dell'abbandono scolastico. L'Italia ha inserito la riduzione dell'abbandono scolastico come uno dei suoi obiettivi nel PNRR e sta raggiungendo questi obiettivi che tra l'altro sono legati all'erogazione dei finanziamenti PNRR. Quindi per esempio l'abbandono scolastico è proprio una storia positiva. Partivamo da una situazione in Europa del circa 15-16% di abbandono scolastico all'inizio degli anni 2000. Siamo ora vicini al 9,5% che è il target europeo. Quindi c'è stato un progresso positivo, continuo, perché l'esistenza di questo target ha fatto sì che ci fosse una concentrazione, una definizione di politiche nazionali, mirate a raggiungere questo obiettivo. Cioè voi dite, dovete arrivare lì e poi i singoli Stati scelgono la strategia per farlo. Esattamente questo. Però nel farlo voi indicate anche una via? Noi costruiamo per esempio dei framework di riferimento. Ora esiste, è stato pubblicato proprio a marzo, il cosiddetto Basic Scale Action Plan in cui noi segnaliamo ai Paesi la necessità di investire nelle competenze di base che sono state decine come matematica, scienza, literacy, digitale e cittadinanza. E diciamo che esistono tutta una serie di finanziamenti disponibili, aggiuntivi per esempio per aumentare, migliorare o investire nella formazione degli insegnanti, investire nella costruzione di percorsi personalizzati per ridurre le situazioni di underachievement nelle materie di base che in realtà sono il vero problema in questi ultimi anni. Perché se l'abbandono scolastico è un successo, le competenze di base, l'underachievement nelle competenze di base, dopo che era circa il 20% all'inizio degli anni 2000 ed è sceso per una quindicina d'anni, dal 2018 in realtà sta riaumentando e ora siamo di nuovo alla situazione dell'inizio degli anni 2000. Ok, quindi voi, dicevo prima, fissate dei parametri, agli Stati aspetta poi individuare le strategie, Monica Minku che si occupa di comparazione di sistemi educativi, insegna l'Università di Torino, da ricercatrice, da professoressa, voi aiutate anche le scuole, i vari governi nazionali a individuare quelle che sono le buone pratiche. Dove dobbiamo guardare per migliorare? Vidoni faceva l'esempio sulla dispersione scolastica, dove dobbiamo guardare? Lei che ai sistemi scolastici europei ce li ha parecchi sotto la lente. Grazie Paola, mi fa molto piacere trovarmi qui con voi. Ci piacerebbe avere questo impatto sul mondo della scuola da ricercatori, non abbiamo molto la possibilità. Proprio di far passare il messaggio della ricerca italiana o internazionale, però direi, sicuramente molto importante ciò che fa l'Unione Europea con il framework degli skills attuali, quindi delle abilità, ma abbiamo a che fare con l'educazione a tutto attondo Questo vuol dire sistema, strutture che vanno riformate di tanto in tanto, pedagogia, ciò che accade dentro la scuola e anche una considerazione della scuola come spazio di vita che deve anche preservare il benessere delle generazioni future. Quindi un discorso molto complesso che direi si proietta anche sulle grandi sfide che stiamo affrontando, che possono essere la sfida ecologica, tecnologica, magari umana anche del benessere e della salute mentale. L'assessore sorride perché ieri ne abbiamo parlato al telefono, è stata una delle prime cose che mi ha detto. Devo dire quando ci siamo sentite e cercavamo di individuare i punti chiave dell'intervento di oggi, lei mi ha detto ma a me piacerebbe parlare anche del benessere, quindi spoiler, ne parleremo. Però continui lei, dove dobbiamo guardare? Allora io ho anche figli che hanno attraversato la scuola italiana e conosco altre scuole nel mondo, un numero limitato però, ho diretta esperienza di altre tipologie scolastiche da ricercatore e anche da genitore, quindi l'ho sperimentata bene. Devo dire che una grande riforma italiana che mi piacerebbe vedere sarebbe una scuola centrata veramente sullo studente, riorganizzata. Che vuol dire? Che vuol dire riorganizzare spazi. Io non ne posso più di sentire, dobbiamo mettere lo studente al centro. Ci spieghi, anche le tu spieghi, allora cosa vuol dire in termini pratici? Praticamente, posso dire, è veramente una rivoluzione complessa perché in pratica l'orario non si fa sull'orario degli adulti, ma sulle esigenze degli studenti per partire da una questione. Quindi gli studenti hanno bisogno di intervalli e quindi non conto le 18, le 24 ore dei docenti in maniera precisa e metto tre lezioni una dietro l'altra perché la salute mentale non c'è. Nella concentrazione, nella capacità di apprendimento, in classi che sono demotivate o che sono disorganizzate col comportamento che ovviamente dopo 40 minuti di lezione non può essere quello desiderato, la capacità di apprendere scende perlomeno del 20%, quindi non si può apprendere se la classe è con un comportamento inadeguato. Il comportamento si mantiene strutturalmente dando spazi di svago, intervalli e quindi sostenendo la motivazione e la salute mentale dei bambini. C'è qualcuno che già lo fa? Eh sì. Chi lo fa? Per confutare chi sta pensando anche in sala, ma noi lo facevamo, no è un'altra storia quella. Nel mondo ci sono i paesi nordici, ci sono i paesi di lingua inglese, ci sono quei paesi che hanno una scuola d'alta autonomia, che hanno più flessibilità nell'organizzare la scuola a livello locale e che hanno anche pedagogie progressiviste dove davvero lo studente è messo al centro. Noi nonostante la grande tradizione montestoriana non abbiamo compiuto questa rivoluzione di una pedagogia centrata sullo studente. Esatto, l'orario scolastico altrove della figura del docente è diverso, si rimane a scuola e si lavora, si fa formazione, quindi la scuola è un posto che è vissuto, si vive, si lavora, ha un orario perlomeno di 8 se non 10 ore e quindi ci sono investimenti, c'è un riconoscimento ma c'è una formazione e c'è un mondo organizzativo non aziendale perché in Italia tutte le volte che parliamo di una scuola diversa si dice aziendale, non si tratta di azienda, si tratta di un'organizzazione negativa, aziendale, managerialistica, siamo lontani anni luce, non siamo in un paradigma di organizzazione che sia funzionale per lo studente che è il nostro punto di interesse. E quindi la valutazione per esempio nel caso italiano è un aspetto critico, la valutazione, il sistema di valutazione è assolutamente aleatorio in qualche maniera per il quale serve formazione ed emotivante per i nostri studenti e poi ovviamente quando, per esempio se guardiamo sistematicamente al di là degli abbandoni, ma gli riorientamenti continui al ribasso dopo i 14 anni tra tipi di scuole che producono selezione sociale e che producono demoralizzazione perché si parte con un certo numero di studenti in una classe e poi si vede mano a mano che rimane la metà. Quella non è inclusione, possiamo parlare di inclusione in altri aspetti per altri aspetti culturali, etnici o di disabilità, ma la non inclusione che produciamo partendo dal rendimento scolastico, quindi quello è un pregiudizio e quello è un giudizio forte che diamo ai nostri figli in più o meno bravi ed è una non inclusione. Quindi in Svezia, nei paesi nordici vengono tutti tenuti insieme fino ai 16 anni? Non ci sono voti, sistemi di valutazione forte che stiano demotivanti? Come fanno? Come si fa ad insegnare in una cultura veramente inclusiva? Sono cambiamenti necessari. Angelo Paletta citava all'inizio una serie di sfide contestuali, di contesto, ha citato l'intelligenza artificiale, ma tutti i cambiamenti che stanno avvenendo l'intelligenza artificiale è quello che secondo me preme di più per dirci che dobbiamo cambiare. Perché io l'obiezione che sento dirmi spesso quando faccio questi discorsi, io mi occupo di scuola tutte le settimane su Radio 1 con un programma che si chiama Tutti in classe e io cerco sempre di spiegare perché è necessario che avvenga questo cambiamento, l'obiezione che mi sento fare, ma me la sento fare anche in casa da mio marito, però ai miei tempi è una risposta che non ha più legittimità secondo me. Quindi, ci diceva Paletta, sono intervenuti nel frattempo tali cambiamenti che dobbiamo necessariamente ripensare anche i sistemi, le politiche, il modo di fare lezione, valutare, è quello di cui lei ci stava parlando. Stamattina mentre venivo, piccola parentesi episodica, ero con un professore della Lewis Economista che ha un panel qui greco, insegna alla Lewis Economia Digitale e al certo punto mi fa guardi che è un disastro con chat GPT perché io mi trovo davanti i compiti, le tesine dei miei studenti e io lo so che le hanno fatte con chat GPT, ma non ho le prove. Però questo tra due o tre anni sarà un disastro perché lo usano tutti e io non lo posso provare, che devo fare io? Quindi per dirvi che dobbiamo pensare, dobbiamo riflettere, dobbiamo anche intervenire per cambiare il modo in cui insegniamo, valutiamo, includiamo i nostri studenti. Ora lei mi citava ai Paesi Scandinavi che da sempre sono il punto di riferimento a cui guardiamo poi i risultati dei test o se Pisa conferma, anche se l'Oriente sta salendo, ma immagino che le dinamiche poi loro sono molto bravi a guardare e a prendere il meglio dal resto del mondo. Immagino che la dinamica sia stata un po' questa, tutto parte dai Paesi Scandinavi. C'è chi ai Paesi Scandinavi sta guardando, parlo con lei Francesca Gerosa, Assessore all'Istruzione, perché in questa strategia di cambiamento, di guardiamo probabilmente ai migliori, voi state immaginando di andare lì a vedere? Sì, beh, buongiorno a tutti. Intanto vorrei fare una premessa. Credo che la politica abbia una grande responsabilità in tutti i campi, perché abbiamo in mano il destino delle nostre comunità, che si tratti di province, di regioni, di Stati, di Europa. Credo che quindi la politica debba affidarsi, ovviamente tenendo il punto con la propria visione, però alla ricerca e alla scienza. Questo è un traintino di fatto stiamo facendo attraverso la stretta collaborazione con i Prase. Qui il Presidente di Prase, il Professor Paletta, il direttore Dottor Covico, il sovrintendente scolastico, con tutto il Dipartimento Istruzione. E soprattutto credo che chi la politica la fassi debba costantemente e continuamente interrogarli, cercando di migliorarsi. Noi abbiamo la fortuna di avere un'autonomia speciale che deve essere però gestita con responsabilità e abbiamo la possibilità anche di sperimentare, cosa che altre regioni non hanno. E questo di fatto abbiamo ricominciato a fare in questo anno e mezzo di legislatura e guardare a chi fa bene, a chi fa meglio, ma anche a chi fa in modo diverso è sicuramente uno stimolo che ti ingaggia a metterti in gioco. E così è nato questo progetto con i Prase. Il progetto evolve. Di fatto noi abbiamo voluto iniziare questo percorso coinvolgendo la dirigenza scolastica di analisi di altri sistemi scolastici. Per questo andremo in Finlandia, io stessa andrò in Finlandia a settembre, in Estonia, in Lituania, in Svezza, questi paesi scelti che sono caratterizzati da un'autonomia scolastica elevata e anche da risultati di apprendimento in continua crescita. Noi abbiamo un ottimo sistema scolastico in Trentino, questo ce lo dobbiamo dire grazie ai dirigenti scolastici, ai docenti, a tutto il personale che lavora nella scuola, ricordiamocelo, perché poi è il sistema che è la forza e che ci aiuta a far crescere e adeducare i nostri ragazzi. Però oggi non c'è più la società che c'era quando andavamo a scuola noi e quindi non possiamo permetterci di stare fermi e guardare il cambiamento. Il cambiamento va governato, tanto quando parliamo di intelligenza artificiale, quando parliamo di chat GPT, credo che la scuola debba aiutare i ragazzi a lavorare sul pensiero critico, perché poi è questo che oggi aiuterà a nostri ragazzi a fare la differenza. E abbiamo un sistema all'interno del quale, e certo che sorridevo poco fa e lo faccio anche, il benessere all'interno della società in generale ma di scuola mi occupo è fondamentale ed è uno degli obiettivi delle strategie di questa legislatura. Il benessere degli studenti ma il benessere anche di chi nella scuola lavora per non creare quei cortocircuiti, quei sistemi di quelli, quelli, diciamo, momenti di ansia, di conflittualità e di tensione che alla fine danneggiano tutti anche chi con passione ogni giorno entra nelle aule e sta a contatto con i nostri ragazzi. Abbiamo approvato a novembre, sono state trasformate in un regolamento che è stato mandato alle scuole, le linee guida sulla disconnessione, perché mettere gli studenti al centro, lei prima ha detto ma che cosa vuol dire mettere gli studenti al centro? Ognuno di noi può ovviamente dare una lettura personale perché poi c'è l'emotività, la propria visione e il proprio approccio. Secondo me come assessore ma anche come madre perché comunque la nostra storia ovviamente influenza i nostri percorsi e quindi non dobbiamo rinnegare chi siamo e il nostro background. Mettere lo studente al centro significa riconoscere finalmente che ogni studente, ogni studentessa è diverso l'uno dall'altro. Noi dobbiamo pensare ad una scuola che personalizzi i percorsi perché ogni ragazzo è splendidamente diverso con le proprie punte di forza, con i propri punti di debolezza, con le proprie fragilità che sono in continua crescita e quindi la scuola deve cercare di capire al suo gioco interno come di fatto far fronte a queste differenze per far sì che tutti i nostri ragazzi abbiano successo e uno dei temi è il riorrientamento. È vero che a volte c'è un riorrientamento a ribasso, tendenzialmente parlo del Trentino verso la formazione professionale ed è per questo che abbiamo avviato un percorso di riforma importante della formazione professionale attraverso un gruppo di lavoro che di fatto ci aiutasse a capire bene tutte le sfaccittature per far capire che i ragazzi a seconda della propria scelta devono essere sostenuti. Non c'è una formazione di serie A, non c'è una formazione di serie B perché il nostro sistema e parlo del sistema Trentino, del sistema Italia, del sistema europeo è fatto per fortuna di ragazzi, di persone che si dedicano con passione ad ambiti diversi e quindi noi abbiamo l'obbligo come politica con l'aiuto di chi fa ricerca di dare la possibilità a tutti di diventare ciò che vogliono. È un tema che è il regalo più grande che si può fare ai ragazzi, quello diventa ciò che vuoi, prima lo capisci. E anche dirgli io credo che tu puoi diventare ciò che vuoi. Certo, con l'aiuto di qualcuno che magari sa come guidarti. Sono d'accordo con lei, assessore, e tra l'altro quella della formazione professionale è un faro che si sta lentamente accendendo anche a livello di sistema centrale, la riforma del 4 più 2, degli istituti tecnici cerca di dare anche, che include anche sempre di più da legittimità come lei ci diceva ad un percorso che ce lo possiamo dire chiaramente, sempre stato e ancora secondo me pregiudizialmente lo è considerato una seconda o una terza scelta. Quindi assolutamente d'accordo con lei. In tutto questo ci sono varie cose su cui occorre concentrarsi, torno dall'economista, perché abbiamo affrontato il discorso dell'autonomia, abbiamo affrontato il discorso della formazione di chi lavora nella scuola, tutte cose. Abbiamo sotto traccia scorre il tema della carriera dei docenti, dico questa parola pericolosa, della leadership, per usare un termine aziendale che non vogliamo che si usi, però secondo me è bene che si usi nella scuola ogni tanto il termine di leadership, perché io ho conosciuto e conosco tanti dirigenti che fanno la differenza. Quando le mie amiche mamme vengono da me e mi chiedono qual è scuola secondo te dovrei iscrivere, mio figlio, tu che un po' le conosci, gli intervisti, e io la prima cosa che dico è parlate con il dirigente e cercate di capire la sua visione, se c'è, cercate di capire come lavora, perché è un tema fondamentale. E' un tema profondamente che i primi a fare la differenza in un istituto siano i dirigenti che sanno circondarsi anche di una squadra, certo i professori non ci li possiamo ancora scegliere in Italia, però un buon dirigente fa la differenza. Le leadership e la carriera sono due strumenti che se usati bene fanno la differenza come? La dirigenza e non solo la dirigenza scolastica ma più in generale la leadership come si dice distribuita dentro la scuola fa la differenza nel senso che impatta sugli apprendimenti degli studenti, sui rendimenti scolastici degli studenti, fa la differenza in termini di clima, di condizioni di benessere organizzativo, perché poi questa è la base della capacità delle persone di ingaggiarsi e di impegnarsi e di sviluppare un senso di appartenenza che va oltre la classe. Uno dei problemi maggiori che vediamo a livello nazionale ma il tema è una sfida internazionale è la forte varianza, la forte differenza che c'è degli apprendimenti degli studenti tra le scuole e dentro le scuole tra le classi. L'Italia quando la vediamo tutta intera nel posizionamento rispetto all'Ox, ai paesi Ox, rispetto a Europa 25 in realtà è un paese che ha un elevato livello. Il problema dell'Italia è la forte frammentazione di vari territoriali a proprio interno. Pensate che i dati in Valsi gli ultimi ci dicono che c'è una differenza di due anni di istruzione tra ragazzi del sud e isole e ragazzi del nord. Due anni di istruzione, noi non possiamo accettare questo. C'è di vari non solo territoriali ma dentro le scuole, la scuola che si sceglie di fatto determina la differenza perché c'è un'auto selezione degli studenti rispetto alle scuole. Ma se le scuole non fanno la differenza ci chiediamo qual è il ruolo degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. Io intanto vengo dal management, quindi io sono il direttore del dipartimento di management a Bologna, il mio background è di economista aziendale. Studio le scuole da vent'anni e quello che ho capito è che l'errore più grande che si possa fare è immaginare la scuola come un'azienda tradizionale, anche perché le aziende di oggi in realtà non sono più tradizionali. Noi continuiamo ad immaginare l'azienda fordista dell'inizio del secolo scorso quando in realtà i modelli organizzativi delle scuole di oggi sono fortemente più evoluti in termini di sostenibilità o cercano di farlo. Ecco, questo aspetto penso sia cruciale. Come ridurre la varianza, le differenze tra scuole e tra le classi? Pensate che cammirare lungo il corridoio metaforicamente di una scuola porta ad avere classi A e Z con fortissime varianze. Da che cosa dipende? Beh, è vero che le scuole italiane non hanno grande autonomia, però hanno una scelta fondamentale, la formazione delle classi. La formazione delle classi è una delle poche leve a disposizione delle scuole, ma la formazione delle classi non è soltanto il background socio-economico-culturale degli studenti che compongono una classe, è anche il background socio-economico-culturale e le competenze degli insegnanti. Se abbiamo famiglie a caccia di classi e insegnanti a caccia di scuole e di classi, francamente il sistema è fuori controllo, perché è legato allo spontaneismo dei comportamenti e non c'è direzione. Allora, se la leadership ha un senso, ha un senso in questo senso, di creare le condizioni al livello di scuola per una crescita di qualità diffusa, perché la vera sfida è questa. E la possibilità di fare questo passa dalla interpretazione della leadership come un asset che non è di una persona, ma è una qualità dell'intero organizzazione. E qui è il punto debole. Alcuni sistemi nazionali lo hanno compreso e valorizzano il ruolo degli insegnanti oltre all'insegnamento, con figure chiamate variamente di middle leaders, middle management, così via, però riconosciute, riconosciute non solo da un punto di vista materiale in termini retributivi, riconosciute in termini di carriera, perché questo equivale alla possibilità di fare questo. E' un'opportunità di mettere a frutto l'esperienza acquisita, le competenze acquisite, mettendosi a servizio dei colleghi. E di questo abbiamo grande bisogno nelle scuole, perché quello che vediamo in base ai dati Thalys, per esempio, internazionali, è che le scuole italiane, gli insegnanti italiani continuano ad essere veramente identificassi con la propria classe e a lavorare in modo isolato. Quando si chieda agli insegnanti se collaborano, gli insegnanti dicono che collaborano, quando si va ad approfondire, collaborano sugli aspetti di superficie. Immaginate il feedback, la possibilità di avere un collega in classe che fornisce un feedback dopo la lezione o durante la lezione. Molti di noi hanno imparato così. Lei ha detto feedback molto furbamente per evitare, secondo me, una parola che in Italia, quando si parla di docenti non vogliamo sentire, che è valutazione, che credo che sia uno spauracchio. E da lì che dobbiamo passare, chiamiamolo feedback, però io sono d'accordo con lei. La professoressa Minku annuiva. C'è qualcuno che lo fa? Assolutamente. Lo stanno facendo intanto preparano le lezioni insieme. Quindi i docenti in Finlandia dicono di spendere parecchio tempo in settimana alla preparazione congiunta delle lezioni e anche all'osservazione reciproca. Questo vuol dire che c'è personale a sufficienza per coprire le lezioni e per avere qualcuno sgravato e possa coinvolgersi in formazione. In Giappone, tradizionalmente, si chiama lesson study. Prepariamo la lezione insieme, la svolgiamo e ci osserviamo a vicenda in gruppi di tre. Lo strumento è più potente per la formazione continua. Una versione del lesson study è stata adattata in alcuni stati australiani come metodo di formazione continua di quegli stati con un input di ricerca. Quindi si osservano non solo sulla base della loro esperienza precedente e del giudizio professionale, ma anche su che cos'è qualità nell'insegnamento. E si continua a farlo, visto che parla di formazione continua. Non si fa solo all'inizio della carriera, ma si fa anche durante. Soltanto due round di formazione continua di questo tipo lesson study è stato dimostrato in Australia che aumentano notevolmente la qualità dell'insegnamento. Quindi gli insegnanti stessi sono resi consapevoli di cosa vuol dire qualità. Questo ha degli effetti poi in termini di insegnamento, prima ancora che di apprendimento. Ricadute anche sulla soddisfazione professionale, sulla resilienza degli insegnanti, perché la soddisfazione sul posto del lavoro è fondamentale anche per loro. Quindi ovviamente l'organizzazione scuola va vista da più punti di vista e ricadute sul rendimento scolastico, sul benessere degli studenti. A proposito di guardare, di studiare, di analizzare quello che fanno i colleghi, l'Erasmus offre anche questo. Nel senso che tra i vantaggi, tra le cose belle che l'Europa già ci consente di fare, con una politica comune sull'educazione ci consente di fare, ci sono naturalmente le borse Erasmus che non riguardano tanto la mobilità degli studenti, ma da svariati anni riguardano anche la mobilità dei docenti. E che permettono di fare esattamente per un periodo, esattamente quello di cui la professoressa Miku ci sta parlando. E' un sistema che funziona, una strategia che funziona, motivo per cui la Commissione Europea da svariati anni, il programma Erasmus è settennale? Voi programmate, adesso siamo nel 2021-2027, state già pensando a quello che sarà la prossima tornata. E voi incrementate costantemente, questa è un'altra buona notizia che ci arriva dall'Europa, perché vi siete resi conto che far muovere non solo gli studenti, ma anche i docenti fa la differenza. Valutate anche quello? Beh, una cosa da dire, per esempio un esempio su questa cosa della mobilità degli insegnanti, è un'iniziativa interessante che si chiama Teaches Academy, che praticamente coinvolge consorzi di almeno tre paesi e che porta a formazione continua degli insegnanti, Porta alla formazione continua degli insegnanti anche rispetto alla loro mobilità in almeno due paesi durante questi percorsi di formazione. E qui un pochino mi riallaccio a cose dette prima, perché vi sono alcuni paesi che riconoscono questi progetti come parte della formazione continua dei docenti e quindi incitano i docenti a partecipare, altri come l'Italia non lo fanno. Ciò rende difficile inserire un percorso professionalizzante come questo all'interno di un percorso di sviluppo durante la carriera. Però in aggiunta a queste che sono attività puntuali, in effetti c'è tutto un grande sviluppo di quello che è Erasmus. Hai detto che appunto i finanziamenti aumentano senz'altro, qui stiamo parlando di un aumento... Esponenziale? Non esponenziale ma quasi geometrico, perché siamo passati da 16 miliardi nel 2014-2020 a oltre 26 miliardi in questa programmazione. Si sta riflettendo su cosa potrà essere... Proprio in questi mesi? Il regolamento Erasmus si suppone esca a metà luglio, quindi ci siamo. Ci siamo. Bisognerà decidere esattamente quanto è, ma arriva ora. Quindi sì, questa attività, avevo accennato prima il Basic Skill Action Plan, uno dei cardini di questo Basic Skill Action Plan è la formazione continua dei docenti, sia per le competenze di base tradizionali, sia per la pedagogia digitale, che è la nuova sfida. Per fare un semplice riferimento, il problema probabilmente più grave ora è che noi abbiamo questo target al 15% di bambini, di ragazzi, che siano underachiever in competenze digitali entro il 2030, questo è il target da raggiungere, adesso siamo al 43%. Quindi è impossibile, si sa che non ce la faremo, e quindi si sta cercando di fare un grande investimento in questo senso. Quindi mi chiedevi di valutazione, noi non facciamo valutazione, ma noi appunto facciamo supporto alla formazione, supporto alla mobilità, questo è quello che possiamo fare, la valutazione che noi facciamo è dell'efficacia della nostra azione. E come la valutate? Come fate a capire se sei efficace questo tipo di... Qui servono i dati, qui è esattamente il problema della necessità di avere grandi fonti di informazione relativamente a che cosa, diciamo per esempio, parte di un'importante dimensione della mobilità è l'apprendimento delle lingue, la capacità di gestire lingue straniere, l'acquisizione di capacità di flessibilità, diciamo, di nuove pedagogie che in qualche modo si traducano in apprendimenti degli studenti. Quindi quello che noi vediamo per esempio attraverso la formazione, scusate la valutazione dei programmi Erasmus per questa specifica direzione, sono casi di studio nei diversi paesi, soprattutto casi di studio che osservano, che facciano valutazioni standardizzate e soprattutto cerchino legami causali, quindi questi sono metodi econometrici per fare esperimenti randomizzati o contrafattuali, per cercare di capire se effettivamente il programma ha avuto effetto. Le evidenze sono scarse perché non tutti i paesi, l'Italia è in questo senso una dei fiori all'occhiello dell'Europa perché è uno dei paesi in cui esiste una struttura di dati che permette di fare questo tipo di cose. In molti altri paesi questo non c'è ed è una struttura costruita soprattutto con l'aiuto degli invalsi in 10 anni di lavoro ed è veramente un ottimo risultato, è stato portato a Bruxelles pochi mesi fa come esempio di buona pratica. A proposito di buone pratiche, buono a sapersi, Assessore Giorosa torno da lei perché, tra l'altro, di formazione si parlerà tanto perché la formazione anima uno degli eventi sulla scuola più importanti che abbiamo in Italia e a ottobre l'avremo anche da queste parti, parlo di Didatta che è una fiera, evento, chiamiamolo come vogliamo, ma di fatto è un evento in cui si parla tantissimo di scuola, si parla a tutti i livelli di scuola, in cui il core business, un tema economico, è proprio la formazione di docenti, tanti docenti arrivano, lo fanno a Firenze che è l'evento principe di Didatta, e a 21-24 ottobre lo faranno anche a Riva del Garda con la sucursale italiana che da qualche anno Didatta ha aperto, si è raddoppiata, quest'anno lo fa da queste parti e quindi si parlerà tanto di formazione. Voi qui in Trentino avete pensato a qualcosa di specifico per investire, per formare rispetto a quello che dicevamo? Intanto possiamo dirlo con orgoglio che siamo riusciti a portare Didatta Italia per lo spin-off autunnale proprio qui in Trentino, a Riva del Garda è la prima volta che lo spin-off si svolgerà in una regione del nord e quindi ne siamo davvero felici, per questo ringraziamo anche la Fiducia che ci è stata data da Didatta Italia e che ci è stata data anche da Firenze e peraltro c'è in questi giorni al festival anche il presidente Beccatini. La formazione fondamentale è al centro di Didatta, c'è chi ha voluto farla passare come una qualsiasi fiera, si chiama certo fiera ma in realtà è un momento in cui la scuola diventa il centro di qualsiasi cosa, cosa che per noi è una cosa naturale perché è il centro del nostro pensiero ogni giorno ma abbiamo voluto dare anche qui in Trentino proprio l'idea che se tu non investi sulla scuola, se tu con la scuola non parli non puoi creare la comunità del domani, i ragazzi sono l'oggi e il domani e quindi noi dobbiamo investirci, dobbiamo come dicevo prima interrogare e dobbiamo lavorare alla formazione, pensi che abbiamo avviato un bellissimo progetto per questo appunto anche ringrazio i prase, proprio quando parlavo prima della sperimentazione è la figura del docente Faber, il docente facilitatore del benessere emotivo e relazionale, abbiamo iniziato già da un paio di mesi, adesso poi il tempo fugge così veloce, 2-3 mesi, la formazione di questi docenti che avranno un ruolo fondamentale all'interno di tutte le scuole del Trentino per quanto riguarda le motività, le relazioni, perché poi le relazioni sono alla base di tutto, un modello questo che parte sperimentale poi modificheremo la legge per introdurre questa figura all'interno del nostro sistema e posso dire con piacere che ci stanno chiamando da tantissime regioni d'Italia, perché hanno capito subito che è una cosa da replicare, quindi la formazione fondamentale per quanto riguarda l'integrazione, per quanto riguarda l'inclusione, per quanto riguarda le connessioni con l'Europa, in Trentino si fa tanto, abbiamo circa 600 studenti all'anno che fanno mobilità con progetti specifici, abbiamo Erasmus+, su questo però dobbiamo lavorare ancora di più, ci stiamo interrogando sul tema delle lingue, in Trentino c'è tutto un piano sul trilinguismo, abbiamo introdotto in questa nuova legislatura il termine plurilinguismo, perché poi quando tu conosci le lingue, quando vai negli altri paesi non solo ovviamente migliori quella che è la tua capacità di linguaggio, ma apprendi, apprendi culture diverse, allarghi la mente, e ti permette di penetrare meglio, le esperienze che stando magari a casa in classe non acquisisci lavori sulla tua autonomia, sulla tua capacità di gestire, di trovare le soluzioni, di trovarti anche in situazioni magari più difficili e quindi noi crediamo fermamente che vedere i nostri ragazzi che si muovono non solo in Europa ma anche in altri continenti e aiutarli nella loro crescita, però li dobbiamo sostenere perché possiamo dirlo, questi progetti per le famiglie hanno dei costi, hanno dei costi molto gravosi, e abbiamo progettualità che in base, noi abbiamo l'ICEF e nel resto di Italia c'è l'ISE, anche se abbiamo allargato questa forbice in una delle ultime delibere, ciò che ci aiuta ovviamente chi ha più necessità però c'è quella fascia intermedia che di fatto non ha la possibilità di sostenere i propri ragazzi in questi spostamenti, quindi noi dobbiamo cercare le risorse, dobbiamo lavorare su questo perché conoscere cosa c'è fuori dai nostri confini è una ricchezza anche perché poi i ragazzi tornano, i ragazzi tornano continuiamo a parlare di elementi, dei cervelli, in questo momento faremo molto bene a richiamare, abbiamo le condizioni internazionali per immaginare anche dei percorsi rapidi per farli rientrare, quindi dobbiamo però farli andare perché conoscono, perché imparino cercando però di creare le condizioni all'interno del tessuto economico produttivo, nella ricerca perché poi riportino qui quelle esperienze per far sì che poi il nostro Paese cresca sempre di più. Insomma le cose da fare le abbiamo un po' messe sul tavolo, i problemi anche le buone pratiche, ci abbiamo alla chiusura, un minuto a testa visto che siamo partiti da un'idea e da un'immagine, quella di una politica educativa comune come infrastruttura portante dell'Unione Europea, allora io non posso che non chiudere, Danilo Dolci diceva, ciascuno cresce solo se è sognato, allora noi il sogno mettiamolo sul tavolo, quello di una politica educativa che sia veramente quanto più possibile comune, ma anche forte rispetto a quello che ci siamo detti, completa, da dove partire? A livello europeo, indubbiamente l'Europa ha cercato di creare un'integrazione culturale perché l'idea di poter si muovere per mio figlio è completamente diversa dall'idea che avevo io, in termini di venire a contatto, le opportunità che avevo mio figlio non sono quelle che avevo io, questo facilita l'integrazione culturale, la comprensione, e dalla comprensione comprende la diversità, significa adattarsi, e significa la possibilità di lavorare insieme, perché questo crea un dialogo, questo ha un grandissimo valore. Però i sistemi educativi dentro l'Europa sono molto diversi per tradizione, cultura, dimensioni, perché evidentemente l'Estonia è interessantissimo, ma è un piccolo paese rispetto all'Italia. Ci sono alcuni ambiti dove invece si può ragionare in termini di sfide comuni che prescindono in qualche modo delle condizioni di partenza ed evolutive, che rappresentano degli ambiti su cui lavorare a livello europeo. Penso che una di queste sfide in assoluto riguarda i diversi territoriali, che non riguardano soltanto l'Italia, ma sono presenti in Germania, in Francia, in Inghilterra, in ogni nazione in realtà c'è un tema di questo tipo, che è legato anche alle dinamiche demografiche. Chiunque di noi guarda le dinamiche demografiche non può non preoccuparsi. Ce l'ha detto Listat due giorni fa. Esatto. Non solo si riducono gli studenti che avremo dentro il sistema educativo, ma c'è una concentrazione sempre maggiore degli studenti nei grandi centri. Queste sono due grandi sfide diverse ma collegate. Questi sono aspetti comuni a gran parte dei paesi europei. Andremo a visitare la Finlandia. Un paese con una bassissima densità, con la presenza di piccole scuole spasse sul territorio. Quando cito l'esempio finlandese, la risposta che ottengo è ma hanno gli studenti che ha il Lazio. Sono quattro gatti e più facile. Non è soltanto quello, perché i problemi poi ci sono anche lì. Questo è vero. Ovviamente c'è una diversa consistenza della popolazione studentesca. Però le sfide sono comuni se le vediamo a livello regionale. Se noi proviamo ad affrontare questo tipo di ragionamento nelle diverse regioni, pensiamo nelle regioni del sud che si stanno letteralmente svuotando, questa è una grandissima sfida da cui cercare soluzioni nel resto dell'Europa. La capacità di mantenere le scuole dentro la montagna, ovviamente la provincia autonoma di Trento, penso, sia una più in generale in questa parte del paese, è veramente cruciale, ma anche nelle zone rurali. Sappiamo tutti che la scuola è un punto di riferimento poi per la crescita sociale, culturale ed economica dei territori. Quindi una delle grandi sfide è come dovremo ripensare l'allocazione, sia in termini di risorse finanziarie, in termini di risorse umane e di incentivazione, soprattutto per i docenti, per garantire che venga preservata la qualità dell'educazione nei piccoli centri e nelle piccole scuole, già mantenere le aperte. La fermo qui altrimenti gli altri non riescono a parlare, visto che abbiamo l'implacabile timer. Prof. Ressa-Minku, in una parola, se riesce a dirmi secondo lei da dove dovremo partire. Allora, vorrei dire che si tratta di volontà politica per cambiare un paese, un sistema scolastico, non centra la dimensione del paese, centra la consapevolezza del fatto che non abbiamo altre risorse se non quelle umane e l'educazione per portarci avanti. Questo è stato il caso di Singapure, della Finlandia, della Cina, perfino negli ultimi trent'anni. Quindi ci sono paesi che fanno riforme più velocemente perché c'è la volontà politica. Due, l'Unione Europea. Ho avuto un contatto di recente con una rete di stakeholders nella leadership educativa e vorrei, mi piacerebbe da ricercatore, vedere di più una specie di metodo di lavoro, non so se è il metodo della cooperazione aperta, un metodo di lavoro con i ministeri, con le regioni, di maggiore disseminazione, di maggiore ancoraggio, di un'Europa più forte nell'educazione, direi. E nelle relazioni. E che faccia tesoro della ricerca in maniera più significativa. Più ascolto. Non so, un metodo diverso in cui possiamo lavorare insieme loro con i ministeri, non saprei a livello nazionale, o anche con i ricercatori, qualche cosa di nuovo, di più forte, di più potente, mi aspetterei dall'Unione Europea. Vidoni risponda. Vedo che abbiamo anche finito il tempo. No, ci concedono tre minuti. No, no, assolutamente. Il problema di fondo è sempre che la collaborazione deve partire dai paesi. Il nostro metodo di lavoro è quello di gruppi di lavoro con i paesi. Senz'altro ci sono sfide potentissime. Da una parte, per esempio, c'è il problema degli insegnanti, il problema dell'abbandono degli insegnanti, la mancanza, la riduzione sistematica del corpo docente che sarà uno delle grandi sfide nei prossimi anni. E dal punto di vista degli studenti, ci sono nuove sfide tipo quelle legate alla disinformazione, che aprono nuovi campi di lavoro. Su questo stiamo costruendo gruppi di lavoro con i paesi che potranno fare tesoro di questa richiesta che ti chiedo di reiterare ufficialmente in modo da poter contribuire di più. Mandi mail. Assessore Gerosa, chiudo con lei. Più breve possibile. Sintetica, la politica non deve avere paura di scegliere. Fare delle scelte non sempre porta consenso, ma fare delle scelte può aiutare la crescita di una comunità. Nel mio assessorato, la comunità scolastica quando ho scelto i membri, e che ringrazio del Comitato Tecnico Scientifico di Prase a punto di cui il professor Paletta è presidente, ho detto proprio questo. Osate, osiamo, sperimentiamo. In Trentino lo possiamo fare, proviamoci. Indipendentemente da quelli che sono poi riscontri, le critiche, perché se noi non apriamo un dibattito, se noi non facciamo capire che l'istruzione non è nelle politiche quel qualcosa che avanza, ma che l'istruzione deve essere al centro delle politiche di una provincia autonoma, di un paese, dell'Europa, allora non abbiamo davvero capito come si costruisce la società di domani. E' una comunità. Grazie a tutti. Vi lascio così come inizia. Una domanda? Non abbiamo tempo. Non abbiamo tempo. Questa volta è tassativo, come diceva Vidoni. Vi lascio soltanto con una piccola suggestione visto che sono partita da Darwin. Ieri ho sentito Mancuso, lo scienziato che si occupa delle piante Stefano Mancuso, che citava Darwin in una frase che mi ha particolarmente colpito per quello di cui parliamo oggi. Lui parlava di evoluzione e diceva la cosa più intelligente che una specie può fare nell'evolversi è non lasciare indietro nessuno, portare avanti tutti perché abbiamo un futuro così incerto, sempre più complesso, che non sappiamo chi sopravviverà e quindi dobbiamo portare avanti nessuno. Questo è quello che fa una vera comunità e dove sennò la scuola che è una fantastica comunità. Cerchiamo di ricordarcelo. Grazie a tutti. Grazie a tutti.
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