Economia circolare, dal dire al fare
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Economia circolare, dal dire al fare
Confronto sull’economia circolare tra istituzioni, imprese e ricerca: risultati, buone pratiche e sfide per uno sviluppo sostenibile e competitivo.
Buongiorno, buongiorno benvenuti a tutti a questo panel dal titolo Economia circolare dal diri al fare, la lezione pragmatica dell'economia circolare. Ebbene bisogna ripensare l'equilibrio uomo natura, lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella proprio due giorni fa nella Giornata Nazionale della Biodiversità, perché l'equilibrio uomo ambiente è un equilibrio seriamente minacciato, ha detto il presidente, negli ultimi decenni da un impatto di attività umane poco lungi i miranti che hanno compromesso lo stesso ambiente in cui vive l'uomo. Ebbene proprio di questo, cioè di uno dei vari aspetti attraverso cui si può declinare il recupero di questo rapporto uomo ambiente, ovvero l'economia circolare parleremo oggi, di quello che è stato fatto, delle prossime sfide e di quanto l'economia circolare possa incidere e possa contribuire a rafforzare la competitività di un Paese. Cassa Depositi e Prestiti ha stimato che l'adozione di pratiche circolari ha generato soltanto nel 2024 un risparmio di 16,4 miliardi di euro per le imprese manifatturiere e la Commissione Europea estima in 45 miliardi di euro per i 27 Paesi membri dell'Unione Europea il risparmio anno dei costi energetici adottando modelli di maggiore circolarità. Gli ultimi dati in tema di economia circolare sono usciti proprio pochi giorni fa, l'Italia mantiene il primato in questo settore e seconda in Europa soltanto ai Paesi bassi anche se rimane alta la dipendenza dalle importazioni di materiali che anzi è cresciuta del 34% nell'ultimo anno. Bene, di questo parleremo con i nostri ospiti che annuncio con grande piacere e sono Vincenzo Boccia di Boccia Industria Grafica, Davide De Gennaro, Università alla Sapienza vincitore della Colfora ID, è salanciata dal sole, Marcono Civelli, CEO di EFTA e Vicepresidente di Confindustria, Riccardo Piunti, Presidente Conao. Buongiorno a tutti, benvenuti. Allora naturalmente qui seduti abbiamo una serie di capitani d'azienda o comunque di casi virtuosi che in un'epoca di green washing la circolarità la fanno davvero, la mettono davvero in pratica. Allora Ingegnerno Civelli parlando appunto di EFTA. EFTA è un'azienda che ha deciso di investire nella refrigerazione naturale, poi ce lo spiegherà lei comunque in sostanza utilizzando CO2 e propano al posto di gas fluororati. Lo ha fatto con un atteggiamento pionieristico, è stata la prima, ha lanciato il primo impianto in Svezia nel 99 quando ancora si era ben lontani dai concetti di sostenibilità, economia circolare. Oggi siamo arrivati a circa 5.500 impianti. Allora ci racconti come è nata negli anni 90 questa intuizione, questa determinazione di investire nella refrigerazione naturale. Bene grazie a tutti, magari un piccolo cenno a chi siamo. Il gruppo EFTA è un gruppo familiare, è giunto alla seconda generazione e che è cresciuto negli ultimi anni in maniera molto importante. Oggi conta 8.000 persone, un fatturato di 1.700 milioni ed è presente direttamente in 40 paesi e poi esporta in un centinaio di paesi. Questa crescita è stata fatta grazie alla volontà di tutte le persone che appartengono al gruppo e anche alla voglia di incidere in maniera significativa. Incidere in maniera significativa per fare qualcosa di diverso. Questo perché? Perché negli anni, diciamo fine anni 90, inizio degli anni 2000, ci trovavamo in una sfida particolare. All'epoca la nostra azienda era in un periodo di difficoltà economica per cui, pur essendo grandi, non non facevamo utili. Quindi bisognava scegliere cosa fare e naturalmente l'istinto ti dice che dovresti forse riuscire a fare dei prodotti che costano meno per riuscire a conquistare parti di mercato. Però la verità è che non puoi farlo quando i competitor sono magari competitor che hanno dei vantaggi competitivi importanti. Per esempio producono in paesi a basso costo del lavoro oppure diciamo che sono posizionati in una maniera diversa da la tua. E allora lì bisogna accettare la sfida, bisogna decidere di fare un passo, decidere anche di seguire i consigli e le intuizioni, le intuizioni che spesso e volentieri vengono dai ragazzi giovani e dalle sperimentazioni cioè prendere dei tracciati che siano fuori dalla comfort zone. Non è sempre semplice ma all'epoca mi ricordo perfettamente che avevamo degli impianti, diciamo l'impianto per riuscire a mantenere le temperature degli impianti frigoriferi. Noi produciamo tutti i sistemi di refrigerazione quindi i frigoriferi che trovate all'interno dei supermercati e tutta la parte impiantistica che gli alimenta e li fa funzionare. Per fare in modo che il cibo non andasse e non si deteriorasse avevamo messo due impianti in parallelo. Uno impianto tradizionale, un impianto invece con i nuovi gas con la co2 e permette un impatto ambientale 4.000 volte inferiore come lei ha ricordato. Inizialmente questo impianto funzionava solo con l'impianto classico perché l'impianto nuovo aveva dei problemi di messa a punto. Addirittura c'era degli studi teorici che dicevano che non era possibile far funzionare questo impianto se non in climi rigidi, diciamo, quindi avendo una temperatura esterna piuttosto bassa o comunque che non sorpassasse certi livelli quindi 35-40 gradi. In verità noi siamo riusciti in quel momento lì aver dato la fiducia, aver insistito, aver detto crediamoci lo stesso ha permesso non solo di, diciamo, fare un impianto che funziona ma addirittura di fare un impianto che funziona con qualsiasi temperatura. Oggi noi abbiamo degli impianti in Australia, abbiamo degli impianti in Congo, abbiamo messo un impianto in Ecuador, sulla linea dell'Equatoria per far vedere che per noi era la stessa cosa, potevamo farlo funzionare ancorché la teoria diceva che non era possibile. Eppure noi siamo riusciti con grande determinazione, con grande forza. Questo però è un passaggio perché? Perché è il passaggio di mentalità che uno deve avere per riuscire poi a migliorarsi ulteriormente. E questo miglioramento lo riesce a fare facendo cosa? Non solo pensando al, diciamo, ai prodotti di oggi e alle esigenze di oggi ma anche pensando al futuro. E da questo punto di vista noi abbiamo qui anche un piccolo prodottino che lo vedete qui sulla mia destra, si chiama unit. È un prodotto che non è il tipico prodotto che trovate nel supermercato perché per noi è una sperimentazione, un prodotto di più piccola dimensione ma che ha una caratteristica e fatto con dei materiali che sono completamente riciclabili. Invece di avere un isolamento con il poliuretano, cioè con una forma di plastica, ha un isolamento fatto con del sughero. Invece di avere certi materiali ha degli altri materiali, invece di avere i gas florati ha un isobutano che è un gas che ancora una volta ha un impatto 4.000 volte inferiore. Come si fanno a fare queste cose? Andando oltre la comfort zone, pensando di migliorare ogni giorno, pensando di fare qualcosa di meglio e farlo in maniera coerente. Quindi con i prodotti, questo è una cosa naturalmente molto molto presente nella nostra idea, anche nell'idea della nostra azienda, ma anche con gli altri aspetti, i famosi aspetti E, S e G. E è l'ambiente, i prodotti naturalmente, ma per esempio noi autoproduciamo una buona parte della nostra energia elettrica. Produciamo 3,7 milioni di kilowattora all'anno per alimentare i nostri impianti e oltre a questo però anche molto importante la parte S, quindi l'attenzione al sociale sia alla formazione delle persone ma anche la diversity inclusion ma anche il give back alle comunità. Quindi questi sono i punti importanti e l'ultimo punto la governance perché da tutto li parte e quindi dall'attenzione all'equilibrio dei poteri all'interno dell'azienda e anche diciamo al rispetto delle persone. Uno dei punti fondamentali che noi spingiamo sempre moltissimo. Ecco ingegnere, questa spinta verso la circolarità come deve essere declinata all'interno delle politiche industriali visto che poi è con quelle che ci si interfaccia con l'istituzione? Diciamo sicuramente ci sono delle politiche industriali che possono permettere di avere degli investimenti che aiutano le transizioni, la transizione digitale, la transizione ecologica. Noi lo sappiamo come vicepresidente ho questo incarico e la stiamo spingendo l'industria 5.0, scusate transizione 5.0 è partita male perché è partita troppo complicata però oggi è stata semplificata, riesce e potrebbe riuscire a dare una spinta ma bisogna avere anche l'idea che queste spinte un po come quando abbiamo fatto i prodotti non è che diciamo sono delle spinte che possono basarsi su un periodo molto corto, devono essere delle spinte continuative e strutturali. Noi oggi abbiamo una PNRR che scade alla fine di quest'anno e che invece dovremmo cercare insieme alle istituzioni di spingere anche magari con la cooperazione dell'Europa per fare in modo che questa spinta al rinnovo, alla transizione digitale ed energetica possa essere fatta nella maniera migliore. Nella maniera migliore vuol dire aiutando delle persone che sono nell'incertezza perché a me la situazione geopolitica è molto è molto complicata in questo momento e naturalmente genera della paura che freina gli investimenti. Grazie ingegnere Nocivelli, Boccia buongiorno. Lei nel veste di presidente di Confindustria fu tra i principali promotori del manifesto di Assisi per un'economia a misura d'uomo contro la crisi climatica. Oltre a lei c'erano Ermateri Alacci, Padre Anzo Fortunato, c'era l'allora Didier nel Starace. Un manifesto animato da un afflato molto particolare. Ci può spiegare quale fu lo spirito del tempo con cui avete creato questo manifesto e che cosa è rimasto di questo spirito? Direi che è assolutamente attuale, era il 2020 e l'idea era quella di non subire i cambiamenti ma cavalcarli e nasceva da un pensiero molto forte che era quello della legittimazione sociale del ruolo dell'impresa. Se vuoi costruire una legittimazione sociale del ruolo dell'impresa devi essere protagonista, senza protagonisti, di una idea di società che va oltre la questione economica. Questo era il messaggio. Infatti le parole chiave del manifesto erano coesione, diseguaglianza, fiducia, comunità, elementi essenziali. Partiva da un'attenzione alla questione ambientale ma in realtà si allargava a una idea di società ed era anche significativo che Confindustria insieme a Col Diretti, che erano stati sempre... C'era anche Brandini, vero? C'era anche Gambetti che poi è diventato cardinale quindi ha portato bene a Gambetti anche il manifesto. Era un momento, anche il luogo scelto aveva una sua significatività nella dimensione del rapporto pace-economia-politica. Se ci pensate a quanto è attuale quel manifesto oggi, in un mondo in cui la politica dà priorità assoluta all'economia, prescindendo dai valori, siamo solo allo scambio, prescindendo dalla idea di libertà e di società. Quel manifesto era coprire un vuoto, tra virgolette, della politica attraverso i corpi intermedi dello Stato, perché vi ricordo quello era il momento dei populisti in cui c'era tanta buona intenzione ma poca competenza e anche poca visione. Era Premier Conte quel periodo? Sì, era Conte il Premier e quindi in quel momento il messaggio era costruire un'idea comune di società, una società aperta, una società che includeva e non escludeva, altro elemento attualissimo, una società in cui il termine crescita andava sostituito con il termine sviluppo e quindi la crescita diventava una precondizione per una società diversa. Quella idea di manifesto la si ritrova poi in un libro di Fittussi che è stato un docente anche della Lewis che fece insieme a Stiglitz tra l'altro, il titolo di quel libro era misurare ciò che conta. Cosa intendeva Fittussi in quel libro? Intendeva dire che non possiamo misurare la idea della società solo attraverso i prodotti interno l'ordo perché la crescita è essi un valore ma se questa crea diseguaglianze, crea elementi di divergenze non di coesione. Quindi la crescita è un elemento importante, la differenza tra il pensiero precedente populista era contro il PIL, il libro invece non dice contro il PIL ma dice il prodotto interno l'ordo è una dimensione della crescita ma attenzione perché occorre misurare anche altre componenti perché se la crescita riguarda solo pochi la società non ha un elemento di coesione ma ha un elemento di divergenza. Questo misurare ciò che conta fa il paio col manifesto perché in quel manifesto quei termini diseguaglianze comunità coesione aprono una dimensione larga e il manifesto conclude per un mondo civile più educato se non ricordo male adesso vado a memoria che è esattamente anche un approccio che noi dobbiamo difendere come europei in questo mondo in cui sembra che la politica ha perso la bussola dei valori dell'identità per aprirsi e adesso lo scambio economico. Se noi lasciamo questa deriva dello scambio economico tra poco dicono termine forte la mafia diventa un valore perché anche quello è scambio economico. Dobbiamo avere molto chiari gli elementi essenziali. Dico questo perché io penso che in questo momento storico ci sia bisogno di una grande alleanza economia e politica perché la indipendenza tecnologica, la indipendenza energetica, la indipendenza industriale di un paese e dell'Europa sono determinanti e precondizioni per la indipendenza politica. Se noi domani mattina non avessimo indipendenza energetica e qualche altro paese ci ricattasse sulla questione energetica perderemo forza politica. Quindi vedete come le due cose, la visione larga della politica economica e industriale si collega a una visione di società. Questo era in nucia quel manifesto che oggi potremmo se lo leggessimo adesso penso che potremmo dire che l'abbiamo fatto ieri. E' attualissimo e tra l'altro di questa indipendenza necessaria di cui lei parlava lo abbiamo misurato in tempi recentissimi con il conflitto russo ucraina, la dipendenza di queste materie prima. Ci siamo trovati in enorme difficoltà quindi un discorso assolutamente attuale. Secondo lei questo spirito, al di là del fatto che deve essere sempre il nostro faro e questo è in dubbio e la storia lo dimostra peraltro, è ancora radicato? C'è una visione che è assecondata ancora oggi? Si sta marciando in questa direzione, che cosa vede? Si sta marciando in questa direzione ma siamo dentro uno scontro che potrei definire tra capitalismo selvaggio e capitalismo moderno ma anche nella visione della politica si vede anche nella nuova direzione, mettiamola così per essere generoso nei termini degli Stati Uniti America e del presidente Trump. È evidente che noi dobbiamo confrontarci serratamente per fare in modo che questa visione a casa nostra e quindi in Europa in Italia, prevalga. Abbiamo un paese che vive di esportazione, quindi i nazionalismi che ti danno la percezione che se tu ti giudi e cresci a danno degli altri risolvi tutto, in realtà in Italia non vanno bene, perché se tutti cominciassero a dire prima il mio paese poi gli altri, gli oltre 2 mila miliardi, scusate gli 600 miliardi di euro di export che noi facciamo metà in Europa e metà oltre Europa potrebbero venire meno. Quindi abbiamo tutto l'interesse economico diciamo da prima, ma al di là dell'interesse economico c'è una questione importante che è quella della contaminazione del confronto tra paesi nel rapporto leale tra paesi e nella difesa di democrazia e libertà. Se noi perdessimo o non lavorassimo sull'indipendenza energetica tecnologica e altro evidentamente metteremo a rischio un pezzo diciamo della nostra democrazia e libertà. E in questo momento storico penso che sia opportuno che questi mondi comincino a parlarsi. E' evidente che ci sono due scuole di pensiero, c'è la scuola di Novi Civelli, la mia, della stessa confrindustria che pone le basi per un'idea di economia di questo tipo e quindi ci si trasforma anche non più da sindacato ma si fa un salto verso l'essere un attore sociale e quindi capire se le mie proposte al governo riguardano lo sviluppo della società italiana tutta o solo la mia categoria. Questa differenza è essenziale tra fare sindacato in un modo come dire vecchio e essere un attore sociale. Cioè se le mie proposte sono nell'interesse di tutti o solo di una categoria. È una cosa che sembra semplice ma semplice non è. Il secondo aspetto è avere a che fare con quello che dice Novi Civelli e cioè con quei paesi in cui queste logiche sono meno spinte. Ma noi dobbiamo difendere la nostra posizione perché difendendo questo difendiamo l'economia dell'Europa e dell'Italia ma difendiamo l'idea di società. Quindi dentro tutto questo c'è l'idea di società che determina un'evoluzione culturale del mondo imprenditoriale e menageriale europeo ed italiano. Questa evoluzione culturale è nella parola molto chiara di Novi Civelli ma le potrei raccontare anche io per la mia impresa. Ognuno nelle proprie imprese sta creando gli anticorpi per un racconto di comunità attraverso l'idea di coesione sperando che diventi un racconto di società. Grazie dottor Boccia. Ci dica anche come applicate voi la circolarità in azienda. Noi siamo un'azienda che stampa su carta. Storicamente l'industria di stampa ha sempre riciclato la carta quindi l'economia circolare era nel cuore delle aziende grafica. Ci siamo chiesti perché anche noi venivamo da una fase di crisi che sono dei momenti importanti perché ci insegnano nei confronti e nelle scuole di formazione che sono i momenti di crisi che creano i campioni nazionali. In quel momento in cui tu devi far tesoro della tradizione, della memoria e dell'innovazione. In questo ne mancavano due aspetti. Uno è quello di tradizione. Le aziende grafiche negli anni con internet hanno avuto un'evoluzione di mercato. Prima era un'azienda che affrontavano un mercato al massimo regionale. Grazie a internet, oggi ai clienti, a 2000 km di distanza ti mandano i dati, i cosiddetti PDF, i trasformi in carta stampata e gli consegni dappertutto. Si è allargato il mercato. Questo mercato però che si è allargato fa sì che i clienti non vivono più il sito di produzione. Prima le aziende grafiche erano affascinanti perché chi le ha vissute e a una certa età le bozze di stampa si mandavano corrette direttamente nel sito dell'azienda. Quindi tu eri in quell'azienda, io ero da ragazzo, in quell'azienda entravano giornalisti, poeti, scrittori, politici, era un mondo. Con internet a un certo punto questo si blocca perché ti mandano i PDF che fanno a casa loro e non arrivano più. Quindi noi abbiamo vissuto male tra virghe e tio e molti dei miei collaboratori storici. Il fatto che a quel punto non veniva più nessuno in azienda non c'era più contaminazione culturale. La seconda era come fare a costruire un'idea doppia che dia il senso della sfida interna ed esterna e che però racconti un'economia circolare che però già facevamo, quindi inutile raccontare cose che già facevamo. La prima è stata trasformare gli scarti di produzione una parte in opere d'arte. Abbiamo affidato un laboratorio ad alcuni artisti locali e non che hanno preso gli scarti di carte e altri scarti hanno fatto diventare questi scarti sculture. Abbiamo poi mandato ad altri artisti di fare dei disegni sulle facciate dei camannoni industriali con una vernice che si chiama Air Lithium, che assorbe agenti inquinanti dall'atmosfera. In più poi in tutto questo interno il professor Castro Novo che purtroppo è passato a miglior vita due o tre anni fa decise di farmi dono di 25.000 volumi della sua biblioteca e noi abbiamo preso questi volumi e apriremo questa biblioteca nel 2026 in testata a Valerio Castro nell'azienda che diventa un'istituzione privata che realizza una biblioteca aperta pubblica, però essendo un'azienda di stampa è un racconto nel racconto se ci pensate. Quindi quest'idea dell'oltre, oltre l'economia circolare, lo scarto che diventa opera d'arte e quindi assurbe più valore per assurdo del prodotto. L'idea della biblioteca, società aperta e quindi inclusiva e tanti arts e sg su cui stiamo lavorando avendo anche una sezione sg che però non può essere una sezione perché è tutta una cultura aziendale che deve riguardare questo modo di pensare non può essere una questione a sé. E quindi tutto questo fa sì che si passa dalla comunicazione al racconto di impresa, l'orgoglio di raccontarsi nella propria identità per aprirsi per una logica in cui uno è orgoglioso di raccontare queste cose perché sono cose che impattano sull'idea di comunità, impattano sull'idea di coesione e danno una visione di medio e lungo termine di idea di società che non è una questione politica, è una questione di cittadinanza attiva, cioè come fai e partecipi alla cittadinanza attiva anche attraverso il tuo lavoro nella tua azienda o in qualsiasi altro luogo. Certo, la fruizione da parte dei cittadini e della comunità, grazie e complimenti per questa iniziativa appunto quando l'economia circolare diventa pragmatica, lezione di pragmatismo. Riccardo Piunti, presidente del Conohu, il Conohu è il consorzio nazionale per la gestione e raccolta e trattamento degli oli minerali usati. È diventato un modello perché in questi decenni di attività il Conohu ha raccolto milioni di tonnellate di olio lubrificante usato avviandolo alla rigenerazione, circa il 98% è stato avviato? E tra l'altro leggevo che tutto questo ha consentito un risparmio complessivo sulle importazioni di petrolio del Paese di circa 3 miliardi di euro, comunque se lo racconterà lei, siete diventati un faro, un esempio, un modello da imitare, so che arrivano da tutto il mondo per capire come fate ad essere così virtuosi, come si fa ad essere così virtuosi, rappresentare un modello? Diciamo una cosa, ieri sono stato tra i vari convegni che ho partecipato, come uditore, ce n'era uno intitolato al Made in Italy, questo è un prodotto Made in Italy, il nostro consorzio è un prodotto Made in Italy, non è un prodotto che adesso stiamo cercando anche di esportare in qualche modo, però noi lavoriamo in Italia, ma l'idea organizzativa di gestione delle risorse e di gestione degli standard di qualità che costituisce l'essenza stessa del nostro consorzio è un'idea totalmente Made in Italy, che nasce da un principio europeo di responsabilità estes del produttore, pensate, 1982-84, sulla base di questa idea, cioè chi produce i lubrificanti nuovi ha anche l'obbligo di preoccuparsi, non solo di venderli, portarle al cliente, eccetera, ma ha anche l'obbligo di preoccuparsi di cosa accadrà di questi lubrificanti una volta che la loro vita si esaurisce. Una piccola inciso, la vita del lubrificante non è invidiabile, perché questo povero lubrificante passa la vita fra due pareti d'acciaio ad altissima temperatura, poi magari va in una fabbrica e qualcuno gli cola sopra dell'alluminio fuso, insomma è una vitaccia. Per chi se la passa meglio insomma. È una vitaccia, quindi questo lubrificante dopo un certo numero di mesi di attività, voi stessi lo sapete nella vostra macchina, cambiate l'olio, arriva ad avere delle parti quasi solide, pesanti, delle parti più leggere ed essere pieno di inquinanti, aver raccolto chissà quanti inquinanti, metalli, cose dannose alla salute. Questo lubrificante a questo punto che fine fa? E questa è la domanda. E il principio di responsabilità stessa del produttore si è preoccupato di fare in modo che non accadesse che venisse versato nei fiumi, nei laghi, nei mari, nei terreni. Ecco questo in Italia, devo dire in particolare in Italia, non accade più. Forse accadeva tanti anni fa. All'inizio quando il consorzio ha cominciato c'erano quelli che cambiavano l'olio della macchina e poi lo buttavano nel tombino. Ecco questo ovviamente non accade più da nessuna parte e ci sono in Italia oltre 100.000 punti di fabbriche, meccanici, garage, concessionarie dove si accumula dell'olio usato. Il consorzio su mandato appunto di coloro che vendono i lubrificanti si organizza per in modo che questo olio venga preso dai nostri raccoglitori, noi coordiniamo il lavoro di 58 imprese di raccolta. Queste 58 imprese prendono questo olio, lo selezionano, lo differenziano, stanno attenti a non mischiare quello molto inquinato con quello poco inquinato. Dopodiché questo olio viene mandato a degli impianti di rigenerazione dove ritorna a totale nuova vita. E qui sottolineo l'importanza di questa nuova vita perché dare nuova vita, fare un prodotto riciclato non significa, almeno nel nostro caso, e io credo che questo sia importante. Come è importante per esempio Nocivelli che fa dei frigoriferi che funzionano, non dei frigoriferi di serie B. Ecco, i nostri impianti di rigenerazione producono un prodotto di serie A che è esattamente equivalente a quello che viene dal petrolio vergine e a questo punto rientra nel giro. Pensate che un terzo del mercato italiano è fatto con olio rigenerato. Quindi è una economia circolare perfetta. Che ha quale segreto? Ecco il segreto come dicevo sono tanti, sono degli impianti che sono nati negli anni 60 ma si sono evoluti, sono particolarmente efficienti. Sono delle imprese di raccolta che nascono in gran parte come imprese familiari e che funzionano molto bene anche quando non sono più imprese familiari. Sono delle imprese che funzionano bene perché coniugano bene il loro obiettivo economico con l'obiettivo ambientale. Però il segreto è questo modello e in questo modello è un modello di compensazione, di cooperazione che paradossalmente spesso si dice che gli italiani sono individualisti, non sono capaci di fare queste cose. Invece noi queste cose le stiamo facendo molto bene da tanti anni. È un modello dove ci sono chi raccoglie l'olio, chi lo rigenera e chi mette a disposizione le risorse economiche versando il contributo ambientale perché siccome vende i lubrificanti deve risolvere il problema del rifiuto. Ecco in mezzo a questa triade c'è il consorzio che è una specie di arbitro indipendente, di vigile se volete in mezzo a una piazza affollata piena di macchine che coordina questo traffico e che ovviamente deve essere il responsabile dell'uso delle risorse economiche che vengono utilizzate come dicevo per aiutare la raccolta. Mi spiego, se c'è un meccanico che sta in cima a una di queste colline in un villaggio e che ha un fusto di 100 litri di olio usato, se nessuno va a prenderlo questo prima o poi lo butterà da qualche parte. Ecco questo non accade perché il nostro raccoglitore va, lo prende a titolo gratuito e poi lo porta nel deposito che dopo di che finisce per essere rigenerato. Quindi ovviamente questo non può avvenire senza un incentivo economico per l'impresa però avviene in modo naturale, cioè il nostro sistema di raccolta va naturalmente a fare questo perché sa che comunque l'interesse ambientale e quello economico sono coniugati grazie al ruolo del consorzio che è usato da risorse. Lo stesso è la rigenerazione, esistono i momenti in cui rigenerare non conviene, i momenti in cui il valore del prodotto rigenerato, perché il mercato è sceso, è molto basso e quindi si potrebbe fermare questo ciclo. Ecco il consorzio sta lì pronto a fare in modo che questo non accada. Pensate anche all'epoca del covid noi non siamo mai fermati, c'erano fabbriche chiuse, c'erano fabbriche che facevano un'utenzione peraltro che producevano olio usato più del normale ma la catena circolare del consorzio non si è mai fermata. E come dicevo questo è un po' il segreto, un uso sapiente e corretto delle risorse, un modello organizzativo dove al centro c'è il consorzio che non ha fine di lucro e questi sono i segreti, l'ultimo, c'è un ultimo segreto, sono gli standard di qualità. Questo è una delle cose che ci vengono a chiedere, anche questa è l'ultima richiesta che viene non da un paese diciamo di terzo mondo, che ci viene dalla Francia, sono venuti dei consulenti per conoscere quali erano i nostri standard di qualità. Gli standard di qualità noi li abbiamo desunti da due vecchie norme, una del 96 e una del 2007, quella del 96 sull'olio in ingresso, cioè come deve essere l'olio usato per essere rigenerato e quella del 2007 su come doveva essere l'olio rigenerato. Beh noi abbiamo anche un po' difesi questi standard perché a un certo punto siccome erano inseriti in decreti che sono stati poi aboliti, qualcuno disse vabbè ma sono aboliti anche le tabelle di qualità. Poi c'è stato un TAR no? Il TAR di Parma ci ha salvato nel senso che ha detto no, le tabelle non muoiono finché non le sostituisci e noi con queste tabelle stiamo andando avanti difendendo i nostri standard di qualità e facendo in modo che la qualità sia un po' alla base di tutto il nostro processo. Faccio un esempio che secondo me è interessante, parlai un giorno con un'impresa, questo già era appena arrivato al consorzio nel 2010, un'impresa canadese che non era un consorzio però faceva un po' il nostro mestiere, cioè raccoglieva e rigenerava e noi che all'epoca eravamo riprese con un inquinante di cui non capivamo bene l'origine chiedemo ma voi come fate in questo caso, lo avete questo problema? E loro dicevamo se l'olio non è inquinato noi lo ritiriamo e lo lasciamo lì. Ecco, e sto parlando del Canadà, quindi devo dire che in qualche modo il modello consortile riesce a coniugare dei principi di collettività, di senso della collettività, un po' in linea con quello che diceva anche prima Boccia, nello stesso tempo riesce a coniugare con l'esigenza economica perché le nostre imprese non sono fatte da benefattori che lo fanno solo per la gloria. Però alla fine le due cose riescono a coincidere e questo credo che sia un po' il segreto del nostro modello, ripeto modello made in Italy e quindi adesso qualcuno ci viene a chiedere come fate, non che brevetti avete, che tecnologia avete perché ovviamente anche i nostri impianti di gestione hanno delle tecnologie, dei brevetti, delle qualità però la domanda è come fate, cioè come funziona questa organizzazione, ecco questo credo che sia esportare questa idea secondo me è molto importante perché appunto è veramente un prodotto made in Italy dove gli italiani un po' smentiscono anche la loro incapacità di cooperazione. Motivo di grande orgoglio. Senta per poter proseguire lungo questo percorso virtuoso cosa serve, quali sono le prossime sfide? Ma guardi noi in questi anni abbiamo affrontato un po' di sfide, nel senso che parlavo prima del contributo ambientale, il contributo ambientale bisogna pagarlo. Anche lì ovviamente ci sono grandi imprese come l'ENI, la ESO, la Total, la Q8, alle quali non c'è bisogno nemmeno di chiederlo. Poi ovviamente c'è qualcuno che ci prova, si può dire, ecco noi abbiamo fatto tre anni di caccia serrata a tutti quelli che ci provano e quindi devo dire che abbiamo recuperato un sacco di risorse, di contributo ambientale, evaso e abbiamo praticamente direi sostanzialmente azzerato l'evasione e continuiamo a farlo tutti i giorni. Abbiamo una ottima collaborazione con l'agenzia delle Dogane con cui funzioniamo molto bene, che riusciamo a integrare le nostre informazioni e quindi a fare la caccia all'evasore. Quindi questa è stata una sfida importante che noi continuiamo a portare avanti. Il secondo aspetto, prima si è parlato di ESG e l'ambiente ne abbiamo già parlato abbastanza. La governance, come dicevo, anche l'organizzazione che ha prodotto questa caccia all'evasore di successo ne fa parte. Ultimo il social, l'ES. Noi su questo stiamo lavorando all'interno del consorzio, noi ci siamo certificati anche sulla parità di genere perché io credo che questa sia una cosa molto importante perché è una grande occasione di riflessione su come funziona la nostra azienda dal punto di vista della parità di genere. Cioè il solo fatto di rifletterci e pensarci, magari accompagnando dell'iniziativa o dell'idea che già erano all'area. La mia squadra nel consorzio è formata da due signore e tre uomini, quindi siamo abbastanza all'es- però questo era quello che io stavo costruendo. Però la riflessione sulla parità di genere credo che sia molto importante e che faccia parte degli aspetti social fondamentali. Ultima sfida è la qualità perché come dicevo prima la qualità piace a noi, interessa agli altri paesi ma qualche volta non piace. Nel senso che se io ho uno standard di qualità e tu per giocare nella squadra del consorzio devi rispettarli magari non sei contento e quindi cerchi anche di ostacolare. Noi questa qualità la difendiamo con le unghie coi denti perché crediamo che sia la chiave di successo. Chiudo dicendo solo questo, se si fa un prodotto di serie B non lo vuole nessuno. I frigoriferi di Nocivelli come dicevo prima sono buoni, non sono solo ambientali. Ecco il nostro olio è buono, non è solo ambientale perché è rigenerato e credo che questo sia un segreto importante. Senta sul contributo ambientale vaso di cui parlava prima, mi puoi dare qualche cifra? Noi in questi tre anni abbiamo ripreso oltre 3 milioni, che non sono pochi anche perché non sono contenti quelli che li devono pagare. Però abbiamo fatto veramente la caccia all'evasore. A che percentuale? No non è tanto, credo che dei consorzi siamo veramente più virtuosi. Però quelli che ci provano ci sono, ci sono sempre. Devo dire che adesso uno dei risultati di questa caccia è stata una cosa positiva. Adesso ci capita che qualcuno telefone e dice so che vi devo dare dei soldi. A noi piace molto quando accade questo perché da un punto di vista noi non ce ne eravamo accorti perché tu eri scappato alla nostra ricerca. Però il fatto che tu ci chiami secondo me è una cosa positiva. C'è la volontà anche di aderire. E sapere che è facile poi essere beccati. Certo, grazie. Grazie Davide. Allora, Davide De Gennaro. Davide De Gennaro benvenuto, è uno studente della Sapienza che ha vinto la Call for Ideas le voci di domani, lanciata dal sole 24 ore con un contributo molto originale. Noi fino ad ora abbiamo parlato di sfide, più che di sfide, di risultati raggiunti. Non abbiamo ancora affrontato troppo il capitolo delle sfide. E lui ha analizzato proprio quella che è una sfida madre quando si parla di una delle sfide madre. E' una sfida madre quando si parla di circolarità, che è il recupero dei RAI, cioè i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, che sono considerate materie prime critiche, giusto? Molte di questi rifiuti contengono questi materiali. Nell'hardware dei data center, che naturalmente stanno esplodendo e quindi si sta ponendo in maniera di rompente questa problematica. Io ti lascerei lo spazio che meriti per illustrarci questo tema. Grazie. Grazie. Buongiorno a tutti innanzitutto. A tutte e a tutti. Allora, una specificazione. Io porterò questo esempio molto specifico, anche tecnico, però per trarne anche delle più generali e su quali sono le sfide, appunto, e le criticità che emergono nell'implementare strategie di economia circolare su scala di filiera, in particolare di una filiera complessa e ad alto valore aggiunto, come quella dei data center. Allora, poi questo è un esempio molto specifico, ma non è scelto a caso. L'ho scelto innanzitutto perché me ne sono occupato in secondo luogo, perché penso sia interessante e rilevante, perché interseca le due transizioni, no, digitale ed economica, che compongono un po' quella che è una rivoluzione industriale a tutti gli effetti che stiamo attraversando. E soprattutto però fa vedere questo esempio come in certi punti queste transizioni potrebbero stridere tra loro, no? Contrastare potrebbero non andare di pari passo. Comunque brevemente cosa sono i data center? Sono delle infrastrutture, per chi non le conoscesse insomma, sono delle infrastrutture che sono cruciali nell'economia odierna, nell'economia digitale odierna, perché contengono server che sono preposti allo stoccaggio e al trattamento dei dati da cui dipende praticamente qualsiasi attività economica oggi e non solo economica, anche attività umane, rapporti umani insomma. La costruzione di queste infrastrutture è un comparto in fortissima espansione, un dato di McKinsey, la domanda globale di capacità operativa di queste infrastrutture cresce, attualmente sta crescendo del 20% anno e continuerà a farlo fino al 2030. Allora questa crescita presenta alcuni problemi di sostenibilità e perché queste infrastrutture per le caratteristiche di queste infrastrutture consumano moltissima energia, molta acqua per i sistemi di raffreddamento, molto suolo perché sono grandi e un altro problema di cui si parla un po' di meno, non so se avete mai sentito insomma di queste questioni, però un problema che ancora se ne parla poco è questo della produzione di RAE di rifiuti elettronici. I rifiuti elettronici sono un problema anche questo a livello globale, un studio che viene pubblicato biennalmente se non mi sbaglio, il Global E-Waste Monitor, nel 2022 ha riportato che sono stati superati 62 milioni di tonnellate di cui solo il 22% viene raccolto e riciclato correttamente. Allora i data center contribuiscono a questi numeri la causa è semplicemente il ritmo molto accelerato dell'innovazione tecnologica in questo settore e quindi gli hardware, tutta la componentistica informatica che viene usata in queste infrastrutture viene rimpiazzata per obsolescenza ogni 3-5 anni, quindi non è che viene buttata via perché non funziona più sostanzialmente ma perché non è abbastanza performante per gli standard del settore. Allora gettare via queste componenti senza strategie di riusso e riciclo quindi l'economia circolare è un enorme perdita in valore economico e anche un danno ambientale molto ramificato se consideriamo appunto come diceva che ci sono dei materiali molto importanti e scarsi, quindi non ci sono dei materiali che sono molto importanti e scarsi in questi prodotti tra cui i metalli preziosi o appunto quelle che l'Unione Europea ha classificato come materie prime critiche per la sua indipendenza economica tra cui le terre rare che danno il nome mediatico all'accordo tra Trump e Zelensky. Quindi sono questioni molto complicate anche a livello geopolitico e anche a livello economico e allora a fronte di questo scenario di consumo di questi materiali, di consumo intensivo di questi materiali esistono già delle pratiche aziendali circolari virtuose, ha due esempi Microsoft nel 2025 ha annunciato che entro la fine dell'anno intende riutilizzare internamente il 90% del proprio hardware oppure Google ha annunciato che 7 dei suoi data center hanno raggiunto l'obiettivo zero waste, cioè non producono scarti insomma. Però qui c'è una questione economica, questi sono dei colossi che hanno disponibilità finanziaria di investire su dei processi industriali molto complicati su larga scala e invece a livello di sistema siamo lontani da un modello circolare, però le difficoltà non sono solamente economiche e qui veniamo al punto più interessante secondo me e ho avuto l'opportunità di intervistare un professore di economia e gestione delle imprese che si chiama Marco Betiol che ha studiato dell'Università di Padova che ha studiato questi temi e mi ha spiegato che le difficoltà sono anche ingegneristiche e di filiera, queste sono quelle su cui mi vorrei concentrare e sono relative alle due strategie di circolarità principali che abbiamo, cioè il riciclo e il riuso. L'altra sarebbe la durabilità insomma, cioè progettare i prodotti in modo tale che non debbano mai essere sostituiti, buttati al massimo riparati, però in questo caso non si dà appunto perché c'è questo problema dell'innovazione tecnologica appunto quindi devono essere sostituiti. Quindi per quanto riguarda il riciclo i problemi sono due sostanzialmente. Questa componentistica viene prodotta in una catena produttiva iper specializzata che viene principalmente dal sud asiatico, Taiwan in modo particolare e in questa filiera il design for disassembly ovvero la progettazione del prodotto industriale volta al disassemblaggio del prodotto per recuperare determinate materie o destinarle al prodotto industriale Il riciclo non è un concetto che esiste in questa filiera in questa parte del mondo e la maggior parte degli operatori di data center comprano le componenti da questa filiera quindi sono vincolate ai loro standard. Il secondo è un problema di trasparenza, cioè questi produttori di questi hardware non dichiarano in modo preciso i dati sulle componenti, sui materiali quindi questa mancanza di dati rende difficile sia stimare l'impatto ambientale ad esempio di questi prodotti, sia studiare strategie di riciclo e riutilizzo. Ovviamente i produttori non li dichiarano perché sostengono che questo, diciamo, danneggerebbe il vantaggio competitivo per la concorrenza, insomma per evitare di essere imitati. Il professore che ho intervistato, Betty Hall, come soluzione suggeriva che si potrebbe pensare di consentire di tenere nascosti questi dati per un periodo limitato di tempo, ad esempio due anni, e poi però renderli pubblici in modo tale che si possano studiare queste strategie. Quindi questa è una prima galassia di problemi La seconda parte riguarda il riuso, le strategie circolari di riuso. Anche qui ci sono dei limiti ingegneristici dovuti al fatto che questi componenti informati che sono altamente specializzati per usi industriali e quindi renderli adeguate a una loro applicazione diversa da quella originale Ad esempio un esempio che il professor Betty Hall mi ha fatto è quello di utilizzarli nelle scuole perché anche le scuole hanno necessità di processare dei dati come uso secondario a cui potrebbero essere destinati è molto difficile, richiede un lavoro di adattamento che a volte è proprio impossibile. Per esempio se prendiamo i server o i chip che vengono utilizzati nel training dell'intelligenza artificiale sono praticamente inutilizzabili per qualsiasi altro scopo perché consumano tantissima energia sono progettati solo per quella funzione che tra l'altro è limitatissima perché il training dell'intelligenza artificiale è un processo che dura tre mesi. Quindi voi dovete immaginare dei chip, dei server che costano i chip 5000 euro l'uno per esempio, che dopo tre mesi vengono distrutti. Quindi anche in questo caso serve ricerca per capire come fare queste cose come adattarli ma anche le aziende che si occupano di questa filiera devono essere informate su questi problemi per decidere se investire su questi processi che sono molto complicati però salvano molto valore economico e potremmo fare altri esempi ma la chiudo qui, concludendo che questo è un esempio molto tecnico e specifico che però secondo me mostra un po' cosa vuol dire attuare, cioè il titolo del panel è passare dal dire al fare e è come passare dai principi astratti di economia circolare alla sua realizzazione concreta a il problema che per molti casi le filiere sono complesse, cioè sono fatte di tanti attori economici e di tanti comparti industriali diversi che devono coordinarsi, cioè il problema è quello che mi sembra sia emerso bene anche dagli altri interventi della cooperazione e del coordinamento in modo tale che in ogni filiera tutti i passaggi la progettazione, la logistica, tutta la catena del valore sia pensata in termini circolari. Questo non vuol dire ovviamente spingere verso la standardizzazione perché questo sarebbe un freno all'innovazione, se uno standardizza tutte le componenti allora nessuna azienda è libera di sperimentare e quindi è un freno all'innovazione e questo potrebbe inibire ad esempio lo spuntare fuori di delle soluzioni diverse e che non si erano pensate prima. Quindi non vuol dire standardizzazione ma vuol dire coinvolgere tutti quanti gli attori delle filiere, superare una sorta di frammentazione un po' in comunicabilità e questo. Quindi diciamo in ultimo è un esempio che fa vedere come l'economia circolare non è solamente una questione di innovazione tecnologica e pensarla così potrebbe spingere ad un atteggiamento del tipo è una questione di tempo e ci saranno delle evoluzioni tecnologiche e accadrà. Ma è una questione anche di governance come è stato già detto, di cooperazione e anche però di mediazione tra interessi ogni che comparto ai propri interessi e devono dialogare. Grazie Davide, ricordo lo scrivevi tu citando Nature che la sola IA generativa potrebbe produrre da 1,25 milioni di tonnellate di RAI all'anno fino al 2030 quindi insomma è una questione che va affrontata. Grazie Davide De Gennaro, congratulazioni ancora. Io ringrazio tutti i nostri ospiti grazie Vincenzo Boccia, grazie Davide De Gennaro, grazie Marco Nocivelli, grazie Riccardo Piunti, grazie a tutti voi per essere intervenuti. Buongiorno. Grazie a tutti.
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