Cooperazione 2.0: nuove alleanze afro-europee per un mondo che cambia
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Cooperazione 2.0: nuove alleanze afro-europee per un mondo che cambia
Il panel esplora la cooperazione 2.0 tra Africa e Europa, sottolineando l'importanza di alleanze equilibrate e il ruolo chiave delle Afrique nel futuro globale.
Buongiorno, grazie, spero che mi si senta, in realtà io sono, come dire, ho questa attrezzatura che forse è abbastanza ridondante visto che la sala è raccolta e ci sentiamo tutti ma meglio così, così evitiamo qualsiasi genere di disguido tecnico. Allora, questa mattina abbiamo già parlato di Afrique rigorosamente appunto al plurale e come preferiamo definirle al Festival di Trento e torniamo adesso per uno sguardo diverso che è quello della cooperazione 2.0 come dal titolo di questo panel, le nuove alleanze afro-europee, dovrebbe esserci anche ecco in sua impressione quindi mi limito a leggere, in un mondo che cambia o meglio in un mondo che sta cambiando. Cosa vuol dire alleanze afro-europee? Vuol dire l'urgenza, l'esigenza di un dialogo e di una appunto collaborazione economica politica sociale culturale, non trascuriamo mai neanche questo elemento tra continenti, sempre con il presupposto che va osservato in modo di vedere e penso che sia un approccio condiviso anche da diversi dei nostri relatori, sempre con un approccio dicevo che premetta che l'Europa, l'Unione Europea, ad avere bisogno delle Afrique e non il contrario. È chiaro che l'Unione Europea può essere un interlocutore di tutto peso e di tutta importanza per le Afrique, ma al tempo stesso in questa fase storica le Afrique sono al centro dell'evoluzione economica politica dei rapporti internazionali, anche degli interessi perché gli interessi sono inevitabili quando si parla di rapporti internazionali su scala globale. Quindi l'esigenza è che l'Unione Europea e che i paesi europei, l'economia europea e la stessa economia italiana trovino una propria chiave di interpretazione dei rapporti con il continente e non, come spesso traspare anche a livello politico, che ci sia la possibilità o il desiderio quasi volontaristico di aiutare le Afrique, di rivolgersi alle Afrique come se fossero sempre interlocutrici passive anziché soggetti attivi e sempre più attivi sullo scenario internazionale e con una capacità anche banalmente negoziale, economica ed economica sempre maggiore. Gli spunti che oggi vorremmo affrontare toccano in realtà tante, tante summature, tante angolature differenti, c'è l'angolatura della cooperazione di senso proprio, c'è l'angolatura degli ecosistemi impetitoriali, dell'innovazione, degli ecosistemi anche cosiddetti, senza cosiddetti ecosistemi di startup, cioè quindi ci sono anche chiavi interpretative diverse per comprendere come questa, cito nuovamente il titolo dell'evento, cooperazione 2.0 possa dispiegarsi nelle relazioni tra continenti e aggiungerei tra organizzazioni politiche che regolano i continenti, perché si dice Europa-Africa va bene ma intendiamo Unione Europea, Unione Africana e ovviamente poi ci sono tutte le varie specificità dei singoli paesi e delle singole economie. Allora per ragioni puramente logistiche abbiamo deciso di optare per due tavoli diversi, quindi ci saranno due turni differenti, vado subito a presentare gli ospiti anche in ordine di apparizione in questo tavolo, Daniele Piacastellan, un'investa di Trento, Facoltà di Giudizia e Isprudenza, benvenuto. Mi turno rapidamente Giacomo Ciambiotti, Università Cattolica di Sacralcuore di Milano, Marta Sassi, CEO di Business Development Fondazione Aurora, benvenuta. E davanti a noi ma a breve li vedremo anche fisicamente non solo nella mia descrizione verbale, Sandra Endrizzi, Direttrice area di Capacity Building Centro per la Cooperazione Internazionale, benvenuta. Tommaso Lapiana, Programmes and Scouting, be Entrepreneurs, benvenuto. Allora come sempre in questi casi c'è la fase delle indicazioni logistiche per mantenere la conversazione il più possibile fluida, poi mi piacerebbe che ci fossero anche delle domande da pubblico perché vedo che il pubblico è numeroso, anche in questa sala un po' umbrosa che abbiamo ottenuto, cioè luminosa va, quindi chiederei a tutti di rimanere orientativamente negli 8 minuti. Darei la parola a Daniele Pier Castellan per quello che vuole essere un inquadramento, cioè di che cosa parliamo in questa fase, e quando dico questa fase intendo 23 maggio 2025 perché domani sarà già diversissima, quando ci riferiamo ai rapporti tra Africa e Europa. Prego. Eccoci, grazie a tutti, sono Daniele Pier, sono uno studente alla Facoltà di Giurisprudenza e ringrazio il festival, i relatori e il Sole 24 ore e 20 perché hanno lanciato questo contest chiamato Le Voci del Domani che permetteva a dei giovani studenti under 26 di proporre dei panel all'interno della cornice del festival che fossero coerenti con il tema di quest'anno, cioè Europa al bivio e penso che le relazioni tra Africa e Europa siano uno dei punti degli snodi cruciali. L'idea brevemente è nata, anzitutto per il mio background culturale misto dal lato italiano e dall'altra burkina beh, quindi italiano ed europeo e quindi quando mi sentirete tra poco fare l'inquadramento mi sentirete parlare in prima persona sia quando parlo di Africa che quando parlo di Europa. Ecco, volevo partire con questo inquadramento utilizzando il titolo di oggi come una bussola, quindi andando a approfondire le parole chiave, cioè cooperazione, Africa, Europa e 2.0. E quindi 2.0 che vuole simboleggiare quella cesura tra quello che è oggi e quello che può essere o probabilmente deve essere il futuro delle relazioni tra questi due continenti. Ecco, partirei in maniera anche controintuitiva rispetto all'ordine del titolo dalla parola Africa o meglio le Afrique come ha detto Alberto e questo è un punto importante che mi sta particolarmente a cuore perché parlare di Africa al singolare si rappresenta non solo come un errore di metodo ma anche ideologico. Perché le Afrique sono morteprici, sono oltre 50 paesi, più di 1,3 miliardi di persone e un dato importante è quello che entro il 2050 saranno 2,5 miliardi di persone. All'interno del continente africano si rappresenta una diversità in termini culturali, di sistemi politici, di religioni e di traiettorie economiche che è tra le più dense dal punto di vista globale. Ed è proprio in questo movimento, in questo mosaico che si gioca il futuro di questo continente. Dal punto di vista dell'Africa vorrei solo dare qualche dato che da un lato può sfatare qualche mito o comunque la narrazione che ancora sentiamo. Allora, nonostante, la prima è un dato economico, cioè, la prima è l'Africa in crescita da circa 20 anni. La pandemia ha arrestato per un breve momento la crescita però si vedono dei segnali importanti di ripresa e come mostrano i dati Bloomberg nella loro classifica sulle economie più dinamiche al mondo, 8 su 10 sono africane. L'altro dato interessante è quello che l'Africa detiene il 30% delle risorse naturali globali. Ecco, questo è un dato che croce delizia, nel senso che può essere una promessa, ma anche un paradosso, perché in un momento di scarsità di risorse a livello globale come verranno governate e come verrà governata la transizione diventerà cruciale non solo per il continente africano ma proprio per l'Occidente. Poi, l'altro dato importante è che l'età media in Africa è di 19 anni, una popolazione giovane destinata a crescere e questa evidenti ricadute dal punto di vista dello sviluppo economico. Qualche segnale c'è già, basta vedere il lavoro che si sta facendo sull'accordo di liberoscambio africano che vuole, che come intento è quello di creare un mercato unico all'interno del continente africano e si stima che il valore di questo mercato si aggiri sui 2500 miliardi di euro. Questo è una cifra che non lascia molte interpretazioni, ormai dal punto di vista economico la partnership conviene. Questo dice che quindi le Afrique non sono solo il futuro ma c'è già un segnale presente, tangibile. La seconda parola sulla quale vorrei soffermarmi è Europa che va in contraposizione con quanto detto poco fa sull'Africa nel senso che c'è un contrasto netto, se l'Africa sta crescendo l'Europa sta invecchiando e è un continente di 27 Stati che ancora non riesce a muoversi su scala globale come un attore unico con una voce sola e quindi sui temi cruciali dal punto di vista internazionale spesso arriva il ritardo e senza direzioni chiarissime. Questo si è visto chiaramente negli ultimi anni attraverso le crisi che abbiamo affrontato e stiamo affrontando dalla pandemia alla guerra all'energia e in ultima battuta anche la crisi della democrazia che era uno appunto degli elementi più preziosi del bagaglio culturale europeo. Quindi qua la domanda nasce spontanea perché se si guarda come stanno operando gli operatori globali all'interno del continente, la Cina ha detta l'agenda, la Russia scompagina un po' gli equilibri, l'India investe e l'Europa, ecco, questa è una delle domande che verranno poi approfondite dai nostri relatori. Quindi ecco in conclusione sull'Africa non è più una vicina di casa ma deve diventare un partner imprescindibile e su questo passerei alla terza parola cioè cooperazione, parlare di cooperazione è tra Europa e Africa, apre anche una ferita magari ancora dolorosa, cerca la storia di questa cooperazione e tocca la colonizzazione, il neocolonialismo e la simmetria. Ecco i modelli del passato di cooperazione si sono innestati spesso dal punto di vista ideologico su un paradigma eurocentrico, nel senso che è la convinzione che i paradigmi di sviluppo di un Paese debbano essere per forza quelli che ha attraversato l'Europa, però i dati ci dicono che lo sviluppo c'è stato, però la cornice istituzionale, politica e sociale non ha seguito le stesse direttrici e non è stata un freno per lo sviluppo. Quindi l'idea è quella di uscire dal paradigma assistenzialista e poi innestare una partnership tra pari perché appunto il modello che c'è stato fino a poco tempo fa non ha permesso a chi ha avuto il potenziale di cogliere alcune delle potenzialità di questa relazione. Uno dei principali elementi, faccio solo un esempio, è l'immigrazione che è stata trattata come un'emergenza e non come una questione strutturale e quindi non è stata accolta il suo potenziale trasformativo e l'iniezione di energia che avrebbe potuto portare all'interno del continente europeo e questo limita particolarmente lo sviluppo e l'iniezione di nuove energie. Basti pensare che tuttora oggi è ancora difficile per uno studente africano ottenere il visto per venire a studiare in Italia nonostante le università italiane ammettono molti pieghe da continenti africani e su questo l'Europa si trova un po' indietro perché altri stati invece stanno sviluppando delle partnership importanti, le università cinesi, le università russe e da molto tempo che lavorano in un'ottica di scambio culturale che poi si è diventato stadando i suoi frutti perché hanno avuto l'opportunità di formare le classi dirigenti dei paesi africani. Con questo concludo, poi l'ultima parola 2.0 ecco questa vuole essere una rivoluzione di metodo e quindi l'inizio di un paternaleato autentico e l'Unione Europea ha già dato un segno perché ha cambiato il nome della Direzione Generale sulle relazioni tra Africa e Europa che prima era inestata sull'assistenza proprio partnership inserendo la parola partnership. Grazie Menda. Come sempre in questi casi emergono tanti spunti che poi posso anche fare da tramite tra i vari interventi, in questo caso mi è piaciuto in particolare il riferimento al tema universitario perché è uno strumento di soft power ma neanche così soft in alcuni casi è proprio quello anche dei legami di carattere universitario. Sappiamo, conosciamo il modello cinese, dovremmo conoscere il vecchio modello turco ad esempio, ci sarà probabilmente un modello, se non c'è già arabo perché finora mentre parliamo in questo momento gli Emirati e le United hanno superato la Cina in tre milioni di investimenti sul continente e se c'è ovviamente una prospettiva che si apre dal punto di vista anche della cosiddetta education, cioè senso universitario, academico e dicendo, sicuramente diventerà un ulteriore strumento di penetrazione e di anche però di collaborazione perché tante volte si dà per scusità, anche questa notica un po' diciamo un po' scoloniale, si pensa sempre agli invasori esterni, le potenze che si contendono, no, sono potatori che interloquiscono con le dirigenze africane come è naturale che sia in ottica anche di rapporti poi magari anche sbilanciati ma quindi grazie, grazie mille. Allora Giacomo Ciambotty, un'estata cattolica, tu ti occupi, ci si diamo del tuo insomma, da diverso tempo dell'imprenditoria africa e ha delle leafiche quindi volevo chiederti, domanda basta mi rendo conto, ma proviamoci il potenziale della imprenditoria africana, in particolare magari in un paese che conosci bene come il Kenya, prego. Eccoci, buongiorno, buongiorno, io ringrazio molto per questa opportunità di incontro, cercherò di raccontare sia dal lato esperienziale ma anche dalle qualche tratto scientifico che mi consigliono perché come anticipato sono un docente in Università Cattolica, mi occupo di strategia di imprese in particolare quindi di fatto come far crescere le imprese, come far diventare più grandi, più profittevoli le imprese e da ormai dieci anni però lavoro in Università Cattolica, sempre abbiamo questa fondazione, è uno spin off, si chiama eForImpact, è sempre difficile da capire il nome, vuol dire entrepreneurship for impact, la E sta per entrepreneurship quindi imprenditorialità d'impatto, che è nata nel 2010, era un progetto all'interno della nostra business school, di fatto la nostra graduate school, che orienta dei temi della sostenibilità e da lì sono nati una serie di programmi poi in Africa, io la prima volta che sono stato in Africa ero uno stagista e di fatto andavo a fare una consulenza però da lì ho iniziato tramite il dottorato e il percorso accademico a entrarci sempre di più, soprattutto a girarla quindi a vedere un po' delle Afriche, diversi contesti in diversi paesi, dal Kenya mi sono mosso in tanti altri posti ormai da dieci anni e vado giù per tre ragioni, una è la ragione di ricerca, ricerca scientifica che mi porta a studiare il mondo dell'imprenditorialità sociale, quindi questa imprenditorialità è un'altra cosa, dirò poi qualcosa e poi diciamo altre due nature del docente che sono quella didattica e di terza missione, la natura didattica vado a insegnare in diversi master che l'università cattolica ha avviato con università in quest'ottica win-win, questa alleanza ormai abbastanza storica appunto al 2010 con varie università africane, la prima è stata il Kenya poi ci siamo allargati, siamo in venti paesi, un'alleanza che ormai di fatto è quasi totalmente africana perché noi siamo l'unica università italiana ad essere parte del gruppo, ormai erano venti, mi devo correggere perché saranno ventotto se non trenta in questo anno, quindi con l'ottica proprio di lavorare assieme per fare corsi di formazione per imprenditori, questo è un grande scopo, la cattolica quest'anno tra l'altro ha lanciato, suggerisco anche di andare a spulciare magari qualcosa questo piano a Africa che vuole portare il nostro ateneo ad essere un punto anche di collegamento, di riferimento per gli atenei africani attraverso mobilità, attraverso tanti progetti e andando in Africa a insegnare a classi di imprenditori sociali questa attività un po' accademica vedevo già tanto di quelle che sono le potenzialità degli imprenditori, imprenditori soprattutto come dicevo di impatto quindi ci si accorge per chi va in Africa come tutto hai bisogno e tutto chiama una risposta di soluzioni anche molto innovative che queste nuove classi di imprenditori molto giovani, tra l'altro imprenditori donne, quindi con un background anche molto difficile, passati difficili che però si mettono diciamo tutto anche la responsabilità addosso e cercano di rispondere alle sfide sociali ambientali dei loro contesti. Questo è stata una parte diciamo del mio viaggio e l'altra parte del viaggio in realtà mi ha sfidato molto su questo tema è la cooperazione 2.0 perché un'altra anima di e-for-impact dell'università cattolica è fare cooperazione. Questo tema della cooperazione è stato all'inizio ho trattato vari progetti con pescatori, realtà agricole in Rwanda, Uganda diversi contesti c'era sempre l'idea di aiutarli però nel percorso, nel viaggio ci si sono anche accorti e soprattutto poi diciamo io ed altri docenti andando giù, chi doveva essere in prima linea non tanto chi applicava per i fondi ma chi andava giù a vedere e dover proprio mettere in atto il progetto ci si accorgeva che le cose potevano non funzionare e mi riferisco in primis alle distanze che ci possono essere e soprattutto un po' la superiorità di nostra ideale, andiamo giù anche come docente e dici ok devo insegnare una certa cosa, strategia, il modo in cui un imprenditore africano fa strategia è totalmente diverso, il modo in cui un imprenditore africano concettualizza l'impresa è totalmente diverso, quindi gli schemi che noi abbiamo anche nella nostra conoscenza saltano e ci si deve reinventare nuovi modelli di fare progetti di capacity building, di formazione proprio per entrare a contatto con questo mondo che poi ci si accorge magari che è anche molto simile al nostro. Quindi ad esempio un tema che mi ha molto colpito e che penso sia uno degli ingredienti di questa cooperazione 2.0 è guardare alle imprese in ottica comunitaria, cioè alla realtà imprenditoriale come impresa, uscire dall'idea anche dell'imprenditore come soggetto singolo ma guardare a come l'impresa africana si struttura, come opera, come cerca di crescere, da questo punto di vista in tanti contesti poveri l'aggregazione molto forte già di per sé, quindi tanti piccoli agricoltori che si mettono insieme in delle cooperative anche molto informali piuttosto che nei contesti di slam, donne che creano associazioni per mutuo supporto, mutuo aiuto, questi gruppi comunitari, questo fare imprese insieme in realtà è una realtà molto forte giù in Africa e prende spunto da norme di comportamentali, informali del tessuto, cito per esempio forse conoscete l'ubuntu come parola che è più avvicinata a noi ma ce ne sono tantissime altre nelle varie Afrique, però l'ubuntu che vuol dire di fatto io sono perché tu sei, quindi c'è una relazione molto forte tra l'imprenditore e la propria comunità, è un imprenditore che ha il servizio della comunità, è dentro ma è al servizio della comunità, non è un imprenditore che guarda solo il profitto quindi ma utilizza il profitto per rispondere a quelle sfide che dicevo. Guardare all'organizzazione quindi come per esempio gli attori singoli si organizzano tra loro, aiuta a entrare ancora di più e a contestualizzare la nostra formazione, questo caso capacity building, tutti i progetti potrebbero essere allargati da questo aspetto. L'altra cosa che noto come ingrediente che probabilmente la cooperazione dovrebbe ancora sviluppare, dovrebbe fare un salto di sviluppo, è quella di concepire una certa interdipendenza tra attori, molte volte i progetti sono molto a silos quindi come dicevo si vuole fare un progetto su degli imprenditori, un gruppettino, soggetti marginalizzati, donne fragile nello slam, i piccoli agricoltori nel cacao, eccetera e si guarda molto all'impatto anche numerico, obiettivo di formare mille imprenditori nella catena del valore del cacao, ma non si guarda nella programmazione e nella pianificazione di questi progetti, non si guarda all'interdipendenza tra attori, per esempio nella logica di catena del valore, una volta che uno ha formato anche mille imprenditori, se poi questi mille imprenditori non hanno il potere contrattuale per creare un mercato, per avere un mercato di sbocco, che nel caso del cacao, del caffè, in tanti prodotti di questo tipo agricolo soprattutto sono anche verso l'Europa, sono mercati di sbocchi internazionali, la cosa non funziona, ci si limita a fare un progetto che finisce lì e non riesce a generare valore per il futuro, quindi allo suo tempo la cooperazione può avere una prospettiva molto di short term, vado giù aiuto, porto a casa un risultato per farmi bello, perdonate il termine, sono molto pragmatico, ma non riesce a cambiare veramente, quindi andare a trasformare sistemi vuol dire che il progetto all'origine deve essere concepito come un sistema di interventi dove ci sono anche attori diversi che possono portare competenze diverse, l'interdisciplinarità secondo me diventa fondamentale, noi come Università Cattolica abbiamo lavorato molto, la Facoltà d'Economia, la nostra graduate school of sustainable management, lavoriamo molto nella gestione aziendale, nell'imprenditorialità, ma poi l'imprenditore ha bisogno di competenze tecniche, di agronomia, di water management, di waste management, eccetera eccetera, per cui serve una complementarietà di discipline che università diverse possono portare, quindi bisognerbbe rafforzare questi partenariati diversi in ottica appunto comuni e guardare questa interconnessione, ci utilizzerò questa parola interdipendenza, interconnessione di attori, come un approccio multi level nella progettazione perché quando si va giù in Africa se si guarda soltanto all'imprenditore ma non si guarda all'organizzazione e dall'organizzazione non si guarda l'ecosistema, qualcun altro poi dopo parlerà di ecosistemi, di hub, ecco ci si perde dei pezzetti, si guarda sempre un aspetto micro e poi in realtà le connessioni che ci sono, faccio un esempio pratico magari, sono stato coinvolto, poi vado verso la chiusura, sono stato coinvolto in un progetto appunto molto grande, una catena del pesce, quindi da Cattola Università le sono andate a insegnare più volte ai pescatori sul Lago Vittoria in Uganda e poi in Tanzania, è stata un'esperienza anche molto bella, mi ha fatto più volte però, spesa particolarmente bella perché è stato un punto di grande sfida per me a ripensare cosa volesse dire fare Capacity Building in ottica di cooperazione. Scusami chiedo come sempre a questo punto di assumere, grazie mille. E quindi questo, quest'ottica di cooperazione mi è accorgeto che guardare ai pescatori non poteva essere soltanto formare un numero di attori, quindi n pescatori, ma bisognava ragionare già in ottica aggregativa di questi gruppi affinché questi gruppi di pescatori potessero ottenere le competenze per formare un'organizzazione di gruppo e quindi incrementare proprio potere contrattuale per arrivare ai mercati in questo caso poi connettendo con imprese italiane che magari nella catena del freddo, appunto allo sviluppo di mercato potessero portare valore e ricevere valore, quindi ricevere prodotti verso l'Italia, verso l'Europa e portare a questo tempo macchinari che servono per rafforzare questa catena. Quindi questa interconnessione poi dal livello ecosistemico africano si può aprire all'Europa e l'Europa ne può beneficiare a questo punto di vista sicuramente con prodotti che arrivano ma anche con macchinari, risorse che servono giù in Africa per produrre e creare imprese. Credo che questa attica trasformativa sia veramente fondamentale, già pensare all'interdipendenza, all'interdisciplinarità e guardare sempre più questo sistema di attori e non magari andare per silos cercando di fare un progetto dietro l'altro ma che non portano benefici in un lungo termine. Grazie, grazie mille. Giacomo Ciambozzi, investa cattura di casa al cuore. Anche qua tra i tanti spunti c'è un termine che mi veniva in mente mentre parlavi che è quello di formalizzazione dei sistemi economici, quindi anche capacità di magari riuscire a fare il sistema e riuscire anche a incanalare questo potenziale sterminato e vivace delle economie informali. Poi ci sono alcune scuole di pensiero che dicono che l'economia informale vada lasciata sempre sbrigliata. Potremmo dibatterne per ore ma questo è uno di tanti spunti che penso ci possano essere. Marta Sassi, Fondazione Aurora. Allora, si è parlato di sistemi, quindi ora passerei agli ecosistemi e in particolare alle imprese a impatto sociale, un altro termine, un'altra categoria che è emersa nella conversazione finora. Grazie. Grazie mille. Marta Sassi, allora io ci tengo a dire che sono un acoperante internazionale. Io dal 2007 mi occupo di cooperazione, ho studiato antropologia sociale e cooperazione internazionale. Ma perché lo dico? Perché ovviamente in questi ormai vent'anni il panorama della cooperazione internazionale è cambiato. E lo dico con coscienza, con l'esperienza che mi porta qua a Trento dove io ho lavorato per quattro anni col consorzio associazione col Mozambico, conosco la PAT. Siamo ancora e collaboriamo ancora insieme perché ci unisce un similar mindset. Ma quando sono rientrate in Italia, dopo due anni al Ministero Affari Esteri, c'era questa continua narrativa che bisognava cambiare il business climate verso l'Africa. A giugno 2018 ho cominciato a dirigere Fondazione Aurora e quando mi è stato chiesto che cosa facciamo, come possiamo supportare il continente africano nel proprio sviluppo, ho cominciato a fare la lista di tutto quello che non volevo perpetuare. Non espatriati, non progetti calati dall'alto, non il continuo perpetuarsi del fatto che l'Africa è vista come povera, malata e indietro. Ma abbiamo cercato come Fondazione Aurora anche per il mio background afrodiscendente perché io mamma mozambicana e papà italiano, quindi mi rifaccio un po' a quello che è l'occhio che certe volte si ha, non solo degli afrodiscendenti, ma ovviamente noi siamo cultural fit perché ce lo troviamo dentro casa, perché mangiamo il riso col curry, come mangiamo le lasagne o la pasta al ragù e le varie relazioni. Quindi essere cultural fit. Cosa fa Fondazione Aurora? Non mi immergo in progetti e cose, però vi chiedo di andare sul sito di fondazioneaurora.org. Siamo appena usciti con questo volume che si chiama Un'impresa non facile, rafforzamento degli ecosistemi in Africa subsahariana, che è scaricabile in formato digitale dove ci sono case studies presenti nel lavoro che abbiamo fatto in questi sette anni in Etiopia, Burkina Faso, Kenya e Mozambico. Cosa facciamo? Abbiamo deciso di prendere quello che funziona in Africa. Quello che funziona in Africa è che ci sono imprenditori sociali per natura, imprese sociali proprio per natura, non perché vengono definiti così in fase di registrazione, che vogliono portare un indotto endogeno ai propri territori, che si occupano d'accesso all'acqua, che si occupano di digitalizzazione a Ouagadougou anche se ci sono stati quattro colpi di Stato, che si occupano di economia circolare in Mozambico, che si occupano di cooperative di caffè in Etiopia. E qual è il nostro ruolo? Non mandare spatriati, basarsi sul risolvere quelli che sono i problemi che ci dicono di risolvere. Io certe volte dico alla fine faccio la problem solver. Siamo dei fluidificatori di processi, cerchiamo di capire che cosa serve, che è complementare – conosciamo bene i for-impact, collaboriamo con loro – perché noi facciamo quel lavoro di tailoring ad hoc in modo tale che questi imprenditori dopo cinque, tre, sette anni in diversi settori possano essere bancabili, raggiungano l'accesso, quelli standard che gli permettano l'accesso per entrare in quelle catene di valore e quindi possano assumere più persone, possano creare ecosistema, possano allungare quella che è la catena di valore locale. Funziona, alle volte sì, alle volte no, ci sono stati due anni di Covid, abbiamo supportato un'impresa che si occupa ad esempio di video making in Kenya e poi ci sono state le rivolte, abbiamo avuto sfide in Mozambico per le elezioni, ma quello che mi piacerebbe riportare a voi e mi piacerebbe condividere con voi è che sono inarrestabili, che sono concreti, che si svegliano al mattino come fanno io, Rigini Lecchesi e Brianzole, come fanno gli imprenditori di piccole e medie imprese in Brianza dicendo dobbiamo lavorare o e te dobbiamo fatturare, anche a Ouagadougou, anche in Africa, anche e noi su quello abbiamo voluto cambiare il nostro paradigma, ma perché abbiamo voluto cambiare il nostro paradigma? Perché ammettiamoci, lo siamo in una grande grande crisi peggiorata dall'amministrazione Trump ma non solo, di defounding nell'ambito della cooperazione internazionale, quindi che si dovesse lavorare bene anche negli anni 70, 80, 60, verissimo, però ammettiamo che noi non l'abbiamo vissuto, era anche il periodo delle vacche grasse, non va bene quel progetto, elefanti bianchi, fabbriche, caseifici in mezzo all'Africa che nessuno usava, non andava bene però poteva essere fatto. Purtroppo adesso siamo in una fase di ottimizzazione, di cambio di paradigma, di quell'euro che si mette deve generarne due, quell'impatto, quindi non soltanto il fatto che la cooperazione si basi sul result monitoring, l'impact è perché a me non interessa quanti giovani tu formi per diventare imprenditori, a me interessa di quei giovani che vengano formati quanti riescano ad apprestare un'impresa, quanti riescano a trovare un lavoro e su quello ci dobbiamo orientare. Come ci orientiamo su quello con un posizionamento sicuramente decolonizzando quelle che sono i nostri stereotipi verso l'Africa però io certe volte quando faccio l'alieson con le imprese, le piccole media imprese italiane perché c'è una straordinarietà con l'Italia, poi il professore mi corregga che il tessuto economico italiano si basa sulle piccole media imprese family based e anche in Africa è la stessa cosa. Ci sono degli imprenditori africani che ci guardano e dicono però su quello noi dobbiamo creare capacità perché è più facile fare business fra due famiglie piuttosto che fra due stati e quindi anche su quello noi dobbiamo capitalizzare, ma dobbiamo capitalizzare in questo mariamagnum di the founding, di private public partnership che non è così facile perché l'Unione Europea, tu stavi parlando prima dell'Europa, il Global Gateway sta mettendo fondi per gli investimenti però oggi sentivamo c'è tutto un problema del rischio paese, quindi perché io devo andare. Quello che fa Fondazione Aurora è faccio io da garante, non rispondete al telefono ci penso io, c'è qualcosa che non stai capendo anche culturalmente ci penso io, però basato su quelli che sono per me i tre pilastri, uno la concretezza e la concretezza si basa sul lavoro sul campo, su quello che si vede, su quello che serve giù, l'altro la continuità perché una delle revoluzioni che si dovrebbe fare in cooperazione che il consorzio fa è il fatto di dire io non posso pretendere che in quattro, tre, due anni di progetto faccia un cambiamento trasformativo ma non succede neanche a Rotterdam quindi immaginiamoci in paesi dove comunque questi imprenditori gestiscono quelli che sono dei processi complessi ogni giorno di regolamentazione, di accesso al credito, di governance politica eccetera ma soprattutto la complementarità. Secondo me quello che mi sto accorgendo ormai dopo sette anni che sono basata a Roma, che lavoriamo col ministero, che lavoriamo con AICS, che lavoriamo con altre ONG è che dobbiamo essere complementari il più possibile non solo nell'interconnettività quando ci si basa sull'implementazione dei progetti ma cosa sono capace io di fare? Perché il ministero fa una cosa, l'agenzia italiana di cooperazione internazionale fa un'altra, quella che fa IforImpact non è quella che fa Fondazione Aurora ma questa complementarità permette poi di rafforzare gli ecosistemi imprenditoriali in Africa e quindi è un lavoro io mi permetto di dire di tessitura lento, non sempre ti si spacca il filo, ti si storta l'ago, lento perché è un processo che richiede tempo però dove se veramente si vogliono costruire e si vuole mettere il private engagement che ormai sta diventando uno dei must per la cooperazione internazionale anche perché diciamo in ambito pubblico i fondi stanno finendo quindi va bene il privato ma come facciamo questo engagement del privato in modo tale veramente che sia win-win e su questo concludo è estremamente importante farlo perché anche gli imprenditori africani, i grandi imprenditori africani, Dangote in Nigeria, Tony e Lumelo eccetera il ragionamento che loro fanno non è che cosa il settore privato può fare per la comunità ma qual è la comunità che mi serve intorno in modo tale che io possa sviluppare il settore privato quindi anche lì un cambio di prospettiva quindi quello che vorrei lasciarvi è cerchiamo di fare questo flipping, cerchiamo comunque di partire da loro, partire dal ownership loro, partire dal fatto che gli imprenditori africani non possono essere tutto, non possono essere sviluppatori, tecnici, commerciali, manager, non lo sarebbero neanche in brianza e capire come la cooperazione internazionale può coinvolgere altri stakeholder e mettersi a servizio perché le soluzioni locali possano essere migliorate e possano essere leverage. Grazie mille. Grazie mille Marta, anche per questo riferimento un po' manzoniano la tessitura, per ragioni geografiche. Allora no, qua due spunti tra i tanti, quello del rischio, prima che questa mattina sia un po' cenata la questione va sempre ricordato che c'è un problema anche a volte di supervalutazione in alcuni casi del rischio dei paesi africani o meglio dell'assenza di strumenti che siano sufficienti a comprendere in maniera fosse integrale le dinamiche dei singoli paesi e poi c'è anche, penso che possiamo dire che ci sono troppi misteri, anche un effetto speculativo importante sui mercati. Pensiamo alle missioni obbligazionarie salutate con grande entusiasmo di Kenya e Costa d'Avoria con rendimenti mostruosi e tra l'altro una richiesta in offerta, quindi potenzialmente i paesi avranno potuto negoziare un po' di più su, invece hanno accettato questo grado di rendimento, il rendimento vuol dire che tu paghi, devi pagare tanto, chi ti mostra fiducia sostanzialmente e quindi anche questo, infatti io sono molto curioso di capire come sia il rating interno dell'Unione Africana potrà interminire su questo, c'è chi è molto scettico, c'è chi è più fiducioso, vediamo perché comunque è un esperimento interessante e il secondo spunto è quello che poi mi dà l'opportunità di chiamare anche i due prossimi relatori ringraziando nuovamente. Enti quindi Daniele Per Castellan, Giacomo Ciambotti, Marta Sessi grazie ancora e comunque rimangono qui a disposizione e chiamo sul palco, sul palco, sulla schivania al tavolo, Sandra Endrizzi direttrice area capacity building centro per la cooperazione internazionale, Tomaso Lapiana, product and scouting, be entrepreneurs, prego. Buongiorno e devo dire che sì, mi hanno preceduto e con piacere ho ascoltato i colleghi e la collega che hanno descritto un ambiente nel quale anche il centro per la cooperazione internazionale si sta muovendo e quello l'accento che forse nella mia presentazione sarà più forte del nostro titolo è un mondo che cambia, cioè che cosa cambia e noi ci occupiamo al centro per la cooperazione internazionale di fare capacity building, in sintesi si tratta di fare della formazione ma per arrivare a fare questo mi sono resa conto, siamo cambiati noi per primi, è cambiato il mondo intorno a noi negli ultimi anni e quindi questo ci ha permesso di cambiare paradigma noi stessi prima di approcciare altri paesi, precedentemente il centro per la cooperazione internazionale svolgeva formazione per gli operatori in Italia, operatori che andavano a operare cooperare in altri paesi, poi è cambiato il paradigma e in questo significa è cambiato il metodo di finanziamento, è cambiato il finanziamento, è cambiato il donor, sono cambiate tante importanti tasselli per quello che era il nostro lavoro, in questo riconosco un cambiamento anche a livello locale dove la provincia autonoma di Trento era un attore principale di investe di donatore e è diventato un attore cooperatore con i fondi dell'Unione Europea, è un cambio di paradigma forse non proprio intravisto con l'ottica del diventare questo, è stato un adeguarsi ad alcuni cambiamenti che c'erano a livello locale e questo ha fatto sì che il centro per la cooperazione internazionale si dedicasse al capacity building insieme ad altri paesi, i finanziamenti perché sono oggettivamente una componente importante per realizzare determinate attività ci hanno permesso di mettere a fuoco come era un altro modo di lavorare. Quello che vi propongo e che fa un po' da contorno a quanto è già stato detto fino adesso è un approccio che noi abbiamo adottato dall'Unione Europea, quindi non è una nostra invenzione, che abbiamo riconosciuto essere un impianto forte anche nel Trentino e si chiama, ve lo dico in inglese e comunque sarà semplice a capire, territorio all'approccio, tu local development, approccio territoriale allo sviluppo locale, è un approccio che fa la sintesi di quello che hanno già detto chi mi ha preceduto, quindi deve avere alcune caratteristiche, essere endogeno, cioè le autorità locali, quindi vi ho già parlato della provincia autonoma di Trento, lei ha un'autorità locale, quindi degli attori pubblici sono considerati importanti per lo sviluppo locale e vedrete che fanno anche da componente importante, non dico necessaria, non dico senza la quale, però importante anche per le imprese, per creare quello che è già stato nominato il sistema, l'ecosistema, il metodo di sviluppo, sono parte di questo territorio, quindi per avere uno sviluppo territoriale ci sono quattro componenti, avere delle local authorities, cioè delle autorità locali che sono in grado di avere autonomia, quindi di poter operare, di non essere troppo agganciate a delle decisioni altrove rispetto a loro, deve essere integrato, cioè devono coordinarne il lavoro tra le varie agenzie, da quelle nazionali a quelle locali, a quelle ancora più locali, dalla città, dai piccoli comuni, deve essere multiscalare, cioè in genere viene chiamato multilivello, deve avere un meccanismo che permette la cooperazione tra chi implementa, cioè a livello nazionale e a livello locale e questo deve essere anche incrementale, l'avete anche questo già sentito citare prima di me, cioè deve riuscire a aumentare poi le risorse, quindi diventare attrattivo e deve riuscire ad avere, ad attrarre anche capitale privato. Per fare questo noi abbiamo avuto delle nostre piccole esperienze, perché mi sembra non sono tante numericamente, sono state molto intense, siamo stati in Libano e in questo caso abbiamo lavorato con imprenditori, erano delle startup, quindi con degli acceleratori di impresa e che a loro volta hanno avuto bisogno dell'ecosistema citato prima, cioè hanno avuto bisogno del coinvolgimento ognuno per il proprio ambito, la propria competenza del comune locale, anche noi della nostra provincia, del nostro comune e abbiamo così messo in relazione gli imprenditori, un acceleratore di impresa che comunque è qui a Rovereto, si chiama Industrio, è privato, non è Trentino sviluppo e quindi investe capitale proprio è andato a fare della formazione insieme al centro per la cooperazione internazionale per l'avvio di imprese locali che avessero anche questa una componente di innovazione sociale. L'innovazione è importante, forse a volte un po' troppo stressata da un punto di vista proprio semantico, c'è innovazione a seconda del luogo in cui tu stai operando, non necessariamente ad attraghettare una innovazione che spesso rimanda subito qualcosa di tecnologico in un altro luogo così prelevandola e inserendola. Questo mi ricorda quello che è già stato detto prima e quindi tiro un altro filo, andiamo a insegnare, ecco non è questo, non è questo né l'approccio, né l'approccio per avere un risultato, si va a scambiare, offrire delle informazioni e rigenerarle e questo è l'approccio territoriale, si rigenerano se sono importanti e radicate per quel territorio con cui noi entriamo in dialogo. Quindi un altro esempio è stato un progetto in Libia, questo molto grande, sono 10 comuni libici che hanno operato per il proprio sviluppo territoriale, quindi ognuno per un settore differente, tra cui anche la Pesca che è stato citato prima, ma non solo e poi un progetto in Mozambico che ha visto anche lì un attore fondamentale il comune di una città, il comune di Beira, ma con il quale per avere un cambiamento e per anche effettuare delle opere è stato messo in circolo tutto un tessuto territoriale e questo è stato grazie al coinvolgimento del già citato, ma lo citare anche a consorzio Assusazioni con i Mozambico che opera a livello Trentino ma anche a livello territoriale perché è stato fondamentale avere un appoggio e qualcuno che lì riuscisse a seguire più nel dettaglio. Abbiamo anche un'altra componente, quella culturale, allora c'è sviluppo locale se si considera parte integrante della componente economica anche la parte culturale, per cultura intendo l'industria culturale, cioè gli spettacoli, la propria storia, il modo di metterla in relazione e questo è un tassello che forse non è da mettere nel business plan come prima cosa per un'impresa siamo sicuri, però quando si guarda e noi abbiamo una lente assolutamente diciamo del capacity building quindi quando vogliamo avere un approccio elistico consideriamo in una certa misura e dove possibile nel nostro caso è stato nell'ambiente della comunicazione di quel progetto cerchiamo di avere un approccio sia inclusivo quindi che le nostre informazioni possano arrivare a tutti e tutte con qualsiasi mezzo a disposizione e che sia bello quindi la cosa che ci ha lasciato questa esperienza sulla quale noi vorremmo rilanciare è che per potermi mettere in pratica quelli che sono i piani nazionali e internazionali, noi stiamo guardando i fondi europei, significa traghettarsi e mettersi in dialogo con il paese con cui noi stiamo lavorando gli imprenditori sono una componente fondamentale e gli accordi tra pubblico e privato vanno tutelati, vanno accompagnati. Grazie, è un problema. Allora sì, che qui mi vengono in mente alcuni elementi, uno dei principali è che quando si parla di innovazione dell'economia africana bisogna pensare anche alla possibilità di rinnovare anche i settori tradizionali, pensiamo al tema dell'agricoltura, dell'agritech, pensiamo al potenziale appunto di integrare tecnologie e innovazione non per superare le tradizioni, anche superare i vecchi sistemi anche in ambito agricolo, l'agricoltura, uno dei grandi temi è adattare l'agricoltura al cambiamento climatico e su quello le tecnologie possono essere fondamentali ma non per liquidare come se fosse un peso anche l'agricoltura di sussistenza ma per ampliarla e farla crescere anche in ottica di scala, quindi un altro punto di tanti spunti che sono emersi. A proposito di innovazione e qui arriviamo a Tommaso Lapiana di Entrepreneurs, nell'economia africana c'è stata questa fioritura di hub, di startup, c'è sempre il grande tema dei finanziamenti, dei cavitari di rischio che non sono ancora diciamo comparabili a quelli magari del mercato interazionale però ci sono anche diverse realtà interessanti e con un'enorme immagine di crescita, Lagos, Nairobi, il Cairo, ci sono tante veramente tante rispettive diverse e sempre in quest'ottica anche di riuscire a dare una spinta, a rinnovare dall'interno il tessuto interioriale, quindi la tua prospettiva, ci siamo del tu scusami, e la tua esperienza in questo senso. Grazie mille e innanzitutto ringrazio la possibilità di essere qui a partecipare al festival e ringrazio anche ovviamente tutti i relatori di oggi perché sentire a un festival così importante comunque è una prospettiva nel modo in cui dall'Italia guardiamo all'Africa e alle Afrique è così diversa insomma mi rincuora sicuramente anche per ciò che sarà. Detto questo io mi sono appassionato del tema degli startup hub nel continent africano durante i miei studi, durante il mio periodo magistrale dove appunto è studiato presso l'università di Berlino la Technische Universität Innovation Management Entrepreneurship and Sustainability, penso che non si poteva fare più un mix di Buzzword di così, e sta di fatto che insomma durante questo periodo io avevo deciso come argomento di tesi di trattare appunto proprio questo tema qua quello che dici tu in un paese particolare che è quello del Rwanda che da questo punto di vista è l'ocosistema che io personalmente conosco meglio visto che ho avuto modo di farci proprio ricerca che appunto secondo me è un caso molto interessante perché ovviamente no quando si parla appunto di startup hub in Africa i primi che ci vengono in mente sono sicuramente Legos piuttosto che Nairobi piuttosto che Cape Town oppure il Cairo nel nord Africa. Io nella mia esperienza ho avuto la possibilità di per esempio appunto confrontarmi con il Rwanda che è un paese notoriamente anche proprio non solo per le questioni storiche ovviamente ma anche geograficamente per esempio un paese completamente landlocked, un paese dove insomma ci sono state tantissime sfide ci sono questioni politiche su cui servirebbero altro che panel da dibattere però sicuramente un paese dove c'è stato un grosso investimento sulle startup, sui founder, sugli acceleratori di impresa sia dall'estero che proprio il governo rwandese stesso quindi c'è sicuramente un aspetto di grande interesse io vedo per esempio sicuramente tantissimo all'Europa le varie agenzie di cooperazione internazionale investire nella fioritura appunto di questi startup perché ovviamente hanno un potenziale moltiplicatore sia di benessere economico ma anche proprio di possibilità di impiego sicuramente notevole. Poi c'è da dire che avendo avuto appunto la possibilità di essere parte grazie a Bi entrepreneurs anche di questo cambio di prospettiva sicuramente dobbiamo prendere nota del fatto che tendiamo a portare competenze in maniera troppo ripetitive in un certo senso anche cioè io vedo che c'è molta voglia di appunto accelerare e far moltiplicare ma riprendendo gli interventi appunto di Giacomo piuttosto che di Marta è sempre questo mentalità silos che sicuramente anche nel anche nella anche diciamo in questo in questo aspetto che dovrebbe essere il più terra terra più pragmatico il più dettaglio dei numeri sicuramente esiste e quello che a me quello che secondo me è emerso anche dalle mie esperienze è che come Europa sicuramente ci dobbiamo accorgere proprio di quello che sta succedendo perché quello che sta succedendo nelle Afrique succede indipendentemente da quello che vorrà fare l'Europa indipendentemente dal tipo di supporto piuttosto che partenariato che sta succedendo ad esempio appunto prima accendavamo alla puntata nuova del podcast delle 24 ore del podcast la crepa che per prossime appunto tre puntate sarà il focus sarà appunto l'Etiopia l'Etiopia che è un paese di 128 milioni di abitanti quindi esiste nel mondo esiste molto più di un etiope molto più di due etiope per un per per italiano è un mercato di cui noi non sappiamo niente ha un ecosistema startup pazzesco che ha delle partnership produttive di proprio sorsing dell'hardware che delle tecnologie con Shenzhen cioè interi imprenditori interi gruppi di imprenditori vengono portati vengono vanno a Shenzhen a fare a comprare appunto tutta la parte hardware che serve a sviluppare loro device piuttosto che insomma e questo tipo a me piacerebbe che questa cosa nella sapessimo un po meglio che provassimo a offrire correspettivi da questo punto di vista qua perché io sono ovviamente d'accordo con diciamo il filo rosso di questo di questo tema cioè che l'europe ha bisogno di ripensare il suo modo di di guardare all'africa e ne ha molto più bisogno l'europe di quanto ne abbia l'africa questo questo secondo me è anche molto importante detto questo io ho avuto la possibilità di confrontarmi con questi temi perché collaboro con un'associazione che oggi ho il grande piacere di poter rappresentare che appunto Bentrepreneurs che dal 2017 raccoglie tendenzialmente esperti del mondo startup persone che lavorano all'interno del mondo startup sia italiano che europeo per organizzare questo programma che appunto si chiama startup africa road show road trip scusatemi e dove viene scelta una geografia si apre una chiamata per startup tendenzialmente di quella geografia ma aperta siamo principalmente attivi nell'ist'africa ma ad esempio l'anno scorso per la prima volta abbiamo fatto anche un bootcamp in marocco quindi la prima volta che ci siamo anche confrontati con un paese africano completamente diverso e niente la cole aperta questo è stato andremo in tanzania la cole è stata aperta adesso e dalla seconda settimana di agosto per cinque giorni terremo un bootcamp proprio anche sempre sia di capacity building noi ci concentriamo molto sulla parte di pitching quindi la presentazione dove appunto 25 startup che sceglieremo tendenzialmente di solito riceviamo circa 300 350 richieste di partecipare a questo nostro programma dove noi formiamo soprattutto dal punto di vista di pitching 25 imprenditori di cui 5 avranno la possibilità di fare uno study trip in italia quindi conoscere l'ecosistema startup italiano avere la possibilità di essere allineati a dei mentori di startup italiani e sono esperienze da cui per esempio nell'ultima edizione che abbiamo fatto una startup ruandese che fondamentalmente ridà vita alle batterie esauste delle macchine per prevenire il blackout sta facendo quello che si chiama un POC, una proof of concept con Maserati e Stellantis quindi che porta anche effettivamente delle nuove opportunità per questi ragazzi con questo concludo perché vedo qua c'è il timer che mi dice basta, grazie, grazie mille Allora come ha anticipato Tommaso c'è il monitor che è abbastanza minaccioso però penso che potremmo avere sì abbiamo margine per forse un paio di domande se ci sono sì magari il microfono così può essere una mariva di Daniel grazie Operazione piano Mattei va d'accordo? Qua dovremmo ricominciare il panel forse, forse farai rispondere Allora diciamo che fino ora il piano Mattei che ovviamente si è mosso anche con la cooperazione ha privilegiato una serie anche di iniziative di programmi che raltorano progressi e che sono orientati soprattutto non necessariamente ma soprattutto in ambito energetico sostanzialmente piano Mattei ha già nella sua radice storica una certa inclinazione sul tema del coinvolgimento della cooperazione della logica di cooperazione ci potrebbe essere parecchio da fare e parecchio anche da considerare ora c'è stato questo cambio di passo con l'allargamento anche dei paesi coinvolti che sono diventati 14, la 9 che erano inizialmente 14 si chiedo correzione ma risulta 14 e c'è una spinta un po' più ampia anche un po' più differenziata su scala continentale perché fin qua il piano Mattei al di là di alcuni progetti specifici ad esempio in Kenya aveva sempre avuto un oscillazione un po' più nord africana dovuta anche a evidenti ragioni di vicinanza fisica e vicinanza anche di interessi di ambito per l'appunto energetico non dico energetico intendo idrocarburi prevalentemente quindi queste sono le criticità che io posso avanzare ci sarebbe però qua a lasciare la parola a chi lavora nella cooperazione ci sarebbero i margini di un dialogo molto più fitto che c'è naturalmente a livello macro perché la iqs naturalmente non è esclusa dalla questione ci mancherebbe pure però ci potrebbero essere immagini diversi però qua mi taccio magari se qualcuno ma Sandra vuole, vi chiamo per nome, se qualcuno vuole intervenire o vuole dire la sua questo che possa essere ma anche Giacomo insomma come ritenete anzi tutti gli ospiti a questo punto chiedo chi è chi più interessato di, d'altro c'è un'altra domanda magari le raccogliamo così poi abbiamo un quadro polemiche, elementi di battito ok allora intanto lascerei, ah si c'è una domanda, prego. Buongiorno grazie è stato molto interessante io lavoro per un'agenzia delle nazioni unite in Tanzania e mi è stato molto utile per me avere questo incontro anche per avere una visione poi di come l'Italia e l'Europa lavorano più a livello locale e mi chiedevo magari vedo quello che io percepisco anche nel mio lavoro ma in generale nel mondo della cooperazione il fatto che perdonate il termine è un po schizofrenico tutti hanno il proprio e l'abbiamo già detto in questa sede il proprio piccolo pezzo di giardino e lavoriamo molto su quello quindi mi chiedevo magari sia a livello italiano ma poi europeo quali sono magari i dialoghi che ci sono attualmente per riuscire ad avere innanzitutto più una conversazione multilaterale per capire come approcciarsi in maniera meno schizofrenica ma allo stesso tempo come riuscire anche a essere più efficaci sul territorio e quindi creare anche delle strutture dove loro possono essere più aperti nella comunicazione dei bisogni e di quali sono magari si magari fare dei need assessment più efficaci. Altre domande? Allora nell'ordine chiederei a qualcuno dei relatori se è interessato di dare la sua interpretazione sul tema del rapporto con la cooperazione e poi questa seconda domanda penso che sia più adatta sempre all'ambito insomma della cooperazione quindi Allora per voi io ma penso che abbia anche voi un'esperienza vi do una risposta del tutto soggettiva perché la visione di insieme mi sfugge e sto rispondendo al discorso il piano mattei e la cooperazione internazionale quindi io rimetto un po' la domanda lì. Quindi abbiamo tante domande lato centro per la cooperazione internazionale chiedendo un po' in giro non troviamo risposte e quindi rimane qual è la relazione che c'è nel senso che come ambito ci sentiamo tirati in causa ci sembra di essere uno di quegli attori che dovrebbero essere coinvolti però al momento altri sono quelli che probabilmente provenivano da piani già precedenti questo io non l'avevo ancora accolto proprio perché mi sfugge ecco leggendo ci sono a me sembra di dire e quindi e continuare ad aspettare quindi e la stessa cosa ci sta capitando con il global gateway di cui il piano mattei è anche dentro e fuori cioè n parte anche questo io mi siedo dall'altro lato da questo punto di vista perché non c'è una chiarezza e neanche nei documenti ufficiali neanche negli incontri bilaterali quindi ancora non mi risulta molto chiaro. Si magari accogliere un altro intervento su questo se Giacomo Marta come servirebbe un microfono si ok allora passiamo a questo punto magari Giacomo volevi aggiungere qualcosa su anche se sarei più sulla seconda si ok allora passiamo direttamente alla seconda perché sembra così che ma perché siamo allineati con quello che ha detto Sandra nel senso che secondo me è un indicatore che noi non abbiamo cioè le persone che riescono ad attuare nel piano mattei hanno le informazioni giuste il fatto che la società civile che seppure fa parte della cabina di regia perché poi c'è una cabina di regia ci sarà il vertice il 20 giugno sul piano mattei e italia europea con la flagship del piano mattei secondo me già un indicatore il fatto che degli enti che si occupano di cooperazione ne capiscano poco cioè la confusione è comunque un po anche un indicatore di no tante cose ci sta si stanno muovendo ci sono priorità però essenzialmente era soltanto non per passare sopra la domanda ma perché appunto c'è un po di nebbia io quello su questa cosa del piano mattei credo che un punto fondamentale sia cioè sarà diciamo per quello che ho visto soprattutto in uganda ho avuto modo un po di parlare sia con la x sia con qualcuno che sta seguendo piano mattei credo che un punto grande sarà il coinvolgimento delle aziende italiane cioè di quello che si chiama sistema italia con la cooperazione quindi ci sono delle possibilità e le vedo si stanno noi per lo meno i progetti che abbiamo noi in ballo con la x sicuramente sono aperte a collaborare con altri anche ministeri star affari estri ministero ambiente per esempio quindi e coinvolgere realtà del territorio italiano quindi aziende private quindi diciamo secondo me si stanno creando un po le basi è un processo che sia molto anche complesso se vogliamo con tempi che sembrano brevi ma poi sono lunghi non è semplice credo che si vedrà un po di cambiamento nel futuro questo sì e sulla seconda invece domanda che mi è piaciuta molto diciamo anche per il tema dei dei dei nidasse di pratiche di insomma concrete e che possano avvicinarsi molto di più alla località quello che è il lo sviluppo locale credo che un tema veramente importante per l'africa riguarda l'università e i centri di conoscenza poi non solo università ma per esempio anche gli istituti di formazione no tutto quello che sono vocational training eccetera perché l'università parlo di università più vicino al mio ambito come docente e ricercatore credo che l'università africana abbia una grande responsabilità di costruire conoscenza locale e essere di conoscenza locale perché avvicina diciamo poi la possibilità di creare anche degli strumenti di need assessment per esempio che sono in questo caso locali contestualizzati e non top down cioè che non arrivino dalla nostra conoscenza al nostro background ma attraverso un dialogo una costruzione possiamo poi calarli nel contesto e costruirle anche assieme però la possibilità diciamo che hanno questi attori di riformulare le regole del gioco e lì secondo me importantissima e da questo punto di vista credo che le agenzie cooperazione e gli attori poi privati debbano lavorare a settembre da un'università come un ruolo che è quello di costruire questo tipo di ecosistemi di conoscenza e di praticità poi trasformare la conoscenza in praticità che questo sia centrale rispetto a quello che chiedeva io mi permetto soltanto da aggiungere una cosa c'è un movimento nella cooperazione 2.0 3.0 ma io sento anche 4.0 no di implementare delle ottiche dove appunto si esca da ognuno si occupa del proprio orticello è una delle practice che si vogliono fare che sono già presente è il famoso team europe no quindi cominciare a lavorare tra paesi in modo tale da avere le stesse priorità e adesso parlo del mozzambico perché è una delle realtà che conosco meglio ci sono 34 ng italiane lasciamo stare i danesi anche perché un donor darling il mozzambico ovviamente se poi ognuno si occupa completamente indipendente ma non c'è senza efficientare quello che è ma cosa sta facendo la cooperazione tedesca cosa sta facendo la cooperazione francese e quindi tutti si stanno muovendo poi implementarlo alle volte difficile però tutti si stanno muovendo in questa ottica di lavoriamo come un team in modo tale che si possa coordinare meglio che si possa uscire e che si possa efficientare quelle che sono poi le le azioni che sennò certe volte sono quasi in contrapposizione no addirittura a me non piace usare la parola beneficiari però addirittura i collaboratori con cui si lavora dice sì però scusate allora questo mi fa il progetto su questo quell'altro su quell'altro sono sempre le stesse persone vulnerabili la popolazione che ricevono i progetti da you and women piuttosto che we word piuttosto che quando invece c'è comunque un movimento almeno l'intenzionalità poi la pratica grazie che si le matta già come c'è una c'è una domanda mi sembra in fondo volevo sapere la cina è molto più avanti con la cooperazione o è un altro modo di operare anche qua posso dare una brevissima risposta la cina sta cambiando in maniera abbastanza radicale il suo modello di approccio al continente perché dopo gli anni dei max investimenti infrastrutturali adesso stanno iniziando a ridurre anche nell'ultimo piano è stata prevista una riduzione degli investimenti più mirati in ambiti come ad esempio energie innovabili e comunque piani che e vi senti che sono poi funzionari al nuovo corso del smad di beccino nel continente adesso c'è stata una forte spinta anche sull'azionario nel senso che stanno iniziando a entrare nei progetti con l'acquisizione di di equity insomma di azioni e lo considerano uno strumento di cooperazione quindi è un approccio veramente altro rispetto al nostro e per quanto riguarda l'essere più avanti poi scusate poi ci dove vente per i reitori però l'essere più avanti sì ma è un'avanzata che ormai è quasi vecchia nel senso che hanno fatto in tempo a inserirsi nel continente stringere rapporti con i governi e soprattutto a controllare una quota non indifferente di debito estero dei governi africani una volta arrivata fino a un quinto adesso un po di meno però comunque una cifra considerevole questo rappresenta ovviamente uno strumento di pressione anche politica non indifferente piccola per entesi non polemica ma giusto per avere tutte le sfrutture sul campo non è che poi gli investitori gli obbligazionisti occidentali sono particolarmente più generosi si è visto anche con le trattative per la risoluzione del debito dello zambia di altri paesi però la cina storicamente quella che alcuni chiamano deb-trop trappola del debito e anche qua però sempre per parità diciamo di posizioni di vedute ripeto non è che i cosiddetti bond holders occidentali siano stati così particolarmente più lungi miranti o più generosi alla fine si tratta di manualmente di prestare soldi di non volerne perdere e magari poi di esercitare la propria pressione politica quindi però si per quanto guarda anche la cooperazione questo è un po l'approccio che si è visto e che si sta anche evolvendo con questa pratica dell'acquisizione di appunto di azioni o di di quota delle aziende. Basti pensare al mercato degli smartphone che tra l'altro diventa anche quello uno strumento di movimento importante a livello sociale e culturale visto che lo smartphone vuol dire i dati e vuol dire comunque avere anche una capacità di imposizione del cosiddetto Vantaggio doganale anzi spesso arrivare alla dogana per un'azienda italiana è molto più difficile e più l'altra cosa che secondo me spesso non si considera è lo stoccaggio di pezzi di ricambio quindi questa è la mia domanda so che mi giro perché sono titto alle spalle. Bellissima domanda che questa in poco è possibile è molto difficile perché quello che hai detto tu è tutto giustissimo aggiungere anche corruzioni è molto difficile entrare c'è tutto un mondo no no esatto però è veramente molto complesso sia per le piccole imprese che per le grandi imprese c'è anche un altro fattore che la paura agli imprenditori di aumentare la capacità produttiva perché diciamo andare giù e vendere quindi vedere l'africa come un mercato vuol dire entrare in un mondo che è immenso a livello di domanda di varie d'altra parte portare invece quello che è la fornitura macchinari ha incitato molto vero io ho visto dei vari imprenditori in zimbabwe che mi dicevano bene abbiamo preso i macchinari dai vecchi e sono tutti dismessi perché non hanno la possibilità di comprare pezzi di cambio quindi è vero che bisogna creare delle catene no è molto complesso quello che direi è che innanzitutto serve la capacità quindi a noi non è che andiamo giù a creare imprese ma andiamo anche noi a fare capacità di billing nel senso di imprese che già ci sono quindi in primis bisogna far crescere quelle e l'impresa per sua natura a un certo punto arriva ad avere necessità di capitali investitori fondi investimento necessità di macchinari fattori produttivi eccetera e avere un mercato quindi è possibile per esempio si in prene caffè noi abbiamo una grande azienda caro imprenditore tantissimi anni fa che ha una cooperativa in uganda del caffè ha 1.5 milioni di farmer che ha integrato una più grande unione di agricoltori del caffè in uganda e vendono anche in italia anche a feriva un'azienda e altre aziende italiane piccole magari medie non il lino non grande brand ma comunque sono collaborano molto è chiaro che più si va sui fattori tecnologici quindi macchinari eccetera più anche i costi come dici bene aumentano e quindi diventa molto più complesso credo che questo fa faccia molto un percorso evolutivo che è iniziato in ultimi vent'anni come cambiamento di mindset anche proprio di avere necessità di forniture parossalmente vero fattori produttivi alla cina costano poco si rompono però anche loro con qualità molto più esatto lo sanno non lo vogliono nemmeno quindi è molto complesso questo passaggio quindi è vero sì sì ma noi abbiamo tante aziende comunque collaborano da vernici pennelli qualsiasi cosa che può essere un fattore produttivo possono arrivare c'è ormai diciamo che si possono aprire queste queste collaborazioni è complesso la tutta la dinamica ci devono essere aziende giù che hanno la capacità anche di pianificazione per esempio la pianificazione proprio finanziaria programmatica dell'attività operativa non è una cosa semplice da connettere con magari una certa pragmaticità e di imprese italiane cozzano e quindi diventa difficile anche dal livello proprio pratico culturale magari di dialogare costruire questo ponte però è qualcosa in atto non so se vuoi aggiungere poi appunto vi ringrazio ma siamo appunto per citare la cina siamo in profondo rosso quindi ringrazio i nostri ospiti l'indomine un ordine alfabetico per daniel castellano jacomo ciambotti marta saci sandre indrizi e tomaso la piano grazie a tutti e ovviamente se poi ci sono domande ulteriori a quelle già dette gli ospiti rimangono a disposizione penso parlo per loro grazie e semilla
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